“Essere dispersi” di Santiago Zabala: la libertà nell’epoca dei fatti alternativi, interpretare è sovvertire

Il titolo originale è Being at large, che “viene spesso utilizzata per chi evade di prigione, per chi è scappato e non si sa dove sia.”

Essere dispersi di Santiago Zabala
Essere dispersi di Santiago Zabala

Ergo: essere al largo per scelta e per volontà di fuga.

“…  l’italiano ‘essere dispersi’ evoca la speranza di essere trovati…”, ma “entrambe le espressioni evocano un elemento di avventura che è inevitabile quando ci sentiamo liberi e lo siamo.”

Salvo assurde eccezioni, anche il più irriducibile fuggitivo desidera, in una qualche microarea della sua anima, di essere ritrovato e salvato. La fede cristiana, che informa la nostra psiche, un anelito di speranza non lo nega a quasi nessuno. Io credo che il quasi sia prudenziale ma errato. Lo mantengo perché io non so nemmeno di non sapere e qualsiasi mia affermazione necessita almeno dell’ombra del dubbio. Io sono quasi categoricamente convinto di questo.

L’uomo ha bisogno di catene, con annesse le chiavi che gli consentano di liberarsi quando ne abbia desiderio. Civiltà ed Eros, più l’una o l’altro a seconda dei momenti e degli stati d’animo.

La Prefazione e la Prefazione all’edizione originale sono anonime. Anche l’Introduzione, ma poco importa. In essa è riportata una dichiarazione di Kellyanne Conway, consigliera di Donald Trump, che, definendo una variazione sospetta rispetto a un dato reale, parlò di “un’aggiunta di fatti e informazioni alternative in possesso della Casa Bianca”, della serie così è perché lo diciamo noi, anche se non vi pare. Non una banale fake new, ma un’intensa verità di regime.

Secondo Heidegger, la veritànon è ciò che corrisponde a una realtà oggettiva ed eterna, bensì ciò che ci avvolge in quanto esseri umani in uno spazio, un tempo e una tradizione dati. Il nostro incontro originario con il mondo non è oggettivo, non è l’esperienza di uno spettatore che osserva un mondo, ma di qualcuno che è coinvolto nelle cose, intrise a loro volta di significati umani.”

La meccanica quantistica lo afferma dal 1927 tramite la voce di Werner Karl Heisenberg, che col suo principio d’indeterminazione stabilisce i limiti nella misurazione della posizione e della quantità di moto di una particella. In generale indica l’impossibilità da parte dello scienziato di non farsi coinvolgere nell’atto della misurazione, variando con la sua esistenza l’esito della stessa. La misurazione alla fine c’è, ma è inesorabilmente mutata dall’esperienza stessa.

La filosofia taoista afferma che l’arciere, il suo braccio, l’arco, la freccia e il bersaglio, sono compresi nel medesimo processo, tutto è funzione fenomenica del tutto.

Curioso è il fatto che due tedeschi che iniziano con la H e che hanno associato, ognuno a modo suo, il loro nome all’ideologia nazista, siano stati tanto importanti nel variare la storia del pensiero del XX secolo.

“Heidegger propone il termine Dasein, ‘Esserci’, che non indica il mondo, né il soggetto, né il primato di uno di essi, bensì la loro relazione, il ‘fra’, che non sorge dell’unione dei soggetti con il mondo ma dalle caratteristiche sostanziali del soggetto stesso, ovvero la ‘gettatezza’, la ‘deiezione’ e, soprattutto, l’‘esistenzialità’.” Qui sorgono, almeno per me, le difficoltà.

Gettatezza:l’Esserci si trova già sempre in un dato ambiente storicamente condizionato”, con tutti i limiti e i condizionamenti insiti in esso.

Deiezione:la sua esistenza in mezzo a esseri che sono sia Esserci sia non Esserci.”

Esistenzialità:il poter essere (Seinkönnen)”.

Attenzione, però: “… Heidegger non intende solo indicare la cosiddetta irrealtà dell’essere, ma anche che questa condizione è proprio ciò che libera i pensatori.” I quali “stanno in una relazione ermeneutica con l’essere la cui condizione è logora, quasi irreale.”

Su queste ultime osservazioni io esercito il diritto del dubbio al momento, per me, insolvibile.

Sartre:nous sommes sur un plan où il y a seulement des hommes”.

Heidegger:nous sommes su un plan où il y a principalement l’Être”.

