Intervista di Alessia Mocci a Laure Gauthier: vi presentiamo “kaspar di pietra”

“Ogni epoca ha i suoi pericoli, la nostra è in una determinata fase della crisi del capitalismo, esiste un’“atrofia dell’esperienza” («Verkümmerung der Erfahrung»), come la definiva già Walter Benjamin, e davanti a questa svalutazione dell’esperienza, si esalta il linguaggio, si usano continuamente iperboli oppure all’opposto continuamente eufemismi. Siamo in un periodo di inflazione e anche di svalutazione. Ci infervoriamo in ogni campo, scriviamo senza sosta per mostrare che esistiamo. Penso che sia necessario accettare di “mettersi da parte”, il senso della perdita, lasciar riposare i testi, continuare a fare esperienza delle cose, a costo di rovinarsi, a costo di “perdere tempo”.” – Laure Gauthier

Laure Gauthier
Laure Gauthier

A costo di perdere tempo. Le virgolette utilizzate dalla poetessa Laure Gauthier sono un avvertimento per il lettore: un segno grafico che dovrebbe far sostare l’attenzione sul concetto di perdita collegato al tempo.

Nella società in cui viviamo, costantemente connessa ed in continua competizione per la velocità (per una notizia, per una fotografia, per un post, per il conteggio dei like), l’atto di lasciar riposare una riflessione – un verso – è considerato una perdita di opportunità; invece è proprio saper occupare il tempo cercando il silenzio – meditazione – ciò che potrebbe far comprendere che sì esistiamo come individui ma, esiste anche un sistema complesso nel quale interagiamo e ci rapportiamo. Saper aspettare, mettere da parte la fretta dell’ego di mostrare: il consiglio del poeta è e sarà “regola” e riporta ad un discorrere antico e sempre valevole.

Laure Gauthier vive a Parigi ed insegna Letteratura tedesca e cinematografia all’Università di Reims. La prima opera, pubblicata nel 2013, è in lingua tedesca (successivamente tradotta in francese) “marie weiss rot/ marie blanc rouge”. Due anni dopo per la casa editrice Châtelet-Voltaire viene diffusa la silloge “La cité dolente” che nel 2017 vedrà la traduzione in lingua italiana per Macabor Editore. Nello stesso anno per la casa editrice francese La Lettre volée presenta “kaspar de pierre/ kaspar di pietra” e Bonifacio Vincenzi decide di scommettere nuovamente sull’autrice proponendone una traduzione per la collana I fiori di Macabor.

Il Dottore di Ricerca in Linguistica francese Gabriella Serrone è stata un aiuto valente per la comunicazione con Laure Gauthier e per la traduzione che ha permesso questa intervista in due lingue, italiana e francese. Un ringraziamento necessario e durevole alla sua competenza ed alla sensibilità d’interpretazione e musicalità, dote non scontata.

In ultima si vuole avvertire il lettore di un particolare: quando si legge “Kaspar” con la maiuscola ci si sta riferendo a Kaspar Hauser, mentre quando lo si trova con la minuscola ci si sta riferendo al libro.

 

A.M.: Buongiorno Laure, la ringrazio per la disponibilità che ha mostrato per questa nostra intervista e mi complimento per l’entusiasmo con il quale è stata accolta in Italia e per la nuova pubblicazione “kaspar di pietra”. Come prima domanda mi piacerebbe trattare del compito del poeta nell’era digitale.

Laure Gauthier: Grazie a lei dell’ospitalità: la letteratura è viva anche grazie a riviste che ne parlano! Bisogna far attenzione a distinguere tra le interviste, come questa, che chiariscono versanti nascosti o profondi della scrittura e dall’altra parte un tipo di comunicazione che può girare a vuoto sui social, dove si comunica continuamente, e sviare l’attenzione su fatti e gesti un po’ popolari, un po’ di tendenza, che mirano a ricevere un like e dove la scrittura passa in secondo piano. Se i codici e i mezzi per occupare la superficie sono cambiati, invece, il fenomeno non è nuovo.

Per quanto mi riguarda, non ho lasciato carta e penna, poiché scrivo su taccuini, penna alla mano, scrivo a mano anche i miei libri; nei margini dei libri che leggo, scrivo qualche verso o frase. La versione scritta al computer è l’ultima versione del testo, quasi definitiva.

Non vedo né i social network né l’informatica come un pericolo, ma come uno strumento. Ogni scoperta tecnica è multiforme. Credo si possano aggiungere opportunità tecniche senza diventarne schiavi, un tipo di rapporto tra scrittura e tecnologia analizzato da Magari Nachtergael nel suo saggio Poet against the machine, cosa che non vuol dire rifiutare e ignorare, ma per me l’essenziale non è il processo. Questo non mi impedisce di usare uno zoom audio 3-D per registrare ciò che definisco “transpoemi”, componimenti estratti da varie situazioni e che possono essere trasmessi alla radio o applicati su installazioni multimediali; poi, pubblico su Internet, mi interesso alla voce esterna e spazializzata, al ruolo dell’immagine al di fuori del testo ecc., alla creazione digitale e a tutte le nuove opportunità che accompagnano la scrittura oppure rivolgono domande a quest’ultima. Tuttavia, queste opportunità devono necessariamente essere associate ad una riflessione sullo spazio-tempo della poesia, sulla necessità di lasciar migrare la scrittura verso altre forme.

