La casa dei Tarocchi #9: sulla via dell’Eremita

Scrive Giordano Berti nella prefazione a “Vit(amor)te” che senza dubbio “nelle arti tutto si rinnova sistematicamente a partire da ciò che preesiste: nella musica, nella danza, nelle arti visive, nella letteratura. Tra gli esempi più mirabili di questo continuo rinnovarsi, il Gioco dei Tarocchi è assolutamente emblematico”, e rimescolando le carte comprendiamo il Gioco della Vita.

La casa dei tarocchi 9 - L'Eremita
La casa dei tarocchi 9 – L’Eremita

Da dove arrivano i 22 passaggi di questa danza immaginale?

Volendo datare un oggetto in una forma ben definita” scrive ancora Berti “si può dire con assoluta certezza che i Tarocchi nacquero nell’Italia del Nord nei primi decenni del Quattrocento. Erano un raffinato gioco di Corte, perché quelle immagini evocavano pensieri lontani dalla gente del popolo. Ben presto divennero un gioco d’azzardo e tuttavia i giuristi lo definivano in modo ambiguo dato che nel gioco dei Tarocchi si può vincere anche con pessime carte… come in guerra”.

“Sulla strada verso Dove/ sul sentiero oltre Quando/ c’è un vecchietto solitario/ un anziano pellegrino;/ da ieri va camminando/ e per sempre camminerà/ dentro la carta magica./ È spirito del passato/ che passo dopo trapasso/ (ri)concepisce il futuro./ Nove leghe in direzione/ del nuovo, lasciare andare/ il noto per sconosciuto./ Son nove mesi dall’alba/ alla notte, passa Zenit/ (ancora tre poi ritorna)./ Eremo errante ha viaggiato/ per errori e digressioni./ Rimescola vita data/ nel calderone del giorno/ fa del tramonto un bel sogno/ musica di isole e lande/ nel silenzio del tuo sonno.”

L’Eremita te lo racconto così, con una poesia che mi sorge spontanea come un soffio di vento sulla via del Vecchio Saggio.

L’archetipo del Senex ci rimanda all’arconte Saturno, nel lento scorrere del Tempo, nel riavvolgersi dei ricordi in matassa esistenziale.

Non c’è Senex senza Puer, se vogliamo trovare l’equilibrio: il nostro Eremita e il Matto si incontreranno ancora, là e allora, così come furono uniti nell’infanzia, ma con un barlume di coscienza in più, con la consapevolezza aumentata e approfondita dal viaggio. Tutti gli arcani danzeranno insieme alla fine del mazzo, quando finalmente gireremo la carta numero ventidue: il Mondo (in Anima Mundi).

Senex-et-Puer sarà la nostra possibilità creativa e ricreativa: riconosceremo in noi l’arte dell’alchimista che è gioco di fanciulli e al contempo saggezza senza timori; saremo fuori dalla notte ma sempre disponibili a partire per una nuova ricerca sulla strada del Sé. Perché l’Eremita può socializzare per un attimo ma poi c’è la via che lo chiama, c’è l’orizzonte ad attenderlo, c’è un nuovo significato da andare a cercare, il senso da cogliere.

L’Eremita potrebbe viaggiare senza mai muoversi dalla propria clausura: nell’introversione della libido, l’energia vitale ha modo di estrapolare la memoria dal sogno.

E nella carta che segue mi ritrovo nei panni d’un vecchio monaco, segregato da anni nella sua cella, topo di biblioteca che perlustra a lume di lanterna una sapienza dimenticata tra le note a piè di pagina e i rimandi agli indici analitici” scrive Italo Calvino. E ancora: “I pittori rappresentano l’eremita come uno studioso che consulta trattati all’aria aperta, seduto all’imboccatura d’una grotta. Poco più in là è accucciato un leone, domestico, tranquillo– è San Girolamo. Nell’iconografia del caso, parrebbe che la carta della Forza sia venuta anzitempo a visitare il solitario erudito impegnato nella riflessione.

Tra le suppellettili dell’eremita c’è anche un teschioscrive Calvino: “la parola scritta tiene sempre presente la cancellatura della persona che ha scritto o di quella che leggerà.

L’Eremita è disposto ad annullarsi dentro la parola; sfuma nelle frasi, si nasconde. Non è il famoso autore di massime, né la star dell’ultimo romanzo di grido. Egli è più umile dell’opera che va creando, è un Io capace di farsi da parte.

Ma si noti” suggerisce ancora l’autore “che non siamo nel deserto, nella giungla, nell’isola di Robinson (Crusoe): la città è lì a due passi. I quadri degli eremiti, quasi sempre, hanno una città sullo sfondo” perché “la forza dell’eremita si misura non da quanto lontano è andato a stare, ma dalla poca distanza che gli basta per staccarsi dalla città, senza mai perderla di vista.

