“Panorama dei lumi” di Gianni Marcantoni: un luogo nel quale lo spettacolo diventa silenzio

Il vento diffonderà le nostre voci/ nel pianeta silente/ dove anche gli echi hanno chiodi– Gianni Marcantoni

Panorama dei lumi di Gianni Marcantoni
Panorama dei lumi di Gianni Marcantoni

La prima sensazione che ho avvertito leggendo la nuova silloge poetica di Gianni Marcantoni, è quella di ritrovarmi con la memoria nella medesima atmosfera evocata da Virgilio nel sesto libro dell’Eneide, quando Enea scende negli Inferi.

L’atmosfera oscura e silenziosa di quel mondo altro è ben resa dallo scrittore latino con continue sinestesie che associano la sensazione della vista a quella dell’udito al fine di rappresentare meglio l’idea della grandezza oscura di un mondo diverso e misterioso, che può essere reso appieno solo mediante la fantasia.

Non voglio richiamare il triste tema della morte, ma solo dar conto dell’analogo senso di ignoto di cui sono intrise pure le poesie della presente plaquette. Come nello scenario virgiliano è proprio l’immensità delle ombre a far emergere i rari sprazzi di luce, così nelle liriche del poeta piceno la luce prorompe dalle tenebre.

Tutto ciò è evidente già dal titolo Panorama dei lumi. Va inteso nel senso che la prospettiva, la visione totale (panorama è connesso con il greco πᾶν = “tutto” e dalla radice del verbo ὁράω, = “io vedo”) è verso i lumi, oppure nel senso che la visuale è dei lumi? E questi ultimi costituiscono il soggetto osservante?

Come ho già scritto in passato, probabilmente ogni genitivo può al contempo essere sia oggettivo che soggettivo. Anche perché, se i lumi guardano, essi gettano uno sguardo su di noi, ovvero fanno luce a noi stessi che contempliamo e ri-diventano per noi oggetto di ammirazione.

Il loro è come un palcoscenico teatrale verso cui convogliamo i nostri occhi e da cui viene l’attenzione verso di noi, come fosse una luce che illumina ed è illuminata; è il momento di incontro, quindi, tra spettatore e attore, tra pubblico e azione, tra attore e attore, tra monologhi e monologhi.

Questo angolo di luminosità che permane è un luogo interiore dove il silenzio conta, a conferire esistenza, pur nell’indistinto: “Mi chiedo dove io sia sparito/ come se il mio silenzio non valesse/ più di quello degli altri”; in questa regione interiore tutte le sfere sensoriali giocano insieme, perché l’anima non ha confini e al suo interno il “sentire” è la percezione pura, l’avvertimento che contemporaneamente vede e ode, restando comunque sempre separata, nella sua superiore purezza: “Nella mia vita senza udito/ ti ho veduta improvvisamente felice / […] ma la mia carne/ resta un corvo nero”.

L’io lirico è come un attore che parla ad un interlocutore, talora una presenza femminile, talora una più generica seconda persona singolare maschile, verso cui sono indirizzati consigli, suggerimenti, pensieri.

Il destinatario non perde mai la sua vaghezza e indefinitezza, conservando perciò la sua portata universale. A corroborare ciò, al “tu” talora si sostituisce il “noi”, da cui nasce la fede improvvisa e frammentaria, ma comunque sincera, nel “dono della vita” che “come un timoniere sfinito/ nell’interiore panorama dei lumi, /consola il giusto, e disseta i fiumi”. In questi versi torna il titolo omonimo dell’intera poesia e dell’intera raccolta: “il panorama dei lumi” è evidentemente uno spazio dell’anima che, come un faro, illumina tutto il resto, osservandolo con cura.

Sono rari i momenti, quasi come quelli di montaliana memoria, in cui l’uomo conosce ed entra nella verità del Senso, come i momenti transeunti ed effimeri di quell’ottimismo della ragione tipico delle tragedie del “sofista” Euripide.

Gianni Marcantoni
Gianni Marcantoni

Tutto è illusorio e, come nelle tragedie greche c’è l’esodo, ovvero il momento in cui prima il coro e poi gli attori tout-court lasciano il palco, dopo aver, gli uni cantato, gli altri recitato, così nella vita c’è un esito, inteso come risultato e consapevolezza della sua negatività. E la ragione non può, tragicamente, che attestare un fallimento: “La verità è che siamo vivi inutilmente/ […] la verità e che tutto ciò non ci piace”.

In questi due versi, che ricorrono a breve distanza all’interno dell’ultima lirica (non a caso intitolata “Esito”), notiamo un parallelismo nonché l’ossimoro della vanitas esistenziale.

Si tratta, a conclusione della breve, ma intensa raccolta, di un ultimo saggio dell’accurata ricercatezza e selezione linguistica perseguite dallo scrittore; costui riesce a condensare in immagini forti ed ermetiche il senso dell’oscurità, delle antitesi, delle visioni di volta in volta trasposte nelle sue pagine: un ermetismo crudo e immediato, ma tutto da interpretare, non banale e non semplice da dipanare.

Leggendo questi versi ho potuto scoprire un poeta marchigiano di valore, con un ampio curriculum bibliografico; un grazie all’amica Rita Bompadre per la preziosa prefazione anteposta al libello e all’amico Matteo Marangoni per avermi consigliato questa lettura.

Complimenti a Gianni e ad maiora, semper!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

Bibliografia

Gianni Marcantoni, Panorama dei lumi, puntoacapo CollezioneLetteraria, Pasturana (Alessandria) 2021, 19 pagine, 5 euro

 

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