Da ciò che vedo, il pericolo reale è quello della “comunicazione” su tutti fronti, dell’autopromozione costante che riguarda tutti, persino i poeti. Nei progetti scientifici chiamati d’eccellenza, ci si deve definire eccellenti ancora prima di aver realizzato il progetto. Ogni epoca ha i suoi pericoli, la nostra è in una determinata fase della crisi del capitalismo, esiste un’“atrofia dell’esperienza” («Verkümmerung der Erfahrung»), come la definiva già Walter Benjamin, e davanti a questa svalutazione dell’esperienza, si esalta il linguaggio, si usano continuamente iperboli oppure all’opposto continuamente eufemismi. Siamo in un periodo di inflazione e anche di svalutazione. Ci infervoriamo in ogni campo, scriviamo senza sosta per mostrare che esistiamo. Penso che sia necessario accettare di “mettersi da parte”, il senso della perdita, lasciar riposare i testi, continuare a fare esperienza delle cose, a costo di rovinarsi, a costo di “perdere tempo”. Se ciò che caratterizza la modernità dal romanticismo è una “coscienza della perdita”, forse occorre accettare di perdere per far fronte alle varie catastrofi in un altro modo.

La poesia rimane più che mai il genere letterario di cui più abbiamo bisogno ed il più politico per il lavoro continuo, incessante, estenuante sulla lingua che porta avanti. Che ci si occupi di prosa poetica o di versi! La differenza sostanziale tra prosa e poesia consiste nel fatto che nella poesia l’essenziale di ciò che accade avviene tramite la lingua. Dunque, raramente, un’epoca ha permesso che la lingua fosse svalutata così tanto: bisogna far fronte ad espressioni estremamente rigide, anche molto povere, molto funzionali o strapiene di iperboli vuote, ecc. Scrivere poesia significa affrontare gli attacchi diretti contro la lingua, provocare piccole scosse per farci prendere coscienza che la povertà della lingua è povertà di pensiero e di azione. Dunque, la realtà è spaventosamente complessa e la lingua della poesia può essere, forse con l’aiuto della psicanalisi, ciò che ci riporta non ad un escapismo post-romantico, ma alla realtà nella sua complessità fulminante. Da questo punto di vista, possiamo essere contenti che l’atteggiamento del grande poeta post-romantico lontano dal mondo non esista più.

 

A.M.: In “Maison I” si legge: “[…] Mi avete tatuato tutti i messaggi,/ son diventat la vetrina/ delle vostre mancanze/ Poi sono venuti i poeti ad imbiancare,/ fintamente rupestri,/ le loro voglie su di me; a rotolarsi nelle mie ceneri/ per avvicinare ciò che la natura potrebbe ancora dettare loro,/ santo cielo, l’esotismo!”. Una verace critica verso l’esotismo come fenomeno che investì l’Europa e che dette inizio alla “trasvalutazione di tutti i valori” del vecchio continente. Tutto ciò che non è conosciuto diventa elemento di indagine così Kaspar Hauser diviene una ossessione. Perché il poeta subisce il fascino di Kaspar?

kaspar di pietra di Laure Gauthier
kaspar di pietra di Laure Gauthier

Laure Gauthier: La storia di Kaspar Hauser è stata a lungo oggetto di predilezione di poeti e più in generale di scrittori. In kaspar de pierre la cancellazione del pronome «io», sostituito da uno spazio bianco, aperto come una ferita, presenta uno sguardo critico sul sensazionalismo, la stampa scandalistica, il gusto per le notizie di cronaca e sull’idealizzazione poetica tipica della società moderna. Rappresentava una sfida per me scrivere nonostante tutto anche un racconto poetico “contro” l’idealizzazione poetica di Kaspar Hauser. Questo vale naturalmente per lo stato della nostra società moderna due secoli dopo quella di colui che è stato soprannominato “l’orfano d’Europa”, per lo stato della poesia e per il suo rapporto con la realtà e con la lingua. Ho solo cercato di avvicinarmi a lui, non per appropriarmene, lasciandolo in un movimento di attraversamento. Il mio libro non è né una decostruzione della pressione sociale della società positivista come il Kaspar di Peter Handke, che insiste sulla socializzazione obbligata attraverso l’apprendimento rigido della lingua, né una ballata neoromantica che idealizza Kaspar Hauser, come il poema di Verlaine “La Chanson de Gaspard Hauser”, che ne fa un’immagine del poeta moderno: io mi approccio diversamente alla notizia, senza imitare il modo di esprimersi di questo giovane adolescente vittima di un trauma e prigioniero per 17 anni. Rovino leggermente il suo modo di parlare, da oggi, cercando soltanto di avvicinarmi alla voragine della sua vita, non per parlare con compiacimento dei maltrattamenti che ha subito, né per osannarlo come immagine del poeta, ma per presentarlo come singolo individuo che non aveva doti speciali e non era neppure poeta, ma era un bambino vittima di abusi, che ha sperimentato la violenza dell’inizio del mondo moderno intorno al 1800. Da questo passaggio, si aprono questioni sia irrisolte sia represse e quindi importanti. Credo nelle immagini dialettiche di Walter Benjamin, che si possono trovare nel passato, non le rovine ufficiali, ma elementi dimenticati o ignorati che nascondono germogli di ciò che verrà. L’approccio poetico permette di far cogliere certi tratti della Storia che costruisco con diversi spazi e tempi. Non è una biografia, anche se ho consultato molto gli archivi, ma ho situato la voce di kaspar leggermente fuori campo rispetto ai documenti biografici in altri spazi e tempi che sfiorano quelli che ha realmente vissuto. Mi sembra sia un altro Woyzeck, il soldato omicida, vittima di meccanismi sociali e uno dei casi di studio dell’irresponsabilità penale. Ciò che mi interessa è capire perché (mentre Woyzeck, un altro fatto di cronaca, è portato in scena più volte, a teatro, all’opera) Kaspar H., a parte rari film, non è rappresentato, ma lasciato ai giornalisti e ai poeti, quindi alle opere scritte.

