“Compro libri anche in grandi quantità” di Giovanni Spadaccini: taccuino di un libraio d’occasione

In “una sorta di introduzione”… e qui mi dico che a volte si scrive in modo ridondante, né si può farne a meno perché sarebbe un andare contro natura. Di ogni sorta di cose vi sono diversi generi, tipi, anime, tutte facenti parte dell’unica genia. Scrivere è un po’ ridondare, diversamente si resta a casa.

Compro libri anche in grandi quantità di Giovanni Spadaccini
Compro libri anche in grandi quantità di Giovanni Spadaccini

Si parla anche di genie di scrittori, ché altrimenti si banalizzerebbe troppo l’idea di Borges che esista una sola storia, un solo racconto, un solo sentiero, un solo viandante.

Sì, Giovanni scrive in modo diverso da Riccardo, ad esempio, da Silverio e da Pio, per citare altri miei amici con la febbre scribarola, nota malattia esantematica. Anche Giovanni è una sorta di amico, anche lui affetto da quel male oscuro.

Una mia consanguinea, fra le più care che ho, compra solo libri (e oggetti) nuovi. Insieme a un’altra mia consanguinea, l’ho talvolta trascinata in alcuni mercatini di oggetti usati e insieme siamo riusciti a farle acquistare, pur obtorto collo, alcuni libri usati.

Alcuni clienti, spiega Giovanni,comprano solo ed esclusivamente libri usati.” Io sono di una terza specie (sinonimo di sorta, più scientifico, ma non meno prigioniero dei voleri della dea Fortuna): amo i libri che costano di meno. Fra uno usato e un po’ sgualcito che viene sei euro e uno nuovo che ne costa diciassette, io, pur non essendo superstizioso, scelgo il primo. Il fatto grave è che ne compro tanti, più di quanti ne riesca a leggere.

Giovanni ironizza sulle varie tipologie (altro sinonimo!) di acquirenti, e finisce con una frase che non è storica, ma poco ci manca: “Speriamo non leggano mai questo libro”. Al momento è un evento impossibile, essendo il tuo volumetto appena uscito.

Un’aggiunta invasiva all’introduzione: il discorso di Giovanni è formalmente giusto, ma non corretto. Non esiste un libro non usato, almeno dall’autore. Sono un po’ provocatorio, lo ammetto.

Una seconda. Anch’io come Giovanni, vorrei che tutto quello che ho letto (e anche scritto!, e anche visto!), fosse convertito “in un file, impiantato direttamente nella corteccia cerebrale così da non dimenticarmene mai.”

Solo così, insieme ad Arthur (uno dei pochi amici che continua a essere più giovane di me) potrei dire: “Assez vu. Assez eu. Assez connu ».

Una terza (le aggiunte superano ormai per estensione il corpo originale). Lugubre ma indubbia è la considerazione che Giovanni fa sulla sua attività, che ricorda quella di un beccamorto, di uno che cioè va a portare via qualcosa che appartenne a un uomo e che ora è Altrove, dove non si sa. Chissà se anche lui indossa la tipica maschera a punta che usavano gli antichi becchini per verificare che il morto non fosse più vivo?

Forte e significativa è la frase:Il più delle volte, insomma, questo carico di bellezza viene dal male, come non diversamente quella bellezza che riempie le loro pagine a suo tempo è venuta dal dolore e dal male.

Qualcosa di analogo lo scrissi un giorno, chissà quando (ieri), di un autore, chissà quale (Ryūnosuke Akutagawa): come uno sciamano, di uno scrittore, cerco di assumere in me parte del suo malessere, nonché del suo benessere. Non tutto, perché non saprei cosa farmene: la giusta dose. Il consiglio vale anche per te, Giovanni. Possiamo darci del tu, anche se tu sei di là, e io di qua?

Pagina 37 (non che le altre 36 non meritino): “… visto che non sto scrivendo un saggio va bene anche il biografico, no?”.

Sappi che sul computer annoto i vari libri che ho letto (meno di duemila purtroppo). Posso infilarlo nel genere memoriali? La faccenda non è affatto importante, ma è essenziale, direi ontologica, se vale il detto: tótt i cajoun a gh ân la só pasiòun!

Stavi parlando di Bernhard, scrittore che mi ha spesso colpito, eppure… mi sa che devo venire da te e discuterne un po’, e nel frattempo accattare voracemente tutti i libri che hai di lui e che finora mi mancano.

