“Oltremondo” di Marta Leandra Mandelli: petali di rosa e fili di ragnatela

Una frase, seminata non certo a caso alla fine del Capitolo 4, dà un primo senso al libro “Oltremondo” (Edizioni A.CAR) che mi ha consigliato caldamente mia figlia Anna: “… un legame c’è, è ora che me ne faccia una ragione e che cerchi di figurarmelo, prima che sia troppo tardi, prima che un crepaccio ci stacchi definitivamente da tutto ciò che conosciamo senza darci la possibilità di tornare indietro.”

Oltremondo di Marta Leandra Mandelli
Oltremondo di Marta Leandra Mandelli

Si ha a volte la paura di perdere il collegamento con quello che si è stati. L’uomo moderno ha troppe possibilità di cambiare, di trasformarsi, di mutare le proprie abitudini. Ne sappiamo qualcosa noi figli degli anni ’50, che eravamo socialmente diversi dai nostri genitori, e che ora, mezzo secolo dopo, ci sentiremmo incompatibili a quella vita obsoleta, che non esiste più, se non in ricordi malinconici, e che pur scorreva tranquillamente, senza il bisogno di tutta questa tecnologia che ci sta ora sommergendo.

In un punto successivo, Siobhan, l’io narrante manda un sms… Quanti secoli fa c’era quest’arcaica tecnologia, che impediva di inviare foto e filmati in pochi secondi anche all’altra parte dell’oceano?

Nel capitolo 10, la tenera Siobhan, scopre di essere un Essere Assurdo e Fatale, consapevolezza che la rende infelice e la destabilizza.

Eppure, quando all’inizio del capitolo 15, la mamma tenta di destarla da un sonno che sembra non finire più (è quasi l’una di pomeriggio), lei reagisce come farebbe la quasi coetanea figlia mia: “Io mi giro dall’altra parte e le rispondo con un grugnito.” E se la madre insiste: “Non ho fame mamma, grazie, magari mi risposo ancora un pochino…

Quando leggo un libro, sento due urgenze antagoniste. La prima è di seguire la storia dei personaggi, la seconda di partire da essa e di risalire, rigo per rigo, tratto dopo tratto, la corrente che porta all’autore.

Nella prima parte si narra la vicenda di una ventenne di buona famiglia, senza particolari qualità se non una certa bellezza e una discreta bravura nel tiro con l’arco, dotata di una simpatia e di una virtù umana nella media, non eccessiva, ma forse un po’ trattenuta. Il lettore, ma non la fauna umana che la circonda, sa che lei è quello che si può definire una bestia che soffre. Perché, ci si chiede?

Forse proprio perché è nella media, ma non troppo, lei che si sente un po’ diversa dalle altre persone, ad esempio dall’amica del cuore Rowan, che pare avere maggior successo di lei nella socialità.

Siobhan vive chiedendosi perché lei, a differenza di altre ragazze, compresa Rowan, pur non avendo handicap visibili, anzi, pur essendo una persona con dei valori, anche sociali (appartenenza a una famiglia abbiente), ancora non ha incontrato il suo principe azzurro.

Infine lo trova. È tanto azzurro che balugina, con gli occhi verdi addirittura, atletico, gentilissimo, affascinante, sempre elegantemente vestito (“Indossa un’altra camicia bianca con le maniche rimboccate e i primi due bottoni aperti ed è perfetto.”), uno che lo sarebbe anche se indossasse la tuta macchiata d’unto di un meccanico. È un berlinese e si chiama Adrian, che è, non so quanto a caso, un cognomen romano molto illustre. Chi non ricorda l’imperatore che diede il nome a quel celeberrimo Wall?

Le famiglie di Siobhan, di Adrian e di Rowan sono molto ricche. Le due ragazze compiono gli anni il medesimo giorno e ricevono per il loro genetliaco, l’una “un diamante rosso”, l’altra “un grosso cuore di zaffiro circondato da brillanti”.

