Intervista di Filomena Gagliardi ad Emanuele Di Silvestro: la profonda passione per Dante Alighieri

Con l’animo che vince ogne battaglia.” – Dante Alighieri

Emanuele Di Silvestro
Emanuele Di Silvestro

Il poeta e scrittore italiano Dante Alighieri nacque a Firenze nel 1265 e morì nel 1321 a Ravenna. Battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri divenne per modificazione fonetica, Dante, e per scelta di Boccaccio, Alighieri.

I secoli si susseguono ma la sua fama resta tale ed è con trasporto ed orgoglio che oggi siamo con Emanuele Di Silvestro.

Emanuele è un giovane laureando in Filologia moderna all’Università di Macerata, nonché appassionato di Dante.

Lo duca e io per quel cammino ascoso,/ intrammo a ritornar nel chiaro mondo;/ e sanza cura aver d’alcun riposo,/ salimmo sù, el primo e io secondo,/ tanto ch’i’ vidi de le cose belle/ che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo./ E quindi uscimmo a riveder le stelle.” – Inferno, Canto XXXIV

Quale modo migliore di celebrare i 700 anni dalla morte del sommo poeta?

 

F.G.: Emanuele, come ti sei appassionato a Dante, tanto da imparare a memoria buona parte dei suoi versi? È successo tutto all’improvviso o gradualmente?

Emanuele Di Silvestro: Ho conosciuto Dante al liceo, quando avevo sedici anni. Ad essere preciso, è tutto iniziato nel lontano 2012, nell’allora mese di gennaio. Non voglio mentire: è stata la vergogna a dare una svolta alla mia vita. Infatti, ormai agli sgoccioli del primo quadrimestre, fui còlto impreparato in italiano. Quel giorno l’interrogazione verteva sul Convivio dantesco, ed io non avevo proprio idea di cosa fosse. Avrei voluto sprofondare. Non pronunciai nemmeno una parola. Ad ogni modo, non era un mancato mantenimento della media ad angosciarmi: del resto a scuola non eccellevo affatto. Ciò che a dire il vero mi premeva di più era la perdita della stima da parte della docente. Per questo motivo, non appena si concluse quella bruttissima ora, mi affrettai a fermarla in corridoio e le chiesi rammaricato se la sua opinione su di me fosse cambiata. La professoressa mi rassicurò, esortandomi al tempo stesso a non ripetere l’episodio. In seguito, nel giro di qualche settimana (o forse un mese), incominciammo a leggere la Commedia ed uno dei primi compiti che la docente affidò alla classe prevedeva l’apprendimento a memoria dei primi dodici versi della prima cantica. In una lezione di poco successiva ebbi modo di comunicare alla mia insegnante di essere arrivato a memorizzare la prima trentina di versi (quasi a emendazione del «gran fallo» che avevo precedentemente perpetrato), e mi sembra anche di ricordare che in quel momento stessimo visionando un vecchio film sul capolavoro dantesco. Ebbene, nella lezione seguente, la professoressa mi chiamò e mi chiese di leggerli o ripeterli dal posto. Da allora non mi sono più fermato, memorizzando canto dopo canto. Potrebbe sembrare strano, ma lo studio e la fortificazione della memoria mi indirizzarono del tutto alla disposizione verso l’un apprendimento veloce e indolore di tutte le altre discipline, contribuendo a far lievitare di non poco la media dei miei voti. A conti fatti, in generale i miei tempi di studio si dimezzarono, consentendomi di impiegare le ore risparmiate per rintanarmi a leggere Dante nel «solingo luogo d’una mia camera» (Vn III). Per farla breve, questa inaspettata passione si è rivelata un’opportunità di riscatto personale, e credo anche che in questa circostanza molto abbia giovato il fatto di aver trovato in Dante un amico, e solo dopo un mostro sacro della nostra letteratura.

 

F.G.: Quanto hanno inciso i tuoi insegnanti liceali ed universitari in questo processo?

