“Il software del linguaggio” di Raffaele Simone: un insieme di strumenti flessibili

Doveroso è iniziare con la frase utilissima che raccolgo, come farei con un tarassaco officinale, a pagina XII della Premessa: “il sapore scientifico non si improvvisa”. Infatti, come per altri saggi specialistici (questo è il libro di linguistica), io modestamente m’ispiro a Giacomo Leopardi.

Il software del linguaggio di Raffaele Simone
Il software del linguaggio di Raffaele Simone

Modestamente, ribadisco con necessaria energia. Anche lui non aveva modo di specializzarsi nella materia che andava trattando, però parlava, parlava, parlava, ma soprattutto pensava, pensava, pensava, e scriveva scriveva, scriveva, scriveva. Io m’accontento di cianciare (che è poi la stessa cosa) e di scribacchiare (idem). Poi, per proseguire, emetto un soffio vital.

A pagina 4, l’autore dice che alcuni primati superiori utilizzano degli attrezzi e trasmettono la tecnica ai cuccioli. Ne L’animale culturale, Danilo Mainardi cita quei babbuini nipponici (non di quei babbuini dei nipponici!) che avevano scoperto che le patate immerse nelle acque del locale rivo strozzato che gorgogliava, risultavano più gradevoli al palato, e quel casuale sapere veniva appreso da tutta la tribù. Gli animali superiori sono capaci di utilizzare bastoni e anche di adattarli alla bisogna. Non esistono però, secondo l’etologo, animali in grado di costruire utensili che servono a costruire altri utensili. Questa è una delle tante differenze che ci sono fra gli animali umani e gli Altri.

Non intendo fare una sinossi delle questioni che vado leggendo. Il libro va esaminato tutto, capitolo dopo capitolo, ma il mio scopo è aggiungere leopardianamente e arbitrariamente quel che agisce nella mia mente e che s’integra con quello che leggo.

“… si rimane colpiti dall’enorme quantità di riferimenti al corpo e alle sue proprietà che si trovano nelle lingue”: il “braccio di un fiume”, ad esempio. Oppure, in certi “elementi complessi di diversa natura lessicale”, che “incorporano riferimenti a parti del corpo”, chissà se quell’incorporano è consapevole oppure no? Se il pleonasmo è fortemente voluto? Una soluzione può essere “a portata di mano” di un monco d’entrambe le braccia?

Ricordo un certo Salsi, centralinista cieco al 99% in entrambi gli occhi che ogni due domeniche si recava al Mirabello a vedere la Reggiana e ogni lunedì ci avvisava, molto di malumore, che ci era stato negato un rigore grande come una casa, lui che dove usare il suo bianco bastoncino per entrare nella sua dimora, sita presso Piazza del Duomo!

Chissà se la divisione (ormai obsoleta) fra partiti di destra e di sinistra, deriva dal fatto che i secondi erano sinistri (e potevano giocare tiri mancini), oppure perché a sinistra batte quel cuore che pulsa anche per i diseredati?

Sulla diatrìba (o diàtriba?: bella dia-tri-ba!) se vi sia stato o no un salto evoluto che ha portato a differenziare fra la comunicazione umana e quella non umana, in attesa di nuovi accertamenti, mi permetto di dire che è intuibile che, come si dice a Rèş, da un pòm a n pól mia nâsr un pîr (Reggio, da un pomo non può nascere un pero), ognuno ha i figli che merita il suo DNA, però non è escluso che i pomi e i peri abbiano progenitori comuni, alcuni diventati proto-mele e altri proto-pere. L’evoluzione genetica è misteriosa, ma raramente compie dei salti più lunghi della gamba; inoltre, in tali casi, generalmente porta alla morte del soggetto eccessivamente modificato.

I discontinuistiritengono che tra i sistemi di comunicazione umani e quelli animali ci sia un gap incolmabile.” Agli stessi, che potrebbero esibirmi di certo documenti che attestano la loro tesi, vorrei proporre l’esempio della pascalina, inventata, se non erro, nel 1642 da un homo sapiens sapiens, fra i più sapienti del suo tempo, eppure di qualità decisamente inferiore alle prime macchine calcolatrici inventate da William Seward Burroughs (nonno dell’autore di The naked lunch) nel 1886, che non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quel mostruoso apparecchio, che occupava tutta una stanza, che si può ammirare nel film La segretaria quasi privata (con Spencer Tracy e Katherine Hepburn) del 1957, ancor meno coi primi personal computer degli anni ‘80 e con questo portatile con cui sto vergando (si fa per dire) la reazione. Si tratta di un’evoluzione solo apparentemente discontinua, a prescindere dal fatto che tutti gli attori della stessa appartengono alla medesima specie animale (o si è ormai sapiens sapiens sapiens?). Ogni studioso di storia della cibernetica può verificarlo.

Quando comprai il mio primo 286, feci molto fatica a installare la scheda grafica VGA da mezzo MEGA. Venni a sapere poi che, nel medesimo periodo, nell’Est del Mondo, erano già in vendita schede autoinstallanti da un MEGA e più. In Italia, però dovevano smaltire le scorte di schede obsolete. Ignoro se questa logica perversa di tipo economico abbia favorito o ritardato la crescita della complessità linguistica. Sarebbe logico che lo fosse, per cui non è escluso che primati simili, vivendo situazioni esistenziali diverse, abbiano sviluppato in maniera diversa tale conoscenza. E come dicono in tutta Italia, ma soprattutto ad Amalfi (là l’ho imparato), da cosa nasce cosa.

