“Genealogia del primitivo” di Camilla Pagani: la prefazione di Carlo Sini

La possibile interpretazione negativa, che il termine ‘primitivo’ lascia intendere, consiste in una valutazione etnocentrica ed evoluzionistica delle società che non hanno raggiunto la ‘modernità’ e che vivono secondo uno stile di vita giudicato arcaico e pre-istorico. In che senso primitivo? Il giudizio etnocentrico si nasconde proprio quando le popolazioni contemporanee sono definite ‘primitive’, poiché tale attribuzione presuppone un paradosso logico: se esse sono contemporanee alla nostra non possono essere vissute prima, in quanto appartengono al presente.– Camilla Pagani

Genealogia del primitivo
Genealogia del primitivo

Genealogia del primitivo” è un saggio di Camilla Pagani edito nel maggio 2009 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore nella collana editoriale Il corpo della filosofia diretta da Rossella Fabbrichesi e Cristina Zaltieri.

Laureata in Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Milano ed attualmente docente inviata di Teoria Politica (Visiting Professor) all’Università MGIMO di Mosca, Camilla Pagani ha costruito un’accorta riflessione sullo sguardo e lo si comprende chiaramente dalla denominazione dei capitoli del saggio: “Lo sguardo estetico – Possibilità e limiti di un incontro con l’Altro al musée du quai Branly”, “Lo sguardo antropologico – Analisi di Razza e storia di Claude Lévi-Strauss”, “Lo sguardo genealogico – Esercizio per una visione retroflessa”, “Lo sguardo alfabetico – Etnografia ed ermeneutica”, “Lo sguardo allo specchio – Filosofia ed antropologia”.

Presentiamo la prefazione de “Genealogia del primitivo” è stata curata dal filosofo ed accademico italiano Carlo Sini (Bologna, 6 dicembre 1933), invitandovi all’acquisto del volume così da esplorare i molteplici itinerari del vedere.

Immediatamente accanto al dolore del mondo, e spesso sul suo terreno vulcanico, l’uomo ha posto i suoi piccoli giardini di felicità. Che si guardi alla vita con l’occhio di chi dall’esistenza vuole soltanto la conoscenza, o di chi si arrende e si rassegna, o di chi si rallegra per la difficoltà superata, ovunque si vedrà che vicino al male è sbocciata un po’ di felicità – e una felicità tanto maggiore, quanto più il terreno era vulcanico; sarebbe però ridicolo affermare che questa felicità giustifichi lo stesso dolore.Friedrich Nietzsche

 

Prefazione di Carlo Sini

La scienza dell’uomo è antica così come è moderna, recente e tuttavia sempre di là da venire. Non è certo privo di significato il fatto che sia possibile e a suo modo legittimo mostrarne la nascita in Grecia, nell’età della sofistica, cioè quando si affermava in Occidente la cultura dell’alfabeto, della quale la nozione stessa di “cultura” è un prodotto.

Furono i sofisti, come si sa, a determinare la differenza, ancor sempre attuale, tra colto e incolto, in base a un insegnamento “mercenario” (come diceva criticamente Platone) che collegava l’arte della parola e della scrittura alla conoscenza enciclopedica.

Furono in particolare Prodico, Antifonte e Ippia a delineare i primi fondamenti e i primi presupposti di una “scienza dell’umano”, una scienza che comportava e promuoveva un atteggiamento caratteristicamente (e per quei tempi e non solo per quei tempi scandalosamente) “relativistico” sui costumi, le leggi, le tradizioni, le credenze.

Fu in particolare proprio Ippia di Elide, nato una trentina d’anni dopo il grande Protagora, a farsi promotore di un ideale enciclopedico e cosmopolitico della conoscenza. Secondo la tradizione, fu lui il primo a dedicare un’attenzione “antropologica” ai popoli, alle società e alle culture estranee al mondo greco. Come Antifonte, Ippia rivendica l’unità della stirpe umana, al di là delle contingenti differenze sancite ovunque dalle tradizioni e dalle leggi.

Carlo Sini
Carlo Sini

Non solo tutti gli esseri umani sono uniti dai bisogni e dalle necessità naturali, come già sosteneva Antifonte; per di più un comune “sentire”, diceva Ippia, li lega nelle profondità dell’anima, il che rende sperabile e auspicabile una futura società universalmente “umana”, liberata dalla “tirannia” ottusa e superstiziosa del particolarismo delle leggi.

Non sarebbe difficile mostrare come idee non poi troppo lontane o diverse da queste animassero le ricerche degli idéologues nel primo Ottocento. E se l’antica “antropologia” nasceva sulla scorta di una mentalità alfabetica, la celebre “Società degli osservatori dell’uomo” organizzava le prime spedizioni “sul campo” giovandosi dello strumento metodologico della prima semiotica o scienza dei segni, che dell’alfabeto è naturale conseguenza.