E di tanto scrittore discorri anche nel successivo capitolo: la sua voce rassomiglia a quella di un certo “Paolo, che in realtà si chiamava Pietro, ed è stato uno degli uomini più notevoli che abbiamo mai conosciuto.”

Abbiamo è da intendersi: Raffaella, la tua fulgida moglie e collaboratrice, e tu. Lei più pratica di te, mi pare, a occhio, e forse non le esce l’ernia per esserlo. Altrimenti a cosa servono le con-sorti (frase decisamente maschilista, che mi scappa sempre)?

Nel capitoletto (come gli altri è breve, ma intenso) Elena, Edmeo, ricordi un fatto singolare. In “una biblioteca meravigliosa e unica nel suo genere: due copie di ogni libro, una annotata e una perfetta, intonsa. Una con una dedica e sottolineature, l’altra pulitissima, bianca, appena sfogliata. Una copia per ogni lato della luna in cui erano stati prigionieri, lui al buio, lei alla luce.”

Ho riportato gran parte del capoverso, perché è veramente bello.

La considerazione che fai nella chiusa del capitolo non mi piace proprio, eppure sono contento che tu l’abbia scritta. Magia della letteratura.

In Se stanotte muoio, fa’ così, indichi le opere che hai letto e che intendi portare con te, ché basta leggere il tuo libro per saperlo. Le mie sono: L’Idiota, Tropico del cancro, Sulla strada, Jukebox all’idrogeno, Siddharta, Dissipatio H.G., Viaggio al termine della notte, stavo per scrivere Morte!, tutto Rimbaud, tutto Baudelaire, Guerra e pace, I canti di Maldoror, tutto Proust, Kafka, Joyce, Borges, ma solo alcune migliaia di pagine, La coscienza di Zeno, Lo straniero, Casa di bambola, Pirandello in blocco, un libro a caso di Perec, Bestiario, i primi due libri della tetralogia di Zafón, gli altri due attendono ancora di essere letti, Cent’anni di solitudine, e altri millesettecento che al momento non mi sovvengono. Finora nessun Vespa ha svolazzato nel mio giardino.

Diario di un’anima in guerra m’inquieta, ma non per il titolo. Non voglio fare lo spoiler, ma si tratta di un’opera segreta al mondo. L’autrice scrive perché “me l’ha consigliato il Dottore”.

Tu aggiungi:Eccolo, il Dottore, quello che viene a metterti paura. Quello che ti dice che devi scrivere e, a tua insaputa, scrivere sarà la tua salvezza.”

A me a intimarlo è stato un Demone, molto più (im)modesto e affidabile.

Un’altra frase semi-storica: “… perché prendo sul serio la letteratura, anche quando è vera.”

Ti dono una primizia: ogni libro è vero e falso, come è vivo e morto il gatto di Schrodinger (di certo la tua moglie semigermanica sa pronunciare bene il cognome del grande fisico).

Gabriel Garcia Marquez
Gabriel Garcia Marquez

Solo sfogliandolo ci si fa un’idea (sempre incerta) della sua natura. Pensa ai libri di Marquez e di altri scrittori, specialmente sudamericani, quando si parla del loro ossimorico realismo magico.

Libri che tornano, al momento sbagliato:I volumi in fila se ne stanno immobili, pallidi o ingialliti dai decenni intatti. Ci guardano, come noi guardiamo loro. Alcuni sono presenti per essere venduti, mentre altri…”

Davanti a me ho una fila di una decina di libri che io chiamo: immediati, cioè i statepronticheadessotoccaavoi. Più in alto ci sono i cogenti (circa centocinquanta). In corridoio ci sono gli urgenti. In cantina ci sono (a padîr, che in italiano faccio fatica a tradurre: a farsi?) mischiati, gli utili e gli essenziali (da leggere assolutamente, prima o poi, tanto sono sempre lì). Poi ci sono i notevoli, gli interessanti, gli occasionali, eccetera, ma questi dimorano in solaio. Il bello dei libri che, pur pieni di parole, se ne stano zitti e quieti finché non glielo diciamo noi di parlare. Poi è difficile farli smettere.

Come si usa un libro:Un libro, da quanto ho capito, funziona soprattutto così, che lo puoi chiudere.”

