“Nietzsche nei ricordi e nelle testimonianze dei contemporanei”: l’incontro con Lou Andreas-Salomé

La sua risata era sommessa, parlava in modo disteso, la sua camminata era cauta, meditabonda, un po’ incurvato nelle spalle. Era difficile immaginarsi questa figura nel mezzo di una folla di persone: portava l’impronta dell’isolamento, della solitudine.” – Lou Andreas-Salomé

Lou Andreas-Salomé - Photo by Atelier Elvira - 1897
Lou Andreas-Salomé – Photo by Atelier Elvira – 1897

Lou Andreas-Salomé (Lou von Salomé) nacque nella vivace San Pietroburgo il 12 febbraio del 1861 e da giovanissima iniziò a vagare nelle capitali europee. Fu scrittrice e psicoanalista, elogiò Sigmund Freud, ebbe rapporti di stima con Ibsen, Wagner, Turgenev, Tolstoj. Il poeta Rainer Maria Rilke (Praga, 4 dicembre 1875 – Les Planches, 29 dicembre 1926) fu suo amante per svariati anni, tra loro ci fu anche un intenso scambio epistolare.

Lou era una donna dinamica, eccentrica, perspicace, creativa. Quando il trentottenne Friedrich Nietzsche (Röcken, 15 ottobre 1844 – Weimar, 25 agosto 1900) incontrò la ventunenne ne restò fortemente impressionato tanto da definirla “la giovane e affascinante russa”. Cercò, dunque, di proporre una sorta di trinità tra lui, la donna ed il filosofo e scrittore di origine ebraica Paul Rée (Bartelshagen, 21 novembre 1849 – Celerina, 28 ottobre 1901) e, successivamente, chiese all’amico di intercedere per una richiesta di matrimonio.

Ma malgrado Lou riconoscesse la grandezza dello spirito di Nietzsche non volle accettare la proposta, questo portò ovviamente uno scossone nella vita nel filosofo tedesco, la crisi depressiva seguita dal rifiuto lo portò a maturare quel suo alter ego e, dunque, a scrivere la prima parte di “Così parlò Zarathustra”.

Dopo la morte di Nietzsche, la Salomé scrisse una biografia a lui dedicata che la sorella Elisabeth Förster-Nietzsche (Röcken, 10 luglio 1846 – Weimar, 8 novembre 1935) contestò fortemente, ma l’antipatia per l’affascinante russa si era palesata già all’origine.

Del giugno del 1882 il Lama (così Nietzsche soleva chiamare in modo affettuoso la sorella minore) racconta: “Malwida[1] e il dottor Rée avevano proposto a mio fratello di istruire nella sua filosofia la signorina Salomé per alcune settimane, e io fui pregata di invitarla a venire a Tautenburg, dove mio fratello e io trascorrevamo l’estate. Lo feci con gioia, poiché anch’io, grazie alle descrizioni della veneratissima signorina von Meysenbug, ero propensa a vedere la signorina Salomé sotto l’aspetto più favorevole, e a considerarla in un certo senso come un dono caduto dal cielo. Dopo alcuni giorni a Bayreuth, dove assistemmo insieme al Parsifal, e dove io, con stupore, notai che la signorina Salomé tendeva più verso i nemici che verso gli amici di mio fratello, […] io ricevetti un’affettuosa, apparentemente innocentissima lettera dal dottor Rée, che dovevo fare leggere anche alla signorina Salomé […] forse un’osservazione del tipo che «Nietzsche non trovava le sue doti così considerevoli come si era creduto» […] la signorina Salomé si arrabbiò quando lesse, e ingiuriò non solo lo scrivente il dottor Rée, ma soprattutto mio fratello. Che non c’era. […] parlò del pensiero e delle capacità di Nietzsche non solo con immodestia, ma, devo usare parole più forti, con insolenza e con scherno: «Ha idee che nessun essere ragionevole può capire. Tutti ridono di lui e lo prendono in giro.»”

Nietzsche nei ricordi e nelle testimonianze dei contemporanei
Nietzsche nei ricordi e nelle testimonianze dei contemporanei

Nietzsche nei ricordi e nelle testimonianze dei contemporanei è un libro essenziale per coloro che vogliono cimentarsi nello studio del grande filosofo tedesco.

