“L’Ickabog” di J. K. Rowling: il mostro che giace dentro di noi

Soltanto all’inizio del capitolo 44, decido di provare a reagire per iscritto a questa terribile fiaba-fantasy-apologo.

L’Ickabog di J. K. Rowling
L’Ickabog di J. K. Rowling

A proposito. Siamo sicuri che sia una fiaba? O è un fantasy? C’è qualche elemento fantastico che determino tali pur assimilabili nature?

Altre domande inevitabili: l’Ickabog esiste oppure no? È animalesco oppure no?

Si tratterebbe di un presunto mostro assassino che vive nelle paludi.

Chi ha ucciso finora? Degli umani? O solo delle pecore? Si sa che questi ovini a volte si disperdono nel bosco e poi vengono assaliti da qualche lupo che se li vede sfornati dalla Divina Provvidenza e che in tal modo riescono ogni tanto a banchettare lautamente a spese loro.

Cosa ne sa il lettore? Io dico che esiste, anche perché a un certo punto una timida ragazzina lo dice a bassa voce e nessuno (se non l’autrice e il sottoscritto) pare ascoltarla.

Lo strano essere lo si incontra nel capitolo 13: è sì avvolto nella nebbia, che a un certo punto si muove, per cui “una sagoma nera e mostruosa con occhi bianchi e lucenti si stagliò davanti a loro, ed emise un lungo ululato.”

A scorgerlo sono Scaracchino e Flappone, i due più che empi sgherri del re. Eppure questi saranno i primi a non credere alla sua esistenza, pur garantendo a tutti di averlo visto.

La spedizione era stata ordinata dal re perché questi voleva giocare a fare il paladino senza macchia e senza paura, uno che non ha paura di nulla, mai. La scusa era di ritrovare un cane che secondo un villico s’era disperso nella palude a causa dell’Ickabog.

Il cane viene ritrovato, pelle e ossa ma vivo, “terrorizzato, che uggiolava e cercava di liberarsi, con gli occhi che balenavano al chiaro di luna.”

Nel capitolo precedente c’era stata la testimonianza del pavido re che, balbettando, aveva giurato di aver incontrato il mostro: “era alto come due cavalli e aveva gli occhi cime due enormi lanterne!” – preso dalla fifa il sovrano era scappato lasciando sul campo la spada e perdendo nella fuga frenetica i due stivali. Per ritrovare la sua preziosa arma aveva quindi ordinato ai suoi due eccellenti ma un po’ recalcitranti sudditi di gettarsi nella selva oscura.

In verità, le non poche vittime della storia sono tutte perite per una crudele mano umana. Finora l’Ickabog, per quanto se ne sappia, non è accusabile di alcun omicidio, se non per via di menzogne colossali, inventate subdolamente dai due suddetti delinquenti governativi, a cui si aggiunge anche la testimonianza di un terzo di nome Blatta, pessimo soggetto anche lui.

Cos’è successo all’inizio del capitolo 44 che mi ha smosso la scrittura?

Non per la prima volta, ma ora più che mai ho sentito il crescere del thriller, in una storia che inizia con una descrizione quasi paradisiaca del regno di Cornucopia, la quale viene presto sostituita da una sempre più concitata narrazione di disgrazie e di rovine.

In ciò l’autrice ricalca un po’ i suoi romanzi potteriani, anche se qui il trapasso dall’atmosfera idilliaca a quella drammatica è decisamente più traumatico.

Il libro che mi viene a mente ora è Vita e destino di Grossman, dove i personaggi si dividono in persecutori, perseguitati e chi può rimanere, per viltà, al di fuori di questa atroce contrapposizione. La stessa cosa avviene in questo romanzo. Gran parte dei personaggi cerca di non vedere, di non capire, di non sapere, pur di non farsi travolgere sotto le ruote della macchina del Potere.

Ma chi è realmente al potere in questo luogo così fiabesco? Chissà cosa avrebbe risposto Vittorio Emanuele III se qualcuno gli avesse chiesto chi era il capo dello stato italiano dopo gli effetti della cosiddetta Marcia su Roma?

C’è però qui una differenza. Re Teo si crede una specie di Dio, cioè un Essere al di là del bene e del male, che ha solo un unico fine: soddisfare la sua pancia e il suo Io, che finiscono quasi per uguagliarsi come concetti. Egli sa di essersi comportato da vile davanti al Mostro, ma quando il suo consigliori[1] Scaracchino gli garantisce che è stato eroico, tanto da aver avuto l’ardire di conficcare la sua preziosa spada sul dosso del mostro, lui finisce per crederci, almeno a livello conscio. Diventa perciò in grado di di-menticare (ma non di s-cordare) quanto è effettivamente avvenuto.

Scaracchino, tramite i suoi scagnozzi, va ora a compiere una lunga serie di malefatte, per cui il popolo capisce perfettamente chi è che effettivamente comanda e di chi avere paura.

A questo punto il re è nudo, in quanto è privo di autorità, pur senza esserne cosciente. A lui basta mangiare, dormire e credersi regale. Non è più all’altezza… reale, anzi, sicuramente non lo è mai stato. Ma è ogni giorno più ridicolo e inutile. È solo una facciata, ormai, uno di quei re che, come diceva Totò, non contano nulla. Anche se la sua immagine sta ancora brillando.

Prima ho detto un’inesattezza: Scaracchino non è un consigliori, perché questa figura presuppone un Padrino. È invece lui, lo scellerato capo, il sovrano taciuto ma riconosciuto da tutti. I consigli che dà al misero re sono in realtà delle necessità cogenti, obblighi che non ammettono dinieghi.

