“La lezione di Enea” di Andrea Marcolongo: l’Eneide non è un poema per i tempi di pace

L’Eneide non è un poema per i tempi di pace. I suoi versi non sono adatti a quando le cose filano lisce.”

La lezione di Enea di Andrea Marcolongo
La lezione di Enea di Andrea Marcolongo

La lezione di Enea” è un’opera scritta da Andrea Marcolongo e pubblicata per Laterza nel 2020. Mai, come nell’anno che ci ha lasciato, si è sentito nominare il suono del nome di Enea.

Non solo per via delle molteplici pubblicazioni a riguardo ma, proprio come si legge nella citazione iniziale a questo articolo libro, Enea è arrivato a colpire il segno in un periodo in cui le certezze di tutte le esistenze sono crollate sprofondando in un mare di incertezza.

“La lezione di Enea” è un saggio? Per alcuni versi lo si potrebbe definire così ma in realtà, nella profondità delle parole vergate sulle pagine dell’opera di Andrea Marcolongo, si può arrivare ad avere la consapevolezza di aver affrontato una discussione sul tema con l’autrice.

Un libro, oltre ad una piacevole lettura, è anche un momento di confronto. In alcuni casi, come in questo, si trova la coscienza di essere coinvolti al punto tale di poter arrivare a prendere parola e colloquiare.

Andrea Marcolongo è scrittrice e giornalista. Laureata in lettere antiche all’università di Milano; per Laterza ha pubblicato “La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco”. È autrice di numerose altre pubblicazioni per Mondadori tra cui: “La misura eroica”. Attualmente vive a Parigi.

Come, quindi, Enea ci si presenta solo in momenti in cui il bisogno è forte? In cosa consiste la lezione che Enea ci dona senza voler salire in cattedra per impartircela?

Potrebbe sembrare una cosa semplice ma non lo è affatto. Lui non è l’emblema di come si arriva alla gloria, anzi è l’emblema di tutt’altro: Enea cade come ogni essere umano e come membro della razza umana quando è a terra non può fare altro che rialzarsi.

Sembra facile andare avanti qualsiasi cosa accada? Avanzare dovendo sapere che tutto quello che rappresentava la sua vita prima non tornerà mai più?

È semplice esistere per essere un essere umano e ammettere di essere debole e in balia degli eventi?

La semplicità della sua lezione sta unicamente nel digitare il concetto su di una tastiera per comunicarlo a chi legge ma interiorizzarla è ben altra cosa.

Enea, tanto per fare un piccolo excursus sul personaggio, è un guerriero. La prima volta che lo si incontra, nella storia scolastica, è nell’Iliade. Comanda i Dardani, suo padre fa parte della famiglia reale di Troia e sua moglie Creusa è una delle figlie di Priamo.

Durante la guerra combatte come tutti, ha paura come tutti e vive un lungo assedio senza fine. La sua vita prima del ratto di Elena era diversa e, con gli Achei alle porte per dieci anni, non tornerà mai più.

Ma Enea, anche se figlio di Afrodite, non è Achille e sicuramente, nell’immaginario eroico di tutti coloro che hanno letto il poema omerico, Enea non è Ettore.

Quando Troia cade e brucia, Enea è uno dei pochi che sopravvivranno alla furia dei conquistatori.

Fuga di Enea da Troia - Painting by Federico Barocci - 1598
Fuga di Enea da Troia – Painting by Federico Barocci – 1598

Qui inizia la storia di Enea narrata da Virgilio, in cui l’eroe è destinato per volere del destino a fondare la più grande città dell’antichità: Roma.

Non si può nemmeno parlare dell’Eneide senza parlare del suo autore. Virgilio sono convinti di conoscerlo tutti, Dante ne ha fatto il suo cicerone nell’Inferno.

Siamo tutti convinti di aver capito la figura di Virgilio fin dall’ora di epica e poi all’università, leggendo il libro è impossibile non rendersi conto che le parole dell’autrice sono vere: Virgilio avrebbe scritto il più grande panegirico della storia al soldo del primo imperatore di Roma.

Qualcuno è anche convinto che Virgilio fosse uno di quegli autori un po’ dimessi ma con un grande amore per il gioco del danaro.

Virgilio scrive sull’orlo di un enorme cambiamento politico per Roma. Le guerre civili avevano costretto la Repubblica ad agonizzare e poi crollare, Cesare e poi Augusto avevano approfittato della situazione per instaurare un nuovo tipo di regime che divenne l’impero.

L’unica cosa vera è che all’inizio Virgilio scelse di credere nel nuovo imperatore ma ne rimase deluso. L’Eneide è l’opera di Resistenza di Virgilio. L’autore avrebbe dovuto decantare l’ascesa di un nuovo potere ma ha evitato troppi riferimenti al nuovo imperatore, sono soltanto tre.

Virgilio strappò alla volontà augustea di avere una cornice politica 10 anni. Tergiversò con la necessità di fare ricerche, di avvicinarsi ai luoghi di cui stava narrando, con l’urgenza di dover trovare il giusto modo di narrare la storia che stava raccontando.

Virgilio è un po’ come il suo Enea: legato al senso del dovere e costretto dal fato a fare tutto quello che è in suo potere per andare avanti, anche se non si vorrebbe affatto.

