“I quattro maestri” di Vito Mancuso: solo chi è nato, muore

Plotino disse: “Sarai ridotto a null’altro che a vera luce”. Anche per Buddha il nirvana è “pura luce”. Anche il Vangelo di Giovanni “parla di Dio dicendo che è ‘luce’”, mentre il Figlio è “luce da luce”.

1. Vivere

I quattro maestri di Vito Mancuso
I quattro maestri di Vito Mancuso

Quel che dici, Vito, nelle primissime pagine dell’opera, e che desumi da una citazione di Grossman, autore che conosco e amo, mi appare come la cosa più banale del mondo, più presente in me, cioè che quello che dà senso alla vita è “ciò che attiva e che nutre l’umano nell’uomo.” Davanti a me ci sono circa 500 pagine e 4 esseri umani che hanno fatto la Storia dell’anima umana: Socrate, Buddha, Confucio e Gesù. Una semplicità e 4 complessità. Vediamo come andrà a finire, ricordando sempre che banale deriva da bannum, cioè bando, proclama del signore.

Un problema che è sorto poco fa, discorrendo con il mio amico Riccardo Garbetta: ha senso dire anima umana? La questione la pongo ora, dopo aver discusso tra noi sulle questioni da te poste. Per Socrate l’anima è il demone freudiano che gli dice cosa deve fare. Per Buddha essa non esiste. Per Confucio, non lo so, credo di non aver capito. Per Gesù è un quid divino che è dentro di me, ma non ne sono certo. Ora però torno nel mio recente passato, a scrivere in itinere.

Tento di tradurre e di tradire il tuo pensiero: l’uomo è alla ricerca della felicità che, per essere tale, dev’essere fondata sull’armonia con l’Altro, e sulla cognizione del dolore: capirlo con la ragione, non solo con l’intelletto. Col cuore, non solo con la mente. Saper osservare il sangue che è dentro di noi, rapportandolo con quello che è fuori. L’uomo moderno deve conoscere la macchina che è in lui e saper affrontare l’uomo che è nella macchina. Per realizzare questo suo compito umano deve entrare e uscire da sé, e vedere sé da fuori e, contemporaneamente, da dentro. Essere in comunione con l’esterno e, insieme, sentirsi discontinuo rispetto a esso. Essere una parte e un tutto. Un nulla e un infinito. Di essere un quasi ed anche un assoluto. In queste relazioni apparentemente impossibili forse è celata la verità.

Ho cercato di mutare quel che hai detto, per poterlo meglio combattere, per cercare nella dissonanza una specie d’armonia. Ora sono pronto alla domanda che ti poni: “c’è bisogno di un maestro o è possibile cavarsela da soli?” È una domanda fondamentale, che potevi porti alla fine ma, poiché l’anticipi, ti do subito la risposta, la mia.

Il maestro è essenziale se tu non riesci a comprendere la ragione per cui non c’è bisogno di lui.

In altre parole: chiunque può essere il tuo maestro, anche un ingenuo bambino, un malato di mente, oppure l’animale di compagnia che allieta la tua esistenza. Chiunque può contribuire a produrre l’energia che alimenta la tua ragione. Ergo, possono esserlo Socrate, Buddha, Confucio e Gesù.

Se invece ti poni la questione: posso vivere senza relazioni, la mia risposta è no. In ogni attimo della tua vita tu sei correlato con il non tu.

Alla luce di questo, leggo la frase coraggiosa di Abelardo: “Se anche tutti i padri la pensano così, io però non la penso così.” Non conosco il suo pensiero, per cui prendo queste parole per quello che mi sembrano, eroiche e insensate. Hanno una loro ragione, soltanto se l’intelletto non mi ha portato a conoscenza con le idee di chi mi ha preceduto. Solo dopo che le conosco, decido cosa farne.

Da anni ospito, in uno scaffale del mobile indiano che è nel corridoio, Mein Kampf di Hitler, che non ho ancora letto (eppure sono certo che prima o poi giungerò a farlo). Le sue idee non mi appartengono. Intuisco che, quando l’avrò fatto mio (che è un’espressione che uso per i libri che leggo), non sarò diventato un sostenitore delle idee naziste, eppure sono certo che una parte di esse muteranno la mia vita. Altre le dimenticherò, altre ancora rinforzeranno la mia contrapposizione al nazionalismo. Ogni volta che mi capita di sfiorarlo, o anche semplicemente di scorgerlo, qualcosa di lui entra in me.

Esiste un libro che purtroppo ho citato già diverse volte, e ogni volta mi urta farlo, eppure ci ricasco sempre, che io odio. Si tratta dell’opera più importante e incompiuta del Marchese de Sade. Non ho mai cessato di condannare l’autore di quel libro malvagio, né sono mai riuscito a perdonarlo, eppure continuo a citarlo. Mi fa orrore persino riportarne il titolo, ma è una delle creazioni della ragione umana che più mi hanno mutato. Ho detto ragione? Sì, perché esso rappresenta il pensiero di quello scrittore, che è penetrato in me, come io in lui. E continua a farlo, a distanza di anni, ogni qualvolta mi capita di ricordarlo. Pur odiandoci reciprocamente, siamo da allora correlati, io a lui, lui a me.

