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“Estasi” di Giovanni Allevi: il dodicesimo album in studio dall’abisso a una nuova luce

A due anni dal rilascio di “Hope” (2019), seconda pubblicazione a tematica natalizia dopo “Christmas for you” (2013), e quattro da quello di “Equilibrium” (2017), Oubliette Magazine torna a occuparsi della musica di Giovanni Allevi, celebre compositore ascolano di origine e milanese d’adozione sin dal 1999.

Estasi di Giovanni Allevi
Estasi di Giovanni Allevi

I mesi di ottobre e novembre l’hanno ricondotto all’attenzione del vasto pubblico grazie all’uscita a brevissima distanza del settimo libro, “Le regole del pianoforte” (il terzo a essere consecutivamente edito da Solferino), e del dodicesimo album registrato in studio, “Estasi, il primo a non essere disponibile in formato CD bensì solo per il download e, seppur non prima del 3 dicembre 2021 e a tiratura limitata, in vinile.

Individuare il disco precedente a veder protagonista unico e assoluto il pianoforte significa risalire al 2015: a differenza infatti degli eterogenei “Equilibrium”, che alternava brani per strumento solo e con accompagnamento d’orchestra, e “Hope”, in cui a farla da padrone era piuttosto il coro, “Love” presentava un programma fortemente coeso affidandolo a una singola voce: il timbro profondo e avvolgente del Bösendorfer “Imperial”, lo stesso di cui l’autore si è servito per realizzare il nuovo progetto, così come altri 10 nell’arco dell’intera carriera (cfr. “Le regole del pianoforte”, p. 161).

Come già “Alien” (2010), per riprendere l’analisi proposta su questo medesimo sito qualche tempo fa, rinunciando in parte alla tipica brillantezza alleviana “Love” offriva lo spazio adeguato a una “rivincita delle zone d’ombra”, che a posteriori hanno ricevuto giustificazione e conferma nelle confidenze rivolte ai lettori nei volumi “L’equilibrio della lucertola” (2018) e “Revoluzione” (2020).

Similmente, a partire dal 5 del mese corrente con “Estasi” viene compiuto un passo ulteriore nel personalissimo cammino introspettivo imboccato da Allevi: ogni suo album, naturalmente, si è sempre distinto per un proprio carattere specifico, specchio di un’interiorità variopinta e in costante mutamento, ma l’ultimo tassello ad essere aggiunto sembra, più degli altri, rispondere a un’esigenza così intima da trovare anzitutto nel proprio creatore il destinatario ideale.

L’atto compositivo, nel caso del nostro, non è e non è mai stato un fatto meramente professionale, né tantomeno ha obbedito in primis alle aspettative del pubblico; l’audience rientra nei piani, certo, ed è per meglio dire l’elemento imprescindibile affinché il pensiero musicale viva, si trasmetta e vivifichi, ma la genesi di ogni singolo brano si deve alla cosiddetta “strega capricciosa” (la Musica), la quale agisce turbolenta e inattesa attraverso un’ispirazione che richiede dedizione esclusiva, di giorno come di notte.

Lungi da ogni fascinazione di matrice romantica, è lo stesso Allevi a darne testimonianza: nella sua maniacalità, maturata (o aggravatasi) nel corso degli anni, tiene sempre a portata di mano “un foglietto pentagrammato e una matita, perfettamente posizionati, pronti all’evenienza” (cfr. “Revoluzione”, p. 176). Se proprio si vuole cercare una “prova” del romanticismo alleviano, la si può semmai rinvenire nella sua avversione per “l’egemonia dei numeri e dei like, delle visualizzazioni e del consenso”, atteggiamento di un’innegabile radicalità e, per certi versi, impopolarità.

Le 11 tracce che vanno a costituire “Estasi”, si diceva, paiono globalmente esprimere una necessità in particolare: quella di conservare la riservatezza dei sentimenti dominanti, resi meno enfatici, meno manifesti rispetto al passato, come si trattasse di una questione privata da restituire con efficacia all’uditorio solo ricorrendo alla dimensione “familiare” di una (musica da) camera piuttosto che quella “formale” di una sala (da concerto).

Dove cioè “Alien” e “Love” liberavano una passionalità che attraversava l’intero spettro delle emozioni (dall’ansia, ossessione costante del Maestro e corresponsabile di quella caduta nell’abisso che sprona l’artista a una risalita verso l’estro più autentico, alla gioia più sfrenata, passando per la tenerezza più calorosa), questo ciclo tende al contrario ad arginare quell’impulsività caratteristica cui gli ascoltatori erano stati abituati.

Con ciò non si mira ovviamente a negare l’inserimento negli album precedenti di brani quieti e riflessivi (si pensi a “Memory”, “Helena” e “L.A. Lullaby” prima e a “Loving you”, “La stanza dei giochi” e “Sweety pie” in seguito), né mancare di porre in debito risalto l’apice dinamico e agogico raggiunto da “Prog me”, penultimo pezzo della serie, o tacere la spontanea fluttuazione degli umori all’interno dei singoli titoli, pregio che in oltre vent’anni ha insegnato a distinguere lo stile di Allevi dalla monotona inventiva di certi altri musicisti coevi.

