“Noi due siamo uno” di Matteo Spicuglia: la storia di Andrea Soldi, morto per un TSO

“Le trascrizioni delle pagine del diario e delle lettere di Andrea sono fedeli al testo, nessun intervento è stato fatto su errori e imprecisioni linguistiche”. – l’autore Matteo Spicuglia

Noi due siamo uno di Matteo Spicuglia
Noi due siamo uno di Matteo Spicuglia

È un racconto forte quello proposto dal giornalista Matteo Spicuglia nel libro Noi due siamo uno. Storia di Andrea Soldi morto per un TSO, pubblicato da Add editore nel 2021.

Racconto sconcertante, tristissimo, ma purtroppo vero. Che dà conto dei fatti che hanno portato alla morte Andrea Soldi in seguito a un TSO che si è trasformato in tragedia. Una tragedia che ancora oggi, trascorsi anni sei anni dalla sua morte, pesa come un macigno sul padre Renato e sulla sorella Cristina che, allibiti, non potevano credere all’episodio in cui Andrea era rimasto coinvolto.

“Andrea parla ad alta voce, non si muove e nemmeno si scompone, rima attaccato alla sua panchina, alla sua isola protetta…”

La vicenda di Andrea Soldi è entrata a far parte della dolorosa cronaca quotidiana il cinque di agosto del 2015 con un impatto devastante per i suoi familiari, il quale ha generato una ferita che mai si rimarginerà. Una cronaca che ogni giorno racconta la drammaticità delle nostre città, dove si consumano storie che colpiscono al cuore, in molti casi anche per l’imponderabilità dei fatti.

Ma quella di Andrea Soldi è sì una storia di quotidianità, ma è anche una e unica per la morte inspiegabile che la sorte, se di sorte si può parlare, ha destinato al giovane torinese.

Nonostante le problematiche mentali di Andrea fossero serie e si manifestassero da tempo, non esprimeva un’aggressività nei confronti del mondo esterno. Con gli altri non era un soggetto violento o pericoloso, ma disposto a intrecciare rapporti amichevoli con le persone in relazione con lui.

Se c’erano atteggiamenti litigiosi, questi erano rivolti soprattutto al proprio padre.

Nei momenti in cui in famiglia sembrava tutto andare per il meglio c’era sempre un ‘ma’ sospeso nell’aria. Un ‘ma’ che portava Andrea ad un comportamento di imprevedibile aggressività. Un’aggressività causata dal decorso della sua patologia, pronta ad accendere in lui un’impetuosità immotivata che il padre non era in grado di contenere. Andrea ha cercato di darsi delle occasioni, supportato sempre dai suoi familiari, per uscire dal buio che ne limitava l’esistenza. Ed era proprio del buio che aveva timore, cercando nella luce del giorno, seduto sulla ‘sua’ panchina di Piazza Umbria un modo per alienarsi da esso.

Panchina di Piazza Umbria a Torino - in ricordo di Andrea Soldi
Panchina di Piazza Umbria a Torino – in ricordo di Andrea Soldi

Si sentiva coccolato da quel luogo, come fosse stato nel grembo della propria madre scomparsa troppo presto, ricercando con gli altri un confronto con un atteggiamento di totale apertura.

“Andrea inizia a scrivere subito dopo le dimissioni dall’ospedale. Glielo avevano consigliato i medici per provare a guardarsi dentro e anche per dare qualche elemento in più a chi doveva curarlo…”

È con dovizia di dettagli che l’autore dà conto di come si sono svolti i fatti che hanno portato Andrea alla morte che, seppur acclarati, hanno lasciato l’amaro in bocca ai suoi familiari.

Sebbene ci sia stato il rinvio a giudizio e il conseguente processo contro alcune persone coinvolte in questa cupa faccenda che però ha portato a lievi condanne.

Era un afoso giorno di agosto, quando in prossimità della panchina di Piazza Umbria a Torino, occupata abitualmente da Andrea, un gesto sconsiderato da parte di chi avrebbe dovuto prestargli soccorso si è trasformato in una serie di comportamenti violenti che ne hanno stroncato l’ancor giovane vita. Arrivato in ospedale ormai cianotico, nulla hanno potuto fare i sanitari per salvarlo dal baratro della morte in cui già era precipitato.

Ciò che di Andrea è rimasto nel cuore dei suoi familiari sono ricordi struggenti affidati al giornalista Matteo Spicuglia, che ha seguito la vicenda fin dal suo inizio.

Oltre a riflessioni, sotto forma di scritti e notazioni del giovane, capaci di manifestare una sensibilità non comune. Testimonianze di cui il padre e la sorella non erano a conoscenza, e che ritrovate casualmente hanno formato un cospicuo carteggio.

Attestazioni vivide, che l’autore ha inserito nel testo così come gli sono state consegnate. Senza intervenire di pugno suo per modificarne né il contenuto e neppure la forma. Da cui si evince la consapevolezza del proprio disagio mentale, un malessere causato dalla schizofrenia comparsa con prepotenza con i suoi 21 anni. Che lo costringeva in un circolo vizioso di pensieri ossessivi e privi di ogni raziocinio. I quali, accompagnati da allucinazioni e deliri vissuti sotto forma di fantasmi lo perseguitavano senza tregua. Soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, quando il suo stato di salute era peggiorato.

