Le métier de la critique: Agnese Visconti, la tragica storia della Signora di Mantova

Immaginiamoci una bimba, di non più di dieci anni, vestita con un ricco abito prerinascimentale, che con le lacrime agli occhi, si sforza di alzarsi sulle punte dei piedi per poter vedere – dalla finestra della sua stanza – la flebile luce di un caminetto acceso filtrare da quella dove è rinchiusa la madre, dall’altra parte del cortile del castello.

Bernabò Visconti e Beatrice, genitori di Agnese
Bernabò Visconti e Beatrice, genitori di Agnese

Spesse mura in pietra che trattengono e soffocano la disperazione di una giovane donna che intuisce quello che sarà il suo destino, e vorrebbe, almeno per un’ultima volta, abbracciare sua figlia, Alda. Mentre una bufera di neve, nella sera, imperversa su Mantova.

Questo, più o meno, è l’inizio del primo capitolo di un Thriller Storico che ahimè non ho mai terminato. Ma come ogni romanzo del genere che si rispetti, bisogna fare un flash back e tornare indietro a qualche anno prima, esattamente al 1380.

Siamo a Milano, ed un padre potente e despota concede in sposa ad un uomo bieco e calcolatore, una delle figlie, contro la sua volontà. Lei si chiama Agnese, ed è figlia di Bernabò Visconti, Signore di Milano, un uomo colto e intelligente ma cattivo e malvagio. Giusto per dire, ha fatto murare viva nella rocca fuori porta di Milano una figlia illegittima – Bernarda –, insieme ad una cugina, fino a quando queste poverette sono morte di stenti.

Un’immagine di questo potente condottiero si trova su di un affresco nel museo di Santa Maria Novella, ritratto insieme alla consorte Beatrice Regina della Scala. Più che alla moglie, che tiene lo sguardo basso di chi subisce una muta, disperata sottomissione, sembra più interessato a qualcosa fuori dal campo visivo del dipinto, o al suo falcone che regge fiero sull’avambraccio. D’altronde questa è la moda del tempo.

Un uomo che ha due passioni: le amanti e le concubine con cui si accompagna con oltraggiosa disinvoltura, anche nel castello dove vive con la consorte, che deve stare zitta, ed i cani. Qualcuno dice che ne abbia più di cinquemila.

Tra i numerosi figli ne ha una con un carattere forte. Agnese. Di lei non abbiamo delle immagini che la Storia ci ha tramandato ma si pensa che sia la pulzella al centro di quel piccolo gruppo di giovani dame danzanti, raffigurata nell’affresco sotto il padre e la madre. Ha l’espressione allegra e spensierata dell’adolescenza, tipica di chi non presagisce minimamente quale sarà la sua sorte.

Agnese è bella e combattiva e sa cavalcare molto bene pur essendo una donna. D’altronde nelle sue vene scorre il sangue dei Visconti. E come il padre apprezza la cultura e la lettura di libri eruditi e di filosofia, conoscendo a memoria le “Chanson de Geste” ed il ciclo dei poemi di Re Artù.

Giovanissima – non ha ancora compiuto quattordici anni – Bernabò sceglie per lei come sposo Francesco Gonzaga, Capitano del Popolo e Signore di Mantova. Un uomo che a dispetto della sua personalità ha i lineamenti puliti e grandi occhi miti, così come ce lo testimonia il suo ritratto che si trova tutt’oggi nel Castello di Ambras, ad Innsbruck.

Il matrimonio suggella definitivamente la chiusura delle frizioni politiche tra Milano e Mantova. Nulla di scandaloso, visto che nel ‘300 – tra le famiglie di alto rango – a farla da padrone difficilmente erano i sentimenti, quanto gli interessi economici, e quelli legati al prestigio nobiliare.

E così, pur non amando il marito, diventa Signora di una delle città più importanti ed influenti dell’epoca, Mantova. Nell’arco dei primi anni cerca di farsi ben volere dal consorte e dalla sua Corte così esclusiva e selettiva. Ma il tempo passa senza che Agnese ancora abbia dato al marito un figlio maschio. E senza un figlio maschio la casata dei Gonzaga è destinata ad estinguersi. Per cui poco interessa a Franceso che Agnese gli abbia dato una figlia, Alda. Nell’economia dinastica una donna vale meno di nulla.

