“Finzione letteraria o verità?” saggio di Vladimir Soloviev: un ragionamento su Friedrich Nietzsche

L’esempio di Nietzsche non produsse alcun effetto sui suoi seguaci, i quali si abbandonarono alla tentazione con entusiasmo e senza un cenno di resistenza, sostituendo alla verità una finzione letteraria e ponendo un superuomo inventato sopra un superuomo vero.” – Vladimir Soloviev

I tre dialoghi - Vladimir Soloviev
I tre dialoghi – Vladimir Soloviev

“Finzione letteraria o verità?” è uno dei saggi posti ad appendice ne “Tre dialoghi” pubblicato da Vladimir Soloviev[1] (Vladimir Sergeevič Solov’ëv, Mosca, 28 gennaio 1853 – Uzkoe, 13 agosto 1900).

I saggi sono stati scritti nel 1897-1998 e, dunque, questa critica al filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (Röcken, 15 ottobre 1844 – Weimar, 25 agosto 1900) è stata fatta quando egli era ancora in vita ma non più operante nella vita sociale, se mai c’è stata una vera e propria vita sociale per il professore di Basilea, essendo stato colto dalla solitudine sin dall’infanzia.

Nietzsche morirà due anni più tardi, senza mai aver la possibilità di ribattere alle argute ed ironiche parole di Soloviev che per giunta non potrà menzionarne la morte perché trapasserà circa un mese prima (prendendo in considerazione il calendario giuliano) dello schernito Übermensch.

L’ambiente in cui Soloviev si forma è quello descritto in “Padri e figli” di Ivan Sergeevič Turgenev (9 novembre 1818 – Bougival, 3 settembre 1883) in cui la filosofia russa trova la sua espressione culturale nello slavofilismo[2] di contro alle nuove tendenze positivistiche.

Soloviev, lettore di Baruch Spinoza, Arthur Schopenhauer, Von Hartmann e Friedrich Schelling, sostenne sempre la Chiesa come luogo di compimento dell’avvento del Regno di Dio, capace di conservare un contatto con la realtà da cui la tradizione filosofica occidentale si era distaccata.

Recuperare il Cristianesimo autentico: questa è stata la missione di Soloviev. Viene in mente il filosofo e teologo danese Søren Aabye Kierkegaard (Copenaghen, 5 maggio 1813 – Copenaghen, 11 novembre 1855) che nei suoi diari scriveva: “Che il Cristianesimo sia un’eterogeneità, un’incommensurabilità, qualcosa di irrazionale per il mondo e per l’essere uomo in modo diretto, è assolutamente il punto decisivo. Per questo, senza ascetica il Cristianesimo è impossibile. […] In breve: occorrerà abnegazione e ascesi in questa direzione; mentre l’ascesi, come la si concepiva un tempo, sarà da applicare in modo collaterale per mantener l’ordine, per inculcare il bisogno della Grazia.

Soloviev ha visto, in un primo momento, nella Chiesa Greco-Ortodossa la sola ecumenica considerando il Cattolicesimo lontano dalla tradizione cristiana perché ha imposto con la forza il proprio volere, ed il Protestantesimo in decadenza perché oramai esistente solo come contrapposizione del Cattolicesimo; ma successivamente agli episodi di grazia negata per il regicidio di Alessandro II dovette riconsiderare anche la Greco-Ortodossa come lacerata dallo scisma di tre secoli, il Raskol[3].

Ogni suo tentativo, da slavofilo, mira a fare una sintesi per poter tradurre la verità religiosa in sostanza di vita e guida del popolo russo. Ma con la terribile carestia del 1891 constatando l’incapacità mostrata dalle autorità e dai privati dovette domandarsi amaramente quale ruolo messianico potesse avere la Russia se non assicurava al suo popolo neppure l’esistenza materiale.

La libera teosofia per Soloviev era la sintesi tra teologia, scienza e filosofia sotto delle nozioni Uni-totalità e Divino-umanità, con distinzione tra conoscenza integrale e razionale. La conoscenza integrale è una sintesi tra esperienza esterna, ragione ed intuizione mistica. La razionale è limitata perché pone in contatto solo esteriore mentre è necessaria una conoscenza dall’interno che solo l’intuizione mistica può produrre, in quanto “è il legame interiore che unisce il soggetto a tutto ciò che esiste”. Quasi un’eco dal sommo filosofo Plotino con questa visione dell’Assoluto come Uno e come Tutto.