Fra i vari meccanismi e le peculiarità che l’autore elenca e che differenziano i linguaggi umani da quelli animali, il più geniale mi pare sia l’utilizzo di forme algoritmiche, per cui il già inventato e costruito diventa un mattone/attrezzo necessario per costruire il nuovo. Questo avviene normalmente per il software elettronico e rappresenta il motivo per cui, ogni giorno di più, si realizzano programmi sempre più complessi. Ogni singolo nuovo passo non è enorme, ma lo è la somma di innumerevoli nuovi passi, che di fatto rende la nuova informatica completamente diversa da quella di pochissimi anni fa. Lo stesso può essere successo all’alba dell’uomo. È cosa risaputa che nessuno, negli anni ‘60, avrebbe mai pronosticato tanta progressività.

Noam Chomsky
Noam Chomsky

Ehm, dopo aver letto che tra i discontinuisti c’è non solo Chomsky, ma anche lo stesso “autore del presente libro”, correggo millimetricamente il tiro. Una scoperta come quella della tesaurizzazione di un procedimento al fine di costruire un nuovo utensile o di un più moderno sistema, oppure qualsiasi altra fra le facoltà soltanto umane che l’autore esemplifica, ogni volta causa un piccolo scatto in avanti, in un senso culturale più che legato alla specie. Mi sono sempre meravigliato di come sia assurda la strana genia di homo sapiens sapiens, a cui appartiene tanto l’autore quanto il lettore, che è pure condivisa con un tagliatore di teste del Borneo (si spera ormai in quiescenza lavorativa), quanto con logici come Godel e filosofi del linguaggio come Wittgenstein. Eppure, a due mesi dalla nascita, eravamo tutti all’in circa al medesimo livello cognitivo.

Esistono anche teorie quali l’intelligent design, con cui può spiegare ogni sorta di miracolo evolutivo. Si tratta, popperianamente, di teorie religiose e non scientifiche. La mia opinione sulla discontinuità o meno dell’evoluzione del linguaggio umano è che altre questioni m’intrigano di più.

Ieri sera sono andato a letto presto, stanco per varie vicissitudini esistenziali, alcune collegate al libro che sto leggendo. Stamattina, dopo aver deciso di non parlare più dell’autore, ma di dargli socraticamente del tu, ho sviluppato una successiva reazione a quello che ho letto ieri.

Caro Raffaele, torno, insieme (metaforicamente) a te, riacciuffandoti a 1.6, quando descrivi alcuni vocaboli in uso presso i cercopitechi della Costa d’Avorio, i quali dicono krak, per leopardo, e hok. Tra l’altro, questo uso della k, al posto della ch, mi fa pensare che noi primati arşân (reggiani) usiamo s per sâs (sasso) e ş per arşân, quasi simile a una z. Dice Denis Ferretti, autore di Grammatica del dialetto reggiano, che lui vorrebbe anche usare la k per indicare la ch, però gli risulta che essa è sgradita ai nostrani, per via del sapore estero di questa lettera. Invece l’ottimo non si fa tanto scrupolo di eliminare da quasi tutti i discorsi scritti gli apostrofi, in quanto non c’è elisione: l ē, non l’ē, in quanto non esiste lo, bensì al. Esiste nei casi di: la sgnōra Ivâna, mèş’ora, tót’intera, l’ē na bèl’ingiustéssia! (la signora Ivana, mezz’ora, tutt’intera, è una bell’ingiustizia!) In altre parole, nel mio dialetto la (l’) elisione l’ē fèmna, il troncamento l ē mâ-sc. Esatto in modo diverso, il più tradizionale Luigi Ferrari, eminente studioso del nostro dialetto, ex maestro elementare, non badava a quello che lui stesso pronunciava: seinper, sempre, ma lo scriveva all’italiana: seimper. In arşân davanti alla p ci vuole la n! questo dicono gli integralésta arşân (o integralést’arşân?). Mah, tiremm innanz!

I cercopitechi dell’isola diTiwai, dove non esiste il leopardo, krak indica un pericolo generico e talvolta la presenza di un’aquila.” Aggiungi poi che questi intelligenti quadrumanihanno notevole capacità referenziale, sia nelle vocalizzazione che nei gesti, e possono controllare le proprie vocalizzazioni, come sembrava potesse fare solo l’uomo.” E ogni tanto paiono conversare fra di loro.

Questi due vocaboli sono certamente algoritmi, che non si sono però sviluppati ulteriormente, né sono serviti a costruire altri algoritmi; parafrasando Danilo, è un utensile che non sa costruire altri utensili. Correggo la mia intuizione: non è forse l’algoritmo l’invenzione che ha originato il gap fra il linguaggio umano, che diventerà idioma (termine che sarebbe preferibile, a mio parere, a lingua, per evitare confusione in caso di traduzione in lingua inglese), e quello animale, che resterà linguaggio, sia pure di variegata complessità. Si tratta ancora della capacità umana di costruire materiale da costruzione per qualsiasi progetto, compreso quello linguistico.

Dopo questa mia straordinaria scoperta (almeno per me, lo è), sento il bisogno di raccontare una storiella, na ferdûra, una freddura, ma a Reggio è più corretto dire na masêda (ammazzata), o più semplicemente na barzalèta.

Cocuzzolo dell’Himalaya. Due santoni immobili e taciturni. Cielo terso per trentasette anni dietro fila. Finché, timida, s’affaccia all’orizzonte una nuvola. A uno dei due atarassici scappa detto: Potrebbe anche piovere!, il che dopo un’ora accade puntualmente. Passano altri quarantadue anni. E l’altro, ormai decrepito, risponde: Vabbè, c’hai preso! Ma se sei venuto qui per rompere le p…, puoi anche tornartene a casa!

Ecco una situazione non dissimile a quella dei pinguini africani che “emettono sequenze vocali fatte di ‘tre’ sillabe” che creano “sequenze di segnali e risposte che possono sembrare simili alle conversazioni umane.” Che, a tuo avviso, non sono parole, ma solo appunti, segnali.

La somiglianza fra i due scarnificati santoni e i più opimi pinguini non risiede nella diversa capacità linguistica e intellettuale, ma nella necessità limitata in riferimento alla conversazione.