In fisica gli enti che più somigliano in modo più splendido all’Essere sono i bosoni privi di massa, che recano le interazioni fra le altre particelle massive (fermioni), per esempio i fotoni che, oltre che a farci vedere, spostano su e giù, da un livello all’altro, gli elettroni; o i gluoni che tengono uniti i protoni e i neutroni, e i loro quark, fra loro e le eventuali particelle che compongono i quark stessi, che sono al momento soltanto ipotizzabili. Sia i fermioni che i bosoni sono dotati di energia.

Inoltre, e non si sa se esista o se sia, quel che è al di sotto dei limiti spazio-temporali di Planck non si sa a cosa obbedisca o se sia libero da condizionamenti.

L’atarassia invocata da qualche filosofo epicureo dovrebbe (non) risiedere laggiù: imperturbabilità, chissà.

La stessa parola dovrebbe non risulta idonea a configurare tale (non) condizione fisica.

Martin Heidegger
Martin Heidegger

Heidegger, Heisenberg, Einstein erano composti da fermioni e bosoni, esattamente come Epicuro e il sottoscritto.

Martin si chiedeva: “Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla?”. La metafisica domanda escludeun termine medio fra l’essere e il Nulla”. Chissà perché; pur non esistendo, quel Nulla necessita di una maiuscola?

Cosa significa essere?È un voler cogliere l’inafferrabile.” Ci si può occupare della parola.

“… l’essere è la forza che ancora oggi sostiene e domina tutte le nostre relazioni con gli enti…” – è il nostro entanglement. La nostra ragion d’essere collegati alla ragion d’essere.

“… l’essere può venire compreso solo attraverso la conversazione, perché entra nel linguaggio all’interno della conversazione, e non il contrario.” Ergo: il linguaggio non entra all’interno dell’Essere. Ci informa del mondo attraverso le parole, ma si nega alle stesse. Non possiamo definirlo.

Eppure ne stiamo parlando…

La metafisica si occupa dell’Essere, pur senza poterlo capirlo.

È, debole o ininfluente che sia sull’Essere, la nostra tendenza a vedere senza vedere oltre la fisicità. È una forma di energia che ci conduce sempre in là, mai abbastanza per capire, ma a sufficienza per poter continuare ad avanzare.

La filosofia scruta l’essere, senza scrutarlo, non “attraverso l’eterno, ma lo comprende attraverso la propria storia…”.

Secondo Vattimo, l’ermeneutica “si presenta come la forma più appropriata al ‘pensiero’ che corrisponde all’essere come evento”, contando sul fatto che “afferra la vocazione dell’essere a darsi come verità del linguaggio umano. La natura ‘eventuale’ dell’essere non è quindi altro che ‘la disvelatezza’ degli orizzonti storico-linguistici all’interno dei quali gli enti (le cose, l’uomo ecc.) si rendono ‘presenti’. In questa modalità l’essere non è mai davvero, ma invia se stesso, è in cammino, trasmette se stesso attraverso l’orizzonte del linguaggio.”

L’essere è, per quel filosofo,ciò che diviene e muore, perché ha una storia, una permanenza che gli è propria nella sua molteplice concatenazione di significati e interpretazione.

Ciò che più assomiglia a questo carosello ora sì e ora no è la continua trasmutazione di massa ed energia, secondo la consueta formuletta albertiana. Tutto deve storicamente accrescersi e diminuirsi, variare il proprio stato, annullarsi e riformularsi, in un perenne e mai esausto E = mc2.

L’Essere è la ragione che è oltre, non sopra né sotto, tale formuletta. La metafisica è sempre oltre essa.

“… l’ermeneutica non ha conservato il dialogo come suo centro d’interesse, ma si è progressivamente lanciata in una filosofia conversazionale…” – in cui quel che conta non sono i conversatori, ma la conversazione in sé.

Non tanto gli espressori, quanto l’espressione.

“Quando ‘i nostri concetti personali minacciano d’irrigidirsi’…”io io io io“e diventano incapaci di comprendere gli altri, il movimento della conversazione può ‘spezzare una resistenza dentro di noi’, quella all’ascolto.”

Dice Vattimo: “… nuovi sensi dell’esperienza, nuovi modi di darsi del mondo…”del mondo, in cui siamo anche noi e le nostre miserie.

Dice Heidegger che la filosofia “costituisce un evento (Geschehnis) che l’essere (nell’apertura che gli appartiene) deve sempre di nuovo realizzare.”panta rei.

Distruzione, per Heidegger, secondo Vattimo:rappresenta invece la totalità di un cammino da seguire: la storia dell’indebolimento dell’essere.”invece non indica mai una rottura definitiva col passato, ma una nuova conflagrazione: un fatto si è annichilito per far posto, con la sua dose di energia, al successivo.