Adrian ha una storia più particolare e angosciante, ma ora vive con una famiglia adottiva assai altolocata.

Rowan si è innamorata di un barista, un certo Ian, un cittadino di San Francisco (la stessa in cui viveva il padre di Siobhan), espatriato prima a Berlino e poi a Milano, non laureato, purtroppo. Questo si rivela un problema per il nasino un po’ all’ in su dei genitori di Rowan, specie per quello della madre, che si arriccia notevolmente. Anche Ian è nato, come le due ragazze, il 21 giugno di 20 anni prima, il giorno più luminoso dell’anno (e quello più lungo), almeno nel nostro emisfero.

Adrian sente i nostri passi sulle scale e si volta verso di noi, elegantissimo in un abito blu che cade perfettamente sul suo corpo.” – uno così o fa il re o, se gli deve andar male, il principe consorte.

Adrian è così appassionato di Siobhan che, non solo la colma di complimenti, a volte eccessivi, ma le dice che soffre terribilmente quando sono insieme e lei non lo guarda in viso. Gli occhi della ragazza sono scuri e hanno una specie di buchino nella pupilla, e possono essere distruttivi (ne sa, anzi ne sapeva qualcosa un disgraziato che una volta aveva cercato di farle del male), ma anche, forse, taumaturgici.

A circa metà libro, c’è un’auto-agnizione, non finale ma decisiva, dove ognuno scopre chi è: i quattro ragazzi scoprono di non esseri normali, ma esseri dotati di una realtà assai più complessa. La più a-normale, alla fine, è proprio lei, Siobhan, la Prescelta. A corredo dei quattro vi sono Kenneth, il maggiordomo di famiglia di Siobhan e Basil, allenatore di tiro con l’arco delle due ragazze ed ex allenatore di Karate di Adrian.

I sei personaggi in cerca di Pianeta sono ex transfughi di Oltremondo, un Altrove assai Altrove.

Il libro è stato finora una specie di diario di Siobhan, un’adolescente che ancora non conosce bene il mondo, e chi domina è il suo io narrante.

D’ora in poi l’io è ancora prevalente, ma si alterna sempre di più a descrizioni rese da una terza persona, che tutto vede (amici e nemici), tutto sa, ma narra quello che vuole. E il genere diventa fantasy, e Siobhan diventa la Numero Uno, a cui ognuno deve rendere omaggio e a cui occorre obbedire.

Si apre la seconda parte del romanzo, in cui, nell’Oltremondo, i personaggi, ognuno a modo suo, acquisiscono una sempre maggior consapevolezza. A un certo punto, Siobhan si mette a tracolla il suo amato arco, che ha un nome: Arjuna, rinunciando a portare con sé un orpello ormai inutile. A chi le fa notare che la custodia dell’arco è un regalo dei suoi genitori, lei commenta che essi sono morti “e devo farmene una ragione e lasciarli andare. Devo lasciarmi il dolore e andare avanti, perché io sono viva e ho ancora molto da fare.” Lasciarsi il dolore alle spalle richiede una forza non comune, un cinismo tanto saggio quanto terribile.

Mareck, il Maestro, il Nemico dei buoni, il Cattivo, il Brutto che pare Bello, minato dalla tendenza irreversibile che lo condurrà verso l’Orrore, di cui “adesso resta solo il ricordo di una bellezza corrotta dalla malvagità.”, è “un uomo schiavo di se stesso, che non può essere più diverso da ciò che è.Un uomo putrido e perfetto, che non può più evolvere, un Morto che dà ancora ordini e incute terrore.

Ian è l’amico-medico degli animali, il loro re. Shakan, la tigre grande come un cavallo è il suo alfiere, ma tutti gli altri animali sono con Ian, sono dei nostri, uniti contro il Nemico. Non riesco a immaginare da che parte sarebbe stata Shere Khan, la nemica dell’uomo ne Il libro della giungla di Kipling.

