“Le sventure della virtù (Justine)” del Marchese de Sade: io e gli altri eccetto me

Ogni scrittura è un parto. Anche ogni lettura. Un travaglio, che culmina in un luogo che è dove finalmente sei quello che sei e che non sapevi ancora di essere.

Le sventure della virtù (Justine) del Marchese de Sade
Le sventure della virtù (Justine) del Marchese de Sade

Poco dopo le amene e giovanili letture de Viaggio in Italia e Francesi ancora uno sforzo!, lasciai passare quasi trent’anni prima di ingurgitare in modo malsano La filosofia nel boudoir, meno a-meno, anzi, più a-più testo, che riversai dentro di me, obtorto collo, per un paio di settimane.

Senza soluzione di continuità, decisi poi di affrontare Le 120 giornate di Sodoma, che finì per abbruttirmi per oltre un mese. Il libro più imperdonabile che abbia mai letto, il cui maggior pregio consiste nella sua incompletezza.

A mo’ di Tachipirina, per abbassare la febbre, non per guarire dall’infezione, decisi di sorbirmi un’ampia dose di Musica per organi caldi di Charles Bukowski.

Da anni mi ero messo in testa che per un virus tanto virulento una cura forse c’era e si chiamava Pierre Klossowski, autore di Sade prossimo mio, mio prossimo prossimo, come dire mio amico amico, o mio libro libro. Opera che evitai di cercare, penso apposta, per una decina d’anni.

Erano vivi e mi hanno parlato era un capitolo de I libri della mia vita di Henry Miller, autore che osteggiai fin dalle prime pagine de Il tropico del Cancro, e che divenne anni dopo il mio mentore, il principale responsabile della mia educazione letteraria. I libri (e non solo i loro autori) ci accompagnano nella nostra esistenza e hanno un pregio inarrivabili: tacciono se non sono interpellati.

Dopo Justine, leggerò l’opera di Klossowski, che intuisco rappresenti una difesa accorata dell’opera e della figura del Divino e Deprecabile Marchese.

“… che non c’è nessun male da cui non nasca un bene…”, da cui si deduce che: “è essenziale per mantenere l’equilibrio che vi siano tanti buoni quanti malvagi”, non soltanto delle quote marroni scure o nere, ma una vera e malvagia equità tra i generi umani.

Al che mi viene in mente una storiella, sacra ma non troppo, in voga a Reggio Emilia. San Pietro, da un paio di millenni capo-processo dell’UAAN (Ufficio Anagrafe delle Anime Nasciture), chiede ossequiosamente a Nostro Signore se è il caso di far nascere quêlch cujòun (a Bagnól as ciàmen cajòun, ma sempre coglioni sono). Al che, il Saggissimo Padreterno lo rasserena: in gnirà ânca trôp da per sé! Non è mai esistita un’era umana in cui essi non abbondassero.

E lo stesso vale anche per i poco di buono, la cui sorte è in ogni caso segnata: e móren ânch i catîv! Così mi rassicurava la mia mamma!

Narrare la vita di Justine “è come dimostrarvi in modo lampante che la virtù incorre nelle sventure.” Lo testimonia anche il tragico esempio dei martiri, il cui etimo lo comprova.

“La natura ci ha fatti nascere tutti uguali…”

Difficile non essere in disaccordo: frase meravigliosa però.

La seguente lo è di meno: “se la sorte si compiace di sconvolgere l’ordine primo delle leggi universali, tocca a noi correggerne i capricci e riparare…”

Si tratta di un dialogo di tipo (quasi) platonico, in cui si dovrebbero distinguere le figure dei parlanti. Evito di farlo perché il parlatore è uno solo e si chiama Donatien-Alphonse-François de Sade.

“… tu vuoi che, perpetuamente sottomessi e umiliati, mentre la classe che ci spadroneggia ha per sé tutti i favori della fortuna, noi non si abbia che sofferenza, abbattimento e dolore, che bisogno e lacrime, che abiezione e castigo!” Eh no! Per la mà!