I due anacoreti, non ancora del tutto taciturni, conoscono perfettamente le regole del dialogo, e le adattano alla loro condizione. La reazione del tipo collerico è dovuta al fatto che, secondo quella che è la loro volontà di meditazione silenziosa, una parola in più diventa una distrazione pericolosa per l’agognata ascesi. Va da sé che, se uno dei due scorgesse un rapace, compierebbe il suo dovere di eremita a gridare: Occhio, aquila!, anzi, preferibilmente, soltanto: Aquila!

L’eremitaggio è un conato teso verso una progressiva re-naturalizzazione dell’uomo, un dimenticare quel che è inutile (anzi, controproducente!) per capire il primo, ultimo e intimo perché.

Raffaele Simone
Raffaele Simone

Morale del racconto: un ulteriore motivo che spiega il perché, negli animali, il linguaggio non diventa mai idioma, è perché esso non serve a nulla, ma finirebbe forse per complicare l’esistenza.

Particolare curioso, ma significativo: la barza (come la chiama mio figlio), l’ho copio-incollata da una mia recente reazione, è diventata a suo modo un algoritmo.

Ancora: copio-incollata?, recente algoritmo sconosciuto a miei genitori, che pure conoscevano i due verbi.

Panta rei.

A corollario di tutto questo, e poi forse torno al tuo libro, sorge cogente il problema dello studio delle lingue poco o per nulla (picca o nenti, dicono a Palermo) scritte. Quale salvare, l’odierno arşân, così pieno d’italianismi, che dice maslêr e mia pchêr (macellaio e mica beccaio; da beccaio, butcher, boucher), pranzêr e mia dişnêr (pranzare e mica desinare), oppure quello degli anni ‘50, che alcuni di noi ricordano ancora parlato dai nostri genitori, o quello di Amerigo Ficarelli, autore del celebre, ma solitario, libro di poesie La vétta e dl’om, in arşân, datato1927? Esiste il vocabolario Reggiano-Italiano di Gio. Battista Ferrari, di cui ho una ristampa del 1832, ma anche il Vocabolario del dialetto Reggiano di Luciano Serra-Luigi Ferrari, del 1989. Qualcosa c’è, ma è insufficiente per rivêr a n’Academia dal Ròmel, che non si tramuti i un’accozzaglia ed rumlâs, bòun per i gugióo (suini) o dal rumlòun trôp grós per i mé góst (crusca grossa).

Oltre alla questione temporale, ve n’è una spaziale. Dentro le mura (quasi completamente abbattute), in via Roma, al Popôl Gióst, così si definiscono quelli, mentre noi di Santa Croce esterna siamo dei reietti, dice pèir; mia mamma, che l’era ed Gavàsa, tre chilometri a nord, diceva pîr, ma sempre pere sono. Il che mi ricorda che quando sîn Mario s’era recato a Roma, dove aveva incontrato tante meraviglie che l’avevano lasciato a bòca avîrta. Quando tornò chiese a un uditorio incredulo: ma a saîv cm’a s dîs pòm a Róma? A a s dîs meela! Che strani ‘sti figli della Lupa, non sanno micca discorrere! Micca è un errore tipico in quegli anni, quando anche gli zotici, che ha lo stesso etimo di idioti!, cercavano di discorrere nella lingua nazionale. Noi diciamo dèscorer, più che parlêr: nel vernacolo sono custoditi tanti termini che sono ormai obsoleti in italiano (come i citati beccaio e desinare). Al sin (tutti lo chiamavano sio, poiché sîn era l’antico termine, che era usato solo per i più anziani, come ad esempio sîn Luìs), in uno dei suoi non frequenti viaggi, questa volta su per la nostra montagna, tornò a stupire i suoi familiari, quando rivelò loro: a saîv che a Civago ânch i putîn céch e pêrlen muntanêr? Civago è il mio luogo dell’anima, dove trascorrevo le mie estati da piccolo, tra i monti e il placido e gelido scorrere del torrente Dolo.

Questo mi disse Denis, il citato grammatico reggiano:Io dico pîr, così come dico sōl anziché sòul o a’m piêş invece di l um piêş. Ma non c’è un meglio o un peggio. Ognuno dovrebbe dire secondo le proprie abitudini e cercare di preservare il locale laddove ci sia rischio di estinzione. È come chiedere se è meglio Réggio o Règgio. Io sono reggiano non dirò mai a Réggio anche se lo standard dell’italiano vorrebbe questo pronuncia. Liquirizia o liquerizia? Sedette o sedè? Disobbedire o disubbidire? Ognuno sceglie quello che gli è più familiare.

Non potrà mai dunque esistere una lingua unica ed eterna? Od occorre conoscere tutte le lingue del mondo, in senso diacronico e sincronico, per poterne parlare una che sia realmente fondante? Io sarei favorevole a una via di mezzo: utilizzare la propria lingua, tendendo l’orecchio verso l’esterno, che oggi è il mondo intero. Mia fâcil!

In dû paróli, è sempre più arduo indovinare la classe degli algoritmi giusti, specie se si tenta di parlare al presente un idioma solo in minima parte scritto. Ne consegue che un altro essenziale passo in avanti nella creazione di logaritmi è la scrittura, che la agevola, velocizzando le operazioni. Verba volant et scripta manent (et utilius).