Colpisce iniziare a capire che quando Virgilio scriveva l’Eneide c’era un mondo che danzava sul filo sottile della catastrofe precedente e di quella futura.

Si realizza il perché Enea venga sempre a bussare nei momenti di necessità dell’essere umano. Ci sono rivelazioni che, in realtà, leggendo “La lezione di Enea” ti suonano dentro come qualcosa che era già presente in fondo all’animo ma che non si aveva il coraggio di prendere in considerazione.

Come le rivelazioni del futuro nell’Eneide: diventano angoscianti perché nel momento in cui i romani si apprestavano a leggerne le pagine, quelle previsioni sono già sull’atto di compiersi.

“Forse è proprio questo il dono più rivoluzionario che ci abbia consegnato Virgilio: essere finalmente liberi di ammettere che soffrire è orrendo. Che il male è agghiacciante e che nella perdita non c’è nulla di eroico, e neppure di tanto poetico.”

Lo stesso eroe di Virgilio è stato messo a dura prova dai critici in questi millenni. Lo si è accusato di aver tradito Troia, di essere un uomo dalla scarsissima personalità e di essere il seduttore che pur di ottenere quello che vuole è disposto a distruggere una regina e di portarla al suicidio.

Per quanto riguarda il primo punto c’è da considerare che il mito di Enea è molteplice come lo sono i miti in generale e alcuni autori ne hanno tratto la loro storia senza che li si possa accusare di essere dei mistificatori.

Andrea Marcolongo
Andrea Marcolongo

Per tutto il resto non c’è molto da dire. Non perché Didone sia una donna la si deve considerare per forza come colei che fu maltrattata dall’eroe di turno. Enea non brilla per tatto ma è anche vero che Didone fece tutto da sola: molto di quello che la regina credeva era frutto della sua “malattia” non qualcosa che Enea l’avesse indotta a credere. Eppure lui l’amava, anche se non poteva rimanere con lei.

Virgilio scrisse nelle sue diposizioni testamentarie che l’Eneide non avrebbe dovuto essere pubblicata ma sappiamo che invece Augusto volle altrimenti e quindi vide la luce anche se incompiuta e con qualche imprecisione.

Durante il medioevo divenne il baluardo del volere divino e successivamente delle mistificazioni del potere fascista. Viene quasi da chiedersi cosa avrebbe detto o fatto Virgilio.

Anche la Divina Commedia è frutto della lettura cristiana da parte di Dante ed è e rimane uno dei capolavori della letteratura mondiale, non solo italiana. Ma viene da pensare che il Virgilio di Dante forse non fosse lo stesso Virgilio che viveva sotto Augusto, non del tutto almeno.

Andrea Marcolongo rimarca più volte il fatto che questo libro non volesse scriverlo, per varie ragioni che lei stessa vi spiegherà tra le sue pagine, ma alla fine della lettura si è portati a ringraziare che lo abbia fatto.

La lezione di Enea” è la riscoperta di qualcosa di ancestrale, qualcosa che si è sempre saputo, qualcosa che è l’essenza di come vivere dovendo sopravvivere.

Un’opera come l’Eneide non può sopravvivere a tutto questo tempo passato tra noi e il suo autore senza che essa sia, più che il simbolo di ciò che siamo costretti a studiare a scuola o tradurre nelle lezioni di latino, la voce che ci suscita l’appartenenza.

“… ciò che mette in atto l’Eneide è quell’epico atto di accettazione cosciente dell’inevitabilità della rinuncia.”

 

Written by Altea Gardini

 

2 pensieri su ““La lezione di Enea” di Andrea Marcolongo: l’Eneide non è un poema per i tempi di pace

  1. Ciao Altea…
    mi sai indirizzare nei versi precisi in cui Virgilio tratta della ‘malattia’ di Didone?

    Grazie

  2. Il canto di riferimento è il sesto. Ci sono diversi passaggi in cui è la stessa Didone che tradisce il suo male che poi è una forma di depressione e alienazione dalla realtà.
    Per sua stessa ammissione è ancora legata al precedente marito nel verso 28 e 29. Virgilio continua dicendo che la regina ama Enea per volere di Venere che vuole suo figlio al sicuro mentre attende di poter ripartire ma nelle sue azioni arde la follia nel verso 101.
    Didone nel verso 107 sa benissimo che Enea è un amante ma preferisce credere di poterle chiamare nozze anche se nessun rituale è mai stato compiuto in merito.
    Lei affida ad un uomo appena conosciuto tutta la sua città di cui è regina, si affloscia totalmente su Enea come un copridivano e si comporta da donna che esiste solo in vece di un uomo.
    A mio avviso il suo è un atteggiamento che lei crede sincero ma ha sfumature morbose e niente affatto sane, come se avesse una sorta di allucinazione in cui non è il nuovo arrivato che vede ma suo marito. Oppure, la sua depressione è una forma di depressione da stress post traumatico per la perdita del marito e il peso di una città da dover ricostruire e difendere da sola. C’è da dire che Enea non è un mastro di tatto e sensibilità ma non gli si può nemmeno affibbiare la colpa di essere stato un approfittato senza scrupoli. Lui stesso dice che la sua felicità è morta a Troia con la sua città e tutto ciò che ne consegue

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