Ti chiedi se non sia forse meglio rimanere ingenui e ignoranti su questo umano nell’uomo, e che per cercare di accostare questo concetto ci sia bisogno di maestri. Oggi più di ieri, abbiamo bisogno dei maestri dell’altro ieri.

Polemizzo con queste tre affermazioni. Per la prima: non esiste un’ignoranza, perché non v’è alcuna sapienza, se questi termini sono intesi in senso assoluto. Esistono solo in modo relativo. Io, da un decennio, so chi tu sei, tu hai qualche nozione di me forse da un anno o due. Ora siamo in relazione, ma io continuo a sapere di te più di quello che tu sai di me. È nella relazione reciproca, che avviene l’eventuale scambio di informazioni.

Socrate sapeva di non sapere. Io non so se so. Chi dei due è più sapiente? Ma lo sai che io so chi è lui e lui non ha mai saputo chi sono io? Ognuno ha l’ignoranza che si merita. Come ogni particella ha la sua quantità di moto e di posizione, dati non commensurabili con esattezza, garantisce Heisenberg con il suo principio.

Jiddu Krishnamurti
Jiddu Krishnamurti

Sì, abbiamo bisogno di maestri, ma non necessariamente di quelli antichi: anche tu, mio avversato insegnante di vita, sei per me importante. C’è chi crede che un papa, l’attuale o uno dei due che l’hanno preceduto, lo sia. C’è chi confida in qualche maestro indiano, magari emigrato negli States, il cui segretario è scappato con la cassa; chi invece fa affidamento a colui che sapeva far nascere le gemme preziose da un pugno di sabbia; o chi, come me, prova una forte affezione a Krishnamurti, il cosiddetto antiguru, colui che, nelle lezioni che diffondeva nei suoi asram, diceva che non bisogna aver maestri.

Poiché vale il detto che ôgni cajòun a gh à la só pasiòun, tutti noi abbiamo il nostro personal magister. A questo punto, ti propongo: ciascuno di noi dovrebbe imprestare il proprio maestro al suo prossimo. A n gh è trést cavàgn che an vîn bò na volta l’ân. Il cavagno è quella cesta di vimini che, pur spelacchiata e ultracentenaria, va bene quando si vendemmia.

Dici che, almeno fino a un certo punto, occorre seguire un battistrada. Non riesco ad accettare tale subordinazione: preferisco stare al fianco del mio maestro, per sempre. Se è una faccenda di anime, non sono previste priorità.

Un’altra necessità: vedere nel prossimo, qualsiasi forma egli assuma, un proprio maestro. È difficile, ma non impossibile. Ergo, anche il tuo più grande maestro è tale se riesce a imparare da te.

Il proposito di Cartesio: “costruire sopra un fondamento tutto mio”, è irrazionale. Non esistono fondamenti e non esiste nulla che sia tutto mio.

Una tua frase notevole:Il vero maestro è colui che genera libertà anche rispetto a se stesso.” E: “Il vero maestro ama tanto la propria quanto l’altrui indipendenza.”

Gesù ha detto:Vi è stato detto, ma io vi dico.” Tu auspichi che ciascuno arrivi a dire: “Mi è stato detto, ma io mi dico.” Non voglio intervenire quanto sia auspicabile la congiunzione avversativa, del resto da ogni incontro avviene una reazione che rimescola i fattori, per cui adatterei la frase: “Poiché mi è stato detto, ora mi sto dicendo”; poiché panta rei, anche la mia doxa scorre verso un luogo che al momento ignoro.

Pregevole da parte tua, onesto cristiano, di rigettare il detto di Gesù: “Uno solo è il vostro maestro”, poiché da ognuno è possibile, doveroso imparare. Se ve ne fosse solo uno, egli cesserebbe di farlo, fondando sulla sua sapienza il principio della propria ignoranza.

Concordo con te sulla funzione relazionale delle dottrine filosofiche e religiose: esse hanno una funzione catalizzante, sono gli enzimi che creano le reazioni chimiche che realizzano l’esistenza del singolo e delle società. Sono una fonte di energia, che è già presente, ma che richiede una specie di sacrificio al fine di realizzare, risvegliare, ricreare un’antica e perenne novità umana: l’umano nell’uomo, appunto.

Il discorso è discutibile, ma è bello discutere con te, ad esempio la successiva divisione che proponi: “Socrate fu un educatore, Buddha un medico, Confucio un politico, Gesù un profeta.” Sono curioso di leggere il resto, caro amico. Prima ti faccio una confessione. Nonostante quello che ho detto, se incontrassi uno di questi maestri, molto probabilmente m’inginocchierei.