E a Milano le cose non vanno meglio, perché Bernabò viene tradito in un agguato ordito dal nipote Gian Galeazzo, cugino di Agnese, che vuole prendersi la Signoria e fa rinchiudere Bernabò nei sotterranei del castello di Trezzo, per poi farlo avvelenare. Un uomo spietato ucciso in una maniera spietata. Quanti delitti gli saranno passati davanti agli occhi in quella putrida cella, prima di morire. E forse in quegli ultimi momenti di vita avrà anche pensato al lugubre motto in francese antico – quasi un presagio – che ha scelto come incipit del suo stemma nobiliare. Un leopardo che giace su di un rogo acceso, e la scritta “Soufrir m’estuet” (devo soffrire).

Il problema è che il marito di Agnese si schiera apertamente con il traditore che le ha ucciso il padre. Questo fa di lei una donna disperata, passata da un padre despota ed assassino ad un marito che disprezza, altrettanto crudele. Così la giovane donna decide di ribellarsi una volta per tutte a Francesco Gonzaga. Lo fa accogliendo alla corte di Mantova gli esuli fuggiti dalla nuova Signoria di Milano di Gian Galeazzo Visconti.

Un affronto al marito ed al cugino di indicibile portata per quell’epoca, e il modo maledettamente più semplice per diventare ingombrante per Francesco, che ora è spaventato, perché a Corte la ribellione della moglie passa di bocca in bocca, di malizioso sorriso in malizioso sorriso. Così la fa rinchiudere nelle sue stanze tra le spesse mura del maniero di Mantova, impedita dall’uscire od incontrare chicchessia. E poi ripeto, a cosa mai può servire una donna che non gli ha ancora dato un figlio maschio? A nulla. Insomma, buoni motivi per chiedere consiglio a Gian Galeazzo il suo complice nell’assassinio del suocero. E questi gli suggerisce di sbarazzarsi di lei!

Castello di San Giorgio - Mantova
Castello di San Giorgio – Mantova

Farla rinchiudere in un Convento? Non è una saggia decisione, perché Agnese non accenna a dimostrarsi collaborativa. E per prendere i voti come suora, una donna deve affermare la totale sottomissione a Dio e la piena convinzione nelle sue scelte. E Francesco Gonzaga conosce bene il carattere fiero della consorte, e non è poi così sicuro che una Visconti accetterebbe una cosa del genere. E ripudiarla è possibile solo se lei si macchiasse di adulterio. E allora, forse…

Così i due ordiscono la trappola. Francesco parte per la Francia, ma prima di farlo sostituisce le due guardie del corpo della consorte poste a presidio delle sue stanze con un cavaliere, Antonio da Scandiano. Un bel giovane, che ha il compito di seguirla ovunque e di accompagnarla in ogni dove, dalla mattina alla sera.

Pensate che può giocare con lei a dama o andare a cavalcare nelle campagne dei dintorni; può mangiare con lei e persino ascoltare insieme a lei della musica o leggere qualche libro licenzioso del ciclo dei trovatori. Non so se mi spiego… siamo in pieno medioevo. Un’epoca in cui avrebbe creato imbarazzo per chiunque praticare un decimo delle cose che i due hanno la libertà di fare, insieme.

La frequentazione dei due, giovani e molto belli, fa nascere tra loro qualche cosa di più importante? Insomma, diventano amanti? Nessuno lo saprà mai, ma quello che è certo è che il piano si compie. Il marito torna dalla Francia e li incolpa apertamente di adulterio. Per dar forza alle sue accuse cerca dapprima, senza successo, di convincere le donne e gli uomini della sua Corte a denunciare la moglie e Antonio da Scandiano, ma quelli che dovrebbero essere i testimoni della tresca amorosa negano.

E allora li fa torturare, fino a quando confessano. Il giorno prima hanno negato di aver sorpreso i due in atteggiamenti indecenti, ma ora, dopo le violenze, cambiano deposizione e ammettono tutto quello che lui vuole sentirsi dire.

Come ogni trama dalle tinte così fosche, ovviamente, esiste anche una versione diametralmente opposta della vicenda. Qualcuno dice infatti che furono due fantesche, o damigelle di Corte, che invidiose di Agnese, ebbero a denunciarla dopo essere state testimoni dell’intesa amorosa. Ma la cosa non convince. In ambienti altolocati come quello della Signoria di Mantova, un caso di adulterio non sarebbe stato facilmente digerito, se non fosse stato “pilotato”. Immaginatevi lo scandalo che ne sarebbe derivato per il marito cornuto. Dunque, nessuno sano d’intelletto si sarebbe mai azzardato ad andare a raccontare una cosa del genere, per non trovarsi poi a galleggiare senza vita in qualche fiume, o col petto o la gola squarciata da un pugnale, appoggiati alla parete di un oscuro vicolo del borgo. Più facile perciò che quelle accuse siano state estorte con la violenza, o tuttalpiù comprate con una mezza borsa di Fiorini.