Circa 450 pagine suddivise in due parti: la prima è un ricco saggio critico ad opera dello scrittore e saggista Claudio Pozzoli (Milano, 22 settembre 1942) e la seconda è una scelta antologica delle testimonianze di coloro che hanno conosciuto Nietzsche. Impressioni di amici, studenti, semplici conoscenti ed ovviamente della sorella Elisabeth presentate in ordine temporale dai primi ricordi d’infanzia (1847-1858) sino alla morte (1900). Tra le due parti è presente un inserto con una selezione di fotografie che ritraggono il filosofo dell’eterno ritorno dell’uguale, i suoi familiari e gli ambienti in cui fu solito prendere alloggio.

Si presentano due interessanti testimonianze di Lou Andreas-Salomé che presentano la prima impressione su Nietzsche ed alcune considerazioni sul suo carattere, sulla richiesta di matrimonio e sulla sua filosofia. Si confida nella scaltrezza del lettore nel riuscire a non parteggiare né per l’affascinante russa né per l’onnipresente Lama. Piuttosto ci si deve avventurare nei ricordi tenendo sempre in mente sia la possibilità di finzione conscia o di simulazione inconscia, sia la complessità dei rapporti umani soprattutto se nelle due sponde opposte ci sono persone guidate dal genio.

Non appena il dolore diventa abbastanza grande, va avanti da solo.” – Hermann Hesse 

 

1882

E certo fu quella l’epoca in cui la sua fisionomia, tutto il suo aspetto esteriore apparivano più nettamente caratterizzati: l’epoca in cui l’espressione generale del suo essere era già totalmente pervasa dei profondi moti interiori, e traspariva anche in ciò che egli tratteneva e celava. Vorrei dire: il nascondersi, l’intuizione di una segreta solitudine, questa era la prima, forte impressione da cui si era colti in presenza di Nietzsche. All’osservatore distratto non appariva nulla di particolare: quest’uomo di media statura, nei suoi abiti estremamente semplici, seppur curatissimi, dai tratti pacati e i capelli scuri pettinati all’indietro, passava facilmente inosservato. I fini lineamenti della bocca, fortemente espressivi, erano quasi completamente nascosti dai grandi baffi pettinati in avanti. La sua risata era sommessa, parlava in modo disteso, la sua camminata era cauta, meditabonda, un po’ incurvato nelle spalle. Era difficile immaginarsi questa figura nel mezzo di una folla di persone: portava l’impronta dell’isolamento, della solitudine. Incomparabilmente belle e di forma aristocratica, tanto da attirare involontariamente lo sguardo, erano le mani di Nietzsche, che anche lui considerava rivelatrici del suo spirito. In “Al di là del bene e del male” (288) si trova un’osservazione in proposito:Ci sono persone che inevitabilmente hanno spirito, comunque vogliano voltarsi e girarsi e tenere le mani davanti agli occhi rivelatori (come se la mano non fosse rivelatrice!)”.

Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche

Quanto ai suoi occhi parlavano in modo estremamente rivelatore. Pur mezzi ciechi, non erano sempre strizzati, scrutatori, involontariamente inopportuni, come quelli di molti miopi; sembravano piuttosto i custodi posti a guardia di intimi tesori, muti segreti, che nessuno sguardo estraneo doveva sfiorare. La vista difettosa dava ai suoi tratti un incanto tutto particolare, in quanto essi, invece di riflettere le mutevoli impressioni esterne, rispecchiavano solo quanto si svolgeva nel suo animo. Questi occhi guardavano nell’intimo, e al tempo stesso in lontananza, ben oltre gli oggetti presenti. O meglio: nell’intimo come in una lontananza. Perché in fondo tutta la sua ricerca di pensatore non era altro che un’indagine sull’animo umano, alla ricerca di mondi inesplorati, delle sue “possibilità non ancora fino in fondo esaurite” (“Al di là del bene e del male”, 45), che egli si creava e ricreava incessantemente. Quando si rivelava com’era, nell’incantesimo di una conversazione che lo trascinava, a volte nei suoi occhi poteva comparire un bagliore commovente, per poi scomparire subito; quando invece era di umore cupo, da essi traspariva, fosca, quasi minacciosa, la solitudine, come da profondità sconfinate: quelle profondità in cui egli restava sempre solo, che non poteva condividere con nessuno, di fronte alle quali a volte egli stesso era preso all’orrore, e in cui alla fine il suo spirito sprofondò.