 

2. Socrate

Sintetizzo la tua prima disamina: Socrate intese essere “un educatore alla vita secondo virtù”.

Indichi “i due pilastri concettuali del messaggio di Socrate: virtù e anima. L’opera socratica si gioca tutta nel collegare questi due concetti che, come pilastri fondativi danno vita a un ponte il cui nome è educazione.” Psyché = anima = coscienza morale.

Attacco te, ora, amato Socrate, per una frase che ti hanno attribuito: “Se uno vende la sua bellezza per denaro, lo chiamano puttana…, lo stesso vale per quelli che in cambio di denaro mettono in vendita la propria sapienza.” Il discorso era mirato a quei sofisti che facevano pagare il loro insegnamento.

Busto di Socrate - Musei Vaticani
Busto di Socrate – Musei Vaticani

Il concetto di meretricio, qualunque esso sia, riguarda la vendita della propria merce, non esente da colpa, ove essa è procurata dal tipo di società in cui si vive. Socrate, si dice, forniva gratuitamente il frutto della sua sapienza, confidando, forse, in una sua “piccola eredità”, oppure “sugli aiuti dei discepoli”. E se non avesse avuto né l’una né gli altri? Si sarebbe ridotto alla fame?

La frase acquista un senso se chi ha dei talenti, ne approfitta per accumulare la ricchezza. La questione è notevole se presa in senso assoluto, ma non lo è in riferimento al caso in particolare, poiché nulla si sa di certo sulla questione.

Socrate mangiava poco, ma beveva molto vino, tanto che “aveva una pancia più grande del dovuto”: Ancora: ôgni cajòun a gh à la só pasiòun, dicono dalle mie parti. Ma chi glielo offriva, come se lo procurava? Altra questione che è bene non trattare.

Era un tipo cittadino, che amava gli assembramenti e che mal si sarebbe adattato alla presente pandemia. Parlava molto e per tali motivi, in assenza di social groups, frequentava “portici, piazze, palestre, ma anche botteghe artistiche e artigianali”, dovunque trovasse un uditorio. Disprezzava i luoghi isolati, anche se immersi nel più lussureggiante ambiente naturale, perché “la campagna e gli alberi non mi vogliono insegnare niente, gli uomini della città invece sì.” È uno strambo ragionamento che lascia perplessi, che se non vale per tutti gli studenti (me compreso), non vale, in assoluto, nemmeno per lui.

Ognuno sceglie la materia del suo studio: quello di Socrate era l’anima umana.

Vito, tu distingui i filosofi, gli amanti della sapienza e della speculazione intellettuale, in due categorie: “Vi sono individui in cui l’esercizio del pensiero richiede compagnia e che danno il meglio di sé nelle conversazioni improvvisate nelle case e nelle strade; e ve ne sono altri che invece necessitano di solitudine e raccoglimento e che quando vengono chiamati a conversare risultano spenti, a volte quasi bloccati.” I primi non amano scrivere, pur potendolo fare, gli altri non riescono a evitarlo. Tra i primi vi sono i quattro maestri, che non scrissero forse mai nulla, o di cui nulla ci è pervenuto. Tra gli altri, ci sono io, e anche, e qui ti voglio provocare, un certo Mancuso.

A proposito del “procedimento detto élenchos”, con cui Socrate picconava “sistematicamente ogni vuota espressione verbale che gli capitasse a tiro”, attraverso l’arma dell’ironia e dell’autoironia, ti racconto di un mio amato e perduto amico.

Una volta Gino e io eravamo nel bel mezzo di una disfida a chi non mollava la tenzone… Lui mi si avventò addosso col suo vocione e io, messo alle strette, gli dissi Lo sai, caro amico, che quando parlo con te, io miglioro sempre?! Al che mi fissò con un misto di pena e riconoscenza, e gli sembrò forse che stessi finalmente per cedere… Ah sì?, mi disse. Sì, caro, io miglioro ogni volta, tu invece rimani sempre quello che sei! Ecco, queste mie parole lo facevano infuriare… e poi lui diceva che io cambiavo sempre traiettoria nelle questioni, che le spostavo (ed era vero) e questo lo destabilizzava (non mi usciva l’ernia a fare ciò). Lui, invece, qualunque cosa qualcuno affermasse, riusciva a individuare il punto debole, l’anello che non reggeva, e distruggeva in tal modo il suo discorso. Come faceva Socrate, ma urlando come un corposo ossesso.

Il problema è quando due picconatori incrociano le armi, e la capacità di distruzione (e di autodistruzione) raddoppia. Non potendo costruire nulla, mi accanivo con malanimo a schivare ogni suo (ed anche mio) tentativo di costruire e di condividere una ragione. E questo esempio prova il fatto che un simile comportamento o è mirato a un aspetto della discussione, e ad esso limitato, o nega ogni possibilità di dialogo.

