“Il vero amore è una quiete accesa” di Francesco Randazzo: l’uscita dall’incanto

Fraterno autore, tu citi Ungaretti, io cito te:Dove finisce tutto l’amore sprecato, tradito, maltrattato o semplicemente lasciato indietro, maltrattato o semplicemente lasciato indietro come un bagaglio dimenticato sul binario?– un po’ nei libri, un po’ negli uomini, un po’ che se ne va per i fatti suoi.

Il vero amore è una quiete accesa di Francesco Randazzo
Il vero amore è una quiete accesa di Francesco Randazzo

Ma quando il cuore si ferma, tutta questa immensità creata e poi disgregata, dove finisce?” – ogni volta che leggo un libro, mi pare di scorgerla, pur fuggevole, ammiccante e ironica, celata in un arcano paragrafo, o semisepolta in un ricordo lontano, che si riaffaccia ardito e improvviso.

Leyla ha sette anni. Sta diventando cieca. Non sa perché. Hanno provato a spiegarglielo con parole sempre un po’…– è semplice essere bambini, ma per nulla facile. Se sorge in loro un problema, diventerà il problema della loro vita. Leyla spera in un “milacoro”. Subito qualcuno la corregge: “Miracolo.”

Si deve affidare alla scienza, le dicono.

“E la scienza, la medicina, mi può guarire?”

“Per ora no.”

“Una stupidaggine vale l’altra, allora.”

O vero!

Leyla, ascolta questo tuo coetaneo: concordo con te, sono tutte sciocchezze. Qualcuna vale più delle altre. La ricerca della stupidaggine meno sciocca accompagnerà la nostra esistenza.

“… della sua anima inquieta, esasperando tutto in lei, fino al perenne disequilibrio, all’affanno e all’irresolutezza, che visse fino all’ultimo momento della sua vita.” – Leyla è l’anima da cui sono sorte le vicende. Una delle due.

“Avrei potuto salvarla? Sì, certo, avrei potuto, ma non dovevo, dunque non potevo.” – a parlare è un Nume, non il più importante, ma nemmeno il primo a svolazzare nell’aere.

“Ogni infanzia, felice o infelice, marca tutta l’esistenza perché in ogni casosi risolve sempre con la disillusione.” – se era un’illusione, l’uscire da quell’incanto non è forse un bene?

“Non c’è attrazione che possa evitare lo scontro, non c’è contatto senza urto e cedimento, le carezze sono anestesia della violenza, trattenimento del desiderio che provoca altro desiderio.” – inquietante e stupefacente descrizione della vita, delle interazioni delle particelle, dell’amore, dell’amicizia, delle passioni umane.

Io dall’alto li osservo e volo tra loro.” – dice così per farci comprendere bene, ma per lei, divina Iride, non dovrebbe esistere un sopra o un sotto. Se dovessi scegliere una location per lei ipotizzerei quel minimo spazio di Planck, in cui non valgono più gli umani ragionamenti, ecco a cosa penserei.

“… tutte le divinità, passate, presenti e future, esistiamo e, tutto sommato, ce ne infischiamo di quel che credete o no.” – tutto sommato, l’avevo intuito.

“… posso tutt’al più recare messaggi nascosti, segni invisibili (anche se piuttosto potenti) e sperare che vengano capiti e seguiti.” – non credo affatto in te e in quelli come te, eppure tengo l’orecchio teso e ogni orifizio della mia anima (non del mio corpo) non aperto, spalancato!

“Siamo noi che vi raccontiamo, anche se non potete vederci.” – è arbitrario, cara mia: ora è Francesco Randazzo che ha il pallino in mano. Dove l’abbia raccolto, è un mistero.

Leyla è diventata cieca e si chiede: “Di che colore sarei stata io se avessi potuto vedermi?” – spesso me lo chiedo di me. Se è davvero una questione di lunghezza d’onda della luce, sarebbe una questione soltanto scientifica. Allora perché parlano di colori dello spettro? E se fosse tutta una fantasia di fantasmi? Quel che per me è verde, lo è anche per gli altri? Phantasia è apparizione, come phàntasma. Quel che è fantastico, è quantomeno dubbio.

Se un non più vedente sogna, rivede tutto quello che vide, sotto altre forme, identici sono i colori: “dal rosa al nero, dall’ocra al giallo…” – nessun ricordo va perso, semmai è smarrito, riciclato, ai sensi e per conto del primo principio della termodinamica.

“X mi ha accompagnato per anni. Non lo vedevo, ma potevo toccarlo, parlargli.” – chi diavolo sarà mai?