Che il tuo libro sia gustoso e nutriente, lo scopro poco dopo, quando a tavola mi sto sorbendo dei caplètt in brôd ed capòun, e soprattutto mentre sorseggio del gravitazionale (al bléšga şò da dio!, scivola che è un piacere!) lambrósch grèsparossa. Dôp al nušèin

… hic!, torno al Software, al capitolo intitolato I pôst vōd, I posti vuoti, che sono quelli del tipo “non visibile superficialmente”. Alcuni riguardano la dimensione sintattica: “Io bevo caffè, lui (____) tè, Giovanni (___) un infuso”, dove beve è ammucciato. Un altro riguarda “il soggetto delle frasi completive all’infinito”: “Ho suggerito a Luisa di (___) partire subito”, dove il soggetto del verbo all’infinito è sottinteso (Luisa). Poi ci sono le “teste silenti”, dove la testa del sintagma è taciuta: “La Roma-L’Aquila è una strada veloce”, dove più rapide sono le auto, non la strada sottintesa. Ancora: “un alto ufficiale” può essere un nano, poiché alto è il grado non lui fisicamente. Esempi se ne possono fare a iosa, come mostri. La questione mi fa venire a mente un fenomeno fisico di ancora vaga interpretazione: la particella cosiddetta virtuale che pare (quasi) assodato che sia responsabile, insieme alle innumerevoli colleghe, dell’energia che si riscontra nel vuoto e di altri fenomeni arcani. Essa non può essere osservata, ma si possono attestare gli effetti a lei dovuti. Se non ci fossero loro, non ci saremmo noi, piccoli omini reali, e nemmeno quel virus che ci sta molestando da un po’ di tempo, e nemmeno quark, elettroni, eccetera eccetera: tutte le particelle cosiddette reali. Nemmeno i fisici possono catturarle, come invece tu hai dimostrato di essere capace di fare con quelle realtà ammucciate (termine pisciottano, ma anche siculo che dà più l’idea di nascoste, dall’antico franco mucher, da cui deriva anche il reggiano mucêr, ammucchiare).

Ancora non si sa se queste virtualità esistano, oppure se sono soltanto un risultato matematico di cui non si è ancora del tutto consapevoli. Tutto è possibile, nulla è certo. Io ho vissuto fino a oggi senza pormi il problema dell’esistenza di questi sintagmi celati, quando finalmente ne ho preso atto. C’è (forse) speranza anche per quelle mistiche ed essenziali, pur sottintese, particelle.

Nel paragrafo successivo, intitolato Riuso, ripeti l’importanza del già detto, dell’algoritmo altrui, che viene ripetuto da chicchessia si trovi nella necessità di esprimere un concetto suo, a cui mancherebbero le parole, se non le ripescasse nei discorsi ascoltati nella vita, dentro e fuori dai media,

Termini quel discorso con una frase su cui non è facile discutere: “Un messaggio veramente ‘creativo’ (cioè realmente inaudito prima) correrebbe il rischio di essere incomprensibile.”

Arthur Rimbaud in una foto di Étienne Carjat - dicembre 1871
Arthur Rimbaud in una foto di Étienne Carjat – dicembre 1871

Ecco cosa intende Mallarmé quando afferma di volere esprimere l’inesprimibile. Ecco perché, nell’edizione che ho delle Poesie di Rimbaud, nelle note, in più occasioni, il curatore dice che la critica è impotente quando si trova di fronte a poesie ricca di Illuminazioni per chi scrive, ma non sempre per chi legge. Meglio affermare che la luce la si percepisce, e anche gli oggetti rappresentati, ma non carpire la loro reale funzione descrittiva.

Caro Raffaele, le tue pagine sono ricche di predicazioni benefiche, di notizie, di informazioni e “di enunciati che incorporano un predicato.” Cerco di trattenerne il più possibile, ma ho deciso di commentare solo quelle che sono per me più significative. Non mi va di ex-agerare (si fa per dire), perché il commento correrebbe il rischio di diventare più esteso di quanto è il tuo predicato, sommando ad esso il mio. Tralascio pertanto di riportare molte definizioni e rappresentazioni notevoli, che il lettore (tuo) dovrà cogliere soltanto leggendo il (tuo) scritto.

Pur senza aver partecipato al ratto delle Sabine, nel 2020 riusciamo a farcene un’idea leggendo le storie raccontate da Tito Livio. Stesso discorso per le battaglie napoleoniche, attraverso i romanzi di Tolstoj e di Hugo. Indico questi due autori che citi anche tu, perché, ovunque essi siano ora, ogni tanto me li immagino in una qualche Osteria da padreterno a litigare (quistionêr) sulla figura del piccolo caporale italiano.

Dici:Immaginare è la parola giusta. Leggendo le parole del testo, infatti, nella nostra mente si forma man mano un’immagine, che ci permette di raffigurare gli oggetti descritti. Pur senza ricordare le parole esatte, potremo sempre (o per un certo periodo di tempo) “raffigurarci gli stati di cose descritti.”

Ne va da sé che, nei casi in questione, Tito Livio, né i due immensi scrittori ottocenteschi, hanno partecipato agli eventi narrati, ma se li sono immaginati, basandosi su delle fonti. Ecco che si giunge alla teoria della necessaria mistificazione di ogni evento trasposto nella scrittura, ma anche nel racconto orale.

Ci sono apparenti eccezioni, quali i reporter di guerra che, sul campo, raccolgono dati veri, che riporteranno, nudi e crudi, sommersi nella bolgia infernale dei bombardamenti, nelle loro cronache. Realmente nudi e crudi? Ho i miei dubbi.

Scrittori come Henry Miller, Jack Kerouac e Charles Bukowski a lor dire hanno per lo più trasmesso al foglio inserito nella macchina da scrivere tutta la verità e nient’altro che la verità. Nei suoi Tropici, il mio Maestro Henry giurò che non sarebbe mai tornato indietro a correggere quanto andava scrivendo, per non produrre censure o correzioni di quanto sgorgava puro e incontaminato dalla sua mente creatrice. Io non ti credo, Maestro Henry, anche se non ho mai smesso di amarti.

