“Leopardi moralista” di Chiara Fenoglio: la luce splende mentre il fuoco brucia

Giacomo, Chiara, posso adoperare la vostra scrittura come base su cui fondare la mia reazione a essa? Non attenderò la vostra risposta, che potrebbe tardare o non giungere mai.

Leopardi moralista di Chiara Fenoglio
Leopardi moralista di Chiara Fenoglio

Si tratta soltanto del principio fisico che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, anche se taluno dice che non sia sempre esattamente così. A me basta che lo sia in questo caso. Di fatto per me non è una priorità essere esatto, ma essere espressivo del mio umano che viene a contatto col vostro.

Leopardi descrive il suo progetto letterario proprio all’insegna dell’endiadi utile-inutile.” E s’intende: Utilità del proprio lavoro a fronte di una generale e inaggirabile inutilità della vita e delle cose umane che potrebbero sciogliersi…” e che mai si sarebbero sciolte, a quanto pare.

Cosa ho letto di te, Leopardi? Tutto o quasi (la Crestomazia no!! Non ancora!). Cosa ho compreso? Nescio.

Sei un tantino antisocratico quando pensi chedalla morale dunque non possiamo aspettarci indicazioni di vita pratica, bensì un punto di vista sulle cose e sul mondo: in quanto ‘scienza speculativa’ essa rinuncerà a giovare, sospendendo qualsiasi impegno latamente politico.”

E aggiungi che:Gli stati di animo meno sviluppato, e quindi di minor vita dell’animo, sono i meno sensibili, e quindi i meno infelici degli stati umani. Tale è quello del primitivo o selvaggio.”

L’uomo moderno è ormai reso inguaribile dalla propria civiltà, per cui “ridurli allo stato primitivo e selvaggio è impossibile. Intanto, dallo sviluppo e dalla vita del loro animo, segue una maggiore sensibilità, quindi un maggior sentimento della suddetta tendenza, quindi maggiore infelicità. Resta solo un rimedio: la distrazione.”

Il che significa anche studiare e lavorare sodo per non pensare davvero al proprio rio destino. E questo nasce dalla tendenza naturale di essere sensibile. La natura è la causa prima, e la soluzione finale di tutti i mali.

La morale procura ferite a volte mortali alla ragione, che finisce però per smascherarne l’assurdità: “la verità ha scalzato la virtù.”

Ma esiste ‘sta fuggevole donzella che appena s’affaccia, subito dispare?

Il dialogo con gli autori del passato diventa spazio aperto alla creazione, occasione di confronto che fornisce gli strumenti e il terreno solido a partire dai quali il lettore diventa critico e quindi scrittore.”

Bene, grazie Leopardi. Secondo me hai letto Borges!

“… il poeta descrive il proprio spavento di trovarsi in mezzo al nulla, sentendo di essere ‘un nulla io medesimo’.” L’umano che è in te era, a tuo sentire, azzerato. Continuo a usare questa espressione perché l’ho colta recentemente in un’altra opera filosofica, di cui più tardi ti parlerò.

Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte.” L’utor et fruor di Agostino, giovarsi e gioviarsi, essere dilettato, godere, non vale per te.

L’immaginazione è la funzione che maggiormente serve e “concepire, creare, formare, perfezionare un sistema filosofico, metafisico, politico che abbia il meno possibile di falso.”

Ora esamino il tuo rapporto con Montesquieu. Questo studioso dell’umano sociale tu t al drôv, cioè tu lo adoperi, per esprimere i tuoi concetti (similmente a come sto facendo ora io con te).

Leopardi ambisce a costruire una generale teoria dell’uomo più che un puntuale sistema teorico-politico perché il suo interesse autentico non si rivolge all’immaginazione di un modello di stato”, quanto alladescrizione, a tratti quasi mitografica, della parabola della storia umana da una condizione precedente e migliore perché più felice, a una seguente e deteriore in quanto sommamente infelice.” Abbiamo destini analoghi, vecchio mio: “… egli non crede a nessun tipo di ‘ente collettivo’; il suo rifiuto per l’apriorismo e per le categorie generali lo spinge ad abbominare la politica e qualsiasi scienza sociale, concentrando il fulcro del suo interesse sull’individuo…”

Una precisazione: quando io dico non credo, intendo attualmente. Né per la politica, né per la socialità, né addirittura per la religione, io ho cessato di sperare.

Anch’io, con te, non credo sia possibile concepireuna massa felice” se tutti, senza eccezione, gli individui che la compongono non sono felici.