Macché “essere/nulla, verità/errore, mente/materia”, concetti così schifosamente oggettivi. Si tratta di polarità da bipolari, indegne delle nostre saggissime menti.

Se “noi dovessimo solo rap-presentare gli oggetti nella loro presenza atemporale, pretendendo di fornire resoconti scientifici oggettivi, allora il nostro essere diventerebbe un oggetto come tutti gli altri…

Invece, fortunatamente, “noi abbiamo una relazione con il nostro essere che si chiama ‘esistenza’, ed è un’autorelazione, quindi una relazione con l’essere.” – tutto è relativo, no?

Distruggere non significa annientare ma smantellare, estirpare e accantonare”, dice il buon Martin, in Che cos’è la filosofia.

Così possiamo entrare finalmente in quella conversazione filosofica che non conduce da nessuna parte, amando l’altrove, e va sempre innanzi.

Non si dubiti affatto che “… la metafisica, in generale, non possa essere oltrepassata (Überwindung), ma solo indotta al trapasso: bisogna affrancarvisi (Verwindung).” Farsene una ragione, in dû paróli, anşi, trî.

L’essere non va più indagato metafisicamente, bensì storicamente. Come se fosse una delle tante battaglie esplose ai piedi delle mura di Gerico. Nella rilettura di quegli accadimenti si coglie un’ipostasi dell’essere. Ma solo per chi crede.

“… la fine della metafisica si mescola con la fine della ricerca dell’essere…”

Quel geniale fanfarone di Pablo ganassò: Io non cerco, trovo. Martin non fu meno immodesto.

L’essere è quello che fa sgorgare l’ente, la sua regola, nulla più. Non è poco, però. È la legge che sta oltre la fisica. Ma non va cercato con la metafisica, ma parlando intorno alla storia umana e al suo linguaggio.

“… il filosofo post metafisico diventa un ascoltatore, colui che risponde ai residui dell’essere al fine di stabilire con essi un rapporto di ‘audizione’…”

In definitiva, macabra ma pur sempre incerta espressione: “la filosofia dopo la distruzione della metafisica diventa un’interpretazione dei residui dell’essere.” – una forma di arte materica, che aspira all’astrazione.

Martin dice che l’ermeneuticanon deve mirare a prendere conoscenza di qualcosa, ma al conoscere esistentivo, cioè a un essere.” – uno, nessuno e centomila, ma non l’…

È un essere partorito da un altro, partoriente un altro: una dinastia di esseri, tutti universali e purtroppo relativi, collegati al passato e al futuro.

Occorre predisporsi a “l’attingere, l’acquisire, il radunare quel che si cela nell’antico.” – archeologia dell’essere, ermeneutica.

“… l’essere già da sempre è, può essere generato attraverso l’interpretazione e non creato da un vuoto.” – quel che fa paura a Martin è il caos, l’abisso. Martin soffre di vertigini.

L’ermeneutica serveper ‘realizzare sempre di nuovo l’essere’”.

Gianni Vattimo & Santiago Zabala - Photo by MultiSignos
Gianni Vattimo & Santiago Zabala – Photo by MultiSignos

Rorty è un analitico vecchia scuola. Vattimo è un sorprendente e incontinente continentale: un figlio della vecchia Europa. Entrambi, separatamente, capiscono che ormai il pensiero è debole, asfittico, claudicante. L’interpretazione dà almeno l’illusione di poter ancora dire qualcosa, come se quel dire fosse filosofia, e lo è, almeno qui da noi. Quella ci è rimasta, ormai, dopo la distruzione della metafisica operata da Martin.

Questi ottimi filosofi, che negano la metafisica, e sorvolano come aquile sulla fisica, ignorano che (non) colà c’è il meta-phisis inconoscibile, almeno per ora. Tutte le teorie scientifiche valgono al di qua, non al di là di qualcosa a me caro.

Il punto della fisica che più m’affascina è quello di cui si può solo ciarlare, ermeneuticamente, è sempre lui: quel che avviene al di sotto dello spazio di Planck, dove pare non esista il senso delle leggi del mondo, almeno quelle definite dall’uomo. Ma anch’esso non è nullo: 1,616199256 x 10ⁿ, con n = -35, metri, con un’incertezza (che non manca mai) di 0,000081 x 10ⁿ, con sempre n = -35, metri.

