Intervista di Alessia Mocci a Federica Rubiu: vi presentiamo il libro “Luna che nasce”

L’uomo ha paura di ciò che non conosce. Quindi allontana la diversità chiudendosi in se stesso. Il razzismo condanna alla solitudine e l’uomo solo si inaridisce come un terreno lasciato solo per andare a trovare ricchezza chissà da quale altra parte. Il silenzio complice porta all’autodistruzione di tutto.– Federica Rubiu in arte Red Sand

Federica Rubiu - Red Sand
Federica Rubiu – Red Sand

Luna che nasce” dell’autrice Federica Rubiu – in arte Red Sand – è stato pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana editoriale Oltre il confine.

Red Sand ha vissuto la sua infanzia in Sardegna per poi trasferirsi a Roma, e sin da giovanissima ha sentito l’esigenza di scrivere, di “apparecchiare i suoi fogli”, di intingerli di pensieri per poi, dopo decenni, riprenderli in mano per ricompattarli per una pubblicazione. Della sua vita non si aggiunge altro perché la stessa autrice si è confidata in questa intervista.

“Il freddo non mi appartiene/ lo sai che io vengo dal mare…/ e colgo i frutti nell’intermezzo/ tra la tempesta e la fermezza del sole./ Lo sai, io non sono glaciale,/ e sento l’intenzione delle parole…/ il vento mi tende la mano/ e non mi muovo/ se tu parli piano./Lo sai che io so del mutamento/ del mare/ e non cerco nessuno scoglio/ a cui potermi aggrappare.” – “Pensieri marini”

 

A.M.: Federica, Red Sand, la ringrazio per la disponibilità nell’accettare questa intervista per presentare ai lettori la sua ultima pubblicazione “Luna che nasce”. Ognuno di noi ha una vita unica, ma qualcuna è più dura rispetto ad altre. Mi piacerebbe che presentasse la sua vita ai nostri lettori così da riuscire a sensibilizzare al valore degli istanti.

Federica Rubiu: Grazie a lei per questa opportunità. Sono nata a Roma a marzo di quarant’anni fa da padre sardo e madre abruzzese. A pochi anni fui trasferita in Sardegna da una madre adottiva. Non mi sono mai sentita parte della famiglia e, per questo motivo, trascorrevo molto tempo a contatto con la natura. Ricordo soprattutto le estati passate nel campo vicino al fiume, gli alberi di eucalipto e il mare a pochi chilometri. Ognuno di loro è stato un padre e una madre, mi hanno insegnato della resilienza, della pazienza della sabbia, del rinnovamento dell’acqua e di quella voce materna del mare.

Masua, in particolare, una spiaggia dove regna qualcosa di incomprensibile che ha a che fare con la magia, è stata quella madre che mi insegnò ad abbracciare la paura sviluppando poi quella piena fiducia che sboccia solo dopo aver conosciuto l’amore per se stessi. Da quel giorno imparai a camminare con grazia sulla schiena della madre terra, a camminare in armonia con tutto ciò che mi circondava, ringraziando per ogni cosa che costantemente mi veniva donata.

Mia madre fu una donna che rispecchiava molto i caratteri aspri e forti della terra d’Abbruzzo. Essendo cresciuta in un collegio di monache di clausura non aveva sviluppato quell’istinto materno… tipico delle donne. Purtroppo quando questo stava avvenendo lentamente come solo l’amore può fare, le vicissitudini di una vita già travagliata ci hanno allontanato quando io avevo solo due anni. Mia madre era un’infermiera professionale, molto riservata, come lo era anche la sua dolcezza che si manifestava nelle sue gote rosse quando qualsiasi forma di affetto subentrava con grazia prepotente tra una madre e una figlia.

Ricordo che quando a 16 anni dovetti lasciare a malincuore la terra sarda, mi trovai di fronte a una donna estranea che nel frattempo aveva avuto un ictus e questo stato non fece altro che aggravare di nuovo il nostro rapporto già interrotto per forze maggiori in tenera età. Morì a soli 56 anni in seguito ad un’embolia celebrale. Quel giorno mi accorsi di essere veramente sola e iniziai a conoscere la strada di Roma e tutte le sue conseguenze.