Un’analoga impressione di riservato e di taciuto era data anche dal comportamento di Nietzsche. Nella vita quotidiana era di una grande cortesia e di una mitezza quasi femminea, di una permanente, benevola imperturbabilità. Nei rapporti con le persone amava le maniere distinte e vi attribuiva molto valore. Ma in ciò c’era sempre anche un piacere del travestimento: mantello e maschera di una vita interiore quasi messa a nudo. Ricordo la prima volta che parlai con Nietzsche – era un giorno di primavera nella chiesa di San Pietro, a Roma: quello che mi colpì nei primi minuti, e mi ingannò, furono le sue maniere ricercate. Ma non mi ingannai a lungo su questo solitario, che portava così maldestramente la sua maschera, come uno che viene dai deserti e dalle montagne porta la giacca della gente comune. Ben presto affiorò la domanda che egli stesso formulò con queste parole:Visto quello che una persona mette in mostra, ci si può domandare: che cos’ha da nascondere? Da che cosa deve distogliere lo sguardo? Quale pregiudizio vuole far nascere? E ancora: a che punto arriva la raffinatezza di questa simulazione? E dove sbaglia facendo così?”.

 

Primavera 1882

Poi a Roma accadde qualcosa che mutò in meglio la nostra situazione: l’arrivo di Friedrich Nietzsche, che era stato avvertito dagli amici Malwida e Paul Rée, e che arrivò inatteso da Messina per condividere la nostra vita in comune. Avvenne qualcosa di ancora più inatteso: Nietzsche, appena seppe del piano di Paul Rée e mio, si autonominò terzo del nostro sodalizio. Anche il luogo della nostra futura trinità fu preso deciso: sarebbe stato Parigi (inizialmente Vienna), dove Nietzsche voleva seguire certe lezioni, e dove anche Paul Rée e io avevamo conoscenze, lui da prima, io attraverso Pietroburgo, con Ivan Turgenev. Anche Malwida ne fu un po’ tranquillizzata: a Parigi infatti ci vedeva già sotto la tutela delle figlie adottive Olga Monod e Natalie Herzen. Quest’ultima teneva anche un piccolo circolo, in cui lei e alcune ragazze leggevano cose belle. Malwida avrebbe preferito però che la signora Rée accompagnasse suo figlio, e la signorina Nietzsche il fratello.

I nostri erano scherzi allegri e innocui: tutti noi infatti amavamo tantissimo Malwida, e Nietzsche era spesso così animato che la sua indole solitamente piuttosto compassata, o meglio un po’ solenne, passava in secondo piano. Questa sua solennità me la ricordo fin dal nostro primo incontro nella chiesa di San Pietro, dove Paul Rée, in un confessionale con la luce particolarmente favorevole, si dedicava con ardore e devozione ai suoi appunti di lavoro, e dove era stato indirizzato Nietzsche. Le prime parole di saluto che mi rivolse furono: “Da quali astri ci siamo caduti incontro qui?”. La cosa, iniziata così bene, subì però una svolta, che fece temere nuovamente a Paul Rée e a me per il nostro piano; esso infatti, con una terza persona, divenne incalcolabilmente più complesso. Nietzsche lo intendeva invece come una semplificazione: si servì di Rée come portavoce per farmi una proposta di matrimonio. Riflettemmo preoccupati sul modo migliore di risolvere la faccenda, senza mettere in pericolo la nostra trinità. Venne deciso di spiegare a Nietzsche, con la massima chiarezza, il mio rifiuto radicale di ogni forma di matrimonio, nonché la circostanza che io vivevo esclusivamente della pensione di mia madre, vedova di generale, e inoltre che un matrimonio mi avrebbe fatto perdere la mia futura piccola pensione, che viene accordata alle figlie uniche della nobiltà russa.