Nulla, dentro la storia umana, è sottinteso: nulla vi è di scrivibile, da parte dell’uomo, per cui non v’è in alcun evento storico notizia di quel non luogo. Però ci si può divertire a scriverne poeticamente. Come chiamare questo tutto non ciò? Chi se ne deve (non) occupare? I poeti? I filosofi? I derelitti naufraghi?

Martin insiste sul linguaggio, beato (e poverino) lui che ci crede così ciecamente. Io pure l’amo, ma sento che esso pecca d’intelligenza ed è a volte bipolare, bisognoso di cura e di essere internato in qualche casa-famiglia. Da solo non riesce a svolgere le attività tipiche dell’esistenza. Inabile con accompagnamento. Purtroppo nessuno lo può accompagnare. O, meglio, chiunque può farlo purché accompagnato da fratelli di sventura. Anche l’accompagnatore necessità di accompagnamento.

Si distingue fra dialogo (del tipo platonico), che arriva da qualche parte, e conversazione, che non conduce da alcuna parte, ma che si può sempre percorrere, interpretando il primo testo che si trova, che cela l’essere di chi l’ha scritto o pronunciato. L’Essere si adombra. Si scorge e, pluff!, si nasconde di nuovo. La conversazione consiste nel rincorrerlo ad libitum e anche ad nauseam. Il parlare prescinde dalla lingua dei conversanti, ma essendo conversazione diventa lo strumento che produce filosofia.

Occhio che io sto ermeneutizzando Zabala, non Martin e i suoi epigoni.

Vorrei interrompere per un attimo questa non certo tepida reazione rivolgendo il pensiero (mosso, purtroppo) al solito Jiddu Krishnamurti. Egli crede (e, anche se è morto, ci confida tuttora sporgendosi dai suoi libri viventi) nel pensiero immobile, privo di perturbazioni storiche e culturali. La realtà è quella serpe, affrontala col bastone senza pensare alla storia dei morsi ofidici. Non farti frastornare da quello che rimbalza dentro di te. Blocca la palla. Ascolta il silenzio. Medita su quell’immobilità. Accantona per un attimo la metafisica, l’ermeneutica, il linguaggio, la conversazione, il dialogo. Taci, che il tuo nemico interno ti ascolta. Tu ascolta lui, e soprattutto sssst…

Stephen Hawking (in Breve storia del tempo) riporta una frase di Wittgenstein:L’unico compito restante per la filosofia è l’analisi del linguaggio”, sssst…

“… L’essere c’è nella misura in cui non c’è solo o principalmente l’ente…” – l’essere viene desunto meglio senza l’ente. L’ermeneutica migliore è quella priva di sovrabbondanze, una singolarità scevra di interpretazioni.

Libertà è…possibilità di essere dispersi”, cioè “il lasciarsi coinvolgere nello svelamento dell’ente in quanto tale.”

Navigare altrove, sempre più in là. “Il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Per Martinl’essenza della verità è la libertà, la libertà di lasciare che l’ente emerga, si sveli, sia.” Sia Jiddu che Martin puntano a cogliere quello che emerge dai flutti, insieme al nuotatore. Per uno quel che conta è il pensiero muto, per l’altro è la conversazione ermeneutica. Particolare curioso: anche Jiddu scrive e va interpretato, al di là delle sue intenzioni, ben inteso. Lui osserva in modo assoluto, senza giudicare né tradurre. Tu, lettore, non ce la fai, non puoi.

C’è chi dice che il lettore e lo scrittore utilizzino soltanto il 2% delle loro possibilità cerebrali. Esiste tutta una letteratura su questo. A me non viene però voglia di prendere l’aereo e andare in India, per poi entrare in un qualche ashram ecc ecc. Ho troppa frenesia di leggere, scrivere, fare, fare, disfare, disfare. Sono malato irrecuperabile, disperso tra le pagine della vita, soprattutto quelle che contengono cellulosa.

Vattimo: “… l’ermeneutica diventa consapevole della propria vocazione nichilistica; e prende atto della minaccia che ogni pretesa di verità assoluta rappresenta per la libertà e per la storia dell’essere.” dura ermeneutica sed ermeneutica. Oppure: l’ermeneutica non guarda in faccia a nessuno. È brutta ma schietta, senza fisime, né addolcimenti.

Gadamer: “… l’interpretazione è un inserimento (Einlegen) di significato, non una scoperta (Finden).”

A seconda del significato cambia la militanza, ma di che?, si chiede Vattimo.

“… la storia dell’ermeneutica può essere letta come la storia della lotta esistenziale per la libertà.” – ogni esistenza ha la sua?