Ma non giungo a trarre le tue conclusioni che il politico è autorizzato a gestire il popolo come se fosse il suo armento, a cui togliere le risorse per farsi più celebre e ricco. Attualmente, non mi va di matrimoniarmi con alcuna ideologia politica.

Apprezzo la tua frase pasoliniana:l’anarchia conduce direttamente al dispotismo”. Eccomi quindi precipitato in un’aporia da cui non scorgo possibilità d’uscita. Attualmente. Concordo anche sul fatto che, quando è immerso nella natura, l’uomo sia un Altro. Nego che sia più felice, ma diversamente alienato. Non alienato? Forse. Allora diversamente infelice. Quando hai un po’ di tempo, leggi Le cose crollano di Chinua Achebe. Ne avrai ampia soddisfazione.

Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi

Mi fa sentire meno in colpa il fatto chenel testo francese egli non cerca una lezione sul metodo storiografico, bensì un repertorio di fatti, argomentazioni ed esempi, mai discussi in quanto tali, ma assunti come spunti per il proprio ragionamento o come conferma autorevole per le proprie tesi.”

Scommetto che, finora, ti sei perso anche il Marcuse di Eros e civiltà. Leggilo, sient’ammé.

Infatti se la libertà consiste sommamente nell’equilibrio, allora non si dà civiltà autenticamente libera senza uno stato di mezzo, capace di produrre un ‘temperamento della natura con la ragione’.

Una volta, mi ricorda Chiara, tu hai ricordato ai tuoi lettori che il re era un dio; ora non più, solo lui si crede tale, e per rimanerci s’inventa di tutto, anche l’onestà. Ora questo “annullamento della distanza fra il divino e il regale”, ingiustizia che aveva allora una sua strana ragione, “non è più fonte di immaginazione poetica e diventa mera strategia politica.

La prossima frase, a proposito della felicità degli uomini, mi fa restare dubbioso: “bisogna richiamarli ai loro principii, vale a dire alla natura.” Non accetto al momento, la tua tesi. Ma ti provoco: in caso di calo di Eros, a chi si rivolge l’uomo naturale e selvaggio? Non certo a uno psicoanalista. Al gorilla? In genere accetta la sua condizione di vecchio. La domanda è se è felice. Atarassico? Depresso? Eliminato, come accadeva ai vecchi eschimesi che venivano abbandonati in luoghi frequentati dagli orsi?

Mi dispiace, ma oggi mi sono alzato male, per cui obietto ancora: “le opere della natura non si possono migliorare, ma alterandole, si può solamente corromperle, e questo principalmente per nostra mano.”

Non so se si possano migliorare, ma non si può non alterarle, col rischio di corrompere l’ordine, di aumentare l’entropia (e questo pare confermato dal secondo principio della termodinamica), per mano anche nostra. Secondo Bohr, la natura esiste com’è solo quando l’osserviamo, mutandola al contempo, come essa trasforma noi. Secondo la relatività, invece, Uno e Altro (chiunque sia, anche un Maori) crede di essere Uno, e che solo l’Altro sia Altro. Non si può avere certezza di alcuna delle nostre (im)probabili speculazioni individuali.

Infine, non esiste alcun errore benefico, prodotto dalla religione, dalla filosofia o dalla scienza, bensì un errare individuale, disgiunto dalla verità e sempre probabilisticamente impreciso. Chi poi se ne giova lo può anche definire Verità. Come dici tu, si tratta di unafertile illusione”. Non per tutti fertile, forse.

Ti sto imitando, caro mio. Chiara dice che anche tu “l’auctoritas del testo francese” la declinavi “in direzioni diverse” facendola “interagire con la parte più innovativa del tuo pensiero.”

Montesquieu condannava l’epicureismoin quanto filosofia destabilizzante”. Tu esageri, come sempre, facendo di tutta la filosofia un fasciocapace di far vacillare la solidità dell’edificio sociale fondato sui principi religiosi e sull’amor di patria”, conducendo “l’uomo all’egoismo”.

Montesquieu usa la lezione tratta dalla Storia non solo per capire il momento attuale, ma anche per trovare un metodo terapeutico, quasi fosse un medico, ma per te “questa legge mutabile, se anche esistesse, non interesserebbe”.

Interessante il capitolo dedicato alla lettura che hai fatto dell’opera di Mme de Lambert. Il sottotitolo è Glissez, n’appuyez pas, sorvolate, non approfondite.

