“Bel-Ami” di Guy de Maupassant: l’attualità di un racconto (im)morale

La storia di questo arrampicatore sociale che si fa largo nella fatua e rampante società borghese, già dominante sulla decaduta nobiltà nella Francia di fine Ottocento, attraversa ambiti che si spingono molto al di là della pura e semplice fabula.

Bel-Ami di Guy de Maupassant
Bel-Ami di Guy de Maupassant

La mancanza di scrupoli morali del protagonista – presentato tuttavia all’inizio come un ingenuo che si fa man mano più opportunista e cinico – si rispecchia nella società che lo circonda: essa lo nutre e se ne nutre.

Bel-Ami è, in realtà, un racconto morale, scritto paradossalmente (ma non poi tanto) da un libertino ateo, dedito alle droghe, morto pazzo per la sifilide, che ritrae impietosamente, oltre all’ambiente che lo circonda, i meccanismi che ne regolano il funzionamento sociale.

“Fu in continuo contatto con ministri, portinai, generali, agenti di pubblica sicurezza, principi, mantenuti, cortigiane, ambasciatori, vescovi, ruffiani, avventurieri stranieri, uomini di mondo, bari, vetturini, camerieri e tanta e tant’altra gente d’ogni sorta; ne divenne l’amico interessato e impassibile, e a furia di vederseli davanti ogni giorno […]; a furia di parlare con tutti delle identiche cose […] finì col far di tutt’erbe un fascio: col misurarli, tutti, con lo stesso metro, e col giudicarli con lo stesso occhio.” – (Parte I, Cap. IV)[1]

Fu il momento dei furbi sottintesi, dei veli sollevati dalle parole come si alza una sottana,  dei discorsetti maliziosi, delle scaltre arditezze mascherate, di tutte le ipocrisie dell’impudicizia, delle frasi che suscitano immagini di nudità con espressioni coperte, che destano nell’occhio e nella mente la rapida visione di tutto ciò che non si può dire, e che permettono alla gente di mondo una sorta d’amor sottile e misterioso, una specie di contatto impuro dei pensieri grazie all’evocazione simultanea, torbida e sensuale come un abbraccio, di tutte le cose segrete, invereconde eppur bramate, dell’amplesso.” – (Parte I, Cap. V)

Maupassant è in realtà un nostalgico dell’ordine sociale d’antan, forse perché idealmente gli attribuisce una struttura piramidale più solida, che possa salvare da se stessa una società avviata verso una corruzione dei costumi in cui lui stesso sguazza (e in questo senso – per l’appunto non così paradossalmente – è un moralista):

Era uno di quegli uomini politici senza un suo volto preciso, senza convinzioni proprie, senza grandi mezzi, senza ardimento e senza una seria preparazione, un avvocatuccio di provincia, un simpatico figurino nella sua cittaduzza, un furbacchiotto che sapeva barcamenarsi fra i partiti estremisti, una specie di gesuita repubblicano e di fungo liberale di dubbia commestibilità, come ne spuntano a bizzeffe sul letamaio popolare del suffragio universale.” – (Parte II, Cap. II)

Per rubare le parole del filosofo Roberto Mordacci (riferite a tutt’altro contesto), Maupassant del suo mondo «è la coscienza lucida e spietata, il cantore e a un tempo il parresiasta, cioè colui che ne denuncia la vuotezza condividendola, immergendovisi fino in fondo».

In Poesia e non poesia, d’altro canto, il da me mai amato Benedetto Croce aveva scritto: «Potrebbe dirsi che il concetto che il Maupassant ha della realtà sia il preciso opposto del concetto religioso (…). Dal suo mondo di piacere, e di dolore del piacere, Dio è assente (…). E, perché poeta, il Maupassant, che non conosce altro che la materia e il senso, e altro non ritrae che i fremiti oscuri della materia e gli spasimi del senso, adopera nel suo ritrarre tanta obbiettiva verità che in essa, mercé il dolore, la pietà o il disgusto, si fa viva e presente l’idealità etica» (anche se va detto che in realtà Croce cercava qui di giustificare la propria ammirazione per lo scrittore tentando di tirare in ballo una sua presunta religiosità nascosta…).

Guy de Maupassant
Guy de Maupassant

Si aggiungano – oltre a una fulminante “lezione di scrittura” nel III Capitolo della Prima Parte – da un lato gli intrighi della politica con la descrizione profetica delle possibilità manipolatorie del giornalismo (vedi in particolare il VI Cap. della Prima Parte), dall’altro la non accettazione, la paura anzi l’orrore della morte che pervade tutto il romanzo, ed ecco che il racconto (im)morale si fa anche più screziato e cupo dei suoi antecedenti ideali, incluso quel Les Liaisons Dangereuses da Maupassant tanto ammirato.

Il pubblico rispose con entusiasmo a questo specchio che lo ritraeva: pubblicato nel 1885, dapprima a puntate sulla rivista “Gil Blas” e successivamente in volume per i tipi dell’editore Ollendorf, Bel-Ami riscosse un successo tale da richiedere 37 ristampe in quattro mesi. Ma forse ancora oggi, al di là dei suoi meriti letterari, è un romanzo su cui bisognerebbe meditare per capire meglio la nostra società. 

 

Written by Sandro Naglia

 

Note

[1] Guy de Maupassant, Bel-Ami, traduzione di Giorgio Caproni, Milano, Garzanti, 1965

 

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