Prova a spegnere il cellulare per un giorno. Prova a prendere una pausa mentre fuori tutto corre e danza. Prova a non rispondere immediatamente a tutte le richieste, i messaggi, le domande, le proposte, gli stimoli che provengono dall’esterno. Prova a non fare, prova a dire di no, prova a fermarti mentre tutto scorre. Sarai in compagnia dell’Eremita mentre berrai e mangerai alla tavola della solitudine. Non è un godimento scontato, non è un piacere del volgo: l’arte dell’Eremita è un dono speciale.

Te lo narro senza sosta, l’Eremita, così come il vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge è costretto a confessare a tutti il grande crimine dell’aver ucciso un Albatros e ancora deve pagare lo scotto del suo gesto.

Che Dio ti salvi, Vecchio Marinaio,

dai dèmoni che tanto ti tormentano!

Perché guardi così?”  “Con la balestra

quell’albatro ho trafitto ed ammazzato.

Certe volte l’asceta può elevarsi nel silenzio, se accetta l’idea di non poter mai possedere la pace. Accogliere il peso del momento, l’inquietudine gridata dalle voci della colpa, è mettere in relazione la carta dell’Eremita con l’Appeso (XII), che è uguale al crocefisso sul muro dell’anacoreta, ed è il Cristo che incontreremo più in là, dopo la Ruota (X) e la Forza (XI). Quest’ultima ci rimanda al rapporto con il leone nei ritratti del teologo San Girolamo.

Certe volte l’Eremita porta il peso della coscienza ma, se tu lo riconosci, lo puoi alleggerire: regalagli una stanza nella tua caverna psichica, gira la Lama e ascolta la sua voce segreta.

L'Eremita di Aleister Crowley, dipinto da Frieda Harris
L’Eremita di Aleister Crowley, dipinto da Frieda Harris

L’Eremita te lo dipingo nei panni del crudele Saturno ma te lo svelo pentito per aver divorato i propri figli; puoi scoprirlo vagante tra le nebbie e le nevi perenni – primavera estate autunno inverno – avvolto nel mantello del clochard che dorme all’addiaccio e segna il ritmo con la sua clessidra, e conta i passi per espiare il Tempo nei secoli dei secoli. Il suo volto rugoso proviene dalle corti del Rinascimento ma ha abbandonato ogni agio, ha conosciuto le peggiori taverne giocando ai dadi con il Matto; ha perso tutto ma tutto ritroverà.

L’Eremita abita le carte dei Tarocchi dipinte dagli artisti più dotati e mostra uno sguardo sapiente, un sorriso che dichiara la mera verità: nell’assenza di rumore c’è tanta fatica e soltanto un briciolo di felicità ma chi si accontenta, si sa, gode.

L’Eremita cura la coscienza, accende una luce nel buio, mantiene acceso il lume a olio come una Vergine Saggia, si appoggia chilometro dopo chilometro al suo bastone, sosta nelle spelonche in fondo agli orridi della psiche, si rintana, conosce antri e meandri del pensiero e del sentimento: si fa farmaco prezioso, salute che si rigenera da sé.

L’Eremita è un Trionfo che nasconde lo Spazio del viaggio dentro il concetto di Tempo.

Il figlio unico

Da piccola mi faceva paura l’idea della solitudine; figlia unica, non potevo condividere le mie gioie e i dolori con altri fratelli o sorelle. Ho conosciuto molti fratelli e sorelle che si sentivano soli pur essendo nati in famiglie numerose e alla fine ho decisamente rivisto la questione. Negli anni della giovinezza la mia vita si è riempita di amici, anime affini che fanno risuonare la mia stessa anima. Ho amato gli altri ma ho anche saputo lasciar andare; ho accolto le separazioni, ho apprezzato la mia solitudine. In poche parole: ho conservato l’Eremita tra le carte del mazzo, estraendone il senso quando è stato necessario ritornare a me stessa.

Solitudine necessaria versus memorie dall’isolamento

Studi scientifici hanno dimostrato che l’isolamento porta inevitabilmente a conseguenze terrificanti. La mia memoria non cancella il grido senza voce delle scimmiette di Harry Harlow (1958) isolate dalla madre al fine di studiarne il comportamento affettivo: nessuna etica e tanta sofferenza procurata a creature senzienti in nome della dea Scienza. La relazione è un bisogno primario, ma il controsenso messo in gioco da Harlow è rimasto per me come una sorta di cicatrice.

Il controsenso: isolare i cuccioli di scimmia per esplorare l’attaccamento.

Sessanta macachi nel giro di tre anni vengono separati dalla madre sin dalla nascita per essere allattati artificialmente per tutta la durata dell’esperimento. Nelle gabbie li attendono pezzi di stoffa ai quali i piccoli si affezionano come ad una mamma. I cuccioli più sfortunati si ritrovano isolati in una gabbia completamente vuota e per loro non c’è che l’inedia, l’oblio, la morte.