Socrate sapeva che la sua sapienza era nulla, se intesa in senso assoluto. E che ogni sua relativizzazione perdeva di valore, poiché restringeva la portata della sua azione. E allora? Se ogni ragionamento non può essere totalizzante, e ogni particolarizzazione non serve a nulla, che occorre fare, tacere? No! Socrate amava parlare. Questa aporia rappresenta forse il suo dramma umano.

Perché, allora, cercava discepoli, come fece in quella “stretta via” con Senofonte?

Nel mondo fisico sono possibili due alternative, tra loro al momento inconciliabili: la fisica relativistica e quella quantistica. La prima assicura che ogni conoscenza, ogni percezione del mondo è relativistica: io lo vedo, questo mondo, in una maniera diversa da quella con cui lo vedi tu e chiunque altro. L’unica (apparente) certezza è la costanza della velocità della luce nel vuoto.

La seconda nega ogni certezza nella conoscenza, che può essere soltanto probabilistica e perciò ipotetica. Inoltre, ogni osservazione muta il fenomeno osservato. Pertanto: so di non sapere. E che nessuno possa affermare il contrario. Inoltre esiste (ma ha senso qui, non qui!, usare tale verbo?) un non luogo/non tempo, al di sotto dello spazio di Planck, in cui non sono consentite previsioni di alcun tipo. Io forse so che l’ignoranza è la condizione della nostra conoscenza. E se fosse il contrario, che io so tutto, ma non so di saperlo? Aspettiamo Gesù e Buddha prima di rispondere a questa goffa domanda? Su Confucio, che leggiucchiai anni fa, non ripongo eccessive speranze.

Per fare politica, la prima indispensabile dote è, per Socrate, la statura morale.”

Per resistere alle tentazioni insite nel potere di poter mettere le mani sulla città: “vedo la forza della città, che possa averla vinta su me e su te.” La città è un oggetto inanimato, come può averla vinta su un essere vivente? Come tentazione, che ti induce a possederne le ricchezze? Per compiere tale misfatto, occorre corrodere sé e gli stessi cittadini, con l’arma della falsità e dell’ipocrisia. Inoltre, per poter rimanere all’apice, chi governa deve “ragionare non in base a ciò che è giusto in sé, ma a ciò che piace di più.”

Il paragrafo sulla religiosità è il più interessante. “… era proprio il pensiero a indurlo alla convinzione dell’esistenza del divino…” – il pensiero quindi conduce a credere con fermezza.

Socrate parla esplicitamente di un progetto di un ‘demiurgo sapiente e amico degli esseri viventi’

Ne consegue una specie di affermazione che quell’Essere Eccezionale è necessario alla natura, per cui un famoso papa arriverà a dire: Credete che Dio esiste. Altrimenti vi scomunico. La Prova che ho Ragione è Mia, per cui non ve La comunico. Il Demiurgo è solo il Demiurgo. La prova della sua esistenza appartiene a un Eminente Qualcuno che, diversamente da te, piccolo uomo, SA. Si tratta del più osceno pericolo sotteso a qualsiasi religione.

La morte di Socrate - Jacques-Louis David
La morte di Socrate – Jacques-Louis David

Ben più stimolante èla voce che, allorché si manifesta, mi dissuade sempre dal fare quel che sono sul punto di fare, e invece non mi incita a fare quel qualcosa.

Si tratta quindi di una censura a evitare un qualcosa, non di un’incentivazione a raggiungerlo. Platone diceva questo, Senofonte invece propendeva per il doppio stimolo. Kierkegaard dà ragione al primo filosofo, io provo simpatia più per l’idea del secondo. Ma non m’azzardo a dare ragione a nessuno. To daimónion: chi era costui? Un quid che negava e nulla più? Negava anche se stesso? Io ho fiducia nella vita che prevede che si vada, e che si resti, che si fugga davanti al nemico, e che lo si combatta. Che ti dia coraggio, e che te lo annulli. Nel contrasto io vedo una pur minima speranza di libertà. E stavolta, abbraccio Senofonte, facendo spallucce a Platone e a Soren.