Come quando il turpe fa decidere al re di aumentare in modo spropositato le tasse al fine di condurre una guerra santa contro il mostro, soldi che, rovinando un popolo, andranno a finire nelle sue tasche, anzi, nelle sue cantine, perché sarà tutta una finta: l’esercito rimarrà tutto il tempo inerte, senza mai svolgere alcuna missione.

Il fatto finirà per affamare il popolo, impoverire gravemente le risorse della nazione, nonché imbruttire il paesaggio.

Non si capisce se e quanto il re sia cosciente di tutto questo sfacelo. Credo di no. Ma il suo inconscio non può non aver avvertito un cambiamento così radicale.

Scaracchino cercherà ogni giorno di aumentare nel re la paura del mostro, al fine di tenerlo ben chiuso in casa, dove possa sentirsi al sicuro, che insomma non cerchi di evadere dalla sua adornatissima torre d’avorio, dove egli può ingozzarsi, come sua costumanza, delle più prelibate vivande.

Alla fine del capitolo 48 mi commuovo, ma questo è un mio fatto personale di cui non intendo discorrere. Se leggerete tutta la storia, capirete.

Vorrei citare ora una figura che mi pare ispirata dall’atroce Marchese Donatien-Alphonse-Françoise. Un’anziana che di nome fa, non a caso, Ma’ Grugna, alleva orfani e bimbi dispersi come porcellini (magri, perché nutriti per anni di sola zuppa di cavoli probabilmente rancidi, tanto che numerosi infanti finiranno per tirare le cuoia, poveretti), e lo fa unicamente per soldi, grazie a certi contributi governativi. Questa creatura vetusta, che contende a Scaracchino la palma quale personaggio più torbido, non sarebbe sfigurata in un romanzo di Dickens e di Zola. Sono curioso di sapere che fine farà.

È una favola, no?

In tutte le dittature, e in questo reame, come avrete immaginato, non è prevista la libertà, esistono cose che vanno taciute e altre che vanno ogni volta confermate, e guai a dubitarne. Ho usato un paio di volte la seconda persona plurale per tentare di imitare in modo pedissequo l’autrice, che ogni tanto ha frasi del tipo: “detto fra noi”, oppure “Provate a pensare, se vi va”, che sono meccanismi verbali frequenti nelle favole e talvolta nei fantasy.

Esiste un fatto che non si deve assolutamente negare, e nemmeno mettere in dubbio, nell’ormai disgraziato regno di Cornucopia: l’Ickabog esiste e uccide le persone. Affermare il contrario significa macchiarsi di tradimento. Questo accade quando un aspetto non comprovabile serve a celare le nefandezze. Qualsiasi attestazione umana deve essere sottoponibile a verifica, ché diversamente è fenomeno divino, religioso, metafisico.

J. K. Rowling
J. K. Rowling

Quell’Essere Misterioso infine esiste e non dirò altro se non un fatto che è rimarcato da una ragazzina di nome Margherita, scappata con altri compagni dal collegio di Ma’ Grugna: egli “può spostare un masso grosso quanto lui.”, con cui ha richiuso la grotta per impedire ai prigionieri di scappare. Non so, ragazzi, se questo non vi ricorda un qualche antico poema greco!

Questa super-creatura assomiglia in un certo strano modo a quella che Baudelaire chiamò La Géante, la quale non pare né buona né cattiva, ma soprattutto quieta e gentile.

Per sciogliere ogni dubbio basterebbe recarsi nelle Paludi e controllare. Questo non lo si fa per due motivi. L’atto richiede eroismo, un mettere in gioco se stessi, pericolosamente. Non con lo sprezzo del pericolo che è del fanatico, figura gradita a un regime totalizzante, ma col valore di un combattente dotato di virtù guerriere: ardore, ma anche prudenza.

Un personaggio simile c’è, anche se non fra i più determinanti ai fini della storia. È però colui che viene proposto alla fine come nuovo primo ministro di un governo ormai privo di re e che non prevede la possibilità di un tirannello che, nell’ombra, vada gestendo di nascosto il potere.

I cattivi, tutti, compresa l’anziana e infame baby-sitter, come in tutte le favole che si rispettano, pagheranno il fio[2] dei loro peccati. Anche il re che, però, conscio “di essere stato un pessimo re, di essersi comportato malissimo”, vergognandosi del proprio operato, “desiderava diventare un uomo migliore”, cercando una sua personalissima resurrezione.

Il paese precipitatonella rovina e nella disperazione” inizierà quindi a risorgere e sarà al più presto fondata una quinta grande città, Ickaville, in perenne memoria di quel mostro che era così buono e innocente e che amava nutrirsi unicamente di funghi.

E come potrebbe finire diversamente: “… il regno di Cornucopia visse per sempre felice e contento”, essendo rifiorito in essa quel sentimento di ubertosa e materna gentilezza che per tanti anni era venuto a mancare.

Ah, forse vi state ancora chiedendo se alla fine si tratti di fiaba, favola o fantasy.

Beh, poiché, in un paese libero, è ammesso avere un’opinione, dico: fantasy.

 

Written by Stefano Pioli

 

Note

[1] Nel linguaggio della mafia italo-americana, il consigliere di fiducia del padrino di una famiglia, conoscitore approfondito delle leggi e dei modi per eluderle.

[2] Pena, punizione, castigo. In arcaico feudale: tributo.

 

Bibliografia

J. K. Rowling, L’Ickabog, Salani Editore, 2020

 

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