Quindi, c’è innegabilmente qualcosa di trasgressivo nella cronaca, ma è necessario che i poeti si avvicinino al reale in modo diverso. Mi interessava sfiorare ciò che la poesia non aveva mai trattato: il tema dei maltrattamenti su minori è l’ultimo tabù della nostra società, che comincia solo da poco a parlarne. La violenza sul corpo dei bambini non è “plastica”, ma sostanza da usare per cronaca, giornali e anche per un tipo di poesia che idealizza. Necessario è deviare attraverso il linguaggio per allontanarsi dalla violenza sui bambini. Da questo punto di vista, kaspar de pierre è la continuazione degli altri miei libri che provano tutti a esplorare le modalità di violenza privata e sociale del mondo contemporaneo.

 

A.M.: In “Abandon I” e, successivamente, verso la fine del libro troviamo una domanda ripetuta: “quante volte si può ristrappare un lenzuolo/ ?”. Laure, quante volte? Oltre a porre la domanda ha dato anche una risposta? Quanti lembi di personalità si possono ancora strappare? E quando si finisce di strappare che cosa resta?

Laure Gauthier: A questa domanda non posso rispondere. Posso solo porla. Cerco diverse prospettive che compongono la realtà. A volte, adotto il punto di vista di una nuvola, delle pietre, cito la terra, ma a volte, bisogna cercare di avere, come al cinema, un punto di vista soggettivo: partecipare, per un attimo, alla tema, per poi porsi interrogativi che riguardano ogni individuo. Ponendo la domanda, inventando appositamente una lingua, ci si protegge dal vuoto e la poesia, se ha una dimensione politica facendoci stare all’erta, possiede anche una dimensione rassicurante, ci permette di proteggerci dagli attacchi sia privati sia collettivi. Troppo spesso, la gente ascolta una canzone per consolarsi dal mondo e non legge più poesia. Eppure la poesia è, come dice Philippe Beck nel suo saggio omonimo, Ninnananna e Tromba, quindi consolatoria e vigile, un richiamo.

Chi è troppo affranto, troppo lacerato, sfortunatamente, sa, cade, in senso clinico (e non romantico) nella malinconia, grave forma di depressione… senza desiderio e senza voglia “oltre la vita”, come scrivo in kaspar. Esistono così tante forme di violenza sociale, affettiva, tante difficoltà causate dalla perdita di un punto di riferimento e la situazione è aggravata dalla crisi sanitaria attuale, che molte persone non trovano il proprio modo di esprimersi per sperimentare il reale. Credo che la lettura permetta di vedere che diversi brandelli formano un mantello che può essere solido in una società che, a forza di vantare positività ed efficacia, diventa portatrice di morte…

 

A.M.: Un’altra domanda mi ha colpito fortemente. È presente nella lirica “Résumons-Nous”: “Ma perché la cronaca non racconta che mi son/ perdut nel giallo?” Che cosa significa perdersi nel giallo? Domanda connessa ai versi successivi: “delle schegge di tutti gli/ scheggiati”.

Laure Gauthier: In apertura del testo, la sequenza “marche” (“marcia”) presenta punti di contatto con l’arte povera, con una forma di materialità primaria, originaria: la terra ritorna incessantemente. Un’ossessione per la terra, per le pietre, forse come per la coreografa Pina Bausch. Qualcosa si muove danzando, una forza vitale, nonostante le violenze del mondo. È così che immagino kaspar, sia “di pietra”, una combinazione di elementi, in un io disciolto, sia in una relazione originaria con il mondo. A parte Werner Herzog, che ha ripreso l’uscita dalla sua prigione, in modo abbastanza “realistico” in questa sezione, non esiste opera che cerchi di affrontare cosa significa vedere le nuvole e toccare la pietra dopo 17 anni di prigionia senza parlare. A furia di idealizzare eccessivamente la poesia, a volte, vengono trascurate questioni essenziali ed essa diventa insipida.