Stavo per scrivere che io non ho mai chiuso gli occhi di un libro prima di finirlo (doppio senso). Poi mi sono rimembrato (un libro diventa infatti un membro della tua folle e affollata folla di folli e affollati io) di un tomo che, dopo poche pagine, abbandonai al suo rio destino: un libro di matematica di Russell. Ne avevo letto un altro ed ero riuscito a digerirlo, ma questo no, era troppo complicato. Preferii regalarlo. Oggi, leggendoti, mi sto pentendo di quel gesto munifico. No, non bisogna lasciare un libro a metà. La quale mi pare una frase religiosa, e forse lo è, direi degna di un’omelia. Fui sul punto di lasciare nel bel mezzo del cammin della mia lettura, due opere veramente stancanti: L’arcipelago Gulag e Le 120 giornate di Sodoma, ma tenni duro in ambedue i casi. Mi salvarono al tedio del primo e dallo choc del secondo rispettivamente un libro di Hesse e uno di Bukowski. L’amore per la birra e per la… solita… manifestata dal secondo credo mi abbia salvato la vita.

Poi tu fai quello che vuoi, a ognuno la scelta fideistica che si merita.

Ho lasciato a metà mille libri importanti, li ho lasciati senza rimorso, dietro di me, senza rimpianti.”

Chissà, forse il fatto è reciproco. Anche loro hanno smesso di credere in te.

Tutto il capitolo è incentrato sul quesitoCome si usa un libro”. Non abbozzi, ma espliciti con chiarezza la risposta: “Un libro si usa prendendosi la libertà di chiuderlo, mi dico, ed eventualmente di non aprirlo mai più.”

Vado a letto. Dormo otto ore. Mi sveglio. Dopo il caffè e alcuni gesti abituali, stavo per scrivere rituali, per prima cosa comincio a buttar giù queste righe. E mi accorgo ora, dopo 1552 parole, che ho dimenticato di scrivere quello che un critico serio (ne conosco pochi) avrebbe già detto e ridetto, nonché sottolineato.

Il fatto centrale del tuo memoriale riguarda le tue avventure a casa d’altri, tanto per citare un altro libro che porterei con me, scritto da quel giovane di cui hai trovato il cippo funerario nel cimitero monumentale cittadino.

Pensa che ci portai mia figlia proprio l’altro giorno, ma in a hurry, perché era quasi ora di pranzo e di passaggio c’imbattemmo nella tomba di Don Pasquino Borghi, a cui rivolgo il mio affettuoso saluto.

Ogni libro è un monumentum che vive anche dopo la morte: un monere! E qui ci imbuco il verso che più amo: “A thing of beauty is a joy for ever” (Keats).

Ogni ente è bello, oppure diversamente bello. In questo senso riesco forse a perdonare anche De Sade.

Mi viene in mente che non ami mettere la macchina davanti alla casa che si trova all’indirizzo a cui sei diretto, per non sembrare un carro funebre. Allegria, dai!

Maiuscole:Infatti è soprattutto con i morti e con le loro cose, i loro resti fantasmatici, che abbiamo a che fare il più delle volte. Ci chiamano, ci intercettano.” Tramite loro.

Io non capisco i non animisti. Cosa c’è di più vivo di un oggetto fatto soprattutto di cellulosa e d’inchiostro?

Per questo, quando usciamo da queste case infestate da spettri, non siamo allegri.”

Vorrei averti accanto per abbracciarti, fregandomene idiotamente del virus (mi sono appena vaccinato), quando leggo queste frasi: “Accumulare libri, per chi lo ha fatto davvero e in modo serio e illuso, è stato il modo principale di dare forma a un mondo, il proprio, e di plasmarlo pagina dopo pagina vedendolo crescere nella prospettiva di lasciare in eredità un arsenale di pensieri, di parole e di esempi.” Non serve dirlo, ma ho davvero apprezzato quel serio e illuso, la scelta della congiunzione, soprattutto.

“… di questa dimensione etica della letteratura, di questa assurda intercapedine che va da un uomo all’altro per un tramite altrimenti impensabile e vuoto: la parola.” Ho gioito anche per quest’assurda intercapedine.

Un libro è un insieme di particelle, le parole, simili a quelle che i fisici (non Democrito, che intendeva ben altro) chiamano atomi che, come di certo sai, sono al 99,99 avvolti e compresi dal vuoto.