Autrice non facile da digerire per te, in quanto ella armonizza la sua ricerca filosofica con i valori di quel cristianesimo, che non ti appartiene, eppure… tu sai cogliere quello che ti serve per approfondire le ragioni del tuo disagio intellettuale.

Nel tuo Zibaldone dici una cosa che mi meraviglia. Sappi che, insieme a quest’opera di Chiara, sto leggendo I quattro maestri di Vito Mancuso. Ti riporto una parabola di Buddha. Si trova in un bosco con i suoi discepoli, ai quali mostra un pugno di foglie e chiede loro se sono più numerose quelle che ha in mano, oppure quelle presenti in tutto il bosco. È una domanda che contiene in sé l’ovvia risposta. “Così, o monaci, quel che io ho realizzato e non vi ho partecipato è molto di più di quel poco che vi ho partecipato. E perché non ve l’ho partecipato, o monaci? Perché non è profittevole…” Ha loro partecipato soltanto l’insegnamento che riguarda il dolore e come evitare il danno che esso provoca.

In Zib. Ff.651-652 del 13 febbraio 1821, tu scrivi: “La curiosità, o il desiderio di conoscere, non è che per la massima parte, se non l’effetto della conoscenza. Esaminate la natura, e vedrete quanto la curiosità sia piccola, leggera e debole nell’uomo primitivo; come non gli cada mai nella testa il desiderio di saper quelle cose che non gli appartengono, o che sono state nascoste dalla natura…

Questo è il nostro cruccio, più sappiamo e più ci sentiamo ignoranti e bisognosi di colmare questa nostra mancanza, che è simile a un abisso, in cui temiamo di precipitare. Più sappiamo e più ci interessa il resto.

La Madame, non te, non io, è eudemonista, e per lei la filosofia può condurre alla felicità: “rien n’est plus opposé au bonheur qu’une imagination delicate, vive et trop allumée” (Avis d’une mère à sa fille).

Il Buddha intendeva il Nirvana come pura luce. Plotino disse:Sarai ridotto a null’altro che a vera luce” (Enneadi, I, 6, 9).

Probabilmente, più che loro in luce, siamo noi in ombra e forse, come diciamo a Reggio, l ē al nôster bèll. Peut-être.

Eppure le due anime, la tua e quella di Madame, si sommano e si integrano, pur restando diverse: “In entrambi, dunque, la teoria della ricerca del piacere è dominata completamente dal concetto di mancanza e da quello di assuefazione che genera noia.” Occorre sempre andare oltre, né tu né lei siete immersi nella natura, ma nei vostri pensieri.

Ma seMme de Lambert invita agostinianamente a liberarsi dallo spirito immaginativo (‘Ne soyez point en commerce avec votre imagination’) per privilegiare quelle virtù cristiane che sono ipso fatto anche virtù sociali, Leopardi legge tutti i fenomeni dell’animo umano alla luce della facoltà immaginativa.”

La lotta fra Eros e Civiltà avviene quando si vive fuori dalla Natura. E conduce al sacrificio, ma prima bisogna scegliere: preferisco rinunciare, soffrendo, all’amputazione delle mie facoltà emozionali, o patire le conseguenze del mio attaccamento a esse?

Giacomo Leopardi - Painting by A. Ferrazzi - 1820
Giacomo Leopardi – Painting by A. Ferrazzi – 1820

Per te, Giacomo,Morale, fede religiosa e illusioni vengono quasi a coincidere…

Ma la stessalegge naturale” è come “un sogno”, poiché anch’essa appartiene “alle idee relative”.

Molto inquietante il tuo genio, quando affermi: “Dove è nulla, quivi è spazio, e il nulla senza spazio non si può dare… Per tanto (…) fuori dagli ultimissimi confini dell’universo esistente, v’è spazio, perché nulla v’è.”

Nulla si sa a proposito, se cioè lo spazio previene la materia. Però è bello immaginarlo. Einstein parlava di etere. Tu che ne dici?

Tu parli di speranza e la definisci infinita, come quello che scorgi sporgendoti dalla tua finestra. Io questa ho, l’unica virtù teologale che pratico quotidianamente. Mi riempie, come dici, tu di consolazione e mi tiene in vita.

Nego una tua frase:Sicché la natura ci aveva già fatto saggi quanto qualunque massimo saggio del nostro o di qualsivoglia tempo.”

Ignoro quanto saggi siano i Maori (e se lo siano anche quando organizzano, se lo fanno ancora, la caccia alle altrui teste). Ti prego però, quando hai tempo, di leggere Le origini profonde delle società umane di Edward O. Wilson. E che mi dici di Siddharta (non quello di Hesse, ma il fondatore della religione meno religiosa del mondo) che fu per alcuni il quarto Buddha, per altri il settimo. E c’è chi dice che di Illuminati ce ne siano stati 1.200. Egli non tornò alla natura, ma a sé. Egli negò sia l’anima che dio. Ma nulla del resto.

Né accetto quanto afferminell’ultima, notissima pagina dello Zibaldone, cioè che l’uomo non possa imparare nulla in teoria, ma solo praticando.” In tal modo non contempli la possibilità ontologica insita nella meditazione. Il problema caro mio è che tu e io pensiamo troppo alle cose che sogniamo e non ci fermiamo mai abbastanza a riflettere su quel nulla: “Il pense, il pense, il pense… Sans fin.”, così disse di me un amico di un mio amico. Che avesse ragione?

Leopardi vede nella morale una pura legge di convenienza, nata all’interno della società per una sua intima necessità, crede cioè che essa sia legata alle circostanze, esizialmente lontana dalle leggi assolute ed eterne.”, che chissà quali sono e se sono. Forse (non) esistono in quel nulla, in quell’abisso.

Per finire, Chiara coglie l’analogia finale fra il tuo pensiero e quello di Madame, la quale dice che “Rien ne vous avilit tant, et ne vous met tant au-dessous de vous-même, que les passions; elles vous dégradent. Il n’y a que la raison qui vous conserve votre place.” (op. cit.).

Questo è per ampi tratti lo stesso percorso di disinganno compiuto dall’ultimo Leopardi…”, per cui “egli rinuncia anche al fondamentale potere dell’immaginazione.” Anche quello che conduce alla passione amorosa: “spezzato con esso, a terra sparso/il giogo” (Aspasia), dell’amore. Non rimane che contentarsi di se stesso.

Vedi che quel lontano Siddharta tutti i torti non aveva?

La funzione svolta dalla lettura di Madame è, alla fine, soprattutto un invito a quello che oggi chiamiamo sempre più spesso resilienza, accettazione paziente della disgrazia. Da qui il “detto scherzevole”, ma non troppo: “Glissez, mortels, n’appuyez pas”, verso di Pierre Charles Roy, nella quale “viene compendiata con leggerezza apparente ‘tutta la sapienza umana”, nonché ogni acquisizione dello studio filosofico.

Non so dove voglia andare a parare, la nostra Chiara, col capitolo dedicato agli exempla del Segneri. Il quale, tutti, a parte me, sanno che era un gesuita ed erudito scrittore, pare più compreso dai meno titolati critici, che dai maggiori (come ad esempio De Sanctis).

Chiara cita varisuoni, squilli, rintocchi di campane, versi e canti di animali (la rana, il passero, la gallina, le greggi e gli armenti…), lieti rumori, tintinnii, stridori, musicali accordi, un canto femminile che accompagna il fruscio sordo del telaio, quello dell’artigiano che torna a casa a tarda notte, e poi lo stormire del vento, e i silenzi che, sempre, in Leopardi, si odono tanto da acquistare una consistenza quasi fisica…” Tutto ciò “fa di Leopardi un poeta dallo ‘sguardo sonoro’

Chiara poi svela quel che il lettore già si aspetta, che Leopardi, come lo stesso Segneri, ha “una puntualissima esperienza del dato materiale di partenza”; per cui il suo materialismoè tutto compreso nella riduzione di ogni dato o questione al suo fondo sensibile, alla possibilità di percepirlo e dunque di comprenderlo, a partire dai cinque sensi.

Segneri ama “la nuda semplicità”, la “sincera notizia”, che non poteva che interessare l’onnivoro genio di Recanati. Ciò che ingeriva era tanto, per cui un cibo facilmente digeribile non poteva che essere prediletto.

Ancora Segneri utilizzaun procedimento di questo tipo, per certi versi analogo a quello messo in atto da Galilei in ambito scientifico” e “non poteva non suscitare la curiosità e l’interesse di Leopardi.

Senti, Leopardi, ecco perché ti voglio così bene: “Simile al cinnamomo, Leopardi si appropria di tutto ciò che legge, ne trattiene il succo come il ‘vello di Gedeone’ con la rugiada, ‘senza lasciarvene cader dattorno neppure una sola gocciola’, e Segneri non fa eccezione a questa legge naturale.