Ci si dovrà aspettare che il novantanove per cento dei preti e dei monaci si dichiarino per l’Anticristo. È loro buon diritto ed affare loro.” Scriveva in una lettera del 1896 al suo traduttore francese Eugène Tavernier (Tours, 22 settembre 1854 – Paris, 28 agosto 1928).

Questi pochi cenni su Soloviev mettono in luce il carattere di “fede” nella resurrezione di Cristo e, dunque, l’ovvia contrarietà del filosofo russo verso il filosofo tedesco che trattava di volontà di potenza e non di fede. Si è deciso di mostrare al lettore proprio questo saggio per presentare sia l’interessante Soloviev (ahinoi poco conosciuto) sia la grande espansione delle opere di Nietzsche quand’egli era ancora in vita.

Soloviev porta avanti il suo ragionamento dopo aver letto i libri editi di Nietzsche e non per partito preso pour parler. Il saggio si presenta con un taglio ironico e di sicuro strapperà qualche sorriso soprattutto nella parte che tratta il periodo trascorso nella caverna da parte di Zarathustra o della modifica da “superuomo” a “superfilologo”.

Per gioco si è voluta immaginare una possibile risposta a questo scherno sulla filologia da parte dell’uomo di fede.

Martin Heidegger
Martin Heidegger

Si farà parlare il filosofo tedesco Martin Heidegger (Meßkirch, 26 settembre 1889 – Friburgo in Brisgovia, 26 maggio 1976), grande studioso dell’opera del professore di Basilea tanto da avergli dedicato diversi corsi universitari dal 1936 al 1940 all’Università di Friburgo in Brisgovia. Successivamente decise di comporre una pubblicazione con i corsi ed alcune trattazioni stese negli anni tra il 1940 ed il 1946 in due volumi intitolati semplicemente “Nietzsche”[4].

Vedere l’attimo significa: starvi. […] una filosofia diventa comprensibile soltanto se tentiamo di pensare ciò che essa dice. […] Il pensiero di Nietzsche vuole rovesciare. […] Soltanto chi pensa esponendosi all’estrema necessità del nichilismo è capace di pensare il pensiero che supera in quanto pensiero che volge la necessità e che è necessario. […] Dove questo pensiero dei pensieri viene pensato, cioè assimilato, esso porta colui che lo pensa a decisioni supreme, cosicché egli cresce oltre se stesso, diventando soltanto allora padrone di sé e volendo se stesso – in modo che egli è come volontà di potenza. Zarathustra chiama se stesso il senza-dio, e sa di esserlo. Essendo tale, egli sperimenta la situazione di estrema necessità e quindi l’intima necessità di fare ciò che è più necessario. […] Di qui il pensiero dei pensieri riceva la sua determinazione quale peso più grande. Dunque Zarathustra, in quanto senza-dio, è superato! Certo, ma con ciò Nietzsche è andato avanti o è invece ritornato indietro sulla via del cristianesimo, il quale aveva le sue ragioni per rivendicare a sé l’unico e vero Dio? No; Nietzsche non è andato avanti né indietro, giacché Zarathustra incomincia tramontando. L’inizio di Zarathustra è il suo tramonto, Nietzsche non ha mai pensato una natura diversa di Zarathustra. Solo gli ignavi e coloro che si sono stancati del loro cristianesimo vanno a cercarsi nelle affermazioni di Nietzsche una conferma a buon mercato del loro problematico ateismo. […] Solo quando colui che insegna la dottrina arriva, partendo da essa, a capire se stesso come una vittima necessaria, come uno che deve tramontare in quanto è passaggio, solo quando colui che tramonta benedice così se stesso, solo allora egli è giunto al suo fine e alla sua fine. […] Zarathustra è il pensatore eroico e, essendo egli configurato così, ciò che egli pensa deve essere configurato anch’esso come il tragico, cioè come il supremo sì all’estremo no. […] Il superuomo non è un essere favoloso, è colui che riconosce questo ultimo uomo come tale e lo supera. […] L’ultimo uomo è l’uomo della mediocre fortuna, che conosce e pratica tutto con la massima furbizia, ma che nel farlo rende tutto innocuo e mediocre, cioè riduce tutto in una banalizzazione generale. […] Super-uomo, cioè colui che supera l’ultimo uomo e solo così lo bolla come ultimo uomo, come uomo che fa parte di quanto è stato finora. […] Che cosa accade se questo pensiero viene realmente pensato?