Sul processo e sulla condanna di Socrate non so dire nulla, se non che non li capisco. Tu dici che tre sono le possibilità: una ragione politica, una religiosa, una socio-politica. Prevale, dal tuo punto di vista, mi pare di aver capito, quella socio-politica: uno come lui non serviva al potere, perché non serviva il potere. Anzi, rappresentava colui che non voleva essere rappresentato: l’irriducibilmente anomalo, quello che fu, nell’Italia degli anni ’70, Pier Paolo Pasolini, PPP. Ma continuo a non capire. Concordo con la Arendt, che Socrate fosse destruens più che costruens. Ma da qui a ucciderlo! Sicuramente la sua fu un’età instabile, e lui vi era profondamente immerso. Non riesco, per quanto mi sforzi, a giudicare razionale il suo martirio, che è, come disse Nietzsche, un suicidio. Assai più di Cristo, il quale è un altro mistero per me insolubile. E se fosse solo stupido egoismo e folle mania di grandezza? Socrate mi ha insegnato a dubitare di tutto. Ma non mi ha insegnato ad accettare l’irrimediabile destino d’ignoranza a cui egli ci ha condannati. Io mi ribello, caro mio, alla tua maledizione. E, al contempo, piango la tua morte. Tu sai di non sapere. Io non so se so, se cioè, dentro il mio umano nell’uomo, ci sia o no la verità. Ma io non cesserò di cercarla. Essa conta, non la mia esistenza. O il mio nome, che getterei ai porci, che sottoporrei alle più perfide ingiurie, pur di poter raggiungere la consapevolezza dell’essere.

Per disonesta onestà, ti confesso che sto leggendo la tua opera, contemporaneamente a Leopardi moralista di Chiara Fenoglio, per cui non mi giunge improvvisa e inopportuna la tua domanda Come devo vivere?

Socrate e quel caratteriale (scusa ma sono fresco reduce da un libro di Giuseppe Giuda Berto) di Cristo, dicono più o meno la stessa cosa: Io ubbidisco a Dio e a nessun altro. Tutto dipende da chi sia quel Dio, se incommensurabilmente interno o incommensurabilmente esterno. Sia l’uno che l’altro dei nostri eroi richiedono una conversione (per lo più a U). Questo predicava il nostro comune amico Padre Aldo Bergamaschi, che diceva che non ci si convergeva un giorno sì e l’altro no. Bensì, una tantum. E poi si doveva proseguire dritti, seguendo quel mito che si chiama virtù, che per l’Alopecio è un retto sentire, un seguire le indicazioni della propria interiorità. Non quella altrui.

Attenzione: “… quando commettiamo ingiustizia verso gli altri, in realtà stiamo contaminando noi stessi introducendo dentro di noi un virus che poi faremo molta fatica a debellare.Prova a pensare, caro Socrate, caro Vito, cosa ne pensa della tua concione un leone dominante sul suo simile rivale che ha appena sbranato o ridotto all’impotenza. Ne va da sé che questa tua, o vostra, teoria vale solo se si assume che un uomo non deve essere homo hominis leo.

Il rifiuto di rendere il male per il male è analogo, ma diverso, rispetto all’insegnamento di Gesù. “Nel caso di Socrate non si tratta di amore del prossimo, ma di amore di sé.”

Cicerone dice cheSocrate fu il primo a far scendere la filosofia dal cielo, a collocarla nella città, a introdurla nelle case e a costringerla a occuparsi della vita e dei costumi, del bene e del male.”

Socrate pensa a se stesso, Gesù a tutti, più che a sé. “Il punto di svolta consiste quindi nella centralità della coscienza” che indica a Socrate ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, prescindendo dalla legge esterna degli uomini. Socrate non è trasgressivo per scelta sociale, ma per natura, per l’umano che è nell’uomo. Il nuovo Dio è l’autocoscienza. È il fondatore della filosofia come morale della morale come filosofia. Hegel dice che Socrate e Gesù dovevano essere colpevoli, perché è dalla loro condanna che si attua la loro rivoluzione. L’etica, con Socrate, diventa un movimento interno e quotidiano, asociale; che si socializza dopo che si è formato, non durante.

Secondo Giovanni Reale, “… per Socrate l’anima è l’io consapevole, è la personalità intellettuale e morale.Tu aggiungi: “Oggi la crisi del concetto di anima viene a coincidere con la crisi del concetto di coscienza morale.” Suggerisci quindi una cura alla stessa, per stare bene e per comportarsi meglio. Jasper dice cheSocrate voleva educare.”

Maieutica, da maîa, levatrice, come fu la mamma di Socrate. Far partorire qualcosa che assomiglia alla verità? O far uscire quell’umano che è nell’uomo? O è la stessa cosa? E cos’è? Forse l’anima? Socrate afferma di sapere di non sapere e predica la sapienza. Forse, sapendo di non sapere si creano le pur fragili basi di ogni conoscenza?

Sintetizzo il tuo riassunto del pensiero di Socrate: 1) occorre avere uno scopo nella vita, che è curare l’anima e la sua consacrazione alla virtù 2) la virtù è sapere 3) meglio patire un’ingiustizia, che procurarla.

Curare l’anima? Io credevo fosse immortale. Non soggetta ai virus. La sua forza è altra rispetto alle forze naturali. Oppure no, sono tutte fantasie, essa non esiste. Contraddizione: non è possibile sapere, scopo della vita è sapere. Occorre la volontà. Occorre la volontà? Davvero?