“Forse io non sono io, sono un’altra. Forse mi hanno messo in questo corpo sbagliato, per nascondermi o per punirmi.” – o per farmi evolvere? Io non sono colui che fui un attimo fa.

X le dice: “Io sono te.”

Nella sua condizione di non vedente, Leyla acquisisce la capacità di scrutare nell’anima della gente “quel che di profondo nascondono nei volti e nei odi”. Non li vede e quindi non riescono a ingannarla.

Cerca di convivere con il suo stato: “… per brevi tratti posso anche correre”: non c’è nulla di più bello, di più leggero e libero di un adolescente che corre all’improvviso, senza una meta, solo perché vuol farlo. E il suo viso, in quell’imperituro momento, è radioso!

X corre con lei: “Io sono il tuo buio incandescente…” È il suo abisso, il suo caos, “il crollo di ogni speranza”, ma anche la maceria su cui riscostruire un’esistenza. “Io sono il tuo demone. Io sono te.”

“Leggere in braille è come sfiorare la superficie del mondo per viaggiare verso altri.” – io sono portatore di una mancanza di handicap alla vista e mai potrò cogliere fino in fondo il senso di questa frase assurdamente bella.

A pagina 64, 67, 68/69, una frase “La speranza è una trappola” è ripetuta m volte per n righe, dove m è multiplo di n, dove io casco nella trappola. Ma ci casco volando.

Non ho fede, mi è rimasta tra i piedi la cuginetta idiota, che ci posso fare? Sulla carità non mi esprimo, se non che costa una cifra.

Soltanto di notte, al buio, dice Layla: “mi sento di nuovo me stessa.” – solo un cieco si sente a casa propria nell’oscurità.

“… le divinità non muoiono, qualunque sia la loro natura.” – parliamone. Domandina beffarda: siete in molte su Plutone? O vi ci spedisce l’uomo quando lo osserva al telescopio? Bohr diceva che la particella esiste solo quando la si attesta. Anche voi?

Francesco Randazzo
Francesco Randazzo

E se foste some quei pertinaci virus che hanno bisogno del caldo ostello di un batterio per sentirsi vivi?

Ecco cosa sembriamo forse a voi: esseri monocellulari, in bilico tra il mondo animale e quello vegetale (o addirittura minerale?).

“… non tutto ciò che agli uomini sembra un male, in un altro piano, superiore o ancestrale…” lo è! Ma è in questo piano che fa male! Suvvia, non farmi bestemmiare il tuo nome!

Diochediolà! – la mia contumelia sacra prediletta!

“… l’umanità non è che un pulviscolo in balia del vento, quindi anche il suo disperdersi ha un senso.” – lo sapevo che ci saresti arrivato anche tu, al secondo principio della termodinamica, all’entropia che tutto congela. Io però mi ribello a questo senso deficiente! Quando ce vo’ ce vo’!

Io sono Aello, la bufera. E in questa storia sono la tormentatrice di Leyla.” – quale è il tuo fine, puttello?

Poi spieghi che tu sei X, che hai tutta una parentela di divinità parassite. Accidenti a te! E che hai tutta una tattica tua in riferimento a quella povera creatura.

Mi fa sorridere la narrazione della scoperta da parte del fratello maggiore che la piccola Leyla non ha il pisello, bensì: “Niente più che una cosa che un culettino in miniatura.” – paragone che merita di per sé l’acquisto del libro. A pensare che anch’io credevo che le donne non avessero niente a differenza di noi dotatissimi putti mantegneschi. E poi, gran parte della vita uno la trascorre a sognare o a inseguire il sogno di quel prodigioso anfratto!

Leyla incontra se stessa: “Lei sa. Io non so più nulla. Lei è me, ma io non sono lei. Eppure siamo tutte e due me.” – e io non ci capisco più nulla e comincio a questo punto a scrivere questa reazione. Ripercorro tutte le tappe e mi fermo per un attimo qui. Poi mi decido a proseguire. Questa è la vita che mi sono scelto: mai fermarmi, ma limitarmi a soste tattiche e ristoratrici.

“E non ho una risposta, nessuno può darmela.” – a chi lo dici, cocca!

Layla riacquista la vista, grazie a un assurdo marchingegno inventato da un genio, perennemente in bilico fra il Nulla e il Tutto, un complesso incompreso di nome Tommaso: “… un naufrago su un punto, un solo punto unico ed isolato nel cosmo, un vuoto liquido: e quel punto è lui.”

Un uomo che vorrebbe annullarsi tra la folla, ma che “sarebbe stato ricordato a lungo, per la sua invenzione.”