Continuando questo gioco di risposte si potrebbe interpellare il filosofo tedesco Theodor W. Adorno (Francoforte sul Meno, 11 settembre 1903 – Visp, 6 agosto 1969) che nella scheggia di pensiero 49 “Morale e cronologia” e seguente 50 scrive:

Il pensiero attende che un giorno il ricordo di ciò che è stato perduto lo ridesti, e lo trasformi in teoria. […] La conoscenza si attua in una fitta rete di pregiudizi, intuizioni, nervature, correzioni, anticipi ed esagerazioni, cioè nel contesto dell’esperienza, che, per quanto fitta e fondata, non è trasparente in ogni suo punto. […] intuizione delle essenze […] come Nietzsche ben sapeva, tutte le cose buone sono state un tempo cose cattive: anche le cose più delicate, abbandonate alla loro forza di gravità, tendono a sfociare nella brutalità senza limiti.[5]

Il consiglio per il lettore accorto è di non fermarsi al saggio “Finzione letteraria o verità?” ma di dedicare al filosofo russo almeno la lettura del libro inserito in bibliografia.

Costruiamo la scala per l’ascesa.Niccolò Cusano – “Deus absconditus”

 

Finzione letteraria o verità?

Uno dei fenomeni più caratteristici della vita intellettuale contemporanea e una delle sue più pericolose tentazioni è l’idea di moda circa il superuomo. Questa concezione attrae anzitutto per la sua veracità. Non ha forse ragione l’infelice Nietzsche, quando afferma che tutta la dignità, tutto il valore dell’uomo consiste nel fatto che egli è più che un uomo e rappresenta il passaggio verso qualche cosa d’altro di superiore?

Vladimir Soloviev
Vladimir Soloviev

A dire il vero, questa verità circa l’esistenza in noi di un principio sovraumano, circa la nostra affinità e la nostra inclinazione verso l’assoluto già non era nuova quando l’apostolo Paolo dovette rammentarla agli Ateniesi[6] (Atti 17).

Ora Nietzsche la annuncia come una nuova grande scoperta. Per questo gli rendiamo grazie.

Ma ecco qui un guaio: l’apostolo Paolo rammentò agli Ateniesi l’alta dignità e l’alto significato dell’uomo, perché volle indicare all’istante la effettiva realizzazione di questo uomo superiore, nel vero giusto risorto dai morti; parlando del superuomo egli nomina Lui, mentre l’ultimo banditore del superuomo in realtà non indica e non nomina nessuno.

Il professore di Basilea, lontano dalla fede cristiana, e non ancora maturo per una fede seria sul futuro vivente Anticristo, ha preso a scrivere sul superuomo in generale a somiglianza di Tentetnikov che scriveva «sui generali in genere» secondo quanto gli assicurava Cìcikov[7].

Ciascuno di noi è un superuomo in potenza, ma per diventarlo nella realtà, occorre, s’intende, un sostegno più solido del proprio desiderio, del proprio sentimento oppure di un’idea astratta.

Lo stesso Nietzsche, credendo di essere effettivamente un superuomo, non era che un superfilologo. Con tutto il suo talento, per il fatto che era uno scienziato di gabinetto e non aveva mai vissuto un vero dramma nella vita (come si può vedere dalla sua biografia), Nietzsche non sentiva il peso dei limiti della natura umana terrena di cui, salvo che attraverso i libri, non aveva che una conoscenza molto unilaterale ed elementare: solo gli pesavano i limiti posti dalla filologia o di ciò che egli chiamava Historie.

La sua storia particolare, non era che la riproduzione del primo monologo del Faust: una lotta viva, ma morbosa e impotente dell’anima, contro il peso di un’immensa erudizione libresca. Rimanendo tuttavia un filologo, e anche troppo filologo, Nietzsche volle oltre a ciò diventare «il filosofo del futuro», profeta e fondatore di una nuova religione. Tale problema lo condusse ineluttabilmente alla catastrofe giacché per un filologo diventare fondatore di una nuova religione è un fatto così poco naturale, come per un consigliere titolare diventare re di Spagna. Non parlo già di differenza di rango, ma di divario di capacità naturali.

Una buona filologia senza alcun dubbio è assai più preferibile a una cattiva religione, ma il più geniale filologo non è in grado di fondare nemmeno la peggiore delle sette religiose. L’aspirazione di Nietzsche di innalzarsi sopra la Historie e diventare un superfilologo terminò con un chiaro trionfo della filologia.