Quando lasciammo Roma, la cosa sembrava per il momento risolta. Inoltre, negli ultimi tempi, Nietzsche soffriva sempre più spesso degli attacchi della sua malattia, a causa della quale aveva dovuto farsi esonerare dalla cattedra universitaria a Basilea, e che si manifestava come una terribile emicrania. Per questo motivo Paul Rée restò a Roma con lui, mentre mia madre – mi pare di ricordare – ritenne meglio precederli con me nel viaggio, così che ci ritrovammo più avanti. Facemmo poi sosta insieme presso uno dei laghi dell’Italia del Nord, a Orta, dove pare che il vicino Sacro Monte ci avesse affascinato moltissimo; quantomeno fu causa di un involontario sgarbo a mia madre: Nietzsche e io infatti ci trattenemmo troppo a lungo sul Sacro Monte, e non arrivammo puntuali a prenderla, cosa per cui anche Paul Rée, che era rimasto a intrattenerla, si offese moltissimo.

Lou Andreas-Salome - Paul Ree - Friedrich Nietzsche
Lou Andreas-Salome – Paul Ree – Friedrich Nietzsche

Lasciata l’Italia, Nietzsche fece un salto dagli Overbeck a Basilea, da dove però ci raggiunse nuovamente a Lucerna: a posteriori infatti gli era parso che l’intervento di Paul Rée a Roma a suo favore fosse stato insufficiente, e voleva avere un chiarimento personale con me, che ebbe luogo al Löwengarten di Lucerna. Contemporaneamente Nietzsche si diede a organizzare una ripresa fotografica di noi tre, nonostante le vive resistenze di Paul Rée, che per tutta la vita ebbe un orrore patologico della riproduzione del suo volto.

Ma Nietzsche, preso da totale euforia, insistette. Non solo: si occupò di persona, pieno di entusiasmo, di tutti i particolari, come il piccolo carro (che riuscì troppo piccolo) e perfino il tocco kitsch del ramo di lillà sulla frusta, e così via. Poi Nietzsche ritornò a Basilea, e Paul Rée venne con noi a Zurigo. […]

Già a Bayreuth avevamo pianificato un soggiorno di alcune settimane per Nietzsche e per me in Turingia – a Tautenburg presso Dornburg – dove io per caso trovai alloggio in una pensione gestita dal predicatore del luogo, che si rivelò un ex allievo del mio professore a Zurigo, Alois Biedermann. All’inizio pare che fra Nietzsche e me ci fossero dei contrasti, causati da chiacchiere di ogni genere, rimastemi fino a oggi incomprensibili, in quanto non avevano nulla a che fare con la realtà. Ben presto comunque ce ne sbarazzammo per vivere una ricca comunanza, escludendo possibilmente gli eventuali terzi che disturbavano.

Qui penetrai molto più affondo nel pensiero di Nietzsche che non a Roma, o durante il viaggio: delle sue opere conoscevo solo la “Gaia scienza”, a cui stava ancora dando gli ultimi ritocchi, e che già ci leggeva a Roma. E quando si conversava di queste cose, Nietzsche e Rée si toglievano le parole di bocca: già da lungo tempo infatti, in ogni caso dopo il distacco di Nietzsche da Wagner, appartenevano alla stessa corrente di pensiero. La scelta della forma aforistica, imposta a Nietzsche dalla sua malattia e dal suo modo di vivere, era fin dall’inizio quella di Rée: da sempre egli andava in giro con Larochefocauld o con La Bruyère in tasca, e fin dal suo piccolo primo scritto “Sulla vanità” rimase sempre fedele a questo spirito. Ma in Nietzsche si avvertiva già quello che lo avrebbe condotto oltre le sue raccolte di aforismi, al “Zarathustra”: il profondo moto di un Nietzsche alla ricerca di Dio, che proveniva dalla religione e andava verso la profezia religiosa. […]