“In questa lotta l’essere diventa non più un oggetto ma la nostra personale interpretazioni in quanto progetti gettati, vale a dire un coinvolgimento attivo contro le imposizioni esterne.” – tutti contro tutti? O è meglio formare degli squadroni di belligeranti?

E c’è bisogno della giusta dose di eroismo, perché è “sempre richiesto uno sforzo esistenziale per raggiungere un’esistenza libera.

Vattimo: “Di fronte all’irrigidimento della disciplina sociale che sta accompagnando la globalizzazione, l’ermeneutica diventa consapevole della propria vocazione nichilistica; e prende atto della minaccia che ogni pretesa assoluta di verità rappresenta per la libertà e per la storia dell’essere.”

Rappresenta una legittima difesa contro chi intende utilizzare l’uomo di pensiero secondo il proprio fine autoritario. L’ermeneutica diventa un diritto all’opposizione. Quello che non comprendo è se serva anche a interpretare le scritture storiche e a quale fine lo si faccia. Così come descritto pare un atto mirato alla salvezza dell’individuo esistente, che non è poca cosa, ma non a quella della comunità composta dagli Altri.

Fermo restando che il capitalismo ignora la giustizia sociale, Vattimo cosa ne pensa? Che importanza rileva nei confronti del suo obiettivo esistenziale?

Webb: “l’interpretazione è un impegno ‘verso le sue stesse condizioni, teso a modificare la forma della sua stessa pratica; sia per rispondere alla situazione storica in cui si trova, sia per contribuire a rimodellamento della situazione.’”

Alberto Mingardi
Alberto Mingardi

Studia la storia, la adatta, la trasforma. Ognuno verso il suo fine esistenziale? Domanda sciocca che non riesco a non rivolgere a chi potrebbe rispondermi: l’uomo è ancora un animale sociale, o si convive in una tribù di esistenti egotistici? Occorre chiederlo a quel bravo e inappuntabile ragazzo di Alberto Mingardi, chiunque egli sia? Qual è l’ermeneutica della frase: Ama il tuo prossimo come te stesso?

Rorty:gli esseri umani non hanno una natura da conoscere, ma una storia da reinterpretare.” – a cosa serve l’interpretazione? Qual è il fine di tanta fatica? Semplicemente comprendere e poi?

Il nichilismo a cosa serve, se non a esaltare a chi non crede in nihil? Crede allora in qualcosa? In cosa? In quel nihil?

Vattimo e Rortyrifiutano la verità in favore della democrazia e della libertà”.

Vattimo:l’addio alla verità è l’inizio, e la base stessa, della democrazia.” Quindi s’interpreta per il bene del popolo.

Rorty:se ti prendi cura della libertà, la verità si prenderà cura di se stessa.” – Io sono libero, quindi la verità c’è, da qualche parte.

“… nessuno dei due crede che le proprie resistenze ermeneutiche alla verità possono risolvere i nostri problemi; sono però persuasi che possono consentirci di dare un senso al diritto esistenziale di ciascuno di avere interpretazioni diverse dagli altri.”

L’ermeneutica ha una funzione che somiglia ai file di sistema di una memoria di massa. Format c:\ Are you sure? Your data will be deleted! Yes. Col tuo ordine confermato ora la memoria di massa conterrà solo quei pochi file di sistema che serviranno a rapportarsi con tutti gli altri. Dopo di cui la puoi riempire con i dati che vuoi, a prescindere dalla loro etica ed estetica. I dati sono enti complessi, costruzioni umane basate su linguaggi di diverso tipo, basati su logiche algoritmiche, e sono interpretabili a vari livelli, ciascun fruitore avrà il suo proprio. Dopo di cui egli potrà creare, volendo, una sua variazione sul tema, scrivendo un testo, elaborando un conteggio, archiviando un dato, deformando un’immagine o un filmato.

È un discorso democratico, ché il processo può riguardare tutti coloro che non rifiutano il computer (ormai una rarità esistenziale). Può, ma non è sempre così. La libertà è consentita solo a chi ha risolto il suo problema economico-finanziario. Gli altri, che non hanno il computer, sono destinati a soccombere. Anche se il cellulare, come la speranza, ormai non lo si nega a nessuno, e ha risolto in parte quel problema.

Interpretare è già cambiare il mondo, perché implica sempre un nuovo contributo.” Questa è l’unica speranza. Poi, la vera battaglia (per la vita) infurierà altrove.

