“Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez: verità e mito nella denuncia della situazione colombiana

Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.”

Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez
Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez

Cent’anni di solitudine (1967) si situa, cronologicamente parlando, in quella sterile fossilizzazione del romanzo, avvenuta appunto negli anni ’60, periodo in cui ci si era impelagati in labirinti tecnici e linguistici che avevano mortificato la libertà di rappresentazione.

La prepotente entrata in scena di Gabriel García Márquez sbaragliò e capovolse le convinzioni: si impose quale creatore di mondi, una sorta di dio demiurgo realizzatore di una strabiliante cosmopoiesi.

“La ricerca delle cose perdute è intorpidita dai gesti consuetudinari, ed è per questo che costa tanta fatica trovarle.”

Il romanzo narra la storia delle sette generazioni dei Buendía nell’immaginaria cittadina di Macondo, nella Colombia caraibica, raccontando un microcosmo segregato ed arcano sullo sfondo di un latente e drammatico messaggio di isolamento ed arretratezza.

Gabriel García Márquez mette in atto un’arte iperbolica con la quale il magico territorio americano di Macondo, si riscatta da mero supporto di una tesi e si erge a denuncia riguardo la situazione colombiana, grazie proprio alla contaminazione della fantasia: verità e mito si compenetrano insomma in un connubio perfetto.

Il mondo che ne scaturisce rassomiglia al quotidiano ma è nettamente distante da esso: Gabriel García Márquez fu realista nella presentazione della realtà e nella presentazione dell’irrealtà creando una realtà propria al confine tra il reale e il fantastico.

Il romanzo è l’apoteosi e la sublimazione di Macondo, assurgendo a microcosmo dell’America latina. Non c’è Limes tra i due mondi, l’interiore (sogno, fantasia) e l’esteriore (la realtà). Sono indissolubilmente uniti, il sogno apre le porte al meraviglioso, al magico che consacra Macondo a luogo mitico.

Il romanzo sancisce un cambio fondamentale nella tecnica narrativa: l’autore (con la creazione di una realtà totale, di un mondo nel quale sostituisce Dio) modella e plasma spazio e tempo a suo piacimento mediante: anticipazioni, comparazioni, riassunti, flash-back, ripetizioni.

Gabriel García Márquez distorce il tempo e crea un tempo proprio. Il tempo è solo un procedimento per ottenere la totalità temporale, la simultaneità completa. Per questo è significativo che non ci sia mai la menzione a un anno preciso, giacché i mesi e i giorni non sono che vane referenze.

Gabriel García Márquez
Gabriel García Márquez

Gabriel García Márquez si erge dunque ad autore demiurgo di una realtà autosufficiente, di cui nulla gli è estraneo (ma ciò nonostante non interviene direttamente nel mondo che ha creato).

L’apporto della magia alla narrazione si rivela anche dallo stesso titolo che è pertanto esemplificativo: Cent’anni di solitudine, rimanda ad un ordine favoloso, i cent’anni appunto che sono una quantità mitica.

La solitudine del titolo rimanda invece alla condizione esistenziale che ogni individuo facente parte di questo microcosmo vive: tutti i personaggi concorrono coralmente a questa tragedia umana, una sorta di ciclo dei vinti verghiano.

Gabriel García Márquez mettendo in atto questo processo di srealizzazione della realtà e materializzazione dell’irrealtà, riduce il fantastico a livello quotidiano innalzando il romanzo ad una categoria allegorica superiore, del mito universale, rendendo quest’opera una memorabile versione latino-americana della perenne tragedia umana.

“A me basterebbe essere sicuro che tu e io esistiamo in questo momento.”

 

Written by Manuela Muscetta

 

Bibliografia

Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine, Mondadori

 

 

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