Ero poco più di una ragazzina che veniva da una terra antica e spirituale. Venivo dal vento estivo che forse in quella terra arriva più come forma di guarigione e sollievo quando la tua anima è stanca, venivo dagli insegnamenti di mia nonna che aveva lo sguardo che libera il cuore da qualsiasi prigione e mani che conoscono i segreti nascosti in ogni foglia per metterli poi al servizio degli altri e da un nonno minatore dove la notte i suoi occhi azzurri sembravano due fari che oltrepassavano quel nero carbone sul suo volto e, illuminavano una numerosa famiglia tirata a stenti e volontà intrinseca nel DNA sardo.

Venivo quindi già da una non completa accettazione di una famiglia adottiva, ma da ondate di prezioso calore e sacro sapere tramandato dai nonni paterni e protezione della terra. Fu quest’ultimo che prese campo nel mio cuore e nelle vene fino a sentire, a volte, il profumo del mare sardo sulle mie braccia.

Quel vento estivo si faceva sentire puntualmente quando dormivo in strada nelle vie di Roma. Non so se è stato questo ciò che mi ha salvato, ma credo sia qualcosa nascosto tra i rami e un canto che usciva dalla volontà del cuore. Con mio padre ci vedevamo ad ondate, quando le porte del carcere, conseguenti a una vita di stenti, si aprivano e riniziava una vita di vagabondaggio già avviata per lui da ragazzo costretto a lasciare una terra che aspetta sempre il ritorno dei suoi figli…

Terra che noi non dimentichiamo, e che lei non dimentica noi fino a lasciare la sua orma impressa negli occhi verde smeraldo come le acque, profumi di ciclamini sulle ginocchia e il morso del ragno sul cuore che fa del figlio un ribelle rivoluzionario e tutto ciò che ne comporta. Il nostro rapporto quindi si basava su queste conseguenze, il tempo giusto per sentire degli ideali del cuore per poi non fare mai in tempo ad apparecchiarli anche a casa. La mia vita è stata segnata da eventi drammatici ma ognuno di questi è stato oltrepassato da una serie di segni molto forti tra terra e cielo e dalla presenza di un popolo che mi accompagnava fino a questi giorni. So che quella tavola che non è mai stata apparecchiata è alle porte del cuore.

 

A.M.: Che cosa significa pensare in versi?

Federica Rubiu: Ricordo molto bene il periodo in cui iniziai ad apparecchiare i miei fogli. Avevo nove anni ed ero seduta di fronte alla spiaggia di Masua; appuntavo ogni cosa che vivevo durante la giornata, e man mano sentivo che le parole stavano diventando mie amiche. Dopo pochi anni mi accorsi di aver instaurato un profondo rapporto con le pagine e più scrivevo più sentivo una danza che mi accompagnava nel palcoscenico di una vita già dura da allora, ma questa musica che io sentivo da questa danza sapeva di lamento che poi diventava canto.

Man mano questa amicizia diventò per me una comunione con la vita e ogni volta che i miei pensieri si stendevano al sole sui fogli, mi accorsi che era un pensiero in versi e quindi in armonia non comandata da leggi, ma che veniva automaticamente. Prima c’era un pensiero o, forse un grido nel mio caso, un accordo col cielo, una musica e poi una libera danza. Pensare in versi quindi per me significa duettare con qualcuno o qualcosa che è sempre in ascolto e viceversa.

 

A.M.: Quanto tempo ha impiegato a formulare il corpo della raccolta “Luna che nasce”?