Se il nucleo corrispondesse a un pallone piazzato a metà campo, i primi elettroni svolazzerebbero a ridosso delle tribune. Il nucleo è composto da neutroni, protoni e gluoni, le energie che li mantengono uniti. Ogni protone e neutrone è formato da quark, che non si sa ancora se siano composti da qualcos’altro. Così è per la parola, che è composta da sillabe, che sono piene di lettere, intrise di fonetiche varie, accenti, eccetera.

La cosa bella, caro Giovanni, è che il cosiddetto vuoto cosmico è composto da particelle virtuali, non del tutto esistenti, senza di cui quelle reali non ce la farebbero a nascere. Lascio a te le relative considerazioni letterarie e linguistiche.

La Cultura, questo enorme equivoco…”, quest’assurdo It. E poi lo descrivi in un modo da cui deduco quanto ti abbia fatto bene e recato tanto dolore questa Bestia, che se non fosse immonda non ci interesserebbe granché.

Il monologo del sismologo: ti cito sempre, perdonami:Essere lì nel centro del crollo, e non fuori dal crollo a osservarlo come se non ci riguardasse, perché al contrario, ogni crollo e ogni caduta riguarda proprio e sempre me e te tutti noi che siamo qui, ed essere nel centro del crollo significa sentirlo, soffrirlo dentro il proprio sangue che ogni giorno di più perde colore o si raggruma, e sentire come quella maledizione dell’esistenza possa essere fatta brillare per qualche attimo, nei secoli, per qualche millennio inutile.

Essere dentro e fuori al contempo, non troppo al di qua e non troppo al di là. Né in via Roma, né in via Adua, diciamo in via Ramazzini?

Un consiglio mi preme darti, Giovanni, di tornare là dove credi di avere fallito, di essere fallen, caduto, perché solo colà puoi trovare la ragione adatta che ti permette di rialzarsi. Una volta mi parlasti di un conoscente comune che forse teneva racchiusa in sé la consapevolezza dolorosa di non saper scrivere. Anche a lui consiglierei di riprovare, di rileggere, di riscrivere, se fosse possibile. E non lo è più, come sai.

A te potrebbe ancora mancare la consapevolezza del contrario. Io, da esterno, la tengo: tu sei in grado, eccome, di farlo. La lettura di quest’estrapolazione da quell’antico tuo manoscritto lo dimostra. Ora sta a te, compiere la provvisoriamente definitiva (che non sarà mai del tutto tale) verifica/falsificazione.

Gottfried Keller
Gottfried Keller

Enea: la tua ricerca disperata e forse anche affannosa di Tutte le novelle di Gottfried Keller mi ha fatto decidere di fare a te quello che tu hai fatto al grande Nasi della Libreria del teatro. Ovviamente, sia tu che io stiamo scherzando. Forse.

Mama, you’ve been on my mind: la nota a pagina 140 è la prova provata che leggendo si scoprono cose che già sappiamo, ma non sono ancora giunte a livello conscio: “Un aspetto di questo fenomeno è forse anche legato al fatto che, tolti dallo scaffale, improvvisamente i libri si vedono nella loro mole, nel loro numero.” È una banalità di cui non mi sono mai reso compiutamente conto.

Sì, ho sentito anch’io che PPP ha fatto la prima nel liceo che avete frequentato tu e mio figlio. “Non che avessi una grande passione per Pasolini.” Forse nemmeno io, ma lo giudico un mio padre spirituale (soprattutto per la frase che assimilava l’anarchia al potere), e di lui tengo in corridoio vari libri, che prima poi leggerò (finora è capitato solo ai suoi Scritti corsari, comprato la settimana dopo la sua morte). Grazie a te ho deciso di metterli fra gli urgenti. Vedremo.

Colpirne tanti, educarne nessuno: anche stavolta pesco da una tua nota, in cui ammetti di essere scarsamente provvisto di senso dell’orientamento. Anch’io e neanche mia moglie (tu almeno hai Raffaella), che si orienta solo col mare e a Reggio ha qualche difficoltà. A questo do la colpa ai troppi libri che leggo e le cui voci mi rimbalzano davanti agli occhi mentre sto percorrendo un sentiero meno interessante da quello indicato da Borges.