Il giallo citato in questo passaggio è la speranza di vivere, sono i girasoli, il campo di girasoli che kaspar attraversa. Certamente, non si tratta di un dato biografico, è un’immagine ed è appena suggerita. “perdermi nel giallo” è allora la versione condensata di “perdersi in un campo di girasoli”. Tuttavia, tralascio volontariamente il senso preciso, a volte non termino i versi o le frasi, lascio che il senso si apra.

 

A.M.: Saprà di sicuro che in Italia persevera una vera e propria inclinazione verso i poeti francesi, soprattutto di quel fortunato Ottocento parigino. Charles Baudelaire, fra tutti, desta maggior interesse ed ogni anno i critici si cimentano in analisi nuove e reiterate. Ed in Francia? È stato perdonato per quei versi così poco amichevoli nei confronti dei parigini?

Laure Gauthier: Baudelaire è ancora uno dei rari poeti ad essere ancora letti e insegnati. Diverse opere critiche sono state pubblicate su di lui negli anni 2000 e ancora nel 2010. Penso ai saggi degli universitari Pierre Brunel o Antoine Compagnon, ma anche di altri autori come Yves Bonnefoy o Nathalie Quintaine, che hanno studiato la sua poesia e il suo radicamento nel reale. In Baudelaire, la tensione tra poesia in prosa e il sonetto è molto importante per me, poiché la mia poesia si basa sempre su un’alternanza tra verso e prosa poetica. Condivido pienamente l’analisi di Walter Benjamin che lo considera come primo poeta della modernità in Francia, che esprime la crisi di senso, la perdita dell’aura. Quindi, sì, la critica degli autori canonici è ancora viva, quella su Rimbaud e quella su Baudelaire, ma ci sono fortunatamente anche molte critiche ed universitari che dedicano le proprie ricerche alla densa e variegata creazione poetica contemporanea.

Per quanto mi riguarda, sebbene io sia francese, sono state soprattutto la poesia e la letteratura tedesca ad avermi segnata molto. Ho vissuto dai 18 ai 27 anni ampiamente in Germania e mi sono formata molto nella letteratura germanofona: Hölderlin, Novalis, Celan hanno segnato il mio percorso, ma in particolare anche Nelly Sachs e Ingeborg Bachmann ed i prosatori Elfriede Jelinek e Thomas Bernhard. Per il resto, non ho una “classifica”, leggo di tutto ma rimango ancorata a figure ai margini che riflettono sul loro tempo, come François Villon o ancora Antonin Artaud.

C’è un’incredibile vivacità e diversità nella poesia nella Francia odierna. Siamo in una strana epoca, dove è innegabile ci sia una sovrapproduzione di opere di poesia, anche di libri informi, dove ci si chiede ancora cosa abbia da dire il verso libero e cosa sia la poesia, ciò che chiamiamo poesia. E al contempo, ci sono autori e autrici particolarmente intensi, innovatori che pensano la nostra società tramite la lingua della poesia che accompagnano, pensano e rinnovano. Leggo soprattutto quegli autori e quelle autrici per cui scrivere dice qualcosa sotto una forma intrinsecamente legata a ciò che avviene politicamente: apprezzo molto poeti come Philippe Beck, Pierre Vinclair, che abbinano ai loro versi un pensiero poetologico critico, e anche la poesia e la prosa solerti di Lucie Taïeb, che tra l’altro pubblica anche saggi, così come le opere di Marie de Quatrebarbes e di Christophe Manon tra racconto e poesia, di Jérôme Game, i cui testi riconfermano il ruolo dell’immagine, ma la leggo anche Katia Bouchoueva, Séverine Daucourt, Pascale Petit, Perrine Le Querrec, Sandra Mousempes, Dominique Quélen e tanti altri ancora.

 

A.M.: La casa editrice Macabor, oltre ad aver pubblicato “kaspar di pietra”, ne 2018 ha scommesso sulla sua poetica con “La città dolente”. Che cosa ha pensato per questo interesse rinnovato? Considera Macabor Editore come una casa editrice con la “capacità di sguardo”?

La città dolente - Laure Gauthier
La città dolente – Laure Gauthier

Laure Gauthier: Ricordo che era uscito da pochissimo in Francia il mio libro e Luigia Sorrentino ha pubblicato qualche estratto sul suo blog (in francese con la traduzione in italiano), poi ho ricevuto un messaggio di Bonifacio Vincenzi, in cui mi comunicava il suo interesse per il testo. Qualche settimana dopo mi ha proposto di tradurlo e mi ha messo in contatto con la traduttrice, Gabriella Serrone! Naturalmente, devo tanto al coraggio editoriale di questa casa editrice e del suo editore, del suo impegno nel tempo, alla fiducia per il mio lavoro sin dall’inizio. Spero ovviamente che questa casa editrice continuerà a rimanere aperta all’estero e a battersi per la poesia contemporanea.