Qualcuno, sepolto nel buio, declama: “Sono io, la sua arpia custode, Celeno l’oscura, sorella di…” – vari fetenti che non m’interessano, al momento almeno. Guida del “ragazzo verso il suo Sein Zum Tode, essere per la morte.” – allegria!

“Noi esistiamo per questo. Noi resistiamo per questo. Noi, le divinità antiche, le più spietate, ma anche le più sincere.” – diffidate delle promesse degli dèi, che sono Esseri Diversamente Umani.

“Vi facciamo pagare un prezzo però, che è il risarcimento al nostro tedio senza fine, vi facciamo soffrire o meglio, facciamo in modo che creiate continuamente la vostra sofferenza.” – si tratta del solito, micidiale, ticket da versare tramite bancomat.

Tommaso è correlato, entangled, col fanciullo che, a fatica, egli fu: “Ricorda qualcosa, a sprazzi, di Tommi, un bambino che immagina d’aver conosciuto tanto tempo fa; ma non ricorda niente di sé…”

Tommi è “come un personaggio da romanzo il cui protagonista è un ragazzo, uno come Tom Saw…” – uno di quelli in cui ci si entra e da cui si esce continuamente, per tutta la vita.

“Essere ed esistere possono essere due cose molto distinte e diverse.” – abissale e profonda illusione!

“È difficile che coesistano e si sovrappongano pienamente.” – un po’ come la vista che richiede un meccanismo congenito per unificare l’azione di due occhi diversi. È la visione che pare dubbia, non il fenomeno che pare accadere.

“Nel tentativo può trascorrere un’intera vita.” – qualcosa occorre pur inventarsi per passare il tempo.

“Qualche volta qualcuno ci riesce.” – o ha la sensazione di avere una visione unica?

“Aveva solo Tommi accanto a sé. Era lui stesso il suo amico immaginario.”piutòst che gnînt, mej piutòst. Piuttosto che niente è meglio piuttosto.

La prima compagnia della vita che capita non è mai quella giusta. O forse la prima è quella che deve ancora venire.

Eccola!

Dice: “Fai finta di aver trovato un cucciolo abbandonato…” eccetera…

Lui risponde: “Dovrò portarti dal veterinario allora!”

Subito entrano in confidenza. Lui le dice: “… Ti chiamerò Moira.” E la invita a fare un bagno perché puzza (di eros).

La bestiola amorosa alterna momenti di “sottomissione” a “moti di feroce ribellione.” La noia, in tal modo, sembrerebbe scongiurata.

Il sesso è “un sano e schietto scambio di piacere.” Cito Moravia che citava chissà chi: è uno scambio di vitalità. D’interazioni. D’energie. Di scambi materici (come accade alle stelle doppie).  E chi più ne ha, più ne tolga e poi lo rimetta.

La definizione dei due amanti appare inappellabile: “… desideravano ancora attraverso quegli atti oscenamente puri.”

Lei è Moira: “… il destino, la legge divina e impersonale della natura, che dava a ciascuno la parte che gli spettava.”

“… sei ineluttabile per me.” – una tassa che non si termina mai di pagare.

Lei ha due piedi orrendi: “… i piedi del diavolo. Sarei migliore se non fossi condannata da loro, sono il mio marchio nascosto.” – chi è senza Satana scagli la prima pietra.

Teoria successiva: si ama non chi “ci soddisfa”, ma chi “ci infastidisce”. È “un perché no”, non “un perché sì.” – concetto che non si accetta subito, a volte occorre una vita intera (e mezza).

“Non è l’indifferenza a far terminare un rapporto, ma l’orrore”. Pur ferito a morte, concordo.

Julian Barbour
Julian Barbour

A pagine 109, Francesco Randazzo parla di entanglement; a pagina 156 discorre amenamente di Kam-Âmi: desidero; a pagina 175 dice: “Il tempo non esiste.” – ho l’impressione che l’autore, per vendicarsi di tutte le estrapolazioni di cui è stata involontaria vittima (ora consapevole), si stia appropriando di alcuni fra i miei più focosi cavalli di battaglia, che ora scorrazzano tra le pagine diretti in ogni dove! Vuoi vedere che anche lui venera il Sommo Fisico Julian Barbour, il cui evangelico The end of time ha mutato per sempre (oscena parola!) ogni istante della mia vita.

La descrizione che Francesco Randazzo fa del tempo e delle cose che coesistono sembrano tratte da quell’opera, si fa per dire, sempiterna. Un giorno te lo chiederò a brótt grògn, a brutto grugno, caro il mio Cecco!

“Moira è Leila bambina…” – ci voleva un genio per capirlo!

Nel notturno limbo di Roma: il capitolo l’ho scritto io, o l’avrei voluto scrivere, che è la stessa cosa.