Come è stato ricordato, i giovani “osservatori” partivano allora in missione avendo nello zaino il grande trattato di Joseph-Marie Degérando I segni e l’arte di pensare.

E così anche l’antropologia scientifica dei nostri giorni, direbbe Detienne, “inventa” l’altro per il fatto stesso di trascriverlo e di registrarlo, riducendo la sua parola vivente e integrale alla materialità e alla logica di un testo. Di qui quel “malinteso” costitutivo e strutturale che caratterizza (come dice Anne-Christine Taylor intervistata da Camilla Pagani nelle pagine finali del presente libro) la pratica scientifica dell’antropologia.

Malinteso che rende appunto la scienza dell’uomo sempre di là da venire.

Il libro di Camilla Pagani si fa carico di questo problema trattandolo in modi vari e suggestivi, ma soprattutto collegandolo con la riflessione filosofica e in particolare con la tradizione dell’ermeneutica, cioè con quella scuola che ha al suo centro il problema della interpretazione e del suo orizzonte di verità, come si potrebbe dire con un’espressione che richiama contemporaneamente il pensiero di Husserl e di Heidegger.

Non devo qui anticipare giudizi sul valore del libro, dal momento che il mio stesso lavoro vi si trova abbondantemente utilizzato. Devo piuttosto esprimere la mia gratitudine all’Autrice e ringraziarla per l’attenzione e la cura intelligente che vi ha dedicato.

Camilla Pagani
Camilla Pagani

Metafora ricorrente delle sue analisi è quella dell’occhio e dello sguardo. Non può darsi infatti visione senza prospettiva e da questo fatto imprescindibile ogni interpretazione necessariamente dipende. Non esiste, come diceva Merleau-Ponty, la possibilità di una visione panoramica o di sorvolo, non ci è possibile nessuno sguardo “cosmo-teologico”, che presuma cioè di collocarsi nel posto o al posto di Dio.

In proposito vorrei ricordare qui una notazione straordinaria di Nietzsche. Egli scrive: “‘Conoscenza in sé’ – qui si pretende sempre di pensare un occhio che non può affatto venir pensato, un occhio che non deve avere assolutamente direzione, in cui debbono essere troncate, devono mancare le forze attive, e interpretative, mediante le quali soltanto vedere diventa vedere qualcosa; qui dunque viene preteso sempre un controsenso e un nonconcetto di occhio.

Esiste soltanto un vedere prospettico, e quanti più affetti lasciamo parlare sopra una determinata cosa, quanti più occhi differenti sappiamo impegnare in noi per questa stessa cosa, tanto più completo sarà il nostro ‘concetto’ di essa, la nostra ‘obiettività’”.

Esiste soltanto un vedere prospettico. Al di là di metafore immaginarie e superstiziose, una visione panoramica non è affatto una visione. Neppure Dio, diceva Husserl, potrebbe suonare un’equazione di secondo grado sul violino; neppure Dio, può vedere da tutti i lati e da tutte le prospettive possibili, se vedere è appunto vedere.

Nel caso della visione si potrebbe aggiungere che ciò accade perché originariamente ci si guarda in due: si diventa umanamente vedenti perché sin dall’origine accade, come diceva Lacan, nel campo scopico dell’altro. Forse proprio qui è racchiuso tutto il segreto dell’antropologia, in cui il “relativismo” non è un difetto, come qualcuno si ostina a credere, aggrappandosi a presunte rivelazioni ultime o definitive e a una concezione dogmatica dell’uomo e della sua verità.

Il relativismo è piuttosto conseguenza virtuosa della relazione, della quale non è sensato pretendere una scienza assoluta o, come diceva Nietzsche, “in sé”. La natura essenziale dell’antropologia non può allora che essere “etica”, cioè operativa e pratica, nel senso preciso che queste espressioni hanno per esempio in Kant o in Peirce. Il suo “malinteso” è quel fra-intendere ermeneutico grazie al quale si collabora a una conoscenza.

La conoscenza non è qui (né altrove, direi) una mera contemplazione statica dell’esterno e dell’estraneo; la conoscenza antropologica è da intendersi piuttosto come un “lavoro” e come un compito intersoggettivo: quello della costruzione dell’umano in una congruente pluralità di dimensioni e di profili. Come osservava Nietzsche, quanti più occhi sappiamo impegnare nella interpretazione, tanto più completo, vivente, in progress, sarà il nostro “concetto” di uomo.

 

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