Inoltre, ho avuto la fortuna di incontrare altri poeti, in particolare Marco Vitale, che ha scritto la prefazione di kaspar, ma anche Eleonora Rimolo, che mi ha invitata a pubblicare nella sua bella rivista web Atelier o ancora Carlo Pulsoni per la rivista Insula Europa e anche il Festival di Poesia Ambientale anche con Marco Fratoddi. Inoltre, ho partecipato ad una performance on line al MAAM di Roma. La collaborazione duratura con la traduttrice Gabriella Serrone è ugualmente un bel regalo della vita, che ha aperto un dialogo poetico e amichevole e lei ha già tradotto estratti del mio prossimo libro les corps caverneux. Devo molto al suo grande talento di traduttrice!

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Laure Gauthier: “le armi che mi hai dato sono efficaci,
ma non sono le mie:
mi batterò a modo mio
con due o tre sassi e una fionda.”

(Charles Reznikoff, Inscriptions, tradotto dall’inglese da Thierry Gillyboeuf, casa editrice: Nous)

 

A.M.: Laure ringrazio vivamente per le riflessioni lanciate come pietra sull’acqua, il mio augurio è che possano portare il lettore a divenire cerchio. Indico uno dei “rari film”: “La leggenda di Kaspar Hauser” diretto da Davide Manuli; e, per ribadire la tematica del maltrattamento, la saluto con le parole di Simone Weil: “È criminale tutto ciò che ha come effetto di sradicare un essere umano o d’impedirgli di mettere radici.

 

Written by Alessia Mocci

Translated by Gabriella Serrone

 

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Intervista in lingua francese

“Chaque époque a ses dangers, la nôtre est à un certain stade du capitalisme en crise, il y a une « atrophie de l’expérience » (« Verkümmerung der Erfahrung ») comme le disait déjà Walter Benjamin ; alors devant cette dévaluation de l’expérience, on chauffe à blanc le langage, on emploie en permanence des hyperboles ou au contraire des euphémismes. On est dans une période d’inflation et aussi de dépréciation. On s’agite en tous sens, on écrit non-stop pour montrer qu’on existe. Il faut je crois accepter la « jachère », la perte, laisser reposer les textes, faire encore l’expérience des choses, quitte à s’y abîmer, quitte à « perdre du temps ».” – Laure Gauthier

 

A.M.: Bonjour Laure, merci d’avoir accepté notre interview et félicitations pour l’enthousiasme avec lequel vous avez été accueillie en Italie, ainsi que pour votre nouveau livre « kaspar de pierre ». Pour commencer, je voudrais que vous abordiez la question de la tâche du poète à l’ère numérique.

Laure Gauthier
Laure Gauthier

Laure Gauthier: Merci à vous de m’accueillir : la littérature est vivante aussi grâce aux revues qui en parlent ! Il faut prendre garde à effectuer une distinction entre des entretiens, comme celui-ci, qui éclairent des versants cachés ou profonds de l’écriture, et par ailleurs une communication qui peut tourner à vide sur les réseaux, où l’on va communiquer en permanence, et détourner l’attention sur des faits et gestes un peu « pop », un peu « cool », dans l’espoir de plaire et où l’écriture passe à l’arrière-plan. Si les codes et les moyens d’occuper la surface ont changé, en revanche, le phénomène n’est pas nouveau.

De mon côté, je n’ai pas abandonné le papier et le stylo car j’écris dans des carnets, stylo à la main, j’annote également mes livres ; dans les marges des livres que je lis, j’écris des bouts de vers ou de phrases. La version écrite sur l’ordinateur est la dernière version du texte, quasiment achevée.

Je ne vois pas les réseaux sociaux ni l’informatique comme un danger mais comme un outil. Chaque découverte technique est multiforme. Je crois que l’on peut ajouter des possibilités techniques sans s’en rendre esclave, un rapport entre écriture et technologie qu’analyse Magali Nachtergael dans son essai Poet against the machine. Ça ne veut pas dire un refus et une ignorance, mais pour moi l’essentiel n’est pas le processus. Ça ne m’empêche pas de me servir d’un zoom audio 3-D pour enregistrer ce que j’appelle des « transpoèmes », des poèmes captés dans diverses situations, qui peuvent être diffusés à la radio ou greffés à des installations multimédias ; ensuite je publie sur internet, je m’intéresse à la voix off et spatialisée, au statut de l’image hors du texte etc., à la création numérique et à toutes les nouvelles possibilités qui accompagnent l’écriture ou posent des questions à celle-ci. Mais ces possibilités doivent nécessairement s’accompagner d’une réflexion sur l’espace-temps du poème, sur la nécessité de laisser migrer l’écriture sous d’autres formats.