“Freud ha creato la psicanalisi, in cui l’‘interpretazione dei sogni è la strada maestra verso la conoscenza delle attività della mente’”

L’altro gigante ermeneutico è Nietzsche, che “ha sviluppato un progetto esistenziale al servizio della volontà di potenza, in cui ‘non ci sono fatti, ma solo interpretazioni’”, che si appella “a una trasvalutazione di tutti i valori e nell’abbandono delle ipotesi su Dio e su tutti i suoi sostituti metafisici.”

Per Freud la psicanalisi è “un procedimento per l’indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere”; ed è anche “un metodo terapeutico (basato su tale indagine”; infine “è una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica.” Anzi, è un “nome” unico che definisce le tre azioni.

La psicanalisi è basata soprattutto sull’ascolto, che necessita di una successiva interpretazione, “il solo modo per comprendere lo scarto fra ciò che è conscio e ciò che è inconscio”, utilizzando nuove forme di indagini, basate sul “metodo delle ‘associazioni libere’, che obbligano il paziente (non l’interprete) a riferire pensieri nascosti o dimenticati.”

Se, con Descartes, “l’oggettività prevaleva sul soggetto”, qui i due termini si compenetrano. Non più l’irrazionale è anormale, non più il normale è necessariamente razionale.

Secondo Golomb, “La salvezza dalla salvezza stava diventando un motivo centrale della filosofia matura di Nietzsche.”

Una frase mi colpisce: “Anche se molti interpreti illustri del filosofo tedesco – come Gilles Deleuze, Sarah Kofman e Arthur C. Danto – non concorderebbero, ci sono nei suoi scritti significative prove a sostegno di questa posizione.” (che il Nietzsche psicologico vale il Nietzsche filosofo). Questo significa che un’interpretazione va bene se la si dà, come il famoso rigore c’è se arbitro dà, di Boskov.

Anch’io posso interpretare un filosofo o un interprete, quale Zabala è e affermare, come se fossi un uno in mezzo a tutti gli altri: Così è se anche se non vi pare! Chiunque potrà poi interpretare la mia interpretazione.

Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche

Nietzsche tratta “il lettore non solo come un lettore, come un intelletto, ma come una persona vivente, come un essere umano psicologico, di cui i sentimenti, la violenza, gli affetti, i valori, la volontà di potenza potevano essere suscitati, stimolati, trasformati dal gesto della lettura…”

Lo lessi pressoché tutto prima dei miei trent’anni e a volte mi domando cosa ci abbia capito. Ricordo però che mi trasmise molta energia. Nietzsche tratta il lettore come un altro se stesso, gli conferisce quasi il medesimo suo valore, quasi ovviamente. Ma rispetto al rigido e precisissimo Descartes…

Nietzsche “non tratta i propri lettori con la benevola neutralità del terapeuta, è che la scrittura e l’interpretazione non sono attività speculative, ma espressioni di volontà di potenza.” Esistenza non nemica dell’altrui esistenza, come sono solo antagonisti due amici che si affrontano a braccio di ferro, e vinca il migliore. Qui il migliore non esiste, o è Nietzsche, se proprio si vuole indicare con passione un pazzo vincitore.

Io preferisco pensare l’autore che leggo come la stella doppia che mi fronteggia, verso cui e da cui viaggiano quantitativi ingenti d’energia

“L’arte diventa necessaria per afferrare l’irrazionalità che sta alla base della cultura e della civiltà classica.” – è un discorso che oggi pare quasi banale, ma non lo è mai stato, e non lo sarà mai.

“… Nietzsche preferiva una storia al servizio della vita, associata cioè alla libertà e all’emancipazione.” – non alle catene della Civiltà, ma all’esperienza dell’Eros.

Vattimo: “è il mondo come tale, nel quale non si può più fare una distinzione tra vero e falso, che è nella struttura più profonda, favola” – ma se la favola è il mondo, nulla non lo è. Esistono solo delle favole da interpretare.

“… Nietzsche afferma che ogni cosa è interpretazione, e che la soggettività dell’interprete non rappresenta un punto di riferimento definitivo. Sia il metodo storico sia quello positivista risultano quindi superati, perché tocca all’interprete dare un senso al passato.” Non esistono fatti in sé, ma fenomeni da cercare di tradurre con un linguaggio comprensibile.

Il capitolo 6, intitolato Interpretazione e alterazione, studia due ermeneutiche religiose, quelle di Lutero e di Agostino.

Lutero partìdalla convinzione che una simile riforma dipendesse dall’interpretazione biblica”. Non una riforma di una religione, ma della traduzione della Bibbia. “Benché egli rispettasse i Padri della Chiesa e li considerasse ermeneuti competenti, era persuaso che i loro commenti richiedessero una destructio: limitata a quel “che velava l’originario messaggio cristiano.”