Giudico impossibile la creazione dal nulla, ma è certo che essa può nascere all’interno della reazione tra osservante e fenomeno osservato, che si mutano reciprocamente (mutualmente, appunto). Questo lo garantiva Heisenberg, con il noto principio di indeterminazione. Non esiste la possibilità di conoscere l’attimo fuggente, ma solo di cogliere gli effetti di una relazione reciproca, che ha due conseguenze diverse ma complementari fra i due agenti. Bohr affermava che la particella esiste come tale solo quando interagisce con l’Altro. Prima e dopo di cui, è onda, energia latente e potenziale. Solo in tal senso l’artista e lo storico creano, perdendo una parte di sé per costruire il non sé, che però solo un quid, non tutto, ha a che fare con quel che era una volta, tanto un campo di battaglia, quanto un atto erotico fra altri due esseri, uno dei quali aveva (e non ha più) il medesimo nome dello scrittore. Tale si appella, ma non è più lui (o lei).

È il motivo, credo, per cui l’opera più significativa di Borges, è Finzioni. La capacità di mentire, recitare, simulare e dissimulare, come tanti Catilina, dell’uomo è un’altra formidabile arma che ci ha reso così potenti e disgraziati, superiori a tutte le rimanenti bestie.

Girando però la frittata, si può dire che ogni affermazione o rappresentazione cerca di immaginare e di far immaginare qualcosa di reale. È energia che viene emessa per permettere all’Altro di creare quel che, pur non esistendo, assomiglia a qualcosa che potrebbe esistere o essere esistito. E = mc2. Come non esiste un’operazione aritmetica decidibile, come assicura Godel, non può esistere un discorso primevo; però senza operazioni aritmetiche e senza discorsi, non si potrebbe costruire nulla di socialmente utile. Diversamente, Jorge avrebbe smesso di leggere e di scrivere.

Assai stimolante il paragrafo sui Link invisibili: “la mente riesce a vedere relazioni tra stati di cose e tra partecipanti agli stati-di-cose”, stabilendo del “link, invisibili sensorialmente, ma cognitivamente forti.Essi sono costruttiche stabiliscono legami tra gli elementi dello stato di cose.”

Charles Darwin
Charles Darwin

Citi Darwin:una complessa successione di pensieri non può essere sviluppata senza l’aiuto delle parole…”. Non dubito, però qui colgo al volo un’indicazione preziosa: se voglio meditare, non sui pensieri, ma sul non-pensiero, devo cercare l’impossibile: uscire dal labirinto verbale. Se voglio invece capire questo libro, mi ci devo addentrare sempre di più.

“… tra il mondo e il linguaggio si interpone un sistema di rappresentazioni mentali e culturali, che rielaborano e modellano il lato percettivo e lo trasformano in significato codificabile. In questo senso il linguaggio (e in particolare il significato) è un mondo parallelo a quello reale, al quale reinvia senza mai coincidere con esso.”

Se tu dicimi piacciono i gatti”, non ne indichi uno in particolare (e neanche una razza), ma l’idea del gatto costruisce mentalmente in te che lo dici e in chi ti ascolta quello che Eco….

Dio mio! – ricordo, non sapendo se ridere o piangere (piânşer fa trî e réder fa trî, per cui preferisco ridere) quando tentai un’analisi a Kant e l’ornitorinco del grande Alessandrino.

Ricordo che per tre settimane a iò starnasée cme un nâder (anitra, dal greco nèô, latino natare) appresso a CN, CM e TC, a cui ti rimando così impari (anche nel senso buono, pur essendo certo che già conosci l’opera).

Ma, se le parole designano necessariamente insiemi di individui di cui non possiamo avere esperienza diretta, ciò vuol dire che il significato è una rappresentazione, uno schema generico, un costrutto mentale in cui vengono ‘compressi’ tutti gli oggetti che rispondono a certe proprietà.”

A poco meno di metà libro, riveli i tuoi intenti: “Alla base di questo libro sta l’idea che il sistema di una lingua è un insieme di formati di vario tipo.” E il formato un insieme di proprietà varie, e se ho ben capito, di compatibilità e di adattabilità che permettono agganci fra parole dette o scritte. Quando si assemblano dei pezzi per costruire un marchingegno, occorre che tutto combaci, altrimenti esso si frantuma alla prima occasione (o alla seconda).

Tu dici che il terminemadrare non è propriamente impossibile.” Concordo: l’hai appena usato. Vi sono poi poeti strambi, come Gregory Corso. Allen Ginsberg, a chi gli parlava dell’incomprensibilità delle allegorie e delle parole di Gasoline, pronunciò queste salvifiche parole: Non importa quello che dice, l’importante è che lo dica! Rammento un suo ti gonfio di orologi impazziti! Il verso originale è: I pump him full of lost watches! Non si tratta di una parola, ma di un’espressione, però sono certo che nulla sia inesprimibile quando c’è di mezzo un poeta.

Preciso ulteriormente: la letteratura moderna è piena di libri volutamente quasi incomprensibili, o di ardua lettura, di autori sommi quali Joyce, Seward Burroughs, Celine. Il meno leggibile di tutti è WKHY (1984) di Renato Curcio, che ti consiglio caldamente, per farti del male.

Il quasi impossibile diventa sempre (avverbio di un tempo irrealmente infinito) certezza di possibilità.

Un paradosso quantistico è detto dell’effetto-tunnel. Secondo la fisica classica, una particella non può superare una barriera, se è priva della necessaria energia. Ma poiché le funzioni esponenziali non sono mai riducibili a zero, deve pur esistere una pur minima possibilità che essa, prima o poi, riesca a passare. Spari un protone contro una barriera supermassiccia: 99,99% delle volte essa sarà bloccata. L’ultimo 9 però non è infinitamente periodico, e la misura delle probabilità non sarà mai uguale a 100%: nulla lo è, ‘n coppa a ‘sta terra. Questo accadrà anche per madrare. Di fatto, anche se per finta, la parola, è già stata sparata. Ed è arrivata sia nel libro tuo che nella reazione mia. Per non parlare di madreggiare (madrisèr in arşân), che vuol dir altro, ma che esiste da tempo immemore.