Non potendo trovare una realtà religiosa né in sé né sopra di sé, il professore di Basilea inventò una figura romantica, la chiamò «Zarathustra» e annunciò agli uomini di fine secolo: ecco il vero superuomo!

La filologia dichiarava il proprio trionfo già nel nome stesso. Il vero superuomo portava un nome semplice, comune nel suo paese e che era appartenuto ad altri noti uomini del suo popolo (Gesù Navin, Gesù figlio di Josedeca, Gesù figlio di Sirach). Ma «il superuomo» inventato dal professore di Basilea non poteva chiamarsi Enrico o Federico oppure Otto, ma doveva chiamarsi Zarathustra; e nemmeno Zoroastro, ma precisamente Zarathustra, affinché così sapesse di linguistica (e con tutto ciò l’animoso, coltissimo tedesco non pensava che il suo eroe correva il rischio inevitabile di essere preso per una donna da un qualche traduttore russo[8]).

Nella sua sincera aspirazione a diventare un superfilologo, Nietzsche in realtà ha ottenuto soltanto il risultato di valicare i confini della filologia classica, per cadere nelle braccia della filologia orientale: dalla padella alla brace! Zarathustra, senza dubbio, non è male come nome di un nuovo superuomo: ma presenta un solo difetto e cioè che invece di tutte le potenze del cielo, della terra e dell’inferno, davanti a questo nome tremano e piegano le ginocchia tutti gli psicopatici decadenti maschi e femmine di Germania e di Russia.

Il vero superuomo, prima di cominciare la sua predicazione pubblica, passò quaranta giorni nel deserto. L’esotica figura del superuomo inventata dal professore tedesco, non può certo accontentarsi di un così breve periodo di tempo: Zarathustra passa dieci anni in una grotta, vivendo in solitudine. Occorre essere ancora riconoscenti alla scuola classica per una simile moderazione, ché per i veri superuomini dell’Oriente sarebbe naturale passare nelle grotte milioni e miliardi di anni. Uscito dalla sua grotta e passato in città, Zarathustra si rivolge al popolo radunato, e annuncia il sui proposito di insegnare loro il superuomo (Ich lehre euch den Übermenschen![9]).

Se voi pensaste che il superuomo è un qualche essere superiore respingete un errore di tal fatta. Il superuomo non è che una materia di insegnamento universitario per una nuova cattedra istituita nella facoltà di filologia[10]. Ci sono qui cattedre di mitologia greca e romana, di archeologia, di storia della letteratura, di stilistica: ora si pare una nuova cattedra per l’insegnamento del superuomo.

Ma che cosa si insegna in sostanza in questa cattedra?

E qui sta il guaio, qui sta la tragedia della posizione di Nietzsche, che non ha assolutamente nulla da insegnare sul superuomo, e tutta la sua predicazione si riduce a una pura esercitazione oratoria, magnifica per la forma letteraria, ma priva di qualsiasi contenuto reale.

Nietzsche non poté sopportare un così definitivo trionfo della filologia sulle più profonde, a impotenti aspirazioni del suo spirito e divenne pazzo. Con questo egli dimostrò la sincerità e la nobiltà della propria natura e certo salvò la propria anima. Non credo alle cause puramente fisiche delle malattie mentali e ben presto non ci crederà più nessuno. Il disordine psichico, in casi simili a quello presente, rappresenta l’estrema risorsa difensiva da parte dell’intima essenza umana, attraverso il sacrificio del proprio io cerebrale, dimostrandosi incapace di risolvere i problemi morali della nostra esistenza.

L’esempio di Nietzsche non produsse alcun effetto sui suoi seguaci, i quali si abbandonarono alla tentazione con entusiasmo e senza un cenno di resistenza, sostituendo alla verità una finzione letteraria e ponendo un superuomo inventato sopra un superuomo vero. Questo superuomo reale diceva: «Se voi non credete alle Mie parole, credete allora alle opere che Io compio», ed Egli è realmente risuscitato dai morti.

Il superuomo inventato non possiede nulla all’infuori delle parole, ma queste parole col loro timbro squillante e la loro armonia esercitano un fascino sopra la massa semi-istruita e la costringono a dimenticare la esemplare tragedia del loro autore.

Vladimir Soloviev - Friedrich Nietzsche
Vladimir Soloviev – Friedrich Nietzsche

Il maestro ha dimostrato senza dubbio una maggiore profondità spirituale che non i suoi discepoli.