L’utilizzo di primati nella ricerca non ha avuto limiti, e ancora oggi, per esempio, i macachi sono rinchiusi nelle segrete del Dipartimento di Psicologia. Un esempio su tutti: gli animali coinvolti in “Lightup”, con la convinzione da parte di alcuni del poter ridare un giorno la vista ai ciechi (che ciechi non sono). Ma questa è tutta un’altra storia. Se vuoi approfondirla puoi seguire Osa, Oltre la Sperimentazione Animale, e i suoi medici, biologi, psicologi che lavorano per una ricerca Human Based.

Luigi Carlo di Borbone, figlio di Luigi XVI e di Maria Antonietta d’Asburgo non divenne mai veramente Luigi XVII, se non nelle intenzioni e nel desiderio dei nobili europei, perché, a partire dalla decapitazione del padre, il bambino restò per sempre Delfino di Francia per poi finire i suoi tristi giorni segregato in una stanza, murato vivo. Lasciato completamente solo, senza nessuna distrazione, era circondato dai propri escrementi e dagli incubi che lo tormentavano. Il piccolo Luigi Carlo fu costretto in una cella alle Tuileries, serrato nel riquadro della carta dell’Eremita associata all’immagine dell’Appeso, vittima dell’indifferenza e della crudeltà senza alcuna possibilità di scelta.

Un prolungato isolamento è la tortura dei carcerati, con conseguenze di certo non desiderabili sulla salute mentale. Depressione come compagna nella reclusione è il male comune che non è mezzo gaudio. Ben altra questione è la solitudine.

La solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri” scrive Carl Gustav Jung in Ricordi, sogni, riflessioni.

Sappiamo che ogni vero eroe deve entrare in gioco da solo. A un certo punto della storia, gli altri non ci sono più e il nostro amico è chiamato ad affrontare la prova. Quasi sempre, nei miti e nelle leggende, nelle fiabe illustrate, nei fumetti e al cinematografo, fosse anche per un solo istante – quello decisivo – il protagonista è unico, spaiato, scompagnato.

La chiave apre le porte del castello abbandonato e la questione viene risolta in separata sede: l’anello del potere è gettato nel fuoco dalla mano di Frodo Baggins, la principessa del caso è liberata dal drago e può finalmente emergere dall’isolamento che ha vissuto nella torre eburnea, l’assassino efferato è acciuffato dall’investigatore che con coraggio affronta le proprie paure distaccandosi dal gruppo e trova l’Ombra allo specchio, il mostro dentro di sé. Eccetera, eccetera.

L'Eremita – Tarocchi di Valeria Bianchi Mian
L’Eremita – Tarocchi di Valeria Bianchi Mian

La carta dell’Eremita fa capolino quando la faccenda riguarda te e soltanto te, eroe o eroina nell’avventura della vita, ma l’angolazione del Trionfo è importante: stai subendo oppure scegliendo il tuo Eremita?

Abbandono

Abbandonarsi richiama il momento in cui ci si lascia andare: all’amore, alla gioia, alla morte. L’abbandono non trattiene più, non si difende più e molla gli ormeggi.

L’Eremita è uno che ha conosciuto l’abbandono e nel suo erratico movimento lo utilizza adesso come decisione: “Lasciatemi solo” dice “ho bisogno di stare con me stesso”.

L’Eremita tiene in mano la sua lanterna e procede lentamente nel tuo mondo interno. Non è un narcisista tappato nell’Ego, non è un vaso chiuso per egoismo. Fa della propria filosofia il guizzo autentico, apre gli occhi per andare oltre il dogma e lo fa con serenità, anche se costretto all’esilio, al silenzio, all’abiura.

Gli ultimi anni di Galileo Galilei trascorrono con la carta dell’Eremita: viene lasciato a riflettere sulle proprie scoperte, solo dietro la porta della stanza senese e poi ad Arcetri, privato persino del sostegno di Suor Maria Celeste, l’amata figlia. Eremita è l’eroe che ha svelato mondi ignoti e accetta le conseguenze delle sue azioni.

L’Eremita di Aleister Crowley si accende in fasci di luce e si dispone geometricamente nella nostra anima. Quello di Alejandro Jodorowsky si ricopre di blu nel passaggio riflessivo che ci porta al salto di qualità.

La mia Eremita è donna: nell’Opera alchemica è l’anima impegnata a proteggere la luce, generata scintilla, nata nel percorso individuale, rinata.

 

Written by Valeria Bianchi Mian

 

Bibliografia
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati
Samuel Taylor Coleridge, La ballata del vecchio marinaio
Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, siflessioni
Alejandro Jodorowsky, La via dei Tarocchi
Claudio Widmann, Gli arcani della vita

 

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Rubrica La casa dei tarocchi

 

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