Lasciò nel libro “ampi margini e vasti spazi bianchi fra una riga e l’altra!. L’obiettivo sotteso non era solo che gli studenti riportassero a margine i propri commenti e quelli di Lutero ma, soprattutto, che diventassero” più autonomi nella lettura. La sua Bibbia costava molto di meno rispetto alle altre ed era molto più chiara, grazie a qualche libertà mirata a una maggiore comprensione.

Ekkesia” diventò “Gemeinde, che significa ‘comunità’”: lo scopo sottinteso era di creare questa comunità.

“Interpretare le scritture è, per Agostino, un profondo esercizio di esame e rivolgimento della coscienza, da intraprendere con timore e trepidazione anziché con quel sentimento di certezza…”, che chiude per sempre il discorso.

“… permettere che se ne sviluppi una varietà di letture possibili, in quanto esistono più vie di salvezza. Le Scritture, pur essendo testi umani che si riferiscono a Dio, non vanno in nessun modo considerate come divine.” – troppo bello per essere accettabile.

La vena anarchicadell’ermeneutica agostiniana si rivela in quantola dimensione pratica e vivente della Bibbia si oppone ai suoi aspetti grammaticali e letterari.

Lessi anni fa la versione italiana di al-Qur’ān, e ho la consapevolezza di non conoscere in gran parte il testo originario. Per cui: “Il fatto che in ogni linguaggio il verbum sia espresso in modo diverso significa soltanto che esso non può mostrarsi, nel suo vero essere, nella lingua umana.” – non resta che affidarsi alla propria interpretazione dell’altrui. Per avere un’idea del problema si prenda una lirica di Hölderlin e si leggano le sue quattro o cinque traduzioni italiane.

Non ci si reca aservire la dottrina della Chiesa, ma a cercare il testo per disvelare la voluntas dello scrivente e il suo verbum cordis.” E coglierne l’“intenzione retrostante le parole”: ermeneuticamente. Occorre produrre “un’interpretazione che contribuisce al regno della carità.”

Secondo l’opinione di Zabala, “l’esistenza di altre vie di salvezza oltre alla Bibbia (la cui componente divina del testo va ridimensionata) rivela la vena anarchica dell’ermeneutica di Agostino: la priorità della dimensione pratica e vivente della parola sacra.” Effettivamente non avevo mai pensato in tal senso a quel santo, così certo nell’impossibilità dell’uomo di partecipare al suo destino, come a un anarchico.

Aggiunta significativa: “Le alterazioni dei testi sacri da parte di Lutero e Agostino non miravano a rintracciare il significato autentico della Bibbia, obiettivo di quasi tutti gli interpreti biblici, bensì a liberarlo dalle restrizioni interne ed esterne.” – immettendovi le proprie interpretazioni.

“… sono da intendere come appelli alla libertà a cui solo l’ermeneutica può rispondere.” –l’ermeneutica di tutti?

La presentazione della Terza Parte non si presta a una facile esegesi, e forse nemmeno a una difficile. Ogni frase è un enunciato, qualcosa da capire e da discutere. Farò quello che potrò (verserò il mio contributo facendo riferimento al minimo sindacale, ai sensi della Legge n. 389/1989).

“Trump ha incarnato una nuova condizione in cui l’emergenza principale è diventata ‘l’assenza di emergenze’”. Ha occultato il “cambiamento climatico”, ha incarnato “l’indifferenza verso i diritti umani e civili”.  Egli era il dominus della situazione e nulla doveva, ma tutto gli era dovuto.

“… il sovrano va inteso a partire da un extremus necessitatis casus, da un caso di estrema necessità, e questo caso è l’eccezione.”

Ed è Lui, il Sovrano, “chi decide sullo stato di eccezione”, e questo “nel nome ‘della sicurezza e l’ordine pubblico’…

Lui è, secondo Pasolini, il vero e unico Anarchico, il detentore del Potere. “… uno strano tipo di illegalità legale, o di legalità legale?”

“… Agamben evidenzia una contraddizione che si crea fra il rapporto con la legge che ha il sovrano e quella che la l’homo sacer.”, che sono “due figure simmetriche, che hanno la stessa struttura e sono correlate, nel senso che sovrano è colui rispetto al quale tutti gli uomini sono potenzialmente homines sacri e homo sacer è colui rispetto al quale tutti gli uomini agiscono come sovrani.Homo sacer = ilota?