Una frase che corrisponde al mio attuale peregrinare alla ricerca di un senso: “… per praticare compiutamente la virtù bisognerebbe sapere con precisione in che cosa consista.” La successiva è ancora più chiara: “il modo migliore per predicare la virtù adesso è proprio quello di dedicare la vita a sforzarsi di capire che cosa sia.”

Due notizie che mi fanno piacere: 1) “il bene esiste” 2) “è raggiungibile”.

Il procedimento che ti guida si chiama fede.

L’etica è “philo-areté, ricerca affettuosa e integrale del bene e della giustizia, secondo una concezione di filosofia come modo di vivere e di essere.”

Sapere intesocome capacità di guida e di controllo di sé” al fine di “scegliere sempre il bene e di evitare il male.

Gnóthi seautón”, “conosci te stesso”. Sapere è il Sé.

Questa impossibilità di fissare una volta per tutte il contenuto del bene e del male e le relative conseguenze fa sì che il rapporto con il bene non sia solo intellettuale, ma anche sentimentale ed emozionale.”

Meglio subire l’ingiustizia piuttosto che commetterla. Perché? Tentativo di risposta: perché se fai del male ti allontani dalla tua ricerca. Subirlo no, reca solo dolore. A questa tua ottima disamina, vorrei aggiungere due o tre pochezze. Immaginiamo un anziano ipertricologico e dallo sguardo torvo, chiamiamolo Karletto, che dice che l’economia è la struttura, e tutto il resto è sovrastrutturale.

Scopo del filosofo forse è togliere quel che non serve, l’inutile, il non essenziale. Non era questo lo scopo dello scultore fiorentino dal naso schiacciato? Dentro al blocco di marmo, secondo lui, c’era un’anima da liberare. Attorno c’era la ridondanza che doveva essere levata di mezzo, perché nasconde la Verità, questa fuggevole creatura, direbbe Heidegger. Verità = Anima = Essenza.

Scopo del filosofo è sapere di non sapere e di non sapere se si sa. Sono due pensieri opposti, che conducono al medesimo Nulla. Un nulla, si spera, e c’è anche ci crede, creativo.

Scopo del filosofo è purificare, estrarre quel che è il fine ultimo dell’esistenza, a rischio che non esista. E qui so di essere fastidioso, nel ricordare che vi è un mistero nella fisica, che più piccolo non si può: quello spazio di Planck a cui ti ho già accennato. Socrate non lo conosce, Socrate è un uomo, noi siamo uomini. Ma esiste, poi? Non lo si saprà forse mai. L’importante, al momento, è cercarlo. È seguire il percorso che conduce ad esso.

L’importante, caro Vito, è continuare il percorso che conduce all’Ineffabile, che chi si ferma è perduto.

Scopo del filosofo è voltare pagina e iniziare il capitolo successivo.

 

3. Buddha

Statua di Gautama Buddha in Sarnath Museum
Statua di Gautama Buddha in Sarnath Museum

Di costui ho un ricordo diretto. Il Siddharta di Hesse cercava la sua strada e m’incrociò mentre m’affannavo a trovare la mia. Senza che ci scambiassimo nemmeno un cenno di saluto, forse capì, vedendo com’ero combinato, che anch’io, come lui, ero sperduto. Non notai in lui compatimenti di sorta, in quanto era troppo preso dalla disamina di quel che non faceva uno strano tipo che se ne stava poco dinnanzi e che la piccola folla che gli stava attorno chiamava Buddha, l’illuminato (non so se il primo, il quarto o il settimo, o l’ennesimo). Io seguii il Siddharta mio, lui il Siddharta suo. Poi entrambi prendemmo un’altra direzione, la nostra. La mia io, la sua lui, in attesa d’incontrarci Altrove.

“Questa è la sofferenza.”

“Questa è l’origine della sofferenza.”

“Questa è la cessazione della sofferenza.”

“Questa è la via che porta alla cessazione della sofferenza.”

Questo Buddha è il nostro medico condotto. E forse anche il nostro personal trainer.

Godibile la tua narrazione sul Buddha storico, soprattutto quel che riguarda la sua nascita leggendaria: un bel film davvero. Pensa che ho cessato di essere cristiano a quindici anni (dopo due anni lessi d’un fiato, divorandole con inconsapevole violenza, le 1319 pagine della Bibbia in 51 giorni): anche prima della mia giovanile abiura facevo fatica ad accettare il dogma dell’Immacolata Concezione della Madonna. Quella della mamma di Buddha, che conosco ora grazie a te, è più spettacolare.

Segnalo un’analogia fra quell’illuminata, santa e salace donna che ha partorito me, contadina, quinta elementare, savia come poche. A una vicina di casa che disprezzava un nîgher (in realtà un maghrebino, il primo che negli anni ’70 girava per Reggio e che passava di casa in casa a vendere tappeti), lei si limitò a rispondere: A gh à al sângov ròss cme al nôster!, più o meno le parole attribuite al Buddha.