Un dispetto: “… gli scritti di Silvio D’arzo che fino a dieci anni fa era considerato leggendario e quasi introvabile e che invece ultimamente salta fuori quasi ovunque”. Confermo, ne ho letti già tre e ne ho in garage altri tre.

Augusto: dove parli di Ferlinghetti e Corso, che avevo dimenticato (ma non scordato!) di mettere tra quelli da salvare (rispettivamente Her e Gasoline). Di Gregory non potrai mai smettere di rimembrare il verso: ti gonfio di orologi impazziti!, che è la traduzione dell’originale I pump him full of lost watches. Non così sensazionale!

Se accettiamo l’idea che la felicità sia forse un caso della vita, uno dei tanti, e che si presenti in una forma inaspettata e insperata, allora anche la forma del cioccolatino va bene, anche le nere ali di rondine vanno bene.”

Ti svelo un segreto, ma lo devi tenere dentro di te (dillo solo a òm, dòni e ragâs). La felicità è una forma di energia, che secondo la famosa formula E = mc2, si trasforma (solo talvolta) in massa. Il problema però che, molto più rapidamente, si ritrasforma in energia, per cui la massa sparisce d’un tratto. Diceva Bohr che più la particella è (felice e) massiva, meno è duratura. Presto restituisce la sua energia all’ambiente.

Con Mario, a passo di gambero: questo strano tipo che chiede la carità al prossimo per comprare i libri, spiegando che invece ne ha bisogno per dei farmaci costosi, non è poi così assurdo, quando anch’io ho dovuto ingurgitare in fretta Taccuino di un vecchio porco per guarire dal cosiddetto capolavoro di de Sade, come ti dissi.

Dici che la lettura èsimile a un narcotico, e che quando leggiamo non siamo altro che prede di una piccola scarica subito annichilita, subito sedata, di un’energia espressa e immediatamente già pronta a ricominciare al giro di pagina, subito dopo.” A me leggere dà l’energia necessaria a scrivere, non solo reazioni come questa. Se non ci fosse più nulla da leggere, forse non riuscirei più a vergare una sillaba.

I santi:Tra questi non ci sono molti scrittori, se non san Paolo e Kafka. Paolo ha fatto quello che ha voluto con l’enorme materiale che aveva; Franz, ha fatto solo quello che ha potuto, col poco che aveva…”

Ricordo le parole di Carmelo Bene (altro creator a cui debbo tantissimo): “Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento”. Non so se san Paolo (sgraditissimo a PPP) sia stato un genio. Franz sì.

La signorina:Raffaella mi guarda come si fa con il nipotino al parco giochi: mi arrampico sulla scala spostando file intere di volumi...”: spesso mi guarda così mia figlia!

Una volta a tua nonna, pardon, a tua moglie scappò detto: ma cosa te ne fai di tutti quegli Heidegger? Ne avevo comprato quattro. Tu, invece, furbescamente, te ne stavi zitto zitto. Ho finalmente la risposta per lei: ne ho letto uno, non so quanto l’ho capito, ma mi è bastato per far sì che immediatamente dovevo piazzare gli altri fra gli essenziali (vedi sopra). Lo dico perché nel capitoletto non dimostri molto affetto per Essere e tempo del filosofo alemanno, preferendogli “Benjamin e gli altri francofortesi”.

I miei ancora: dove parli ancora dei libri:Vorrei dimenticarmene, e vorrei dimenticare ogni volta che li ho letti e sfogliati per aprirli di nuovo, vergini, intatti, per la prima volta.”

Giovanni Spadaccini
Giovanni Spadaccini

Ormai fanno parte integrante del tuo organismo. Puoi forse scordarti del tuo cuore? Dimenticare la tua mente? Leggere (e scrivere) è un atto esistenziale, una forma sublime di sopravvivenza.

A proposito, il capitoletto mi fa ricordare un altro autore da portare con me: Marcuse, il cui Eros e Civiltà non mi lasciò dubbi in quale pianeta avrei voluto vivere. Ricordo quel pranzo in cui feci andare di traverso il brodo dei cappelletti a quel sant’uomo di papà, quando dissi che avevo deciso che non avrei lavorato nemmeno un’ora in vita mia (ero ancora al liceo). Mia madre, più contadinesca, me ne disse quattro, otto, sedici eccetera… Pochi anni dopo andai a militare e, finita la naja, sgobbai per quarant’anni, a volte anche di domenica.