Le danger réel est à mes yeux celui de la « communication » tous azimuts, de l’autopromotion en permanence qui touche tout le monde, même les poètes. Dans les projets scientifiques dits d’excellence, on doit se dire excellent avant même d’avoir réalisé le projet. Chaque époque a ses dangers, la nôtre est à un certain stade du capitalisme en crise, il y a une « atrophie de l’expérience » (« Verkümmerung der Erfahrung ») comme le disait déjà Walter Benjamin ; alors devant cette dévaluation de l’expérience, on chauffe à blanc le langage, on emploie en permanence des hyperboles ou au contraire des euphémismes. On est dans une période d’inflation et aussi de dépréciation. On s’agite en tous sens, on écrit non-stop pour montrer qu’on existe. Il faut je crois accepter la « jachère », la perte, laisser reposer les textes, faire encore l’expérience des choses, quitte à s’y abîmer, quitte à « perdre du temps ». Si le propre de la modernité depuis le romantisme est une « conscience de la perte », sans doute faut-il accepter de perdre pour faire face aux diverses catastrophes autrement.

La poésie demeure plus que jamais le genre littéraire le plus nécessaire et le plus politique de par le travail continu, incessant, épuisant sur la langue qu’il mène. Que l’on écrive de la prose poétique ou des vers ! La grande différence entre prose et poésie, c’est que dans la poésie l’essentiel de ce qui advient se passe par le biais de la langue. Or, rarement, une époque a autant laissé se dévaluer celle-ci : on doit faire face à des usages très normatifs, très pauvres aussi, très fonctionnels ou bourrés d’hyperboles vides etc. Ecrire de la poésie, c’est faire face aux attaques dirigées contre la langue, c’est provoquer de petits séismes pour nous faire prendre conscience que la pauvreté de la langue est une pauvreté de penser et d’agir. Or le réel est affreusement complexe, et la langue poétique peut être, avec la psychanalyse sans doute, ce qui nous ramène non pas à un escapisme post-romantique, mais au réel dans sa complexité fulgurante. On peut de ce point de vue se féliciter que l’attitude du grand poète post-romantique loin du monde se soit effondrée.

 

A.M.: Dans « Maison I » on lit : “[…] Vous m’avez tatoué tous les messages,/ suis devenu la vitrine/ de vos manques/ Puis sont venus les poètes badigeonnant,/ faussement rupestres,/ leurs envies sur moi ; se roulant dans mes cendres/ pour apercevoir ce que la nature pourrait encore leur dicter,/ bon dieu, l’exotisme!”. Il s’agit d’une forte critique de l’exotisme comme phénomène qui a envahi l’Europe et donné naissance à la « transvaluation de toutes les valeurs » du Vieux Continent. Tout ce qui n’est pas connu devient un élément d’investigation de sorte que Kaspar Hauser devient une obsession. Pourquoi le poète tombe-t-il sous le charme de Kaspar ?

Laure Gauthier: L’histoire de Kaspar Hauser a longtemps été un sujet de prédilection des poètes et des écrivains plus généralement. Dans kaspar de pierre le « je » effacé, remplacé par du blanc, ouvert comme une entaille, présente un regard critique à la fois sur le sensationnalisme, la presse à scandale, le goût pour les faits divers et sur l’idéalisation poétique propre à la société moderne. C’était un pari pour moi d’écrire malgré tout encore un récit poétique « contre » l’idéalisation poétique de Kaspar Hauser. Il y va à la fois bien sûr de l’état de notre société moderne deux siècles après celle de celui qu’on a surnommé l’ « orphelin de l’Europe », et de l’état de la poésie et de son rapport au réel et à la langue. J’ai seulement tenté de m’approcher de lui, en ne me l’appropriant pas, le laissant dans un mouvement de traversée. Mon livre n’est ni une déconstruction de la pression sociale de la société positiviste comme le Kaspar de Peter Handke, qui insiste sur la socialisation forcée par l’apprentissage normatif du langage, ni une ballade néo-romantique idéalisant Kaspar Hauser, comme le poème de Verlaine « La Chanson de Gaspard Hauser », qui en fait une figure du poète moderne : je m’approche autrement du fait divers, sans imiter la façon de parler de ce jeune adolescent traumatisé et enfermé pendant 17 ans. J’abime légèrement la langue, depuis aujourd’hui, tentant seulement d’approcher du cratère de sa vie non pas pour exposer sa maltraitance avec complaisance, ni pour le glorifier comme image du poète, mais pour le saisir comme un individu singulier qui, sans être ni un surdoué ni un poète, mais un enfant maltraité, a rencontré la violence du début du monde moderne vers 1800 et depuis là nous pose des questions à la fois irrésolues et refoulées donc importantes. Je crois aux images dialectiques de Walter Benjamin, et donc que l’on peut trouver dans le passé non pas les ruines officielles, mais des éléments oubliés ou négligés qui cachent des germes d’un autre à venir. L’approche poétique permet de faire saillir certains traits de l’Histoire que je construis avec différents espaces-temps. Il ne s’agit pas d’une biographie, même si j’ai beaucoup étudié les archives, mais j’ai situé la voix de kaspar en léger hors-champ des documents biographiques dans d’autres espaces-temps qui frôlent ceux qu’il a réellement traversés. Il me semble être un autre Woyzeck, le soldat meurtrier, victime des mécanismes de la société et un des cas d’étude de l’irresponsabilité pénale. Ce qui m’intéresse, c’est pourquoi (tandis que Woyzeck, un autre fait divers, est tant représenté, au théâtre comme à l’opéra) Kaspar H. à part de rares films, n’est pas représenté, mais laissé aux journalistes et aux poètes, à l’écrit donc.