Emanuele Di Silvestro: Gli insegnanti incidono sempre. Nel mio caso, per forza di cose, hanno maggiormente contato i docenti delle cosiddette ‘discipline letterarie’. Se posso, mi piacerebbe ricordare un altro simpatico aneddoto sulla mia professoressa del liceo. Poco prima della conclusione di quel ciclo scolastico l’insegnante decise di organizzare un compito su Dante, una verifica che consisteva in una nutrita serie di domande sui canti XI e XII del Paradiso. Per evitare che si scopiazzasse, la prof. aveva saggiamente elaborato due diverse tracce da distribuire in maniera alternata agli studenti. A me però le consegnò entrambe. Insomma: con buona pace dei miei cari compagni di classe, anche volendo, non avrei avuto tempo per suggerire a nessuno. Quando successivamente avvenne la riconsegna dei nostri elaborati l’unico studente a non ricevere un giudizio fui proprio io. Secondo la mia insegnante, infatti, la mia valutazione eccedeva la scala dei voti. Quella è stata senz’altro la prima vera gratificazione della mia vita. A Macerata ho poi avuto modo di approfondire questioni e tematiche di interesse dantesco, per conto mio o a lezione. Non trattandosi di un’università dispersiva, mi è sempre stato possibile instaurare un rapporto diretto con i docenti della mia facoltà. Tra questi, il professore a me più caro – che è da tempo in pensione, ma che a motivo della sua inesauribile cultura continuava e continua a deliziare il mondo accademico maceratese con le sue conferenze –, prosegue ancora oggi a gratificarmi con la sua amicizia e a spronarmi nei miei studi danteschi. In ogni caso, sono davvero molti gli insegnamenti che mi hanno formato (specie quelli relativi al percorso magistrale che sto ora ultimando), e non posso negare che la mia passione per Dante abbia spesso contribuito a moltiplicare le esperienze, le frequentazioni e le curiosità più varie.

 

F.G.: Quale aspetto della poetica di Dante ti appassiona di più?

Dante Alighieri
Dante Alighieri

Emanuele Di Silvestro: Senza dubbio la sua caratura profetica, ed in aggiunta la puntuale e diffusa conoscenza – per non parlare del reimpiego – del testo della Vulgata. Su queste tematiche ho in effetti strutturato i miei lavori di tesi triennale e magistrale. Infatti, tra le varie filigrane che addobbano i testi danteschi, quella biblica non ha mai finito di affascinarmi. Spesso il poeta vi ricorre per conferire autorità ai suoi scritti, e sovente i riferimenti biblici si intersecano a quelli classici creando degli intrecci altamente evocativi. Mi limito a ricordare che, aprendo il terzo libro della Monarchia, quello decisivo, Dante fa precedere alla sua trattazione quelle stesse parole che nel libro biblico di Daniele ricordano la salvezza del profeta avvenuta, per grazia divina, nella fossa dei leoni. Con le medesime parole, dunque, Dante sancisce sin da subito la veridicità degli argomenti che di lì a poco andrà a sviluppare ed allo stesso tempo il presidio che Dio offre agli uomini giusti. In relazione, poi, al suo sentirsi profeta, nella Commedia il poeta non esita a farsi incoronare tale da San Giacomo di Galizia (all’altezza del canto del XXV del Paradiso, in riferimento alla virtù teologale della speranza); la sua scrittura inoltre, scrive sempre Dante, è «in pro del mondo che mal vive» (Purg. XXXII) ed il grido che veicolano i suoi versi, fa affermare il poeta dal trisavolo Cacciaguida, «farà come vento/ che le più alte cime più percuote» (Par. XVII), ovverosia colpirà senza indugi i potenti della terra. Per concludere, come se non bastasse, addita la propria opera come un «poema sacro/ al quale ha posto mano e cielo e terra» (Par. XXV), indicando con ciò una stretta cooperazione tra l’umano e il divino non certo fine a sé stessa, bensì capace di innalzare il semplice autore al rango di scrittore sacro ed agiografo. Ovviamente, Dante non si sente profeta soltanto nella cerchiatura del suo poema. Se prendiamo il caso dell’Epistola XI, questa circostanza appare evidente. Nello specifico di questa lettera, indirizzata ai cardinali italiani presenti al conclave di Carpentras del 1314, Dante, prendendo le mosse dalle Lamentazioni attribuite al profeta Geremia, non indugia affatto ad ammonire violentemente i religiosi italici per prospettare loro la giusta direzione: tornare ad eleggere un pontefice italiano, consentendo così alla sede di rientrare a Roma. Se non si fosse capito, prima o poi (ma molto più poi che prima) mi piacerebbe scrivere qualche pagina sull’argomento.