Errore di caduta: parli di Sostiene Pereira.

Tabucchi dice di aver riflettuto intere notti sul suo personaggio, di averci parlato, sovrapponendolo a una persona che era realmente esistita, fino a diventarne amico”, tanto che a poco a poco divenneuna persona di casa.Lo stesso è capitato a te e a questi personaggi reali con cui hai vissuto.

Ma ti domandi cosa ci sia di reale e cosa di inventato nelle tue descrizioni.

Ora che il libro esiste, e ce l’abbiamo tra le mani tutti e due, io e te, facciamo finta di niente. Facciamo finta che sia tutto vero. O tutto inventato.” Chiediamo ancora al solito maestro Borges. E dimentichiamoci subito la sua enigmatica opinione, che la memoria è fatta di oblio.

Zum Ende:Oggi sono solo, dice l’oggetto, dunque sono indistruttibile.”

Leonardo scrisse:quando sei solo, sei tutto tuo”.

Mancuso, nel libro che sto leggendo insieme al tuo, dice che il senso della vita è la relazione, e che il senso per essere tale necessita del con-senso.

Anche quel sommo genio si metteva in relazione con qualcuno e la seconda persona singolare era un suo Altro Io.

“Je est un autre”, cantava RimbaudIo sono te, quando ti leggo, tu sei me quando mi leggi.

La scrittura è sempre relazione, che qualcuno (io) intende come eterna. Due particelle vengono a contatto e fra loro avviene l’entanglement quantistico, dopo di cui, se vari un grado di libertà di un, muta anche il corrispettivo dell’altra. si tratta di un mistero su cui hanno litigato per anni, coltello in bocca, Einstein e Bohr (vedi il paradosso EPR).

In La casa vivente. Andrea Staid scrive che “l’etnologo viaggia sempre”, anche se non si muove da casa, grazie alla scrittura. “L’etnologia è un viaggio interno tra due stati dell’anima, tra due stati dello spirito, tra un testo a venire e un testo avvenuto, tra un prima e un dopo.” Questo capita a ogni forma di attività umana, anche a quella del libraio.

Viaggiare è sempre andare in un Altrove abitato da un Altro. Questo ti succede anche se finisci su un’isola deserta in cui non ti capita tra i piedi, detto simpaticamente, quel rompiballe di Venerdì.

Scrivere è viaggiare con la fantasia, l’immaginazione, la memoria, l’inconscio.

Perché leggo libri? Perché, come dici tu, durano più della vita umana. E molto di più di ogni supporto magnetico.

‘Sta bella reazioncina (ripeto che non sono un critico, né un recensore, bensì un microscopico enzima che reagisce), l’ho quasi finita quando, per un po’, così penso, spengo il computer e mi faccio un panino, gustandolo anche se, in ossequio al maestro Bukowski, dovrei avere in frigo una lattina o due di birre.

Finito il frugale pasto, (come usa dire lo sceneggiatore di Tex), provo poi a riaccendere il mio portatile e un segnale orripilante mi intima di lasciare ogni speranza voi che non entrate, ché il ripristino automatico di Windows non è più possibile.

Telefono a un paio di amici miei che mi dicono che se non ho il disco di ripristino non è possibile. Mentre riaccendo e rispengo ventisette volte, mi leggo, semi furente, alcune pagine del libro dell’incolpevole Mancuso.

Poi scovo un’opzione: posso recuperare manualmente gli ultimi files e ci riesco! Diversamente avrei dovuto aspettare lunedì, confidando nell’estro altrui. O, alla peggio, ricominciare la reazione da pagina 1. Se l’avessi scritta su un taccuino, questo non sarebbe successo. Nemmeno se avessi strappato la copertina e le prime, ininfluenti, pagine.

I file di sistema, quelli che inizializzano le memorie di massa, sono più fatali di Àtropo e delle sue due perfide sorelline.

Ti accorgi ora che qualcuno ti ha lasciato spalancata la porta, com’è sua stramba costumanza, e dici: “Ora vado a chiuderla”.

Anch’io lo farò, tra poco.

Giovanni, chissà quanta gente t’ha detto che parli come un libro stampato.

Io ti dico invece che scrivi come un libro parlato.

Tanto, è la stessa cosa!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Giovanni Spadaccini, Compro libri anche in grandi quantità, Utet, 2021

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: