“Commiato: vietando il lamento”, poesia di John Donne: in reciproca certezza delle anime

Il poeta e l’amata vivono i giorni, le notti, ogni istante della giornata nella consapevolezza che l’assenza è una presenza dilatata.

John Donne - work by Isaac Oliver
John Donne – work by Isaac Oliver

Come uomini virtuosi trapassano miti

e sussurrano alle loro anime di andare,

mentre fra i loro tristi amici c’è chi dice,

ora se ne va il respiro, e chi dice, no:

 

così sciogliamoci, senza far rumore,

non diluvi di lacrime, non tempeste muoviamo di sospiri;

sarebbe profanazione delle nostre gioie

rivelare ai laici il nostro amore.

 

Il sommovimento della terra reca danni e paure,

gli uomini calcolano cosa ha fatto e significato;

ma la trepidazione delle sfere,

pur di gran lunga maggiore, è innocente.

 

L’amore dei rozzi amanti sublunari

(la cui anima sono i sensi) non ammette

l’assenza, poiché essa sottrae

quelle cose che ne eran gli elementi.

 

Ma noi, per un amore così affinato

da non saper noi stessi cosa sia,

in reciproca certezza delle anime

meno ci curiamo che occhi, labbra, mani manchino.

 

Le nostre due anime, perciò, che sono una,

benché io debba andare, non subiscono

una frattura, ma un’espansione,

come oro battuto ad aerea sottigliezza.

 

Se esse sono due, sono due come

le rigide gambe gemelle del compasso sono due:

la tua anima, il piede fisso, non mostra

di muoversi, ma lo fa, se l’altra lo fa;

 

e anche se nel centro siede,

quando l’altra va lontano errando,

si piega e a quella tende orecchio,

e torna eretta, quando l’altra rincasa.

 

Tale sarai tu per me, che devo,

come l’altro piede, correre inclinato:

la tua fermezza fa il mio cerchio esatto

e mi fa finire dove avevo cominciato.

 

Alla nostra natura di esseri finiti e limitati non è certo estranea la distanza. Chi non l’ha sperimentata?

Ben altro discorso riguarda il come questa distanza viene vista e affrontata.

Praticamente sin dall’inizio della poesia “Commiato: vietando il lamento” di John Donne si profila una contrapposizione, un confronto, tra spiriti elevati (quali il poeta e la sua amata) e i “rozzi amanti sublunari” (v. 13): questi ultimi si disperano, poiché non riescono ad accettare l’assenza e la distanza, dato che considerano solo la dimensione materiale e carnale, totalmente compenetrati come sono in essa.

Questi amanti sublunari sono come i movimenti della terra, di cui al verso 9, che creano paura, scompiglio e danni; questi movimenti, tuttavia, come precisa il poeta nei versi seguenti, non hanno l’ampiezza e la portata della “trepidazione delle sfere” (v. 11), la quale è “innocente” (v. 12), ossia non sembra recare danno.

Ma in che cosa consiste questa “trepidazione” del verso 11?

Poesie di John Donne - Rizzoli
Poesie di John Donne – Rizzoli

Consiste nella precessione degli equinozi, identificata fin dall’antichità e dovuta al lento inclinarsi dell’asse terrestre; a quel tempo si credeva dipendesse da un’ottava o nona sfera aggiunta dall’astronomo arabo Thabet ben Korrah al sistema tolemaico.

Non è così per il poeta e la sua amata.

Essi sono anime più raffinate, più sottili, più elevate, così interconnesse “che sono una” (v. 21); sanno che la distanza non è veramente una cesura, un’interruzione, una rottura.

Il poeta e l’amata vivono i giorni, le notti, ogni istante della giornata nella consapevolezza che l’assenza è una presenza dilatata: “[…] non subiscono/ una frattura, ma un’espansione / come oro battuto ad aerea sottigliezza.” (vv. 22-24)

Come le gambe di un compasso, si muovono e vivono in sincronia, in armonia, e, sebbene lontani, si incontrano costantemente, come due stelle che palpitano assieme ascoltando la musica delle sfere, in un Universo che osserva il loro così profondo ed elevato legame.

 

Riporto qui la poesia in lingua originale:

“A Valediction Forbidding Mourning”

As virtuous men passe mildly away,

And whisper to their soules, to goe,

Whilst some of their sad friends doe say,

The breath goes now, and some say, no.

 

So let us melt, and make no noise,

No teare-floods, nor sigh-tempests move,

‘Twere prophanation of our jokes

To tell the laytie our love.

 

Moving of th’earth brings harmes and feares,

Men reckon what it did and meant;

But trepidation of the spheares,

Though greater farre, is innocent.

 

Dull sublunary lovers’ love

(Whose soule is sense) cannot admit

Absence, because it doth remove

Those things which elemented it.

 

But we, by a love so much refin’d

That our selves know not what it is,

Inter-assured of the mind,

Care lesse, eyes, lips, hands to misse.

 

Our two soules, therefore, which are one,

Though I must goe, endure not yet

A breach, but an expansion,

Like gold to avery thinnesse beate.

 

If they be two, they are two so

As stiffe twin compasses are two:

Thy soule, the fixt foot, makes no show

To move, but doth, if th’other doe.

 

And though it in the center sit

Yet when the other far doth rome,

It leanes, and hearkens after it,

And growes erect, as that comes home.

 

Such wilt thou be to mee, who must

Like th’other foot, obliquely runne:

Thy firmness makes my circle just,

And makes me end, where I begunne.

 

Written by Alberto Rossignoli

 

Bibliografia

John Donne, “Poesie”, a cura e con traduzione di Alessandro Serpieri e Silvia Bigliazzi, testo inglese a fronte, BUR Rizzoli, Milano, 2009

 

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