Intervista di Emma Fenu ad Alessia Pizzi, autrice di “Qualcuno si ricorderà di noi”

“Riuscirai sempre a trovarmi nelle tue parole, è là che vivrò.” – Markus Zusak

Alessia Pizzi
Alessia Pizzi

“Qualcuno si ricorderà di noi” (FusibiliaLibri) è una pièce teatrale di Alessia Pizzi, filologa classica, esperta in studi di genere e fondatrice del sito Culturamente.

In un atto unico, Google risveglia “le figlie di Saffo”, ossia Erinna, Anite e Nosside, per avvisarle che il web ha dato loro una nuova possibilità di essere ricordate, riesumate dal sessismo di una storia e di una letteratura un tempo declinata solo al maschile.

Oggi, con un click, le poetesse diventano oggetto di interesse e fanno sentire la propria voce. Non resta che prestare ascolto.

È ospite di Oubliette Magazine la giovane autrice, Alessia Pizzi: una donna ironica, colta e entusiasta che racconta e si racconta con carisma.

 

E.F.: Perché le donne sono state ridotte al silenzio? Perché Tacita Muta diventa paradigma dell’ideale femminile?

Alessia Pizzi: Il perché si basa su un gioco di potere. Sicuramente quando fu istituita la polis divennero rigidi i confini tra l’uomo, cittadino pubblico, e la donna, oggetto privato. Il controllo della donna è stato per secoli motivato da luoghi comuni sulla sua presunta inaffidabilità: meglio tenerla a casa a fare figli, senza un’istruzione. Come diceva Semonide, la donna perfetta è quella che deriva dall’ape, ovvero colei che non parla di cose d’amore. Ecco, dunque, una cosa interessante: il pudore della donna è il valore primario. Ma la prevaricazione deriva principalmente dalla paura di perdere il controllo, no? Non è un caso se – per quanto ne sappiamo – Saffo è la prima voce femminile occidentale che parla, ma soprattutto che parla d’amore. Maestra d’amore per alcuni, impudica puella per altri, Saffo resta un mistero per tutti. Spero che un giorno un papiro ci restituirà la storia che ci manca. Quello che so è che la società è estrinsecazione della letteratura: in età ellenistica, ad esempio, i nuovi regni nati dalle vittorie di Alessandro Magno diedero vita a una nuova mobilità per le donne. Le regine di Alessandria erano dei modelli da seguire, delle spose seducenti, a differenza delle mogli caste della polis. Le statuette di questa epoca ritraggono finalmente donne che studiano e non è un caso se è proprio in età ellenistica vi è un proliferare di poetesse come Erinna (a cavallo con l’età classica in realtà), Anite e Nosside, di cui parlo nel mio libro “Qualcuno si ricorderà di noi”. Ma in questa epoca sono le poetesse vaganti a meritare un focus a parte: girano di città in città (quindi escono fuori dall’oikos!) e proprio a loro sono dedicate le prime attestazioni della parola “poetessa” declinata al femminile e con significato celebrativo, non ironico, in epigrafe. Anche se prima c’era stata Saffo… la parola non esisteva.

 

E.F.: Chi era Saffo? Cosa ha da raccontare alle donne e agli uomini contemporanei?

Qualcuno si ricorderà di noi - Alessia Pizzi
Qualcuno si ricorderà di noi – Alessia Pizzi

Alessia Pizzi: Di Saffo hanno detto molto, anche troppo, spesso senza coglierne l’essenza. Nella mia mente resta maestra di raffinatezza per le sue alunne e maestra d’amore per tutti: dagli scrittori dopo di lei fino a noi. La cosa più bella è quella che si ama: un’affermazione tanto forte quanto semplice e immediata. L’ha detta una donna in un’epoca in cui il valore e la virtù militare erano i capisaldi della società: direi che fa riflettere. Come mosca bianca della letteratura antica Saffo porta sulle spalle tanta fama quante critiche: era lesbica, era impudica, era brutta, era una prostituta. Ma soprattutto era la “decima musa tra i nove poeti lirici”. Perché ai suoi tempi, come dicevo sopra, la parola poetessa non esisteva declinata al femminile, quindi bisognava appellarsi al divino per definire una donna che componeva versi, come se non fosse una cosa possibile. Si percepisce l’imbarazzo di una società che non sa esprime un concetto nuovo. Vi ricorda qualcosa? Ciò che non si dice non esiste, ha detto Cecilia Robustelli, e il destino delle poetesse (dimenticate) dopo Saffo ne è la conferma.

 

E.F.: L’era digitale ha ampliato le occasioni di conoscenza, studio e approfondimento, rendendo le poetesse a portata di click. Ci sono donne che nemmeno in rete trovano legittima accoglienza?

Alessia Pizzi: Le donne sono sempre in minoranza: qualche tempo fa era stato fatto uno studio sulle poche voci scritte da donne e/o dedicate alle donne su Wikipedia, perché ci sono poche editor donne e poche fonti attendibili sulle donne storiche, visto che sono state cancellate, ma anche perché il mondo – più o meno consciamente – viene disegnato sul canone dell’“uomo bianco”. Anche il New York Times a un certo punto si è reso conto di avere tutti necrologi dominati da uomini bianchi e ha aperto una serie, gli “Overlooked”, per parlare delle persone che aveva trascurato. Qui entra in gioco il data feminism: cercare i dati delle minoranze in generale, non solo femminili, e raccontare tutti coloro che non vengono proprio contemplati nelle stime, basate sempre sugli stessi campioni. Ne parla bene Caroline Criado Perez nell’ultimo libro “Invisibili”. Nel mio libro ho reso Google il “medium” che va a svegliare le poetesse dimenticate, con l’aiuto di Saffo, per dire loro che è il momento di essere ricordate sul web. Questo perché negli ultimi anni sicuramente la rete ha reso la conoscenza più accessibile, alimentando l’interesse anche per queste figure e regalando nuove opportunità.

 

E.F.: Chi è Alessia? Che donna è? In cosa crede?

Alessia Pizzi
Alessia Pizzi

Alessia Pizzi: Non lo so, non la conosco… ma se è una donna spero vivamente che non dimentichi mai il diritto di essere ascoltata. Ci è stato tolto per secoli tale diritto, e ogni tanto oggi ancora dimentichiamo che quei tempi sono finiti. Essere ascoltati non è solo un diritto, ma è anche un sollievo. Anche gli uomini hanno pagato caro l’esser stati cresciuti come macchine da guerra senza sentimenti, nati per la carriera e il successo. Nel confronto tra i generi chiedere di essere ascoltate sensibilizza anche la controparte, che si sente abilitata a non essere più un eroe omerico sentimentalmente muto, ma un uomo pronto a tirare fuori i propri sentimenti. Gli uomini hanno bisogno di sentirsi utili perché sono stati cresciuti per esserlo. La donna che chiede di essere ascoltata diventa consapevole di essere un soggetto attivo. L’uomo che si attiva per l’ascolto capisce che nella vita non serve essere utili, ma complici. Magari può essere una chiave di lettura per superare quel pizzico di asimmetria sessuale che ci chiacchiera ancora nella testa. Ecco, se incontri Alessia… diglielo mi raccomando! 

 

Written by Emma Fenu

 

 

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