“… significa che il male risponde alle sue leggi quanto il bene e che essa tanto cava dall’uno come dall’altro. Lo stato in cui esso ci crea è quello dell’eguaglianza, colui che lo turba non è più colpevole di colui che cerca di ristabilirlo, ambedue agiscono in base a impulsi dati, ambedue devono…”

Due medici al lavoro intendono non tanto sopprimere una bimbetta, quanto sezionarne una piccola parte, mentre ella è ancora viva, non per qualche osceno gusto, ma per un sacro amore della ricerca scientifica: galileiani di stretta osservanza, insomma.

“È un solo soggetto sacrificato onde salvarne a milioni; si deve forse evitare?”

Ritratto di D.A.F. de Sade a circa 20 anni di età, opera di Charles Amédée Philippe van Loo
Ritratto di D.A.F. de Sade a circa 20 anni di età, opera di Charles Amédée Philippe van Loo

Mah! Ci devo pensare. So che certi farmaci sono a volte sperimentati sui detenuti, meglio se già condannati a morte, forse, però, non è questione così essenziale…

“… io non sapevo ancora che le lacrime costituiscono un’attrattiva di più agli occhi del delitto e della dissolutezza…”

Quelle gocce di gentile umanità sono come un incentivo a recare un male ancora più sublime.

Si tratta di una forma di privilegio: “… insegnatele che non è presso uomini quali noi siamo che la compassione può vantare diritti.”

In quell’eremo vi sono femmine, stavo per dire donne!, di varia età e condizione. C’è una canuta settantenne reclusa da una vita e alcune giovinette che presto, d’un tratto e misteriosamente, scompaiono nel nulla. S’ignora quale sia la discriminante per andarsene (sparendo chissà dove). Non è l’età, il carattere, la bellezza. È il caso. Una cosa a metà strada tra il destino e il fato (i cui etimi individuano la maggiore o minore irrimediabilità).

Justine salva la vita a un miserabile, per cui costui si sente in credito verso di lei. Sic transit justitia mundi. Anzi, non transita affatto, non essendoci.

“… come ti viene in mente che un uomo pari mio che naviga nell’oro e nell’opulenza, un uomo ricco di un milione e passa di reddito, sul punto di recarsi a Venezia per goderne a suo agio, possa abbassarsi fino a dover qualcosa a una miserabile della tua specie?”

Si tratta di due specie animali diverse, una carnivora, l’altra quasi esangue e a digiuno.

“M’avessi anche restituita la vita, non ti dovrei niente giacché non ti sei data pena che per te stessa. Al lavoro, schiava, al lavoro!”

Marx, qualora avesse letto il romanzo sadiano, ne avrebbe potuto trarre ispirazione.

“Impara che la civiltà, sovvertendo le leggi della natura, non le ha nondimeno tolti i suoi diritti; essa creò in origine degli esseri forti e degli…”

Mai offendere un umano recandogli un servizio, specie se gli risolvi un grave problema esistenziale: “Non è sempre umiliato colui che riceve da altri, e quest’umiliazione che egli prova non compensa a sufficienza l’altro del servizio reso?”

Non lo so; la faccenda è dubbia. C’è chi ha anche detto che l’elemosina umili più chi la fa di chi la riceve, perché gli ricorda che è stato assurdamente favorito dalla sorte.

“L’ingratitudine, invece d’essere un vizio, è dunque la virtù delle anime fiere” … e feraci, come le trusère, che non sono altro che quelle isolette di letame vaccino duro, lasciato a maturare nei campi, che dopo tre o quattro mesi può venire utilizzato a concimare il terreno.

Incredibile la modernità di questi sadici: “In inverno, ci venivano dati dei calzoni e un panciotto da mettere sulla nuda pelle, specie di divisa che coprendoci da ogni parte in modo aderente esponeva egualmente i nostri disgraziati corpi alle percosse del nostro carnefice.”