Dopo che fui tornata a Stibbe per l’autunno, in ottobre ci ritrovammo di nuovo per tre settimane con Nietzsche, a Lipsia. Nessuno di noi due immaginava che sarebbe stata l’ultima volta. Tuttavia non era più come all’inizio, nonostante i nostri desideri di un futuro comune a tre rimanessero ancora in piedi. Se mi chiedo per quale motivo il mio atteggiamento nei confronti di Nietzsche iniziò a volgere in negativo, trovo la causa nel mio disagio per il crescente accumularsi di accenni da parte sua, destinati a diffamare Paul Rée ai miei occhi – e anche nello stupore che potesse ritenere efficace un tale metodo. Fu solo dopo la mia partenza da Lipsia che divenne ostile anche nei miei confronti, formulando accuse odiose, di cui però vidi solo quelle contenute in un’unica lettera.

Ciò che seguì più tardi, mi pareva talmente in contrasto con l’indole e la dignità di Nietzsche che lo si può attribuire solo a influenze esterne. Per esempio il fatto che diede credito, esponendo Paul Rée e me, proprio a quei sospetti la cui inconsistenza egli conosceva meglio di tutti. Ma il peggio di questo periodo mi venne probabilmente celato grazie alla premura di Paul Rée: solo molti anni dopo lo capii. Pare addirittura che alcune lettere di Nietzsche a me indirizzate, con insulti incomprensibili, non mi siano mai arrivate. Non solo: Paul Rée mi tenne nascosto anche quanto tali maldicenze avessero irritato la sua famiglia contro di me, fino all’odio, anche se in questo aveva una parte la tendenza a una patologica gelosia di sua madre, che voleva tenersi il figlio tutto e solo per sé.

Lou Andreas-Salomé - Friedrich Nietzsche
Lou Andreas-Salomé – Friedrich Nietzsche

Molto più tardi, Nietzsche si dispiacque molto per le voci da lui stesso causate; venimmo infatti a sapere da Heinrich von Stein, che ci era amico, il seguente episodio svoltosi a Sils-Maria, dove egli aveva fatto visita a Nietzsche (non senza che noi ci fossimo prima dichiarati d’accordo). Quando volle convincere Nietzsche che era possibile eliminare i malintesi sorti fra noi, Nietzsche rispose, scuotendo il capo: “Quello che ho fatto è imperdonabile”.

In seguito, per quanto riguardava me stessa, seguii il metodo di Paul Rée: tenermi lontana da tutte queste cose; dunque non lessi più nulla in proposito, e non reagii alle ostilità della famiglia Nietzsche, né agli scritti su Nietzsche apparsi dopo la sua morte. Scrissi il mio libro “Friedrich Nietzsche nelle sue opere” ancora in totale libertà di spirito, motivata solo dal fatto che, a causa della sua fama, troppi letterati novellini stavano appropriandosi di lui senza capirlo; a me la figura spirituale di Nietzsche si era rivelata solo dopo il nostro rapporto personale, attraverso le sue opere; altro non mi interessava se non capire la figura di Nietzsche sulla base di queste impressioni obiettive. E la sua immagine deve rimanere dinanzi a me così come mi si rivelò nel ripensamento del nostro rapporto personale.

 

Note

[1] Malwida von Meysenbug (Kassel, 28 ottobre 1816 – Roma, 23 aprile 1903) è stata una scrittrice tedesca. Suo padre, Carl Rivalier, discendeva da una famiglia di ugonotti e ricevette il titolo di Barone von Meysenbug da Guglielmo I d’Assia; era la nona di dieci figli. Ruppe ogni rapporto con la sua famiglia a causa delle proprie idee politiche, mentre due dei suoi fratelli fecero invece brillanti carriere come ministri, uno a Vienna e l’altro a Karlsruhe. Nel 1852 emigrò in Inghilterra dove visse insegnando e traducendo e dove incontrò Louis Blanc, Giuseppe Mazzini, Alexandre Ledru-Rollin e Gottfried Kinkel, tutti rifugiati politici; il giovane Carl Schurz divenne anch’egli suo conoscente. Fonte Biografia Wikipedia

 

Bibliografia

Nietzsche nei ricordi e nelle testimonianze dei contemporanei, A cura di Claudio Pozzoli, Biblioteca Universale Rizzoli, 1990

 

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