Certo è che la sentenza è già stata scritta ovviamente, e Antonio da Scandiano ne è consapevole. Forse in un disperato ultimo tentativo di mettersi in salvo con Agnese organizza un piano di fuga per dirigersi a Padova, ma lei non accetta, perché farlo significherebbe confermare indirettamente le infamanti accuse che le vengono mosse, e poi ha una bimba che ama come tutta sé stessa, e lasciare Mantova significherebbe non rivederla più. Antonio allora, per salvarla, si assume tutta la colpa dichiarando persino di aver abusato di Agnese senza il suo consenso. Mentre lei si rifiuta di rispondere ai suoi giudici. E si sa, nel diritto medievale chi tace acconsente.

E il verdetto non può che essere uno, visto che Francesco vuole liberarsene per sempre, anche perché ora, medita di sposare Margherita, figlia di Galeotto Malatesta, potente Signore della Marca Anconitana ed amico personale di Papa Gregorio XI. E così scaricare il suo vecchio alleato, Gian Galeazzo Visconti, visto che ora ha tutto l’interesse a stringere un patto militare con il suo nemico di sempre, Venezia, e dei Visconti di Milano non sa più che farsene.

D’altronde come diceva qualcuno: “Gli avversari di oggi possono essere i tuoi alleati di domani. E gli alleati di oggi possono essere gli avversari di domani.”

Intrighi politici e di convenienza che ci hanno fatto sbadigliare di noia ed odiare la Storia quando eravamo sui banchi di scuola, ma che oggi – forse – ci affascinano dannatamente.

Agnese Visconti - lapide
Agnese Visconti – lapide

Per quanto riguarda Antonio da Scandiano, questi diventa un semplice ed inutile intralcio ai suoi piani: perciò viene condannato a morte ed impiccato il giorno stesso, in cella, nel massimo riserbo di una tetra prigione in pietra.

E Agnese? In una gelida notte di febbraio del 1391, mentre una bufera di neve imperversa su Mantova, le viene comunicata la sentenza. Da molti giorni è rinchiusa nelle sue stanze, priva persino della consolazione di abbracciare la sua piccina – Alda– che le è stata strappata e messa in una stanza dall’altra parte del castello, ben lontano da lei. Forse percepisce addirittura il pianto della figlia che si mischia al vento gelato che soffia tra le cupe mura del maniero. Senza che neppure abbia il tempo per coprirsi con un mantello di lana viene trascinata all’esterno del Castello, con indosso solo un abito leggero. Le sarà negato persino il conforto di un frate. Al boia che battendo i piedi dal freddo e scaldandosi le mani con l’alito tiepido, l’aspetta vicino al ceppo, gli dice: “fate in fretta messere temo per la vostra salute”.

E così sono nate persino delle leggende su di lei. Tanto che a Mantova c’è chi sostiene di sentire ancora le grida disperate di una giovane donna che nelle notti di bufera vaga sotto il Castello, là dove fu giustiziata e là dove oggi è ricordata da una lapide in pietra che racconta della sua sorte.

Si conclude così la storia di una giovane di 23 anni che ebbe una vita sfortunata e tragica, con un padre che le impose un marito che lei non volle e men che meno amò, né fu mai ricambiata. Tanto che pur da sposata continuò a restare una Visconti, non una Gonzaga.

Sarà che la vicenda infonde passione ma anche partecipazione, o forse perché rientra nei canoni perfetti delle storie drammatiche medievali, ma confesso che nutro per Agnese Visconti una particolare simpatia, tanto che essendo uno scrittore di Thriller Storici qualche anno fa decisi persino di buttarne giù la storia. Ma mi accorsi che su di lei era già stato detto ampiamente tutto, ed allora mi sono limitato a scrivere questo articolo e a realizzarne un breve video. Quanto a quei quattro primi capitoli che misi nero su bianco per raccontarne la vicenda, beh… giacciono ancora oramai impolverati, nel mio cassetto. Ma un giorno forse, chissà.

 

Written by Ugo Nasi

 

 

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