E pensare che due secoli dopo le modelle che sfoggiavano le prime braghe furono prese a sassate dai parigini sconvolti da tanta arditezza.

Se una vittima chiede un briciolo di pietà, giustamente viene redarguita: “Con quale diritto?” il carnefice si spiega: “Io non ti chiedo niente… io prendo…” Qua non esistono diritti, ma opportunità. “Non c’è amore nel mio atto…” E manca il conseguente amoroso servaggio. Dopo qualsiasi oltraggio è logico che ne consegui il successivo.

Sottolineo una vivacità linguistica di Justine, quando definisce il suo torturatore “quell’insigne farabutto.” Beh, se non è rispetto questo!

“Invano le leggi tendono a ristabilire l’ordine e a riportare gli uomini alla virtù; troppo inadeguate…”

È come asciugare con uno straccio il pavimento mentre continua a debordare acqua dai tubi.

Interessante e probabilissima teoria: “Quando l’interesse generale degli uomini li porterà alla corruzione, colui che non vorrà corrompersi insieme a loro, lotterà per conseguenza contro l’interesse generale…” Cóst l ē pôc ma sicûr!

Del resto si dice cadere nel peccato, che è un errare vorticoso nel vuoto cosmico. È il centro della Terra, con la sua attrazione, che induce a peccare, ed è lì che signoreggia Belzebù.

Per salire occorre sprecare energia, non ne vale la pena!

Basta lasciarsi andare per precipitare dove la condanna è certa ed anche eterna!

Marchese de Sade - Cella in cui fu imprigionato nel Castello di Vincennes
Marchese de Sade – Cella in cui fu imprigionato nel Castello di Vincennes

Il mondo è minato dagli effetti del secondo principio della termodinamica, all’entropia definitiva, massima e glaciale misura del disordine cosmico. Il cosmo è un infinito abisso che attira le anime che vi ruzzolano dentro, ma una alla volta per carità!

“Il rimorso non sta a provare il delitto, esso denota solamente un’anima facile a essere soggiogata.” Ed è il nemico numero uno della libertà.

Ecco una banalità, per altro verissima: “… niente in fondo merita ragionevolmente il nome di delitto, che è solo una questione di opinioni e di geografia.” E di storia, soprattutto. Chi butteresti oggi dalla Rupe Tarpeia?

Poi succede il patatrac. A quell’angelica di Justine, in fondo egoista come gli altri, capita d’incorrere in un omicidio (colposo): “… appoggiandomi su di una trave mezzo consumata, mi cede il terreno sotto il piede, il gesto che mi viene istintivo è di mettere avanti la mano; quest’impulso della natura fa sì che io lasci il mio prezioso fardello, e la sventurata piccina cade fra le fiamme sotto gli occhi della madre.”, che è un’adorabile e subdola ladra, nonché spietata assassina, e una madre come poche (per fortuna!).

Non so come né perché, Justine se la cava anche stavolta. E viene liberata e assolta da ogni misfatto presente e forse anche futuro.

La cosa davvero non le va giù: “Ella divenne cupa, inquieta, pensosa, talvolta si metteva a piangere in mezzo ai suoi amici…” La spiegazione la dà lei stessa: “Io non sono nata per tanto benessere…”

Per fortuna il classico fulmine a ciel sereno smorza, bruciandola, tanta virtuosa mestizia: “La folgore era penetrata in lei…” – l’ultima, dolorosissima, deflorazione da ella subita.

De Sade scrive alla fine del suo accorato manoscritto: “Finito in capo a quindici giorni, l’8 luglio 1787.”

Intrigante era stata la Prefazione di Guido Piovene, di cui riporto alcuni stralci.

“Justine è un demone ambiguo, misterioso e per questo è un’invenzione artistica. Non perché sia una masochista, come ha scritto Jean Paulhan.”

L’eroina è candidamente esistita solo nella mente di de Sade, e poi, attraverso la sua penna, sulla carta vergata in quelle due settimane.