Luna che nasce di Federica Rubiu
Luna che nasce di Federica Rubiu

Federica Rubiu: Credo che non ci sia stato un tempo preciso per la formulazione del corpo del libro. È sempre stato lì ad aspettarmi da molti anni, via via passavo a salutarlo per aggiungere qualcosa. Avrei potuto decidere di sedermi sulla mia scrivania ed iniziare tale giorno e darmi un tempo per la fine. Tutto ciò non è stato fatto perché semplicemente sentivo che non era arrivato il tempo. Oltre a questo, ero alla ricerca di un editore che mi somigliasse un po’, perché vedevo i miei fogli come figli o foglie e volevo andassero tra le mani di chi sapeva riconoscerli. Quando conobbi la mia editrice Cristina Del Torchio, sentii una voce che sapeva di albero, un albero donna. E gli alberi non mentono, ma custodiscono il sapere sacro e lo fanno alla luce con grazia e divina esposizione. Sapevo che i miei figli sarebbero stati in buone mani tra i suoi rami. La scelta del titolo “Luna che nasce” è stata voluta fortemente da me per onorare un nome che mi fu dato alcuni anni fa da chi aveva osservato la mia vita con comprensione, amore e assenza di giudizio.

 

A.M.: Nella poesia “A due anime” leggiamo: “Costante fu il vento, che spingeva nel fosso/ con due anime a maledire accanto/ per non esser riusciti a proteggersi l’uno con l’altro.// Colpevole fu/ sempre quel fosso,// ventre materno dannatamente mai pronto/ […]”. Che cos’è il canto perpetuo?

Federica Rubiu: Sia io che mio padre siamo entrambi nati da un ventre che non era pronto a dare alla luce due anime sia per forze maggiori sia per altri motivi. Quando cresci in questo stato è come avere costantemente qualcosa che rema contro, la mancanza di amore spinge la barca in un fosso.

Così fu per mio padre, così fu per me.

Ma so che entrambi nel nostro ventre avevamo un canto perenne. Questo lamento che poi diventa canto, è la volontà che si ha nel voler vedere, perché lo si sente, che c’è qualcosa di così volutamente nascosto tra noi e la vita. Questo canto perpetuo non ha un nome, ma proprio per questo costringe dolcemente l’uomo a una ricerca che pensi sia fuori ma invece è dentro te stesso. Questo canto tenuto da entrambi, seppur distanti ci fece incontrare dopo 12 anni. È stato quel giorno che scrissi questa poesia in macchina mentre tornavo a casa. Ed è vero, il vento sfavorevole ci spinse in un fosso dove ho vissuto dalla pelle al cuore i bassofondi amari e marci nei sotterranei dell’esistenza, ma la mia barca seppur di carta non è mai affondata in quel nero profondo.

Le braccia hanno preso il posto dei remi e in quel nero ho visto un blu cobalto e via via un azzurro celestiale simile allo sguardo saggio e misterioso di una lince che, oggi, vedo negli occhi di mio figlio. Ho potuto vedere della brillantezza di quel nero quando caddi in un abisso profondo, nel quale non vi era facile via d’uscita e, dovetti abbracciarlo sentendo le ali del corvo che porta alla conoscenza attraverso questo perdersi. Non ne ho parlato chiaramente in questo libro ma ho deciso di farlo nel prossimo in cui parlerò della mia vita.

 

A.M.: Nella poesia “Masua” leggiamo: “Ti accorgesti di me, dalle mie portate di parole/ pronte a cibare secoli di silenzio./ Sapevi che venivo dal mare/ e il mare sai/ il mare cambia./ Lo guardi e lo vedi già adulto/ mentre due minuti prima sembrava appena svezzato.” Il mutare e l’abisso, parole che ci portano al mare ma anche alla condizione degli esuli umani. Perché siamo ammaliati dal mare?

Federica Rubiu: La mia esperienza con il mare è avvenuta a tre anni. Ricordo che mio padre mi mise dentro le acque, come L’Aquila spinge il figlio al volo dalla mia alta montagna. Dovevo nuotare o sarei affogata. Quella è stata la prima esperienza che ricordo vagamente.

La seconda è stata a circa 13 anni. Le acque di Masua erano altissime, io sentii un richiamo profondo, entrai nell’acqua come se le acque fossero una coperta, non si tratta di azzardo infantile, ma ci fu un vero e proprio richiamo. Mi lasciai trasportare da quell’onda alta, non esisteva paura in quel momento, ma solo il sentirsi dentro un ventre materno. Quel giorno ebbi la sensazione di sfiorare il cielo. Tornai in riva, nessuno dei miei familiari si era accorto di quanto fosse accaduto. Ma dentro di me, so che il mare quel giorno prese il posto di mia madre. Mi disse di fidarmi dell’abisso e del trasporto di quel non sapere, per conoscere.

