Edera Film Festival 2021: a Treviso il cinema del futuro tiene alta la testa

La maggioranza dei festival di ogni genere è contraddistinta da una cadenza annuale; l’Edera Film Festival di Treviso, nato nel 2018 e proseguito nel 2019, non sarebbe da meno se non fosse per la strenua difesa, quasi degna d’una kermesse cannense, del luogo unico e insostituibile deputato alle proiezioni e all’incontro fra autori e pubblico.

Edera Film Festival 2021
Edera Film Festival 2021

Il 2020 e una larga fetta del 2021 costituiscono un periodo che, com’è tristemente noto, rischia di trovarsi scolpito sulla lapide di molte sale cinematografiche, costrette a serrare a due battenti nella speranza, troppo spesso delusa, di non morire d’asfissia. Il panorama festivaliero, dal canto suo, ha in generale tentato di controbattere alle limitazioni ingiunte dalla pandemia proponendo in veste digitale le edizioni altrimenti a rischio di cancellazione: contrariamente, il piccolo festival trevigiano ha ben presto disconosciuto la soluzione comunemente adottata, attendendo una temperie favorevole che tuttavia è parsa ancora inaffidabile nei mesi estivi del 2020.

L’evento è dunque slittato all’anno corrente; la direzione artistica, costituita dallo storico del cinema Giuseppe Borrone, dalla regista, giornalista e reporter Gloria Aura Bortolini e dall’esercente del Cinema Edera Sandro Fantoni, ha fatto i conti con tutti i protocolli del caso e incoraggiato la partecipazione degli artisti, assai numerosa ed entusiastica nel corso delle annate precedenti; le 33 opere selezionate (divise fra le categorie competitive, che constano di 6 lungometraggi, 8 documentari e 16 cortometraggi, e la sezione fuori concorso, rappresentata dai restanti 3 titoli) raggiungeranno i propri spettatori direttamente al buio della sala, talora per la prima volta e con grande emozione di registi e maestranze associate.

Missione dichiarata di questo coraggioso festival è intercettare i giovani talenti di oggi, non ancora 35enni, mediarne l’avvicinamento a una platea che difficilmente avrebbero occasione di incontrare a motivo delle restrizioni dettate dal mercato (già nell’affollata era pre-Covid e a maggior ragione in quella presente e ventura, dove i teatri sopravvissuti saranno contesi dalle major e faticheranno a dare asilo ai debuttanti), scommettere sul loro avvenire promettente e, come si avrà modo di appurare fra un attimo, a partire proprio dalla terza edizione osservarne con orgoglio i risultati conseguiti.

Dal 28 al 31 luglio, presso lo storico cinema d’essai da cui l’evento prende il nome, la programmazione permetterà di saggiare alcuni fra i migliori prodotti europei, con la significativa eccezione costituita dai titoli realizzati in Turchia (“Toprak” di Sevgi Hirschhäuser) e Iran (“Exam” di Sonia K. Hadad) e in un Paese, la Macedonia del Nord da cui proviene il premiatissimo corto “Sticker” diretto da Georgi M. Unkovski, dove l’industria dello spettacolo è certamente meno florida che altrove.

Pozzis, Samarcanda di Stefano Giacomuzzi
Pozzis, Samarcanda di Stefano Giacomuzzi

La quasi totalità delle opere presentate è iniziata a circolare nel biennio 2019-2020, mentre sono ancora all’inizio del loro tour due lungometraggi, l’avventuroso road movie “Pozzis, Samarcanda” del friulano Stefano Giacomuzzi (classe 1995) e “7 lune e un palmo di neve”, ottimo esempio di cinéma vérité firmato dal piemontese Sandro Bozzolo che nessuno ha tenuto a battesimo prima di Edera Film Festival.

Viceversa, sono giunti ormai al termine dell’esperienza festivaliera i film dei primi due nomi a risultare già noti sin dall’edizione del 2018: quelli di Francesco D’Ascenzo, il quale aveva partecipato col corto “Allafinfinfirifinfinfine” e torna ora con “Qualcosa rimane”, e Nathalie Biancheri, autrice ieri del corto “Gibberish” e oggi di “Nocturnal”, debutto splendidamente sceneggiato che l’ha condotta in breve a dirigere un secondo ambizioso lungometraggio, quel “Wolf” con Lily-Rose Depp che il prossimo dicembre dovrebbe essere distribuito niente meno che da Focus Features.

Al di là dei meri dati statistici, è indubbiamente assicurata la pluralità di ambientazioni, soggetti e tecniche, punto di forza di una rassegna che attraverso lo sguardo dei giovani mira a restituire la complessità delle trasformazioni della realtà e le contraddizioni del mondo contemporaneo. Già la sola provenienza regionale, per quanto riguarda i titoli italiani, garantisce viaggi da Nord a Sud: “Movida” di Alessandro Padovani porta alla scoperta della spopolata ma vivace provincia bellunese, “‘L Prascondù” di Loris Di Giovanni osserva da vicino la quotidianità di una famiglia di malgari attiva nelle Alpi Liguri, “Ritorno a casa” di Antonio De Gregorio e Mattia Marano accompagna ironicamente un carro funebre dalla Lombardia al Molise, “La patente” di Giovanni Gaetani Liseo racconta le giornate di studio di un pastore siculo.

Istantanee delle società estere si possono invece trovare in “Islam de Cuba” di Marzia Rumi, che indaga la pacifica convivenza di musulmani e fedeli di altre professioni nell’isola del Che, e in “Not Everything Is Black” di Olmo Parenti, i cui protagonisti sono sei persone cieche alle quali viene chiesto di… fotografare i soggetti che più li incuriosiscono.