Le sue opere utilizzano delle immagini chetrasmettono un insegnamento profittevole per mezzo di una lingua comprensibile alle masse e insieme piegano il meraviglioso a uno svolgimento drammatico e pedagogico, congiungendo filosofia e immaginazione: un principio che terrà presente ancora Leopardi…”: tu parli infatti ai tuoi contemporanei riunendole due qualità e i due pregi che consistono nelle parole e nelle cose.”

Sempre Segneri:È indubitato che al Tutto non poté procedere dal Nulla” e “nulla non può dare ciò che non ha, voglio dir l’essere reale…”, quindi “vi fu qualche Essere, necessariamente esistente, il quale donò l’essere a ciò che non lo godea.Al che tu rovesci il sillogismo e individui “nel nulla la radice di tutte le cose.” Re-agisci nel vero senso della parola.

La Natura, secondo Segneri, la “perfezione del sistema di natura”, per la sua semplicità, “necessita di un Dio previdente, ordinatore, teso al bene”. Per te, Leopardi, “natura, divinità e fato tendono a sovrapporsi.

Che siano tutte illusioni? Che il tempo, come dicono Barbour e Rovelli, siano finzioni cosmiche?

Ma molto di più poteva colpire Leopardi l’immagine di un cosmo dove microscopico e macroscopico erano collegati sullo stesso piano, e anzi in cui l’infinitamente piccolo esercitava una preminenza sull’infinitamente grande.” Lo sai che anche Siddharta, chissà come, lo sapeva?

Chiara Fenoglio
Chiara Fenoglio

Per te, caro, gli animali fornirannoil modello utopico di una nuova umanità capace di sostenersi a vicenda nei pericoli e nelle sciagure”. E citi, comeparadigma di una civiltà il più vicino simile alla naturale”, le api e le formiche. Anche in questo caso ti consiglio il libro di Wilson. Ti accorgerai che non tutto rispende in quel mondo, ad esempio l’individualità, che cessa di esistere, perché priva di senso, e che conduce uno di quegli imenotteri a sacrificare sé e i propri cari, e in alcuni casi di ucciderli brutalmente, per salvare la società.

Giulio Bollati dice cheLeopardi quando toglie, tanto dà ai suoi scrittori, chiamati a partecipare” alla tua scrittura, comunicandola a “una comunità creativa di uguali”.

Tu innalzi “il particolare” al generale e, grazie al tuo inconfondibile stile, la “costruzione sistematica di sé e del proprio mondo; nello stile si manifesta la capacità dell’intellettuale di far convergere etica, estetica e conoscenza.” E tu individui nelle opere di Segneri il tuo “modello morale.”

Il terzo capitolo riguarda il valore fondante della letteratura.Per il Leopardi il Risorgimento è una storia tutta interiore, un impulso dell’animo, un ardore del cuore che si apre alla relazione con l’altro…Per Chiara, tu intendi l’italianitàuna categoria politica, una categoria morale”, che si conforma a chi, come te “la lega a ingegno, eroismo e magnanimità”.

Solo la filosofia morale può agire sul’infelice stato della morale pubblica ai nostri tempi, e quella totale rovina e dissoluzione dalla quale è minacciata al presente la società, per la diffusione di principii incompatibili colla vita sociale degli uomini.”

Dice Chiara che per te bisogna andare a ritrosodal piano etico e letterario, che è stato l’ultimo a corrompersi, ma dal quale è possibile attingere le energie per un rinnovamento estensibile a tutta la societas.”

Il quarto capitolo si occupa della morte e del nulla. Anche qui ti riferisci all’uomo naturale come colui che non è guastato dalle paure tipiche di quello moderno, che ha paura di perdere la sua individualità. I californi vivono quietamente e in armonia con se stessi e con il mondo che li circonda, ignorando il pensiero analitico, ma fondando il loro stare insieme in un pensiero che serve unicamente a mitizzare tale armonia e a contemplare “liberamente senza nè desideri nè timori la volta e l’ampiezza dei cieli, e l’aperta campagna non ingombra di città nè di torri.

Un esempio delle costrizioni di cui siamo pur riconoscenti vittime è la correzione automatica di quanto scriviamo con gli aggeggi elettronici. Ho scritto varie volte e il programma di scrittura ha sempre corretto con : tornando sulla parola, correggendo a sua volta l’accento corretto (al tempo d’oggi, ma forse non al tuo), si riesce ad imporre la forma da te scelta. Queste regole, ovviamente, non esistono in una società illetterata e naïve. Ne esisteranno di certo altre, e non so quanto, per noi, accettabili. Anche per questo, ti invito a leggere il libro di Achebe.