Secondo il Buddha si conosce per guarire, non per altri scopi; e si guarisce solo conoscendo, cioè risanando la mente dall’ignoranza, non tramite la grazia divina…” di qualsiasi specie.

Nell’altra reazione (al Leopardi moralista), il nostro eroe si trova in un bosco con i suoi discepoli, a cui mostra un pugno di foglie e a cui chiede se sono più numerose quelle che ha in mano, oppure quelle presenti in tutto il bosco? Era una domanda che conteneva in sé l’ovvia risposta.Così, o monaci, quel che io ho realizzato e non vi ho partecipato è molto di più di quel poco che vi ho partecipato. E perché non ve l’ho partecipato, o monaci? Perché non è profittevole…” Ha loro partecipato soltanto l’insegnamento che riguarda il dolore e come evitare il danno che esso provoca.

Il Buddha condannò, per l’intrinseca e ingenua inutilità, ogni discussione filosofica”. Leopardi, Hegel e Kant non la pensavano così. Forse Leopardi sì.

“A Buddha non interessava il tutto, ma solo quelle specifiche conoscenze utili per uscire da questo tutto, per lui dispensatore di troppa violenza e di troppo dolore.” Anche per Leopardi.

Breve sintesi del pensiero di Siddharta. Una ruota è circolare e superficiale; dentro di essa s’innesta un’altra ruota, il cui movimento è quello di una spirale ascendente e che al suo vertice conduce alla liberazione della Nirvana. La prima ruota si chiama karma, la seconda, che punta verso l’alto, Dharma. Da notare che hai usato la minuscola per la prima, la maiuscola per la seconda. Esiste quindi una diversa gerarchia per le due ruote? O Ruote? O ruota e Ruota?

Giacomo Leopardi, se puoi, collegati anche tu a questa mia reazione. Dice Vito cheil punto è capire che la sofferenza fa parte intrinsecamente della vita, ma non l’interezza della vita.”

Solo chi è nato, muore. Solo chi si aggrega si può disintegrare. Bum!

Nulla esiste in sé e per sé, e il concetto di genesi interdipendente nasce esattamente per esprimere questa visione del mondo.”

Tutto mutava in continuazione”: panta rei. Tuttoè il frutto di precedenti relazioni e quindi denominate ‘aggreganti’”.

Quantisticamente “… i fenomeni sono composizioni: composizioni di elementi più piccoli, i quali a loro volta sono componenti di elementi ancora più piccoli, per cui tutto è una composizione, il frutto di molteplici e forse infinite aggregazioni.” Se l’avessero saputo, Democrito e Rutherford sarebbero rimasti allibiti.

Tre caratteristiche strutturali: “sofferenza”, “impermanenza”, “non sé”. L’impermanenza è e rimane impermanentemente un mistero. Qualsiasi cosa accada sarà per ora o per sempre? Ognuna necessita di una dialettica, tu dici, che preveda anche il suo opposto. Sono d’accordo, amico mio.

Le cose, noi compresi, sorgono e tramontano grazie all’azione reciproca.”

I “tre veleni” sono “attaccamento, avversione e ignoranza”.

Vi sono due desideri: quello “autocentrato” e quello “in sé e per sé”. Il primo è egoistico, il resto è doppio, positivo oppure no, a seconda dell’aspirazione, stavo scrivendo della pulsione dell’individuo.

Thích Nhất Hạnh
Thích Nhất Hạnh

Citi ancora Thích Nhất Hạnh. Poi ti dirò di lui. Intanto egli ci sta dicendo che “ognuno di noi ha la natura del Buddha,”

Io, io, io, io, è sempre l’io che agisce.

È sempre l’io che vede la sua natura impermanente, il suo dipendere da questa o quella improvvisa emozione…” ed è “sempre l’io che dichiara che un io autonomo e sussistente in sé non esiste. Ebbene, quando un essere umano compie questo trascendimento di sé, attiva al proprio interno la sua buddhità.

Un altro tentativo di definizione, come se fosse facile:La scomparsa dell’ego psichico coinciderà con un’inimmaginabile trasfigurazione della personalità che giungerà a non volere più l’ego, a non dire più ‘io, io, io’, ma a vivere pienamente nella gioia della logica dell’armonica relazionale che è l’anima del mondo. Credo che il senso della buddhità sia qui.”

Siddharta è imprevedibile, assai più dell’Alopecio:Se, o monaci, non esistesse questo non-nato, non-divenuto, non-creato, non-formato, non si potrebbe conoscere alcuna via di salvezza da ciò che è nato, divenuto, creato, formato. Ma, o monaci, poiché esiste un non-nato, un non-divenuto, un non-creato, un non-formato, si può conoscere una via di salvezza da ciò che è nato, divenuto, creato, formato.

La ripetizione dei concetti mostra quanto la retorica non mancasse a Siddharta.