Egli ha provato vergogna ed orrore a motivo della sua falsa verità allorché ne ha scoperto il vuoto e la sterilità, ma essi continuano ad essere affascinati dalla brillante superficie delle parole sotto la quale giace in decomposizione il cadavere della vita intellettuale. Ma in questa infatuazione vi può essere ancora qualche cosa di importante e denso di significato.

Il superuomo inventato dall’infelice Nietzsche e sua emanazione morale, nonostante la mancanza di contenuto e la sua artificiosità, non rappresenta forse il prototipo di uno il quale oltre a brillanti parole mostra anche delle opere e dei simboli anche se ingannevoli?

Le esercitazioni letterarie del filologo di Basilea erano forse soltanto l’impotente espressione di un reale presentimento? In tal caso la catastrofe che l’ha colpito, avrebbe uno sfondo ancora più tragico e più istruttivo.

Chi vivrà, vedrà!

 

Note

[1] Si è scelto di utilizzare la grafia “Soloviev” in quanto l’autore stesso la aveva utilizzata al di fuori dai territori russi

[2] Corrente filosofica, politica e letteraria del XIX secolo che vuole recuperare i valori politici e sociali della Russia patriarcale di contro alla cultura liberale ed industrializzata dell’Europa occidentale. Fondatori: Ivan Kireevsckij e Aleksej Chomjakov. Un altro esponente dello slavofilismo, Konstantin Aksakov, sosteneva che “a fondamento dello Stato occidentale stanno violenza, schiavitù, lotta armata” mentre per lo Stato russo “spontaneità, libertà, pace” in quanto l’autorità statale fu riconosciuta dai principi Variaghi che avevano accolto le richieste dei popoli slavi stanchi di lottare tra di loro.

[3] Il Patriarca di Mosca nel XVII secolo introdusse alcune riforme nei testi liturgici e nel rito, ma il Concilio moscovita sanzionò le riforme nel 1654. Il Raskol o scisma dei vecchi credenti ha visto dunque la contrapposizione di un gruppo (o vecchi credenti) che si convinsero che i greci avessero perso la vera religione, ed il Patriarca Nikon che introdusse le riforme per imporre i costumi greci.

[4] L’edizione utilizzata è la nuova ampliata edita da Adelphi nel 1994 e curata da Franco Volpi. Necessaria lettura per coloro che hanno interesse alla lettura delle opere di Nietzsche. Le citazioni sono sparse e messe insieme senza seguire l’ordine dell’autore (circa da pagina 250 a pagina 350).

[5] Le citazioni sono sparse e messe insieme senza seguire l’ordine dell’autore. Il testo di riferimento è “Minima Moralia”.

[6]Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli.  Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava. Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: «Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?». E altri: «Sembra essere un annunziatore di divinità straniere»; poiché annunziava Gesù e la risurrezione. Presolo con sé, lo condussero sull’Areòpago e dissero: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta». Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.” Continua a leggere su Biblegateway.

[7] Andrej Ivanovič Tentetnikov e Chichikov sono due personaggi de “Anime morte” dello scrittore e drammaturgo russo Nikolai Gogol (Velyki Soročynci, 31 marzo 1809, 19 marzo del calendario giuliano – Mosca, 4 marzo 1852, 21 febbraio del calendario giuliano), rispettivamente un pigro proprietario terriero ed il protagonista del libro, ex funzionario del governo licenziato per corruzione.

[8] In russo non ci sono gli articoli e la distinzione del genere è fatta per mezzo delle desinenze: le parole terminanti per «a» sono appunto femminili; così Zarathustra è da alcuni stato preso per una donna e non per un uomo.

[9] “Io vi insegno l’Oltreuomo”. La traduzione di Superuomo per Übermensch è ormai stata superata ma si è deciso di mantenere il testo così come il traduttore Giovanni Faccioli ha preferito.

[10] Non per spezzare una lancia a favore di Soloviev ma con questa battuta si è avvicinato a ciò che dopo alcune decine di anni Heidegger avrebbe fatto con il “Nietzsche”.

 

Written by Alessia Mocci

 

Bibliografia

Vladimir Soloviev, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, Casa Editrice Marietti, 2017

Søren Kierkegaard, Diario, Fabbri Editori, 1997

Martin Heidegger, Nietzsche, Adelphi, 1994

Theodor W. Adorno, Minima Moralia, Einaudi, 1979

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: