Le métier de la critique: Tasso, Wagner e la tragedia barbara “Il Re Torrismondo”

La tragedia di Johann Wolfgang Goethe Torquato Tasso, concepita nel 1780 ma scritta soprattutto tra il 1786 e il 1788 – nei due anni che l’autore trascorse in Italia – e completata infine nel 1790, lanciò una sorta di moda culturale nella Germania dell’Ottocento, legata alla figura del poeta italiano.

Torquato Tasso - pittore anonimo, intorno al 1590
Torquato Tasso – pittore anonimo, intorno al 1590

Il personaggio dello scrittore cortigiano, genio confinato in una società incapace di capirlo o apprezzarlo, nevroticamente insoddisfatto della sua opera continuamente revisionata, vittima di quei tumulti interiori che lo condurranno infine alla pazzia, infiammò gli animi romantici.

Si trattava infatti della perfetta incarnazione di quell’archetipo di artista – idealizzato dallo Sturm und Drang – i cui tormenti e spinte irrazionali, nonché l’aspirazione a una libertà anarcoide lontana da corti e padroni, si contrapponevano alla compostezza del classicismo razionalista settecentesco.

Nel 1849 Franz Liszt scrisse il poema sinfonico Tasso. Lamento e Trionfo, eseguito per la prima volta a Weimar, in occasione del centenario dalla nascita di Goethe, appunto come Ouverture alla sua opera teatrale.

Ancor prima, nel 1826, Gottlob Heinrich Adolph Wagner (1774-1835) aveva curato l’antologia Il Parnasso Italiano, ovvero: I quattro poeti celeberrimi italiani, edita da Ernesto [Ernst] Fleischer a Lipsia, in cui Tasso veniva accostato a Dante, Petrarca e Ariosto.

Gottlob Heinrich Adolph era lo zio di Richard Wagner. La conoscenza, da parte del futuro autore della Tetralogia, del poeta della Gerusalemme liberata è oltremodo sicura e anzi, come da più parti sottolineato, lo stesso Ludwig II di Baviera finì con l’identificarsi col personaggio del Duca di Ferrara goethiano nel suo tumultuoso rapporto con il compositore.

In una lettera a Cosima del 22 gennaio 1866, Ludwig paragona esplicitamente Wagner a Tasso, pur riferendosi a un suo supposto complesso di persecuzione.

Quel che però viene da chiedersi è se e quanto Richard Wagner potesse aver letto o avuto conoscenza di un’opera minore del Tasso: la tragedia Il Re Torrismondo. La domanda sembrerebbe bizzarra, se non ci fossero nel Torrismondo perlomeno due coincidenze notevoli con melodrammi del compositore di Lipsia: il tradimento della fiducia del proprio amico mentre, durante un viaggio in nave, si scorta la sposa a lui promessa (come accade a Tristano nel Tristan und Isolde), e il discoprirsi fratello e sorella di Torrismondo e Alvida dopo l’incesto, come Siegmund e Sieglinde in Die Walküre.

Nel volume di Gottlob Heinrich Adolph Wagner su citato erano pubblicate le opere capitali dei quattro autori antologizzati, precedute da ampie introduzioni e note biografiche: nel Saggio sovra il Tasso introduttivo al testo della Gerusalemme Liberata, però, il Torrismondo veniva nominato solo di sfuggita (come pure nel volume miscellaneo Teatro Classico Italiano Antico e Moderno, ovvero: Il Parnasso Teatrale, pubblicato tra anni dopo dallo stesso editore, senza indicazione di curatela, in cui è presente l’Aminta).

Richard Wagner - Photo by Ludwig Angerer, 1863
Richard Wagner – Photo by Ludwig Angerer, 1863

Tasso, nel costruire la trama della sua tragedia, aveva attinto in realtà ad alcune di quelle stesse saghe nordiche che sarebbero state in parte fonte d’ispirazione per Wagner quasi tre secoli dopo: si sa per certo, infatti, che il poeta italiano lesse l’Historia de omnibus gothorum sueonumque regibus di Giovanni Magno, l’Historia de gentibus septentrionalibus di Olao Magno e le Gesta Danorum di Saxo Grammaticus (qualcuno, peraltro, si è anche spinto a ipotizzare una possibile influenza del Torrismondo sull’Amleto shakespeariano).

Ma abbandoniamo, per il momento, Wagner per concentrarci su questo testo tassiano “minore”. Certo una significativa influenza su di esso l’ebbe la tragedia senechiana, riscoperta all’inizio del Cinquecento, mentre il Torrismondo stesso avrebbe costituito a sua volta «la pietra di paragone della tragedia manieristica» (secondo la definizione della studiosa americana Louise G. Clubb) e un chiaro antecedente della tragedia barocca. Grande fu la sua fortuna editoriale: una ventina tra edizioni e ristampe dall’anno di pubblicazione, il 1587, alla metà del Seicento (nel 1636 fu anche tradotto in francese); non altrettanta tuttavia la fortuna scenica, come vedremo.

Il Re Torrismondo è una “tragedia barbara” nell’ambientazione, ove però i personaggi sono tormentati da conflitti interiori in cui la contrapposizione di dovere e istinto, onore e sentimenti sembra doversi comunque sottomettere a un fato ineluttabile (altro punto di contatto con diverse opere wagneriane, soprattutto con la Tetralogia). Letta oggi, risulta forse prolissa e ridondante, con una versificazione alternante passaggi di estrema musicalità a una sorta di pedanteria in versi.

Vi sono però diverse scene degne di menzione: la Quarta del II Atto, ad esempio, che – seppur non particolarmente brillante dal punto di vista poetico – suona straordinariamente moderna nel contrapporre le rivendicazioni di Rosmonda, che oggi definiremmo femministe ante litteram, al tentativo della Regina sua madre di utilizzarla come “merce di scambio” per sanare la situazione tra Torrismondo e Germondo, cui Alvida sarebbe stata promessa.

C’è poi il coup de théâtre della rivelazione di Rosmonda di non essere in realtà sorella di Torrismondo (Atto IV, Scena Terza), che mette in moto la catena di eventi che porteranno alla drammatica agnizione finale, ricalcando lo schema dell’Edipo Re sofocleo, ulteriore indubbio modello di riferimento del Tasso (bella anche la Scena successiva con l’Indovino/Tiresia, una delle più teatrali). E infine le prime quattro scene dell’Atto V, che appaiono come il culmine poetico di tutta l’opera.

La tragedia fu rappresentata per la prima volta soltanto nel 1618 al Teatro Olimpico di Vicenza (Tasso era morto ventitré anni prima) e, a quanto pare, questa rimase l’unica produzione italiana fino alla messa in scena del 1697 da parte della compagnia del Teatro San Luca di Venezia, guidata da Luigi Riccoboni, prima che questi si trasferisse in Francia divenendo il famoso Lélio.

Torquato Tasso -Richard Wagner
Torquato Tasso -Richard Wagner

Del resto, lo stesso traduttore francese dell’opera, Charles de Vion d’Alibray, nella sua lunga introduzione all’edizione d’oltralpe sottolineava come «pour en parler franchement, je ne croy pas que ce fust l’intention du Tasse de faire une Tragedie pour le Theatre, mais seulement de feindre une suiect agreable a lire» [«parlando francamente, io non credo che fosse intenzione del Tasso fare una tragedia destinata al teatro, ma solo d’inventare un soggetto gradevole da leggere»], anche se la versione francese era stata in realtà portata sulle scene un anno prima, nel 1635, con il celebre attore Montdory nel ruolo principale.

Si trova anche traccia (in Martin Wiggins e Catherine Richardson: British Drama 1533-1642: A Catalogue, vol. V, Oxford University Press, Oxford 2015: pp. 431-432) di una possibile rappresentazione inglese (Torrismount) da parte dei Children of the King’s Revels, avvenuta al Whitefriars Theatre di Londra tra il 1607 e il 1608.

È tuttavia possibile che il titolo non si riferisca alla tragedia di Tasso, bensì a un adattamento di Rosalynde di Thomas Lodge (ca. 1557-1625), un prosimetro pubblicato nel 1590 — fonte, tra l’altro, dell’As You Like It shakespeariano — in cui tra i personaggi appare Torismond, re di Francia.

Dal Settecento in poi il Torrismondo tassiano cadde nel totale oblio scenico, perdendo anche i favori della critica letteraria fino a una parziale rivalutazione a partire dalla fine dell’Ottocento.

Non si trovano notizie di rappresentazioni novecentesche: l’opera fu proposta a metà degli anni Novanta a Luca Ronconi, ma il regista – come da lui stesso raccontato – preferì (comprensibilmente…) lavorare sull’Aminta.

 

Written by Sandro Naglia

 

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