Abbracciare la paura è abbracciare se stessi, qui si prende coscienza della fiducia e si inizia a capire molte cose. Quando andai via non volutamente dalla Sardegna, mi accorsi quindi di aver lasciato mia madre: il mare. Ma è capitato di andare in altri mari per gridare il dolore, lasciarlo quindi andare via per poi vedere tornare me in un’altra forma. Questo mutamento del mare è di grande insegnamento a non aver paura del cambiamento e di non trattenere il dolore per non rischiare di fare ammalare la nostra anima. Il sole oltre al mare ha contribuito molto nella fase della guarigione. Oggi, più di ieri, in questo periodo di pace con la vita, anche se sembra una guerra, dovremmo un po’ tutti stendere i nostri pensieri al sole che oggi arriva come un abbraccio di conforto.

 

A.M.: Lo scrittore ed antropologo brasiliano Darcy Ribeiro, nel secolo scorso, fu il più grande promotore della diversità da preservare dei nativi americani. Celebri i suoi libri e le sue leggi come politico. Attualmente la politica del Brasile non sta seguendo le orme di Ribeiro, che cosa pensa della preservazione della diversità e che cosa si potrebbe fare in un mondo che sempre più tende all’indebolimento delle differenze culturali presenti nel pianeta?

Federica Rubiu - Red Sand
Federica Rubiu – Red Sand

Federica Rubiu: L’uomo ha paura di ciò che non conosce. Quindi allontana la diversità chiudendosi in se stesso. Il razzismo condanna alla solitudine e l’uomo solo si inaridisce come un terreno lasciato solo per andare a trovare ricchezza chissà da quale altra parte. Il silenzio complice porta all’autodistruzione di tutto. L’uomo da molti secoli ha sempre avuto la convinzione che per avere potere bisogna prevaricare su un altro uomo. Ma il potere di un solo uomo porta alla schiavitù degli altri. I mezzi vili che si sono adottati per prevaricare sulla diversità è l’indebolimento di essa. Si colpisce l’arte, si ferisce la bellezza, si tagliano trecce per umiliare il cordone ombelicale con il cielo, si silenziano le doti di ognuno di noi. Così fu fatto in Italia così fu fatto al grande popolo dei nativi d’America che avevano la chiave per vivere in armonia con tutte le cose. Così fu fatto ad ogni uomo di ogni popolo da parte di un uomo di qualunque altro popolo che accettò di mettersi al servizio del male abbandonando una chiave che era dentro se stesso. Questa chiave è già presente in natura se osserviamo bene. La terra presenta varie stagioni, senza il tocco disumano nessuna stagione litiga con l’altra. I vari colori che la natura offre sono sempre andati in armonia tra di loro. Una natura di un solo colore sarebbe morta in poco tempo. O avrebbe respirato a stenti, forzata a sopravvivere una vita comandata da altri e quindi distorta. Questo è ciò che fa la divisione delle diversità. Il razzismo è la bugia che l’uomo ha dentro. Non vuole accettare la conoscenza. Si tende a dividere gli uomini per comandare senza pensare che l’uomo non è stato creato per vivere solo. L’uomo solo si inaridisce, non sente dolore e nemmeno emozione. Viviamo un tempo in cui l’uomo è invitato a guardare dentro se stesso e trovare dentro ciò che è già espressione della terra. Siamo gli artisti di questo grande mistero e ognuno deve fare il suo disegno.