Tutti noi aggiorniamo continuamente un insieme di formati di vario tipo, che ci inducono a esprimerci in maniera che tutti ci possano capire. Qualora non lo facciamo, rischiamo l’incomprensione.

La dinamica tra discorso e sistema è importante sia dal punto di vista diacronico che sincronico.Alcune centinaia di righe fa, ti dissi della fatale trasformazione di certe parole in arşân: da maslêr a pchêr da pranzêr a mia dişnêr, che tanto inquieta i cultori del cosiddetto e mai individuato con certezza vero dialetto. Ti racconto di Michelangelo che, figlio di un reggiano e di un’amalfitana, vissuto a Reggio Emilia, pur passando varie estati in Campania, non ha acquisito nessuno dei due dialetti. Ebbene, mi sorprende quando scopro che egli utilizza termini dialettali, pur italianizzandoli, come besiare e ciunto (in dialetto beşêr e ciûnt, infastidire e grasso), conferendo loro due significati leggermente diversi: mi besia fare quel lavoro, oppure: è bello ciunto, cioè florido. In dialetto è sempre un agente fisico che besia (solitamente na sarabiga, a.k.a. zanzara), in lui è sempre un’azione o un fatto. Per ciunto il discorso è ancora diverso.

Per mé sina Jolanda mé a n gh aviva gninto ed bèl (mia zia Jolanda io non avevo niente di bello), essendo troppo magro (am ciamèven brêga vōda). Quando purtroppo ingrassai, finalmente mi fece i suoi sinceri complimenti: Vaca st ē gnû ciûnt, adesa sé che ‘t vé bèin! (vacca come sei venuto grasso, adesso sì che (ti) vai bene!) Intanto erano arrivati quei disastrosi anni ‘70, con le divette filiformi e con le problematiche connesse alle diete e alla forma fisica, per cui ciûnt assunse un connotato negativo. Per mio figlio e per i suoi amici, per alchimie imperscrutabili, ciunto è tornato a significare florido e abbondante, non in riferimento ai corpi umani, ma alle quantità di un prodotto, soprattutto alimentare (gelato, pizza, canna, eccetera).

In merito al punto di vista sincronico, per avere un’idea basta leggere il tuo libro (“Siccome tutte queste nozioni sono illustrate in tutti i manuali di linguistica…”, vi tradurrò soltanto le nuove) o quelli scritti da qualsivoglia docente universitario. Attenzione, però:il sapore scientifico non si improvvisa” e, senza di esso, non si possono creare nuove terminologie. A tutti, però, è dato di imparare. Quello che è lecito per il poeta, lo è anche per il ricercatore intellettuale e, per assurdo, per ciascun essere umano, ad esempio i bebè. Un certo Gianluca, cinquant’anni fa, mi chiamava Pento; per mio figlio, un quarto di secolo fa, io ero Fefo. Per mia figlia, più tradizionale, ero Papà.

(Quando saremo de visu, mi spieghi perché si sconsiglia la d in espressioni in cui varia la vocale, tipo ad incominciare; mentre ad esempio pare più corretto con la d?)

Nel tuo gradevole e cervellotico sesto capitolo esamini le derivazioni reciproche da nome a verbo. Prendiamo il verbo masêr, ammazzare, che deriva da mâs/mâsa. Sia nel suo significato reale che in quello allegorico, masêda (ammazzata) deriva invece dal verbo. Tutti i principali sintagmi derivano, a occhio, dall’incrocio matrimoniale fra verbi e nomi. Se mi permetti, il verbo è più femmina, il nome è più maschio, forse è lui l’Adamo da cui è stata tolta una costola per creare Eva. La buttò lì, senz’averne la minima prova. In me c’è la convinzione che l’uomo ai suoi albori concepisse prima l’oggetto che l’azione. Come disse Karletto, tutto dipende dall’economia, e dall’alimentazione aggiungo io. Su un’isola deserta non penso per prima cosa a teorizzare di alimentarmi, cerco subito come procurarmi del cibo.

In ogni famiglia che si rispetti, è necessaria la presenza di una terza incomoda, soprattutto femminile. Non per altro: l’uomo è una bestia che cerca di spargere il suo seme. Nelle compagini linguistiche, l’amante corrisponde all’aggettivo, che si fa copulare dal nome; ma se è maschio, s’incrocia, arrossendo, col verbo. Verde deriva da vis, arancione da arancio che deriva da aurum (il nonno), celeste da coelum, che però ha una radice indoeuropea: ku, essere convesso.

E qui l’affare si complica. Si deve tornare alla notte dei tempi, per recuperare una qualche radice madre, o padre, come ho ipotizzato. Si tenga però presente che in Natura le prime forme di vita erano autoreplicanti, almeno finché il primo ameboide, magari un po’ ciócch, è andato a tampinare un suo congiunto, che gli/le ha detto Oh, come ti permetti!, e da cosa nasce cosa. E tutto è ormai è diventata una grande famiglia, che com’è noto, per tramandare, si basa anche sui tradimenti.

Dopo le tue mille archimedepitagorate (e qualcosa mi dice che non sono finite), un passo mi fa aggiungere qualcosa a quanto stai dicendo (ora? sì a me il segnale è pervenuto ora; lo sai che in fisica tutto avviene secondo una logica collegata allo spazio-tempo e alla velocità dell’emittente). Titolo: Grammatica, narrazione e dialogo.

Gossip, chiacchiera: non esiste narrazione (dall’Iliade a Tre o quattro metri sopra il cielo) senza uno dèscorer o sparlasêr più o meno maligno o dignitoso. Sia che il condottiero scriva Veni, vidi, vici; sia che un narrante arcano canti di ire funeste, la narrazione prevede la trasmissione orale o scritta di eventi mirabili o deprecabili, comunque insoliti. Sempre, non sempre: poi dirò in che senso.