Accanto ai paesaggi di oggi si stagliano quelli del passato, riproposti attraverso ricostruzioni finzionali, come nel caso di “Oltre la bufera” (Marco Cassini), dedicato alla figura del fiero parroco antifascista Giovanni Minzoni, e “A Cup of Coffee with Marilyn” (Alessandra Gonnella), con protagonista un’ancora non celebre Oriana Fallaci sulle tracce della diva di Hollywood, oppure attuando ricerche documentarie, magistralmente condotte in “Cell 364” (Mathilde Babo, Zoé Rossion) e “La Napoli di mio padre” (Alessia Bottone), l’una indagine sulle angherie subite dai prigionieri della Stasi ai tempi della Primavera di Praga, l’altro tenero spaccato di vita popolana negli anni del secondo dopoguerra.

Exam di Sonia H. Hadad
Exam di Sonia H. Hadad

Un tema che quest’anno ricorre in numerose opere è la morte, affrontata con spiriti assai diversi e pervenendo a esiti variegati: può trattarsi di una condanna, come nel potentissimo “November 1st” di Charlie Manton e nel silenzioso “Soffio” di Nicola Ragone, del tentativo di suicidio narrato da “Clark”, sorprendente cortometraggio supereroistico di Andrea Ricciotti, dell’effimera risurrezione paventata dalla russa Tatyana Lyalina in “I Want to Go Home” o delle riflessioni sull’aldilà raccolte da Matteo Sandrini ne “L’uomo delle chiavi, sulla vecchiaia”, che fanno da contraltare a quelle espresse nel già citato “Qualcosa rimane”, quieta parata di compianti personaggi pubblici quali Giorgio Albertazzi, Carla Fracci e Paolo Villaggio.

Non mancano argomenti di costante attualità, dalla condizione di immigrato con un sogno nel cassetto vissuta da Amed ne “Il vestito” (Maurizio Ravallese) al disagio sociale in cui sembrano imprigionati Salvo e Fabrizio, i due ladruncoli protagonisti de “L’oro di famiglia” (Emanuele Pisano), passando per la celata disabilità che avvicina Giuseppe e Viola ne “Lo schiacciapensieri” (Domenico Modafferi).

Se la direzione artistica, responsabile anche dell’oneroso processo di scrematura delle numerose candidature pervenute, si impegna dichiaratamente a scovare i registi più dotati, non può allora evitare di includere cortometraggi interamente girati in piano sequenza quando se ne presentino di pregevole fattura: si fa riferimento in particolare a L’attesa” di Angela Bevilacqua e “La scelta” di Giuseppe Alessio Nuzzo, il primo dramma claustrofobico ambientato in un appartamento (e già raccontato su Oubliette Magazine nel corso di un intervista alla regista), il secondo occupato dal flusso di coscienza di un’errabonda attrice interpretata da Cristina Donadio.

Chiude la rosa dei corti una delegazione francofona costituita da “Bénissez-moi, mon père” (Boubkar Benzabat), graffiante commedia che contrappone un obeso fornicatore a un prete dai modi bruschi, “Ma planète” (Valéry Carnoy), in un cui un altro personaggio sovrappeso diviene inaspettatamente il modello di un’aitante fotografa, e “Rose Minitel” (Olivier Cheval), originalissimo musical che ridona smalto a uno degli antenati di Internet, ricordato soprattutto per i servizi di messaggistica erotica.

7 lune e un palmo di neve di Sandro Bozzolo
7 lune e un palmo di neve di Sandro Bozzolo

Fuori concorso, tre opere intimamente legate al territorio veneto: “Hunters – Global Pandemic”, dramma distopico realizzato in pressoché totale solitudine da Giulio Danieli nell’arco di soli 15 giorni durante il primo, durissimo lockdown, “I passi per la vita”, brioso resoconto dedicato da Simone Pazienza all’esperienza di inserimento occupazionale e di integrazione sociale che ha coinvolto un gruppo di giovani con disabilità in qualità di operatori turistici, e “Tre visi”, debutto alla regia dell’attore Stefano Pesce che omaggia in maniera tutt’altro che velata la città sede del festival e la sua caratteristica abbondanza d’acque.

Si sa, altro motivo d’orgoglio per Treviso è la paternità di uno dei dessert più conosciuti e apprezzati; ne parlerà sabato 31 l’Accademia del Tiramisù in un focus dedicato a margine di un panel intitolato “Nuovi scenari del cinema”, che coinvolgerà tutti i giurati per stimolare, con la partecipazione attiva del pubblico, una riflessione sul futuro controverso della settima arte.

Grazie anche al patrocinio della Regione e del Comune, di AIDDA – Associazione Italiana Donne Dirigenti d’Azienda, della Fondazione Benetton Studi Ricerche, del Rotary Club Treviso Terraglio e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, Edera Film Festival 2021 attende un numero di ospiti che, nell’ottica del particolarissimo e, ci si augura, irripetibile periodo storico, vien da considerare cospicuo: fra di essi, i registi Alessia Bottone, Olivier Cheval, Giulio Danieli, Loris Di Giovanni, Giovanni Gaetani Liseo, Stefano Giacomuzzi, Alessandro Padovani e Marzia Rumi, l’aiuto regista Silvia Napoletano (“L’uomo delle chiavi, sulla vecchiaia”), l’attrice Gina Alice Stiebitz (“Tre visi”), i produttori Chris Hirschhäuser (“Toprak”) e Marco Gandini (“I passi per la vita”), la compositrice Sofia Albanese (“Islam de Cuba”), la consulente Mariangela Galotto (“La Napoli di mio padre”).

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

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Intervista ad Angela Bevilacqua

 

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