La vita è un cerchio. Come i nativi insegnano. Pur se costantemente presa in assalto, la bellezza torna a risplendere nella verità. Ai nativi d’America non è mai stata data voce, pur avendo subito il più grande genocidio. Tra i vari atti vili in cui il potere distorto compie inserisco quello di tentare di uccidere la cultura dei popoli… per sgretolare l’identità e lasciarli orfani. Ma c’è qualcosa che resiste in ogni popolo e in ogni uomo che camminava nella verità dell’essere. Era una danza, che se recava fastidio per il rumore. È stata fatta in silenzio. Continuava dentro le case, nella famiglia. Perché era intrinseco cuore. Tramandata dalla terra. Era il battito del tamburo che vibrava insieme al mondo, che è stato anch’esso messo a tacere molte volte perché i cosiddetti potenti sapevano che avrebbe risvegliato la coscienza degli uomini. Hanno massacrato danze che scioglievano la neve in campi di fiori macchiati di sangue. Hanno violato cerimonie sacre di chi innalzava un nuovo figlio al cielo per onorare la bellezza di una nuova vita e hanno costruito lunghi serpenti neri lungo sentieri sacri, abitati un tempo da veri guerrieri ossia coloro che non combattevano ma proteggevano donne e anziani; e hanno pensato di avvelenare l’acqua senza sapere che stavano avvelenando anche loro stessi. Che ognuno ritrovi dentro se stesso in questa sacra cerimonia con la vita e apra le tende di questa nuova esistenza. Abbiamo capito che la terra insegna che la conoscenza delle diversità dà ossigeno agli uomini per non farli fermare e vedere cosa c’è dentro tutta questa presunta nebbia. Se solo l’uomo non avesse paura di conoscere se stesso, creerebbe un accordo così forte con la vita da fare crollare in poco tempo tutte le convinzioni create da chi aveva la presunzione di avere il comando su un altro uomo che non deve essere trattato come mezzo ma come fine per raggiungere il successo che fa dell’uguaglianza una dignità. Bisogna che ogni uomo abbandoni questo bagaglio di rabbia con cui sta convivendo da anni, fiorito dal razzismo e educhi i propri figli alla conoscenza del vero disegno di vita, iniziando a eliminare anche dal vocabolario delle espressioni che dirigono a pensieri non utili in questo risveglio. Le parole hanno potere sui bambini che a differenza degli adulti non camminano con questa bugia sul cuore.

 

A.M.:Quando arriva la conoscenza,/ vai a trovare i fiori del tuo giardino segreto/ e falli sbocciare.// Pianta poi altri semi e non ne parlare.” Così come le scuole ermetiche insegnano, coloro che hanno visione della Luce hanno la possibilità di continuare l’opera ognuno con le proprie capacità. Oltre al suo “Luna che nasce” quale altro libro consiglierebbe ad un lettore alla ricerca della chiave per accedere al giardino?

Federica Rubiu: Senza conoscenza, non esiste la luce. Confido nel dare voce ad un popolo che ha subito il più grosso genocidio che non viene ricordato come dovrebbe. Un popolo che sa cosa è una comunità.

Il libro che consiglio è: “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” scritto da Dee Brown.

 

A.M.: Causa pandemia le presentazioni letterarie non sono praticabili ma ho notato che in tanti hanno ben pensato di utilizzare i social network ed il video come alternativa.

Federica Rubiu: Sì, è importante dare forma alla propria arte in qualsiasi forma avvenga.

 

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Federica Rubiu: “Allora, io ero là, sulla più alta delle montagne, e tutto intorno a me c’era l’intero cerchio del mondo. E mentre ero là, vidi più di ciò che posso dire e capii più di quanto vidi; perché stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo come la luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero fiorito a riparo di tutti i figli di un’unica madre ed in un unico padre. E io vidi che era sacro… E il centro del mondo è dovunque.” – “Il tramonto” di Alce Nero (Heaka Sapa (1863 – 1950) apparteneva al ramo Oglala dei Teton Dakota, una delle divisioni più potenti della grande famiglia Sioux)

 

A.M.: Federica, la sua biografia insegna il valore della famiglia seppure lei abbia avuto una condizione complessa, l’assenza – nei cuori nobili – porta alla ricerca. La saluto con le parole di una grande poetessa statunitense Emily Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – Amherst, 15 maggio 1886): “Per un istante d’estasi/ noi paghiamo in angoscia/ una misura esatta e trepidante/ proporzionata all’estasi./ Per un’ora diletta/ compensi amari d’anni,/ centesimi strappati con dolore,/ scrigni pieni di lacrime.”

 

Written by Alessia Mocci

 

 

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