 

F.G.: Dopo la Commedia qual è l’opera di Dante che ti piace di più? Perché?

Emanuele Di Silvestro: Mi è difficile rispondere a questa domanda. Vero è che con ogni sua singola opera mi sono formato e sono cresciuto. Per mezzo delle Rime si apprendono spaccati intensi della sua vita e della poetica, partendo dagli anni giovanili sino a quelli dell’esilio. Con la Vita nuova si ha, invece, la storia di un apprendistato poetico e di un amore, un sentimento così intenso che in ultima battuta surclassa la potestà della morte. Convivio e De Vulgari Eloquentia, opere bruscamente tranciate, come si ritiene, dal progetto di composizione della Commedia, insegnano la speculazione filosofica, l’interesse linguistico ed addirittura nozioni di metrica e stilistica. Leggendo la Monarchia si possono conoscere i fondamenti della logica e del pensiero politico medievale; tramite le Epistole l’ardore profetico assieme al profondo vissuto che contorna l’esistenza degli esuli; mediante le Egloghe ci si avventura in una curiosa reviviscenza della poesia bucolica; sfogliando la Questio ci si ferma ad ascoltare una lezione che Dante tiene negli ultimi tempi della sua vita. Comunque sia, alla fine, se proprio mi chiedi di indicarne una, ti dico la Vita nuova.

 

F.G.: Perché secondo te i giovani dovrebbero leggere Dante?

Emanuele Di Silvestro
Emanuele Di Silvestro

Emanuele Di Silvestro: Semplicemente perché anche Dante ha vissuto la loro età, e con essa l’intimo travaglio che può caratterizzarla. Come si sa, la prima opera che il poeta porta a termine è la Vita nuova. Al suo interno lo scrittore racconta l’intera vicenda del suo amore, mai ricambiato, per Beatrice Portinari; inoltre, nel corso di quella narrazione, egli ci testimonia l’attraversamento di varie fasi per mezzo delle quali evolve addirittura la sua personale concezione della poesia: l’amore che prova si fa, col tempo,  disinteressato – sublima dunque a caritas –, appagandosi della sola lode della sua donna, una lode che, in ultima istanza, sopravanza persino alla morte di lei. Ciononostante, per arrivare a questo punto, Dante soffre fattualmente come un cane. Alludo, in particolare, alla fase poetica dell’amore doloroso comunemente detta ‘cavalcantiana’, in cui Dante non esita affatto a testimoniarci quelle che lui definisce «oscure qualità» (dal sonetto Spesse fiate vegnonmi a la mente) che è in grado di concedergli l’amore: ovverosia pena, dolore, lancinante sofferenza. E cito questo esempio affinché non si continui a rimproverare i giovani quando li si vede soffrire per i patimenti amorosi. Anche un poeta come Dante, al pari di ogni altro essere umano, ci insegna che si può, anzi si deve, piangere per amore, e che si può soffrire intimamente per qualcun altro. Ma soprattutto che alla fine, comunque vada, lo sconforto deve sfociare in un’occasione di rinascita.

 

F.G.: Senza scadere nella retorica: in cosa consiste, se esiste, l’attualità di Dante? Oppure va lasciato al suo tempo?