A tal proposito, infatti, fra tutti merita una menzione “Lucifer”, dallo sviluppo insolitamente esteso (nel repertorio pianistico del compositore rappresentano esempi affini solo “Breath (A meditation)”, “Tokyo Station” e “Sonata in Mi♭ maggiore”) e dunque capace di proporre una struttura tripartita di ampio respiro in cui i due temi principali, il primo vorticoso e “demoniaco”, il secondo ieratico e dal sapore a tratti antico, generano un forte contrasto.

La maggior parte delle restanti tracce si adagia su tempi più rilassati e predilige dinamiche più leggere, che giungono quasi al sussurro in “Mindfulness” e “My angel”, il secondo costruito sopra una delicata iterazione di quarte giuste. Proprietà queste che non garantiscono necessariamente un tono gaio: a riprova di quanto le già citate narrazioni siano sincere, sono i vari “Our future”, “Woman warrior” e nuovamente “My angel” e “Lucifer” a rispecchiare la conflittualità, la dolorosità, l’intensità del sentire dell’uomo Allevi.

Giovanni Allevi
Giovanni Allevi

Un’ulteriore piano di lettura viene promosso da uno dei due videoclip realizzati a partire da composizioni incluse nell’album, vale a dire “Our future”: una sequenza di splendide riprese naturalistiche alternate a immagini di guerra e distruzione, inquinamento e miseria. Se l’ultima parola è data alla speranza in un avvenire migliore, del quale l’autore si è fatto ambasciatore ormai da diversi anni, l’indugiare su visioni legate alla condotta dannosa degli abitanti del pianeta Terra denuncia con disincanto la gravità delle crisi globali e indirettamente ne chiarisce gli effetti destabilizzanti sulla sfera privata.

Approfondendo l’indagine sulle criticità che hanno stimolato e influenzato la creazione di “Estasi”, si potrebbe tenere in considerazione i ruoli giocati dalla pandemia, arrivata a minacciare lo stesso futuro professionale con la cancellazione di tutti i tour nazionali e internazionali, o ancora, retrocedendo ulteriormente, dal distacco di retina avvenuto durante il concerto di Kagoshima nel 2017 e la conseguente riduzione del campo visivo.

Quest’ultima disavventura, con buona probabilità, ha sortito effetti sulla tecnica pianistica in senso stretto e quindi sulla complessità della scrittura; a onor del vero si dirà che, nonostante Allevi non riesca più a scorgere distintamente la mano sinistra mentre suona, nella propria costante ricerca di soluzioni stilistiche ardue e imprevedibili non manca di “complicarsi la vita”, rifiutando di “avere un riscontro esterno con molto meno” (senza cioè i “salti fatti al buio” sulla tastiera; cfr. “Revoluzione”, p. 77).

L’abitudine a introdurre le esecuzioni in concerto, svelandone dettagli e ragioni, e magari il rilascio di interviste o ancora la stesura di un prossimo libro getteranno progressivamente luce su ciascun pezzo; ad oggi è già di pubblico dominio il significato complessivo dell’album e della traccia conclusiva che gli attribuisce il titolo.

Da “Kiss me again”, unico singolo ad aver preceduto l’uscita discografica nel cuore della scorsa estate con la proposizione di un videoclip dedicato, prende avvio un viaggio tortuoso segnato, al solito, da impeti divergenti, ma in questo caso volto pure alla ricerca di un linguaggio adatto a esprimere e condividere, ben al di là delle parole, l’esperienza mistica provata dopo aver contemplato una statua del Bernini a Roma, opera d’arte capace di stordire l’osservatore al punto da precipitarlo a terra.

In tale prospettiva, anche “Solo”, “We are atoms” e “Quel che non ti ho detto”, affianco ai brani poc’anzi menzionati, sono disposti al fine di condurre logicamente all’approdo anelato: con esso, il compositore torna a gratificare l’anima più colta, più classicheggiante della propria musicalità, architettando una lunga sequenza di arpeggi la cui sontuosa natura accordale sollecita un confronto spontaneo con le coloriture del secondo Skrjabin, autore non per caso del celebre “Poema dell’estasi” (1905-1907).

Per chi scrive, appassionato cultore della classica di un tempo, non può che essere motivo di compiacimento un simile epilogo, costituito da un affascinante moto ondulatorio ora oscuro ora variopinto (di nuovo sorge istintivo il rimando alla “tastiera a colori” dell’avanguardista russo, abilissimo manipolatore delle regole armoniche e fautore, come Debussy, Ravel e Stravinskij, di una tavolozza cromatica in costante espansione), oscillazione che sfocia in una visione luminosa progredendo come una corsa entusiastica, un fluire inarrestabile, in concreto verso un ritrovato ambito tonale (segnatamente, quello del mi maggiore), il quale però, trascendendo il piano stringente del vocabolario e la sintassi musicali, rappresenta poi lo slancio ammirato verso nuovi orizzonti: paesaggi sonori che il mondo degli ascoltatori attenderà come ha fatto finora, ossia con fiducia e sano appetito.

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Recensione “Hope”

Recensione “Equilibrium”

 

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