Più acuta questa considerazione: “La voce di Justine è come quella di un ventriloquo, e contiene una seconda voce, però appena avvertibile, di sarcasmo, anzi di irrisione, quasi una risatina che risuona chioccia nel ventre.”

Che quest’ambiguità sia una caratteristica dell’autore? Rammento ancora “quell’insigne farabutto”.

Più ampio e un po’ logorroico il saggio finale di Jean Paulhan, citato da Guido: L’ambigua Justine o le rivincite del pudore.

“Qualunque cosa le succeda, Justine si meraviglia. L’esperienza non le insegna nulla.”

Per forza, la tipa è vergine dalla nascita e lo rimarrà fino alla morte, nonostante gli spietati abusi sessuali in cui rimane vittima.

È sempre formattata, come dicono i cibernetici, anzi, meglio: è inizializzata. Ogni volta occorre inserire in lei i file di sistema, essenziali per il funzionamento del programma necessario al fruitore. I vecchi dati vanno annullati ogni volta, per predisporre lo spazio di massa all’inserimento dei nuovi comandi.

Veniamo al dunque: “Per molto tempo si è creduto che quel gigantesco catalogo di perversioni, Les Cent vingt Journées, formasse il coronamento della sua opera. Nient’affatto. È soltanto la prima pietra, il primo passo. È un passo che l’Enciclopedia non avrebbe sconfessato. Sade s’impone anzi un rigore che gli Enciclopedisti non hanno sconosciuto…”, che sono descritti come dei bari, rispetto al marchese, “perché sono di natura fragile e spesso lacrimevoli: senza tregua infastiditi dagli altri, dispostissimi a fuggire l’uomo tal quale lo vedono, lo toccano, lo frequentano, a favore di non si sa quale buon selvaggio…”.

Al che il Marchese non riesce a non sbottare: “Ecco precisamente quel che io amo trarre in inganno…” e aggiunge, a mo’ di concia: “Si trattava di conoscere l’uomo. E voi volete già cambiarlo.”

No!

“L’uomo è uno” dice, “e lucido. Non fa niente senza ragionare.”

Paul ne consegue che: “… che de Sade ci sia dunque prezioso, per rifiutare la menzogna, e questo inganno!”

Gli eccessi di questo gentiluomo? “De Sade non è paziente. Credete che gli altri non lo esasperino con le loro estasi sulla natura, coi loro pianti di fronte alle cascate, e fremiti sull’erba tenera?”

Capelli di Venere di Casaletto Spartano - Photo by Stefano Pioli - 2010
Capelli di Venere di Casaletto Spartano – Photo by Stefano Pioli – 2010

Il mio pensiero corre ai Capelli di Venere, ameno spettacolo idrico sito a Casaletto Spartano, nell’Alto Cilento. In quell’amena pozza d’acqua, caro Marchese, io ti vorrei affogare, brutto energumeno che non sei altro!

Come vedi, il vaccino antirabbico non sta funzionando per nulla. La mia è però una passione amorosa: kam’à, espressione a te estranea. O no? Sei tu alieno a lei, o lei a te?

“Si parla volentieri di sadismo ai nostri giorni, nei giornali e nei libri seri. Si fa molto bene. Si tratta di un atteggiamento dell’uomo affatto immediato e naturale, che è conosciuto da sempre; oltretutto sta racchiuso in poche parole: noi esigiamo di essere felici; esigiamo anche che gli altri non lo siano altrettanto.”

Esigiamo da chi? Dalla vita? Da Dio? Dal Fato irrevocabile? Dal Destino, più mite e quasi irrevocabile, che dona una pur larvata speranza?

Ora la mia unica condizione di scampare dal miasma sadiano risiede in quel mefitico Pierre. Ma dubito fortemente. A presto, caro…

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Marchese de Sade, Le sventure della virtù (Justine), Longanesi, 1975

 

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