Or, il y a indéniablement dans le fait divers quelque chose de transgressif, mais encore faut-il que les poètes s’approchent du réel autrement. Ce qui m’intéressait, c’était de frôler ce que la poésie n’avait pas approché. Le sujet de l’enfance maltraitée est le dernier tabou de notre société, qui ne commence qu’à en parler. La violence faite au corps de l’enfant n’est pas « plastique », mais matière pour faits divers, journaux, et aussi parfois pour une poésie idéalisante. Le détour par le langage est nécessaire pour détourner de la violence faite à l’enfant. kaspar de pierre en ce sens continue mes autres livres qui tous cherchent à explorer les modalités de la violence intime et sociale contemporaine.

 

A.M.: Dans “Abandon I” et plus loin, vers la fin du livre une question se répète : « Combien de fois peut-on redéchirer un drap/ ? ». Laure, combien de fois ? Vous vous êtes posé la question, mais avez-vous trouvé une réponse ? Combien de morceaux de personnalité peut-on encore déchirer ? Et que reste-t-il quand on a terminé ?

Laure Gauthier: Cette question je ne peux y répondre. Que la poser. Je cherche les différentes perspectives qui constituent le réel. Parfois, je prends le point de vue d’un nuage, des pierres, évoque la terre, mais, parfois, il faut tenter d’être, comme au cinéma, en point de vue subjectif : adhérer, un instant au sujet et alors surgissent des questions qui concernent chaque personne. En posant la question, en inventant une langue pour ça, on borde le trou et la poésie, si elle a une dimension politique en nous rendant vigilants, possède également une dimension apaisante, nous permet de nous protéger des attaques aussi bien intimes que collectives. Trop souvent, les personnes écoutent une chanson pour se consoler du monde et ne lisent plus de poésie. Pourtant la poésie est, comme le dit Philippe Beck dans son essai éponyme, à la fois Berceuse et Clairon, donc réconfortante et vigilante, un appel.

Les personnes trop accablées, trop déchirées, malheureusement, vous le savez, tombent au sens clinique (et non romantique) dans la mélancolie, forme grave de dépression … sans désir et sans envie « outre à la vie », comme je l’écris dans kaspar. Il y a tant de violences sociales, affectives, tant de pertes de repères et tout est aggravé par la crise sanitaire aujourd’hui, que beaucoup de personnes ne trouvent pas leur langue pour faire l’épreuve du réel. Je crois que la lecture permet de voir que plusieurs lambeaux font un manteau qui peut être solide dans une société qui, à force de vanter la positivité et l’efficacité, devient mortifère…

 

A.M.: Une autre question m’a beaucoup frappée. Elle se trouve dans la section « Résumons-Nous » : « Mais pourquoi la chronique ne raconte-t-elle pas que me suis/perdu dans le jaune ? » Que signifie « se perdre dans le jaune » ?

Macabor Editore
Macabor Editore

Laure Gauthier: Dans l’ouverture du texte, la séquence « marche » présente une affinité avec l’arte povera, avec une forme de matérialité primaire, première : la terre revient ainsi sans cesse. Une obsession de la terre, des pierres, sans doute comme chez la chorégraphe Pina Bausch. Quelque chose se meut en dansant, une force de vie, malgré les violences du monde. C’est ainsi que m’apparaît kaspar, à la fois « de pierre », mélangé aux éléments, dans un moi dissous, et dans un rapport premier au monde. A part Werner Herzog, qui a filmé la sortie de son cachot, de façon assez « réaliste » dans cette section, aucune œuvre ne tente d’apercevoir ce qu’est le fait de voir des nuages et de toucher la terre après 17 ans de captivité sans parler. A trop idéaliser la poésie, parfois, on passe à côté des questions essentielles. On la rend mièvre.

Le jaune ici, c’est l’espoir de la vie, ce sont les tournesols, le champ de tournesols que kaspar traverse, bien sûr ça n’est pas biographique, c’est plastique, c’est à peine suggéré. « me perdre dans le jaune » est alors la version condensée de « se perdre dans un champ de tournesol ». Mais j’abandonne volontairement le sens précis, parfois je ne finis pas les vers ou les phrases, je laisse le sens s’ouvrir.

 

A.M.: Vous savez sans aucun doute qu’une véritable fascination pour les poètes français continue d’exister en Italie, notamment pour l’heureux XIXème siècle parisien. Charles Baudelaire, parmi tous, éveille un intérêt majeur et chaque année les critiques entreprennent de nouvelles analyses. Et en France, que se passe-t-il à ce propos ? Lui a-t-on pardonné pour ses vers peu aimables à l’égard des Parisiens ?