La religione quindi non è un fenomeno naturale e innato, anzi si sviluppa e si modifica cl, mutare delle condizioni storiche e sociali.” Io credo, ma non ne posso esser certo, che una forma di religio, di legame, esista in nuce non appena due esseri viventi accettano di vivere insieme. Occorre cioè fare riferimento a un Altro, maggiore d’entrambi, a cui affidare il Giudizio, parola la cui iniziale diventa sempre più maiuscola, quando si allarga il gruppo sociale.

I selvaggi che vivono in scarne tribù, tu dici, non si preoccupano del dopo vita, limitando la loro cura alla presente. L’evoluzione mistica si giustifica col fatto che, quando poi aumenta il numero dei solidali, l’iniziale della parola Giudizio, cresce al punto che necessita dell’umana creazione di un Essere Giudizioso: Dio. Il quale, tanto più grande è divenuto, tanto più può promettere, persino l’impossibile, e anche la Vita Eterna. Questo avviene grazie a quella componente della mente umana che si chiama fantasia, immaginazione, la stessa che ti ha indotto a creare la tua Infinita Bellezza letteraria. Del resto, perché ti vai occupando di questi argomenti, se essa non è fondante della tua Anima, della tua stessa indole?

Quando dici che la fantasia non possa conoscere l’Aldilà, essendo per questo orba, getti nel mondo un’atroce verità. Ma essa si può ricreare nella tua mente, come già fu per Omero e per Dante. Può sognarla, come facesti tu col tuo Conte Leccafondi, che pur visitò (e tu eri con lui) il regno dei topi defunti.

Grande argomento, Leopardi, ma… possiamo volgere la nostra attenzione al prossimo?

Che è quella poesia che fin dal liceo mi procurava disagio: La ginestra.

La cui epigrafe, tratta dal Vangelo di Giovanni, è: E gli uomini vollero, piuttosto le tenebre che la luce.

Come già ti dissi, per Buddha il nirvana è pura luce. Il Dio di Giovanni è luce, mentre il Figlio è luce da luce.

Premetto, caro Leopardi, che io amo la Luce, che è sinonimo di fuga, e m’inquieta la gravitazione, quando si fa costrizione. I due concetti, luce che fugge, gravità che attrae, sono complementari, anche se apparentemente opposti. Qualcosa (c’è chi lo chiama gravitone, chi dice che sia una legge a tutti incomprensibile) costringe due corpi (ad esempio uno scrittore e un lettore) ad attirarsi l’uno all’altro: io a te, tramite Chiara. Nella fattispecie, vince sempre lo scrittore, che è il più massivo tra i due; ma non sempre, e la tua attività letteraria lo comprova. Di fatto, sia l’una che l’altra tendenza (chiamiamola così, non avendo altri termini) fanno sì che il cosmo sia quello in cui viviamo.

Connessa all’idea della luce, può esserci quella del fuoco che brucia. Cristo, la luce da luce, minaccia i suoi seguaci che, subito, non fra dieci minuti, devono abbandonare le regole del mondo per seguirlo nell’imminente Regno di Dio, prima dell’Evento Fatale quando verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti (Mt,13,49-50). “In Leopardi il flutto rovente incenerisce inesplicabilmente le civiltà, le rovine delle civiltà, ogni frutto del lavoro umano.”

Occorre quindi spalancare gli occhi, seguendo la luce che conduce alla vera conoscenza, connessa all’esperienza diretta, e non a quella di qualsivoglia mito, che ti possa permettere di vedere e, al contempo, di conoscere.

Krishnamurti invitava a vedere la realtà com’era, esattamente come si vede un cobra, senza sovrastrutture culturali.

Pochissimi uomini acquisiscono la capacità di rifiutare l’impostura e affrontare la verità e il deserto – “altrove assoluto, spazio disumanizzato ma anche locus del più alto sapere” che conduce “alla consapevolezza della propria condizione.” Il deserto, o la zona immediatamente sotto il Vesuvio, è anche il luogo dove lo studioso è meno infastidito dal prossimo, che vorrebbe intorpidire la tua mente con le sue favole distruttive al pari di un’eruzione, “o del picciol pomo che cadendo distrugge ‘in un punto’ il popolo delle formiche”.

Chiara, ti ringrazio di questi spunti e di avermi recato quell’energia che mi sarà necessaria per ritornare, il prima che posso, a rileggere quei versi inauditi.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Chiara Fenoglio, Leopardi moralista, Marsilio, 2020

 

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