Emanuele Di Silvestro: Se essere attuale significa mantenersi vivo, Dante è forse il più moderno dei poeti. Penso ad esempio alle celebrazioni che ci apprestiamo a compiere in ragione dell’imminente anniversario del 2021. Ma Dante è sempre stato presente al nostro Paese, lo è stato nel campo della letteratura, dell’arte, della musica, del cinema, e via dicendo. Per quanto mi riguarda, ho di recente avuto modo di collaborare ad un progetto radiofonico incentrato sulle Rime e sulla Vita nuova. Voglio dire: il poeta di Firenze si presta bene ad ogni sorta di veicolo di promozione culturale. Ancora: sul fronte della sua attività poetica, non credo che possa mai tramontare la sua grande umanità, vale a dire la straordinaria capacità di analisi e messinscena di sentimenti vizi e virtù sia propri che altrui. Se inoltre ci spostiamo sul piano della lingua, è in quel momento che realizziamo l’immenso debito che gli dobbiamo. Naturalmente, dalla parte opposta, si dovrebbero costantemente evitare, per dire, alcune becere appropriazioni anacronistiche, anzitutto quelle di portata politica, cui a volte, ahimè, mi è capitato di assistere. In effetti, come accade ad ogni uomo immerso nella storia, anche Dante è saldamente inserito nel contesto dei suoi tempi. Contesto che però, per mezzo della critica, della filologia e dell’esegesi ci è possibile comprendere.

 

F.G.: I tuoi amici e parenti cosa pensano di questa tua passione?

Emanuele Di Silvestro: Purtroppo o per fortuna Dante è diventato parte della mia identità. Parenti ed amici non perdono tempo a ricordarsi della mia passione, ora accennandovi, ora indirizzandomi una mole di lusinghe che spesso va oltre i miei reali meriti. A volte è anche accaduto che qualcuno, pur non conoscendomi, si rivolgesse a me per soddisfare un qualche dubbio oppure per essere guidato verso una specifica branca della bibliografia dantesca: penso che sia superfluo asserire che in quelle occasioni il mio viso abbia mostrato «lo color del core» (Ciò che m’incontra ne la mente more), stravolgendo un po’ il senso dantesco. Sicuramente, per quanto mi piaccia indossare l’abito del dantista, è sempre stato un mio sforzo mantenermi all’altezza di questa veste.

 

F.G.: Tu e Dante: progetti per dopo la laurea?

Emanuele Di Silvestro
Emanuele Di Silvestro

Emanuele Di Silvestro: Magari ci fosse qualcosa di definito. Per certo uno dei primi obiettivi è l’insegnamento. D’altra parte, però, non potrò smettere di continuare a diffondere Dante alla gente, continuando a cogliere tutte le opportunità che mi vengono offerte. Per di più, non posso nascondere di nutrire una minima speranza, quale quella di poter continuare in qualche modo i miei studi, e chissà che questo non possa avvenire sotto gli auspici dell’anno che sta per entrare.

 

F.G.: Tre libri su Dante imprescindibili:

Emanuele Di Silvestro: Comincerei da un libro del compianto Marco Santagata: Dante, il romanzo della sua vita (Mondadori, 2012). Lo ritengo imprescindibile in quanto, oltre ad illustrare la vita del poeta in maniera lucida discorsiva e sempre documentata, per mezzo del cospicuo apparato di note presente in calce offre a chiunque la possibilità di liberi approfondimenti personali. In secondo luogo, ma non in subordine, consiglierei La lingua di Dante di Paola Manni (Il Mulino, 2013), soprattutto per accostarsi alla riflessione linguistica nell’Alighieri e, al contempo, alle fondamentali componenti del linguaggio dantesco. Da ultimo suggerirei un libricino curato dal professor Giuseppe Ledda, specie per chi come me possiede la passione per l’indagine scritturale: La Bibbia di Dante (Claudiana, 2015).

 

F.G.: Tre citazione dantesche irrinunciabili:

Emanuele Di Silvestro: Dovendo sceglierne tre, attingo alla Commedia: «Con l’animo che vince ogne battaglia» (Inf XXIV 53); «Del viver ch’è un correre a la morte» (Purg XXXIII 54); «Poca favilla gran fiamma seconda» (Par I 34).

 

F.G.: Grazie Emanuele, ad maiora a te e buone letture dantesche a tutti!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

 

Info

Sito Il Resto del Carlino – Dante Flash Mob

Sito Cronache Maceratesi – Amo Dante

 

 

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