“Senza mare” di Marina Spironetti: la ricerca visiva e la documentazione dei colori di un’isola

La Sardegna per molti è sinonimo di mare, spiagge, estate.

Senza mare di Marina Spironetti
Senza mare di Marina Spironetti

La Sardegna è stata e continua ad essere intrappolata nella zona grigia del luogo comune. O si mitizza, cristallizzandolo nel non-più, il suo passato più arcaico e se ne ammirano morte vestigia oppure si snatura e svilisce la storia in atto, ciò che realmente è.

Posta l’enorme difficoltà di schivare il revival che spesso mette in scena spettacoli che celebrano solo l’ennesimo funerale del trascorso, quanto l’impossibilità a guardare al futuro con lucidità, scindendo il corpo morto da quello vivo in quest’organismo che si chiama Sardegna e che si sostanzia di uomini e donne, di vite e storie comuni e diverse, ecco che qualcosa di buono, bello e utile si fa presto notare.

Senza mare di Marina Spironetti, con breve introduzione di Paolo Fresu, vede la luce sul finire del 2020 grazie a un progetto di crowfounding, pubblicato con Crowdbooks.

L’autrice attualmente vive a Milano, dov’è nata nel 1974 e ha conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere. Poi in Inghilterra ha studiato fotogiornalismo presso il London College of Communication, lavorando come corrispondente per l’agenzia italiana Eidon Press. Dal 2013, rientrata in Italia, collabora con giornali e riviste italiane e internazionali. Appassionata di fotografia di viaggio e di ritratto, per tre anni consecutivi (2016-2018) è stata fra i vincitori del Travel Photographer of the Year. Ha esposto i suoi lavori in Italia, Inghilterra e Giappone.

La bellezza di questo lavoro di ricerca di documentare visivamente attraverso la fotografia una terra “altra”, antica, lontana – geograficamente e storicamente – dal mare, vale tutti i quattro anni di lavoro per la creazione dell’archivio nato dall’osservazione diretta nell’entroterra sardo.

La Spironetti, sarda per linea materna, ha cercato anche le proprie radici mentre tentava di sfrondare dall’aspetto propriamente folkloristico le situazioni di vita che comunemente vedono l’apparire pubblico delle maschere rituali del Carnevale tradizionale isolano nelle sue incredibili similitudini e differenze locali, come pure la vestizione di abiti tipici delle comunità dell’entroterra dell’isola che costumi non sono, ma habitus di un tempo.

Il lavoro è costituito da due sezioni: la prima dedicata a su Carrasegare (Carnevale, Carnival) di Gavoi, Lula, Mamoiada, Orotelli, Ottana, Sarule; la seconda, Costumenes (Costumi, Costumes) di Abbasanta, Bitti, Desulo, Florinas, Gavoi, Nuoro, Ollolai, Orgosolo, Ottana, Sarule, Oliena. In entrambe le sezioni i nomi dei paesi compaiono scritti solo in Sardo, mentre i brevi testi a corredo dell’archivio fotografico sono in Sardo (traduzione a cura di Mauro Piredda), Italiano e Inglese (traduzione a cura di Amanda Robinson).

Senza mare di Marina Spironetti
Senza mare di Marina Spironetti

Ci troviamo di fronte a scatti dove Ieri e Oggi s’incontrano mirabilmente, si abbracciano come compagni e lo sguardo di chi osserva è a sua volta osservato. Immagini di occhi che sono vivi di un linguaggio dell’anima piena di passato e carica di domande sul futuro. Al taglio dell’immagine dello scatto della Spironetti, rispondono sguardi taglienti, netti, di profili eloquenti quanto silenziosi.

Si affonda nel colore verde profondo di certi abiti tradizionali che riprendono, rubando, quello della verdissima vegetazione, richiamandoli tono su tono.

E i bianco e nero, i grigi che sono in molti scatti del Carnevale, maschere-caratzas, visi e pelli, s’incontrano col colore della pietra sarda, della rocciosa corazza tra la vegetazione, con le strade imperdadas dei centri storici, con le case in pietra tipiche degli insediamenti dei centri montani dell’interno dell’Isola.

La Sardegna “senza mare” non ha meno colori e meno sfumature. Occhi veri di uomini e donne concreti, reali, sfaccettati, nulla di vuoto o costruito, nemmeno nelle scene di ritratto in posa entro le abitazioni o en plein aire. Tutti ci parlano, anche dietro le maschere, pure essere vere, vere di una realtà sostanziata dal tempo della Storia e delle storie millenarie che sono ancora capaci di raccontarci.

E dove vien meno la memoria, il presente la risarcisce con un’addizione antropologica non meno reale e valida. Non si celebra in queste fotografie nessun’apologia né, d’altro canto, il funerale del passato, bensì una memoria collettiva e individuale capace di informare di sé non solo in Sardo nativo o abitante, ma chi sappia cogliere di quello sguardo aperto un richiamo forte, arcano e misterioso, ma pure perennemente attuale.

Marina Spironetti
Marina Spironetti

Chi guarda da dietro l’obiettivo pone domande e, nel cercarle, fornisce risposte. Così i soggetti ripresi dalla Spironetti, interrogati, sono risposta che pone ulteriori domande sull’esistenza, passata e presente, che pongono quesiti sul difficile vivere e sull’incerto futuro dell’isola, dei piccoli paesi dell’interno, delle radici, dell’identità dei singoli e sul senso di comunità oggi.

Con Senza mare siamo di fronte a un interessante contributo per un approccio antropologico visuale fermamente incentrata sull’ànthropos, senza il quale e a prescindere dal quale nessun’antropologia seria, duratura, consistente e produttiva, è possibile. Come ci ha insegnato lo sviluppo dell’antropologia visiva italiana, fin dalle inchieste di Ernesto De Martino nell’Italia meridionale degli anni Cinquanta del Novecento.

La sfida è quella di Esistere ancora. Ma anche, e soprattutto, la sfida è quella di Essere. Essere ancora Sardegna. Quale? Senza mare si può, si deve, si è. Si sarà?

Una risposta possibile, tra le parole e le immagini, cerca lettori e osservatori pronti a coglierla.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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