Il grooming è la chiacchiera intima, fra gente che si coccola. Anch’esso può servire allo scopo di narrare, se uno dei due accarezzati poi fa lo scrittore. In secondo luogo, chi grûma può farlo con più persone, anche fuori dalla famiglia e quindi, indirettamente, egli o ella finisce per gossipare.

Se ognuno si facesse i c… suoi non ci sarebbe la letteratura.

La proprietà fondamentale del narrare è di essere dinamica: ti cito, dicendo così, o ti riporto (pur fedelmente), appropriandomi delle tue nude parole? Entrambe le cose, ma poco importa.

Avrei potuto riportare la frase tra virgolette, in questo caso sono omesse, non sottintese, in quanto chi legge la mia reazione, non ha letto la tua azione, o potrebbe non ricordarla.

È un fenomeno dinamico, nel senso che io, stando fermo, passo da un punto all’altro del mio racconto del rapporto che ho stabilito col tuo libro; e lo stesso avviene per un romanziere coi suoi personaggi, che sono nati nel suo cervello, ma se ne sono usciti, e ora sono quasi allo stato brado.

Stephen King
Stephen King

Stephen King diceva, cioè, scriveva, in On Writing che la storia è affidabile, la trama no. Non posso che trovarmi d’accordo. La storia esiste in te e da te esce, riversandosi sulla carta o sul monitor. La trama te la sta chiedendo qualcun altro, chissà chi. È la prima che ti conduce alla seconda. Mai il contrario: e se succede è perché non sempre le cose accadono come capita che accadano.

Il segreto sta nel lasciar parlare liberamente i personaggi, fregandosene dei preconcetti dei soliti baciapile o del Circolo delle lettrici cristiane.”

Non puoi saperlo, ma nei due passi precedenti ho quoted and reported, sia me stesso che reagivo con quel libro, che la traduzione di un passo dello stesso.

La necessità di adattare il racconto alle reazione dell’interlocutore, alla sua psiche, diventa automatico (almeno per un buon scrittore: quando invece tutti i personaggi reagiscono allo stesso modo, a gh ē quèll che tòca; c’è qualcosa che tocca, che non va). Anche se tutto, alla fine, si risolve. Un qualche incidentato ci dev’essere, sennò la storia non è realistica.

Nel dialogo una notevole importanza riveste (qui riporto) “il dialogo, cioè il processo nel quale due o più parlanti prendono la parola alternandosi tra loro. Il dialogo è infatti la forma primaria in cui il gossip si presenta.” (qui ti quoto).

“‘Il discorso riportato è un discorso dentro il discorso, un messaggio dentro un messaggio, e insieme è anche un discorso a proposito del discorso’, come dice Vološinov nel suo studio intorno a questo cruciale problema linguistico e stilistico.”

Quoto te, che quoti Jakobson, che quota, fino al quarto discorso, a sua volta Vološinov.

A Reggio la chiameremmo Radio Bugadēra, che riprende l’antica usanza di gossipare (e forse anche di grumare) nelle lavanderie, sia in modo diacronico che sincronico. Le lavanderie erano poste all’aperto o, come nel condominio dove ho vissuto la mia infanzia, al chiuso, in uno stanzone dove erano presenti sia dei rubinetti, con delle vasche, che una rastrelliera per biciclette e che diventava fatalmente un luogo di incontri casualmente clandestini fra i due sessi.

Ti interessa la mia verista, ma non troppo normale, narrazione, caro?

La citazione è, come proponi tu, una delle proprietà semiotiche cruciali del linguaggio ed è “strettamente legata con la narratività”. Ora con whatsapp si può inviare a terzi l’audio di qualcuno che te l’ha spedito nel medesimo modo. Oppure si può fare un audio in cui si riporta l’audio altrui. Una volta non c’era questa scelta, ogni quotation era interpretation.

Nel mio mestiere (ozioso, non negozioso) di enzima reagente ai libri altrui, io quoto e riporto spesso, poi reagisco. Spesso mi viene da controllare il testo originale per vedere se, per caso, o per eventuale lapsus freudiano, non abbia compiuto degli errori di trascrizione, in cui posso incorrere, nonostante la mia buona volontà di essere onesto intellettualmente.

Se tu leggessi alcune mie reazioni, potresti cogliere alcune stranezze: faccio rivivere i morti, gli parlo e loro a volte mi rispondono, passando da un’anodina forma del tipo l’autore a uno sfacciatissimo Tu, dal Lei, Prof al Tu, caro. Con una soluzione di continuità rappresentata da un , trasmigro da un discorso indiretto a uno diretto (dallo scrittore a me) e poi, ancora all’indiretto, oppure a un tu non virgolettato, ma non per questo meno diretto. Mi capitò una volta d’immaginare Socrate e Confucio che se la vedono bene a tracannare un bicēr ed lambrósch in un’ustaría, in un’altra rimprovero scherzosamente Leopardi di non aver mai leşū Eros e Civiltà di Marcuse. Insomma, e fàgh la malòura (mi sbizzarrisco).

Dici ancora (e qui la manipolazione è voluta, ma circoscritta all’iniziale, che nel tuo testo è minuscola, perché viene dopo un due punti; che mi scoccia riportare, giudicandola un’inezia): “Il parlante può creare dinnanzi a sé interlocutori multipli, reali o immaginari, rivolgendo i propri discorsi ora all’uno ora all’altro e rappresentando così quello che Blanche-Benveniste ha acutamente chiamato multipubblico.

Fra una quotation e l’altra ho il vezzo di porre un commento, a volte non essenziale, come questo.

Non potendo catturare il linguaggio nella sua concretezza, i linguisti devono accontentarsi di elaborarne dei modelli, cioè costrutti teorici anche complessi, più o meno astratti, che si suppone assomiglino a ciò che rappresentano e permettano di predire aspetti del linguaggio ancora non noti”. Che è una quotation lunga, che potevo anche interrompere con dei puntini. Del resto, sia orale che scritta, essa è sempre, necessariamente, interrotta a un certo punto, e ciò rientra nell’interpretazione.