“S’incontrano persone delle quali, in breve tempo e all’interno di un breve spazio, si condivide il destino e la speranza di un destino.” – questa è la vita, punto.

“Viaggiare in treno è come osservare il destino in azione, accompagnandolo e spiandolo, condividerlo e fuggirlo.” – quando sono in treno non dormo mai, non riesco, o leggo o guardo fuori dalla finestra. Entrambe le attività sono essenziali, esistenziali e, talvolta, esiziali.

“Ma lo amo, da anni, per sempre. E lui, chissà dove sarà, ma di sicuro non si ricorda di me, se per il mio…” – un amore tanto fugace da non essere mai nato, non è mai del tutto esistito, come la particella virtuale che, non esistendo, rende possibile ogni realtà.

“Non si vedeva, era nascosta, ma c’era: la vita segreta della pietra…” – io sono un animista, perché sento la vita in qualsiasi oggetto, ad esempio ‘sto cowboy di terracotta (col fucile mozzo), ‘sto corvaccio nero di plastica dura, ‘sta vongola raccolta a Rapallo quarantasette anni fa. A loro dico ogni volta che li vedo: Ciao cari! Come non state?

Sì, l’ho scritto io il capitolo, ma non rimembro quando.

“Sull’isola Tiberina il tempo è una nave arenata nel tempo.” – siamo isole che interagiscono con le consorelle del medesimo arcipelago temporale. All’interno di una vasta zona, il tempo pare fermarsi. Chissà cosa penserebbero di noi gli abitanti di distanti arcipelaghi se ci potessero vedere. Dubito che ci riusciranno mai.

“Moira è stato il suo ultimo abbandono, la sua ultima concessione allo stupore dell’esistere.” – la ricerca dell’Altro, l’interazione gravitazionale che ti reca la Novità Stupefacente.

“Puoi, alla fine, sederti a prora, guardare verso un avanti che va all’indietro e vedersi tutto ricongiungersi con disperata ultima vitalità, una spinta potente ma d’inerzia, fino allo scontro con le proprie rovine…” – l’inerzia è una gravità mascherata, un annullare sé unificandosi con quel che non lo è ancora, il creare un nuovo sé in cui il vecchio s’annichila, perde la propria individualità: la singolarità di un buco nero è l’estrema forma di inerzia, in cui ogni ente cessa di esistere, ma è quel che non fu ancora.

Tommaso vuole gettarsi nel fiume e sparire, ma non sa nuotare: no! Lui vuole lottare fino all’ultimo, al proprio annullamento, all’atteso spuntare della fine dell’orizzonte dei propri eventi. Dove chiunque è Altro da sé.

La scatola, che lascia cadere, è afferrata e nascosta da “un gran fiotto di schiuma” che “scivola irruento e decisivo, fino al rudere del ponte romano, dove tutto sparisce, tutto s’appiana.” Dove è un unico amen e nulla più.

Quel che conta è il tempo…” – 1,2,3: nulla di più illusoria che i numeri. Il mondo è matematico? No! Matematico è chi lo osserva!

Anche io mentre cammino sui marciapiedi deserti, sono dentro al tempo. Lo so, lo sento…”

Ora intono la canzoncina: “La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola. La speranza è una trappola.”

Da ripetere giornalmente tre volte, dopo i pasti.

“… perché non posso sfuggire al tempo…” – puoi, sfuggendo a te stesso.

“… corro contro il tempo…” – mi fai ridere.

“… sono arrabbiata con lui e voglio vincerlo…”

Il bello è che siete due meravigliosi cujòun e tótt i cujòun a gh ân la só pasiòun!

In coda al libro, “io Ocipete, colei che scorre veloce, che travolge con imp…” – basta smorzarti, cara, e zittisci all’istante.

Tocca a Iride: “… l’ho aiutato a sciogliersi dal corpo, divorando, in forma di gabb…” – spenta anche te!

Lo sapete, fanciulli, che solo un uomo può inventare gli dèi?!

E accade laddove egli percepisce l’assenza!

L’assenza di Sé, della Verità, del Significato.

Io, Iride, dispiego le ali e volo via, in alto, fino alla fi…– shhhttt!

La scrittura di Francesco Randazzo non è né bella, né brutta, né corretta, né errata: è diversa.

Non conosco l’autore se non per quanto ho ingerito negli ultimi tre giorni.

Ignoro quanto egli valga e se il suo libro sia stato scritto secondo le regole.

Egli mi è entangled, e oppostamente uguale al sottoscritto. Niente affatto analogo.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Francesco Randazzo, Il vero amore è una quiete accesa, Graphofeel Edizioni, 2021

 

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