Marta Leandra Mandelli
Marta Leandra Mandelli

Questa storia me ne rammenta un’altra, anch’essa ordinatami da mia figlia, Le cronache di Narnia, dove alcuni ragazzi, passando attraverso un mobile presente in una stanza, vanno periodicamente in un Altrove. Un po’ come quando Harry Potter e C, per prendere il treno, devono attraversare un’oscura barriera che ti conduce in un binario che non esiste.

Si tratta di quel luogo sacro dove, secondo Mircea Eliade, l’umano s’incontra con il non più umano, il Divino, chiamalo come vuoi. Dove la Realtà è Tutt’Altra.

È proprio un fantasy: a pagina 366 (Capitolo 30), Siobhan dice: “‘Sì, in effetti devo ammettere che mi piaceva specchiarmi e lo facevo spesso. Sai com’è, sono piuttosto vanitosa’, ammetto con un’ombra di vergogna.”

Roba da Oltremondo che una femmina sia così esplicita a proposito della sua vanità. Ma c’è di più. Questa ragazza è veramente fantastica, quando dice che la sua vera anima era riflessa negli specchi delle persone che amava, che riflettono la vera Siobhan, senza orpelli e maschere.

L’arco Arjuna diventa quello che è il suo nome, il dio guerriero (qui, almeno, nudo e senza vergogna) del Mahābhāhrata, un immortale che però ha qualcosa di umano e di inquieto, un “Arjuna che mi guarda preoccupato”. E che non è onnisciente, per quanto sa formulare ipotesi che destano inquietudine, per cui nessuno: “vuole scartare le ipotesi di un dio senza averle esaminate a fondo.

Ogni tanto mi viene in mente il pensiero spiccio con cui Siobhan getta alle spalle il ricordo dei genitori terreni, da cui era stata allevata con amore per vent’anni, un periodo forse soltanto sognato o immaginato, e tutto questo mi stupisce e mi fa male, specie ora che la ragazza ha a che fare con questa vecchina abulica che è la sua madre oltremondana, minata per sempre dalla malattia.

All’improvviso qualcosa accade e la Prescelta viene malmenata da un demone e chissà che fine farebbe se non arrivasse, a mo’ di Tex Willer, il divino Arjuna, che la salva col suo tiro Con la differenza che l’impavido ranger del Texas pare che non sappia cosa significhi quel che sta provando ora il dio: “che mi guarda con la paura di non essere arrivato in tempo.”. Arjuna è il Dio della Provvidenza, è qui per noi, anzi: “Io sono qui per te, non dimenticarlo.”

È anche un dio modesto e umile che sa dire: “Sai, ti posso sembrare uno sciocco o addirittura un essere geloso…

La Prescelta ha delle doti da veggente, quando si accorge che: “Il cuore di Selwin manca un battito”. Rimane il dubbio che si tratti di un’esagerazione dell’autrice, oppure che questo carisma esista davvero in Siobhan.

Ora avviene lo scontro finale. L’io narrante Siobhan dice:Alle mie spalle la Prescelta avverte che qualcun altro si sta unendo alla battaglia…” – si tratta di una discrasia spazio-temporale, che lascia perplessi. Tre pagine dopo, “la Prescelta coglie al volo l’invito…” – e il lettore comincia ad abituarsi.

Qualcuno le chiede: “La Prescelta sta per affrontarlo?” – al che lei risponde in prima persona: “Sì, voglio andare da lui e distruggerlo una volta per tutte.

Giunto alla fine dell’ultima riga dell’Epilogo, mi chiedo quale sia il senso del libro.

Per saperlo, provo a risalire, filo per filo, al Prologo. Minacciata dal Prescelto, mentre una luce intensamente bianca e divina, si apre un portale che conduce al romanzo, alla prima parte di esso, intitolata Una vita perfetta. Nella Milano del futuro (ora sepolta in un passato non più esistente) vigevano delle strane regole. Una ragazza non poteva uscire con un ragazzo prima del compimento del diciottesimo anno. Poi non solo aveva via libera, ma doveva affrettarsi a cercare il compagno della sua vita. La madre perciò gliene propinò uno che era giovane, ricco, amante della musica classica (suona il violoncello) e del calcio, ma non dell’arco. Nulla da fare. Non andava proprio bene. La madre, un po’ preoccupata, la definiva un “bocciolo di rosa, da cui si stava per schiudere “bellezza e giovinezza”, da cogliere prima che diventasse una rosa, da cui si sarebbe sprigionato un aulente ma ormai tardivo profumo.