Vittima di una mente dissociata, dove visioni gravide di minacce o di realtà fittizie sono i sintomi tipici che fanno dello schizofrenico un malato da curare con la procedura del caso, la più appropriata in uso ai sanitari. E non con sistemi coercitivi così come è stato per Andrea.

Sì che il giovane necessitava di un TSO, anche perché rifiutava di assumere farmaci adeguati anche se per certi aspetti invalidanti, ma che doveva essere finalizzato, in primis, alla tutela del paziente. Come recita la legge Basaglia del 1978.

Andrea Soldi
Andrea Soldi

Malattia considerata di livello minore rispetto ad altre a cui si presta di solito più attenzione, la schizofrenia è stigmatizzata da un punto di vista sociale; vittima di pregiudizi da parte di molti, è spesso l’inadeguatezza a gestire questa grave patologia, che in casi estremi va trattata tramite il TSO, ma con un approccio umano che sia rispettoso per il paziente. E realtà che, come riferito dall’autore, in Italia è un trattamento non ancora all’altezza di un paese progredito.

Matteo Spicuglia, in un confronto con il professor Dell’Acqua, si sofferma per dare conto della situazione in cui versano allo stato dell’arte le modalità per affrontare le dinamiche mentali proprie della schizofrenia. Patologia provocata in certi casi da un evento scatenante, quale può essere la vita di caserma, presumibilmente come è accaduto ad Andrea.

Ma a livello embrionale, e forse in fase sotterranea, è una disfunzionalità probabilmente già insita nella persona aggredita, che inizialmente si può manifestare subdolamente, fino ad acuirsi con sintomi che limitano una vita normale. Dove di normale non c’è più niente.

I cui pazienti andrebbero assistiti con le dovute competenze e uno schema prestabilito: quello che la malattia mentale merita; e non soltanto con farmaci che annientano ogni capacità cognitiva, plasmando la persona come un automa, più che una creatura in equilibrio con se stesso e con il contesto ambientale in cui vive.

Storia di arretratezza e di non specchiata professionalità quella di Andrea.

Affermando, quindi, che la vera responsabile della morte di Andrea è la società. Una società che guarda alla malattia mentale come un mostro da debellare ad ogni costo, senza preoccuparsi del malato mentale che è prima di tutto un essere umano che andrebbe curato e assistito come tale.

Retorica? Parole trite e ritrite, o peggio ancora stereotipate?

Forse. Comunque, partecipate.

“Negli anni non ho mai pensato che avere un figlio come Andrea fosse una colpa. Però la società ti fa sentire quasi obbligato a sopportare da solo il peso di dovertene occupare perché non c’è nessuno che si metta nei tuoi panni per sostenerti…” – Renato, padre di Andrea

In conclusione, quindi, il libro Noi due siamo uno si può definire un viaggio in una vicenda dalle molte sfaccettature il cui risultato ultimo, quello che più conta, è la fine della vita di Andrea, che nulla desiderava se non condividere con gli altri momenti di pacifica convivenza.

Matteo Spicuglia
Matteo Spicuglia

Ed è immergendosi in una lettura affatto convenzionale e ben documentata in merito alla malattia mentale, che il lettore arriva a conoscere quel gigante dal volto buono che era Andrea.

Arrivando a partecipare al suo sconcertante epilogo e fare la sua storia un po’ come propria. Sempre entrando in punta di piedi in quella famiglia dilaniata da un evento che mai potranno dimenticare.

E la cifra per entrare in una vicenda strettamente privata, diventata d’improvviso pubblica, non manca all’autore, il quale riferisce con assoluta obiettività un evento dai risvolti inquietanti. Affrontato con perizia e competenza, ma in maniera soft, anche se l’argomentazione è cruda e di quelle difficili da raccontare. Perizia non solo di registro narrativo, pronto in certi casi ad assumere un tono elegiaco, offrendo al lettore un testo a tratti commovente, in altri, invece, gravido di informazioni proprie di un addetto ai lavori.

Noi due siamo uno, titolo del libro in riferimento ad una canzone amata da Andrea, è un testo che induce a diverse riflessioni, e che in molti dovrebbero leggere, al fine di conoscere una realtà che riguarda tutti, perché l’impatto dirompente della schizofrenia nella vita di una persona può essere improvviso, e in certi casi alieno da cause familiari.

Da definirsi, quindi, come un libro di formazione sulle problematiche originate dalla malattia mentale, dalla schizofrenia nello specifico così diffusa nella nostra società globalizzata.

“Ormai sappiamo con certezza, spiega la dottoressa, che il percorso di cura può avere successo solo se abbinato ad altri interventi psicosociali che però talvolta mancano. Se fossimo in grado di investire di più nella formazione di medici, educatori, infermieri, assistenti sociali, operatori, avremmo risultati diversi… ogni realtà è un caso a sé. Ci sono centri concepiti come semplici luoghi di animazione e socializzazione, altri invece dove si cerca di impostare dei percorsi di uscita, di riabilitazione vera.”

 

Written by Carolina Colombi

 

 

 

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