Le métier de la critique: James Joyce e Marcel Proust, capostipiti del romanzo moderno

Gli albori del nostro secolo avevano assistito al proliferare di tante tipologie di romanzo: naturalista, psicologico, simbolista.

James Joyce - 1915
James Joyce – 1915

Comune denominatore era la verifica sottesa di una determinata ipotesi o idea del romanziere circa i decorsi ed i comportamenti della vita che venivano analizzati ed argomentati mediante lo scioglimento di una vicenda narrativa.

Il presupposto che inizia a mutare è il seguente: diviene prioritario constatare che gli eventi e gli oggetti che conferiscono consistenza al romanzo non contano per il significato intrinseco bensì per il loro contributo, per la funzionalità che apportano alla vicenda narrata.

Coloro che inaugurano il romanzo novecentesco conferendogli questa impronta moderna sono James Joyce e Marcel Proust che perseguono per vie diverse, analoghi metodi di conoscenza delle realtà narrate.

Entrambi condividono la conditio dell’esilio come l’unica confacente al loro ruolo di intellettuali. Il loro stile narrativo si dirama in infinite risonanze dal potere fortemente evocativo.

Legittima è dunque l’analogia tra epifanie ed intermittenze giacché entrambe muovono dalla medesima premessa: la rappresentazione della realtà gode di un valore poetico-narrativo solo se rivelatrice della quiddità, il segreto che si cela oltre la verità permanente.

L’epifania costituisce il metodo narrativo di Joyce e si traduce in una manifestazione spirituale improvvisa in un discorso, in un gesto, in un pensiero.

Essa gode di un potere espansivo di irradiazione e consente uno slancio conoscitivo che protende alle verità universali.

Esemplificativo è il romanzo Stephen Hero (romanzo di formazione ed autobiografico di Joyce) il cui protagonista si sente sopraffatto dall’insignificanza dei fatti che lo circondano e che acquisiscono pregnanza solo epifanizzandosi.

Altro capostipite del romanzo moderno è Marcel Proust il cui romanzo Alla ricerca del tempo perduto è incentrato su di un aspirante artista che drammaticamente accusa la sua mancanza di vocazione dettata dall’incapacità di scrivere non tanto quello che vorrebbe scrivere quanto piuttosto quello che dovrebbe essere scritto ovvero l’unica realtà degna di essere traslata narrativamente: il tempo perduto, per farlo poi divenire tempo ritrovato.

Sorvolando sull’apparenza che viene vistosamente presentata come realtà occorre protendere alla seconda realtà, quella più autentica che si cela dietro le cose.

Ma non è il mero sforzo proteso a questa seconda realtà in grado di garantire il possesso della cosa veduta. Gli attimi rivelatori, che non comportano uno slancio volontario, sono quelli che lui denomina intermittenze del cuore e sono del tutto involontari.

Marcel Proust
Marcel Proust

Consistono nel riemergere di un tratto di mondo perduto, che si cela nei meandri della memoria involontaria mediante una sensazione. Il primato del tempo come moto irreversibilmente evolutivo viene soppiantato da un tempo interiore, tempo plasmato dalla presenza di un ricordo, che nulla ha che a vedere con la cronologia: esso è piuttosto sospeso in una dimensione metafisica.

Così Proust nell’opera A’ la recherche du temps perdu:

“Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l’essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata…”

L’evoluzione del nuovo romanzo culmina con un deciso slancio disarticolante e destrutturante, soprattutto nei due scrittori di cui abbiamo discusso, nella quasi totale eliminazione della vicenda narrata che si impoverisce di azioni ed accadimenti.

La loro attualità consiste proprio nell’annullamento dei canoni tradizionali di spazio e tempo privilegiando un tempo cadenzato dalla vita interiore.

Dopo aver preso atto della vacuità dell’esperienza mondana tentano di costruire una nuova struttura assoluta in grado di tollerare un mondo di apparenze.

La conditio sine qua non diviene ora immobilizzare la realtà per desumerne la rivelazione, il potere manifestante degli oggetti.

Non resta dunque che disambiguare e decifrare i durevoli simboli extratemporali che si celano dietro il mondo visibile e che sono gli unici meritevoli di esser trasposti in forma d’arte.

 

Written by Manuela Muscetta  

 

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