Un aggressore tentò di violentarla, ma qualcosa in lei lo neutralizzò (per sempre). La cosa la sconvolse, anche perché, scoprendo in sé una forza che non ha nome, da una arte è sconvolta, dall’altra si accorse che, nell’esprimerla, aveva provato un ineffabile piacere. Incontrò Adrian e i due s’innamorarono perfettamente, da subito, inevitabilmente, in maniera sospetta.

Alla fine della prima parte, Siobhan ricevette la notizia di essere la Signora di tutti. L’Autorevolezza.

E qui c’è la cesoia temporale: ora è colei che decide, contro l’opinione di tutti, di andare all’Ateneo, perché deve guidarli in guerra contro il Nemico.

Nel prosieguo della storia, appare evidente chi siano i quattro pretendenti di Siobhan. Uno è Adrian, che se ne va, a rincorrere i suoi guai, a cercare Mareck, il Nemico, che è in realtà suo padre. Un altro è un gioioso dio, che rincorre un edonismo non egoistico. Un terzo è colui che cerca in Siobhan il suo Doppio, la parte mancante che possa consentirgli di diventare (o tornare a essere) Androgino. Un quarto è l’immondo Mareck, che vuole ringiovanire depredando e devastando l’energia vitale di Siobhan. Sono tutti esempi di kam’a, da cui amore, amico, che in sanscrito significa passione.

E qui è patente la chiave del romanzo. La Natura delle donne è il fine primo e ultimo dell’esistenza, il miraggio a cui occorre per sempre tendere, quello che spinse Dante ad affrontare i gironi dell’inferno, i meandri del Purgatorio, per poter alfine accedere al Paradiso di Beatrice, e che indusse Petrarca a raccontare in versi la favola più intensamente bella del mondo.

La seguente era in origine una critica, ma sono riuscito a trasformarla in qualità: la perfezione dei corpi dei protagonisti e dei loro sentimenti è assurdamente funzionale alla Storia.

La seguente osservazione è invece rimasta dubbia: vi è forse un uso eccessivo dell’espressione Lo so bene, che so bene che è assai diffusa nella vita comune. O si sa o non si sa. Chi afferma che sa bene, in genere ignora quel che serve.

Lo stile di Marta Leandra Mandelli è vivace, scorrevole e intenso. Presto ci si affeziona a questi personaggi, che hanno la bellezza, ma soprattutto il candore dell’adolescenza, che permette loro di affrontare situazioni terribili, perché si sentono nel giusto. E perché non possono proprio evitare un destino che è stato deciso Chissà Dove e Quando.

Un dubbio che forse scioglierò quando mi capiterà di leggere l’intera Trilogia è perché anche Mareck è definito il “Prescelto” dallo stesso io narrante: “Solo un Prescelto può affrontare un altro Prescelto”.

Il secondo volume è un po’ più esteso del primo, che non arriva neppure alle 600 pagine. Il terzo è invece più cortino. Peccato!

Per ora l’unica ipotesi è che la questione può risolversi in una diade vettoriale, sine qua non ci può essere Storia.

Mentre la Storia sta inesorabilmente scorrendo verso la fine, la vista (e forse anche la vita) di Siobhan si sta appannando e…

E…?

L’Epilogo, basta leggerlo una mezza volta e si capisce che esso serve a costringere l’ignaro lettore a cercare il secondo volume. Impresa a cui mi assoggetterò, care Marta e Anna, arco in spalla, assai presto, come prevede l’incarico affidatomi.

Ugh!

 

Written by Stefano Pioli

 

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