George Bush è un sovrano quasi assoluto che obbedisce come uno schiavo agli ordini di qualcuno o di qualcosa. Di chi, di che? “… la violenza che postula lo stato di eccezione decide anche della sovranità, stabilisce chi è il sovrano.” Anche il re è pressoché nudo di fronte a essa.

Santiago Zabala- Photo by A. Letizia
Santiago Zabala- Photo by A. Letizia

Le crisi non sono causali, ma “sono diventate un modo d’essere, una condizione cronica con cui ci confrontiamo continuamente”. Sono crisi svuotate “di contenuto”. Se il nostro è “un mondo di emergenze” occorre “abbracciare le procedure, le deliberazioni e la democrazia come valori culturali che ci spingono a lavorare insieme per garantire la sopravvivenza collettiva.

Propongo un passo esemplificativo dell’arzigolatura dialettica che non sono riuscito a sintetizzare, e che ho capito solo in percentuale: “Per risvegliarci da questa assenza, dobbiamo distinguere non solo fra emergenze ed emergenze assenti, ma anche fra ‘i salvatori dell’emergenza” e ‘i salvatori nell’emergenza’. Le strategie dei primi sono la politica, il diritto e le altre discipline che emergono dal nostro rodine bloccato, mentre gli altri credono nel ricongiungimento di questo ordine, che è ora la più grande emergenza.”

Traduco, zoppicando: ci sono i politici e per fortuna ci siamo noi filosofi.

Il capitolo 7 riguarda quella branca della filosofia chiamata politica. Sintetizzo: “Il populismo è diventato il solo modo produttivo di considerare le richieste della gente e di promuovere la partecipazione collettiva.”

Secondo me (mi è uscita l’ernia a dirlo) è perché sono cessate le ideologie, i partiti che hanno parole come cristiano, socialista, comunista, socialdemocratico all’interno della propria denominazione. Occorre ormai solo “raccogliere una folla intorno a un’idea politica per dare forma a un ‘noi’ contro un ‘loro’.Le diverse paure: la paura dello straniero a destra, e la speranza di un futuro migliore a sinistra.”

Ora però l’emergenza non è il populismo,bensì l’assenza di un populismo di sinistra capace di opporsi all’odio e all’indifferenza.

Obama e la Clintonhanno ignorato la situazione economica sempre più grave dei lavoratori statunitensi, conseguenza di questa globalizzazione che loro elogiavano.”

Morale della favola:Il fallimento del populismo di sinistra rappresenta la più grande emergenza della democrazia.”

Capitolo 8: mi è divenuto chiaro cosa significhi “emergenza assente”: quella che non si vede. Preoccupano più dieci civili morti a seguito di tafferugli che “48 mila decessi annuali causati in Francia dall’inquinamento atmosferico.”

Se i killer sono discreti e silenziosi è come se non ci fossero. La gente muore senza manco accorgersene.

Capitolo 9: Oh! ho finalmente capito cosa siano i whistleblower, i fischiatori che sibilano le emergenze celate, patendone le conseguenze, come Julian Assange, che si è autodefinito “la spia della gente per la gente”. Contro questi segnalatori di illeciti (in Italia c’è Roberto Saviano) si muovono le forze che lottano per zittire e annullare, rendendole assenti, le varie emergenze.

“La libertà va invece concepita come un esercizio interpretativo che ci sforziamo di praticare liberamente.” Quest’avverbio, invece, corrisponde sempre a un idealismo che si contrappone a come va il mondo.

L’interpretazione richiede “uno sforzo anarchico”, contro l’Anarchismo del Potere.

“Questo sforzo è diretto contro coloro che insistono sui fatti alternativi, vale a dire sul ritorno al realismo che guida il nostro ordine globale bloccato.”

Interpretare è sovvertire, ribellandosi all’ordine autocratico costituito. E individuarne le assenze imposte dal Potere.

Essere dispersi” vuol dire “progettare interpretazioni”.

Nichols:La libertà” è “qualcosa che si fa, anziché qualcosa che si ha.”

Heidegger:è semmai l’uomo ad essere ritenuto proprietà della libertà.”

Infine:Essere dispersi è il seno della libertà nell’epoca dei fatti alternativi.”

Leggere questo libro mi ha costretto a pormi una questione a cui non intendo rispondere che in un modo: perché il tacere è bello e spesso saggio.

Perché possono, nel medesimo mondo, coesistere due ermeneuti come Santiago Zabala e Alberto Mingardi, autore di quel Contro la tribù, la cui sinistra, pardon, destra eco ancora rimbomba in fondo alla mia anima?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Santiago Zabala, Essere dispersi, Bollati Boringhieri, 2021

 

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