Si tratta quindi in sostanza di sistemi di ipotesi.”, che è una quotation, ma se l’avessi presentata come reported, in quanti se ne sarebbero accorti, forse nemmeno tu. Forse ti saresti limitato ad annuire, dicendo fra te e te: O vero!, come si dice ad Amalfi.

“… la linguistica moderna è una galleria di modelli che ambiscono tutti a somigliare al linguaggio e a metter in luce e a spiegare fenomeni non noti.” Questa non è una fake quotation (che era possibile), ma una di tipo impreciso per alcuni minimi particolari che non ho voluto rispettare, perché li ho giudicati (solo per illustrarne la possibilità) scarsamente utili. Il senso è però rispettato.

A chi scrive accade questo, quando rilegge e toglie o aggiunge una piccolezza, che non muta quasi per nulla il senso globale del discorso.

Da qualche tempo quel che scrivo è sottoposta all’amorosa forca caudina del mio amicale fratello Riccardo Garbetta, il mio primo lettore, tanto per riportare ancora un’espressione usata da King nel suo saggio di scrittura, il quale in genera si limita segnalarmi refusi, ma gli capita a volte di suggerirmi piccoli cambiamenti nella costruzione della frase, a volte poco essoterica

Euripide
Euripide

Quando la reazione è pronta, la invio alla mia seconda lettrice, l’editor di Oubliette Magazine, ed anche questa seconda interazione produce energia che si trasforma in massa. Ormai la pubblicazione è sempre più edited by editor, diversamente da quanto succedeva ai tempi di Euripide. L’esempio più eclatante è del più che eclatante scrittore, il citato Stephen: quando nel 1978 consegnò all’editore The stand, lo strepitoso romanzo che anticipò la pandemia di oltre quarant’anni, consisteva di oltre 900 pagine. L’editore non gradì tanta immensità e ordinò al non ancora celebre autore di ridurlo a circa 600.

Tu non hai di certo idea di quanti algoritmi bell’e confezionati, a volte impalpabilmente mutati, ho usato per questo scritto, che è in massima parte originale. E sarà per me una risorsa in più per il futuro.

I principi delle lingueoperano silenziosamente (sono il macchinario silenzioso di cui parlava Jespersen), senza che ci sia bisogno di impararli né di insegnarli: si acquisiscono con il semplice fatto di conoscere una lingua, perché le lingue li incorporano fin dall’origine.”

La lingua è detta materna, perché viene acquisita dal poppante mentre poppa, o mentre la mamma gli cambia il pannolino, senza traumi né studi specifici. Fa parte dell’imprinting. Mia mamma, quinta elementare, aveva una conoscenza del suo dialetto ed Gavàsa: a gh ē Gavàsa e po’ Parigi (c’è Gavassa e poi Parigi), diceva. Quindi quel borgo del contado reggiano era un’università all’aperto più istruttiva della Sorbonne.

Noi figli degli anni Cinquanta siamo stati privati all’esterno (e per fortuna, non anche all’interno) del dialetto. Presso la scuola media che frequentai, un cartello ammoniva “Vietato parlare in dialetto”. I miei genitori, quando discorrevano fra loro, usavano il loro idioma, con me invece parlavano in italiano. Assorbii, di traverso, il vernacolo reggiano da mio padre; mia madre, più trasgressiva, spesso e volentieri, specie quando mi rincorreva, non aveva il tempo di cercare i corretti epiteti nella lingua di Dante, badando maggiormente alla Forza Referenziale e forzando con una certa passione il Formato Semantico.

Termino l’analisi con la frase che chiosa ogni cosa:Il linguaggio non è quindi una pura macchina computazionale. È un insieme di strumenti flessibili per produrre predicazioni e conseguire scopi. In particolare le operazioni discorsive hanno una motivazione pragmatica.”

Aggiungo una curiosità: nella Bibliografia, citi tantissime fonti, fra cui Sardinian adjectives with the N-i-A structure di Pinto, Paulis, Putzu (2012). Il cognome di quest’ultimo e il titolo indicano che si tratta di Sardi. Che discettino in inglese del loro idioma, mi stupisce ma stranamente mi rallegra.

Non so se il discorso che segue rallegri te o ti crei sconcerto. Leggendo la tua opera, di cui ti sarò sempre grato, mi è venuto da paragonare il lavoro del linguista a quello del fisico sperimentale, che osserva i flussi delle particelle e ne trae le sue conclusioni. Entrambi voi scienziati, alternate la vostra attività di tipo galileiano a quella di soggetti calcolanti, dove il calcolo è precedente al controllo in vitro, o al microscopio, o al rilevatore di particelle. Ma sarà, necessariamente, anche posteriore.

E il logico, che si occupa di come il cervello ragiona e argomenta? Lo vogliamo paragonare al cosmologo, che si occupa delle cause prime ultime dell’universo? O al fisico teorico che vive di soli astrusi conteggi, senza mai entrare al CERN se non per salutare dall’alto i suoi colleghi (frase volutamente provocatoria)?

Esiste, in fisica, anche una terza figura, tipo Lisa Randall, che è modellista, la cui attività (oltre che scrivere libri divulgativi) è di formulare modelli, pattern, che siano onnicomprensivi, che quando la sperimentazione ne confermerà uno, forse, ma anche mai, potrebbe farle conseguire il Nobel.

E tu, a quale tribù appartieni?

Prof, nel salutarti, conscio di aver frainteso almeno il 26,92% di quanto ho letto, ringraziandoti per il 73,08%, ti chiedo una cortesia. Casomai dovessimo incontrarci, non interrogarmi, mentre ci sorbiremo un caffettino. È ovvio che offro io.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Raffaele Simone, Il software del linguaggio, Raffaello Cortina Editore, 2020

 

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