Laure Gauthier: Baudelaire est un des rares poètes qui soient encore lus et enseignés. Il y a eu beaucoup d’ouvrages critiques sur lui jusque dans les années 2000 et 2010, je pense aux essais des universitaires Pierre Brunel ou Antoine Compagnon, mais aussi d’autres auteurs comme Yves Bonnefoy ou Nathalie Quintane, qui ont étudié sa poésie et son ancrage dans le réel. La tension chez Baudelaire entre les poèmes en prose et le sonnet est très importante pour moi, car ma poésie se fonde toujours sur une alternance entre vers et prose poétique. Je souscris vraiment à l’analyse de Walter Benjamin qui le voit comme premier poète de la modernité en France, exprimant cette crise de sens, cette perte de l’aura. Mais oui, la critique des auteurs canoniques est encore vivante, celle de Rimbaud comme celle de Baudelaire, mais il y a bien aussi heureusement des critiques et universitaires qui consacrent leur recherche à la création poétique contemporaine dense et variée.

De mon côté, bien que française, ce sont surtout la poésie et la littérature allemandes qui m’ont formée, j’ai vécu de 18 à 27 ans largement en Allemagne et me suis beaucoup constituée avec la littérature germanophone : Hölderlin, Novalis, Celan m’ont marquée, mais tout particulièrement aussi Nelly Sachs et Ingeborg Bachmann et chez les prosateurs Franz Kafka, Elfriede Jelinek et Thomas Bernhard. Par ailleurs, je n’ai pas de « palmarès », je lis tous azimuts mais je reste attachée à des figures extrêmes qui interrogent leur temps comme François Villon ou encore Antonin Artaud.

Il y a une incroyable vivacité et diversité de la poésie en France aujourd’hui. Nous sommes à une époque étrange, où indéniablement il y a une surproduction en poésie, aussi de livres informes, où on se demande encore ce que le vers libre a à dire et ce qu’est la poésie, ce qu’on appelle poésie. Et à la fois, il y a des auteurs et autrices particulièrement denses, novateurs qui pensent notre société par le biais de la langue poétique qu’ils accompagnent, pensent et renouvellent. Je lis surtout ceux et celles chez qui écrire dit quelque chose sous une forme intrinsèquement liée à ce qui advient poétiquement : j’aime autant des poètes comme Philippe Beck, Pierre Vinclair, qui accompagnent leur poésie d’une pensée poétologique critique, que la poésie et la prose vigilantes de Lucie Taïeb, qui par ailleurs publie aussi des essais, également celle de Marie de Quatrebarbes et de Christophe Manon entre récit et poésie, Jérôme Game dont les textes renouvellent le statut de l’image, mais je lis également la poésie de Katia Bouchoueva, de Séverine Daucourt, de Pascale Petit, de Perrine Le Querrec, de Sandra Mousempes, de Dominique Quélen et bien d’autres encore.

 

A.M.: Après avoir publié « kaspar de pierre », Macabor a parié en 2018 sur votre poétique avec « La città dolente ». Que pensez-vous de cet intérêt renouvelé ? Considérez-vous Macabor comme une maison d’édition ayant une « capacité à se projeter dans l’avenir » ?

Gabriella Serrone
Gabriella Serrone

Laure Gauthier: Je me souviens qu’à peine mon livre paru en France Luigia Sorrentino a publié quelques extraits sur son blog (en français et traduits en italien), puis j’ai reçu un message de Bonifacio Vicenzi, qui me disait son intérêt pour le livre. Quelques semaines plus tard il m’a proposé une traduction et m’a mis en relation avec la traductrice, Gabriella Serrone ! Bien sûr je dois beaucoup au courage éditorial de cette maison d’édition et de son directeur, de son engagement dans le temps, la confiance envers mon œuvre depuis le début. J’espère bien sûr que cette maison continuera ainsi de rester ouverte sur l’étranger et de se battre pour la poésie contemporaine.

J’ai par ailleurs eu la chance de rencontrer d’autres poètes, notamment Marco Vitale, qui a écrit la préface de kaspar, mais aussi Eleonora Rimolo, qui m’a invitée à publier dans sa belle webrevue Atelier ou encore Carlo Pulsoni pour la revue Insula Europae et le Green Poetry Festival aussi avec Marco Fratoddi et une performance en ligne au MAAM de Rome. La collaboration dans le temps avec la traductrice Gabriella Serrone est aussi un joli cadeau de vie, cela a ouvert un dialogue à la fois poétique et amical, et elle a déjà traduit des extraits de mon prochain livre les corps caverneux. Je dois beaucoup à son grand talent de traductrice !

 

A.M.: Disons-nous au revoir avec une citation…

Laure Gauthier: « les armes que tu m’as données sont bien,
mais ce ne sont pas les miennes :
je vais me battre à ma façon
avec deux ou trois cailloux et une fronde. »

(Charles Reznikoff, Inscriptions, traduit de l’anglais par Thierry Gillyboeuf, ed: Nous)

 

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