Qui siamo chiaramente in presenza di una metafisica…” – è la tua giusta considerazione.

Poi definisci l’ottuplice sentiero, che contiene la retta visione la retta concentrazione, e in mezzo altre sei rette.

Questo discorso delle rette mi fa pensare che una retta è il percorso più breve fra due punti, secondo Euclide e discepoli vari. Einstein parlava di geodetica, cioè di linea curva: lo spazio più breve fra due punti. E che ogni corpo, dal più grave alla minima particella compiono naturalmente la minima azione, il minimo percorso possibile fra due punti. Né possono andare Altrove. Quel che manca, non so se anche a loro, o solo a me, è la consapevolezza di tutto ciò.

Della dimensione etica, colgo un invito di Siddharta che mi dà da pensare: astenersi dalla musica. Sarà, ma intanto ci siamo persi per strada due o tre miliardi di aspiranti buddhisti. Della dimensione teoretica, basti dire che essa porta alla salvezza, anche grazie alla dimensione contemplativa. Le tre dimensioni sono contemporanee, coesistono.

Tu dici cheIl mistero più stupefacente dell’universo è il fatto che dal caos primordiale sia potuta scaturire la mente in meditazione che produce medicazione.” Secondo me, caro amico, ce ne sono di ben più incredibili.

Riporto una tua serie di gemme etimologiche: karma deriva da kr, azione, come pure cresco, creo, Ceres, cereale. Anche soltanto questo vale la spesa del libro (che in verità mi è giunto in omaggio).

Grande frase:Nulla sfugge, ogni cosa viene registrata nella grande memoria del mondo.” Un filosofo hindupropose un’acuta analogia con il principio fisico della conservazione dell’energia” dicendo che “il karma è ‘la legge della conservazione dell’energia morale’”.

Il primo principio della termodinamica è un principio che funziona, non del tutto legittimato a livello teorico (non si sa perché sia così: anche se finora è stato comprovato a livello sperimentale), e vale nei sistemi chiusi: anche quello in cui agisce il kr?

Il buddhismo è indipendente dagli dèi, diversamente dal Cristianesimo. Giussani diceva che Dio “perdona chi vuole e punisce chi vuole”. Siddharta e Pelagio la pensano diversamente.

Secondo te, non basta vedere, ma occorre credere. E che anche il buddhismo contiene una buona dose di metafisica. Sono abbastanza d’accordo con te. Purtroppo, finora, né tu né io abbiamo visto granché.

Citi poi due sant’uomini che, prima di essere espulsi da questo mondo dalla barbarie umana, hanno detto che nulla potrà mai svanire. E citi ancora Thich: “Quando moriamo, le sole cose che ci danno continuazione sono i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni…” il nostro karma, insomma.

Da youtube ho assistito l’altro giorno a un incontro fra Thich e un nugolo di ragazzini. Una tipetta ha chiesto: C’è vita dopo la morte? Al che il dolce e sorridente Thich, che pare invero molto thick, risponde: Nella vita c’è la morte, nella morte c’è la vita. E poi spiega con grazia, precisione e ricchezza di argomenti il concetto che vuole esprimere.

Forse non ha però capito, o non ha inteso capire, com’è probabile, il senso della domanda, la stessa che gli rivolgerei io: Stefano Pioli si ricorderà per sempre di questo incontro con te e di quella volta che, a tre anni, rincorrendo il gelataio, cadendo, si è rotto un labbro e il setto nasale (per cui anche oggi soffro di una stenosi e russo un po’)? Questo m’inquieta, non che ‘sta carcassa sia mangiata dai vermi (appartiene alla natura, mica a me), ma che quel liquidino cerebrale che chiamiamo memoria sia salvato in altre memorie di massa.

Vito, ti presento, non so se per la prima o per l’ennesima volta, l’enigmatico (per me almeno) Frank J. Tipler, docente di fisica in uno sperduto ateneo della Louisiana. In un libro zeppo di strambi vaneggiamenti, nel punto Omega, dove tutto andrà a finire, ci saranno, tutte le memorie di tutti gli stati delle particelle del cosmo, purché ad ognuno di essi sia abbinata un’informazione che, insieme a tutte le altre, potrà ricreare tutto quanto, compresi quei due miei episodi testé narrati. Si tratta della Fisica dell’immortalità, che dà il titolo alla sua opera maggiore, in cui la rappresentazione sarà la realtà. Anzi, tutte le possibili e quindi quantisticamente reali realtà.

Enneadi - Plotino
Enneadi – Plotino

Non mi va di parlare ora di Giordano Bruno e dei multiversi di Hugh Everett III. Mi limito a dire che questi ultimi complicano il discorso enormemente, anzi, infinitamente.

Lascio ai tuoi futuri lettori il piacere che ho provato nel leggere la tua descrizione delle multiformi sinfonie buddhistiche (mi va di chiamarle così, chissà perché) e volo verso la fine del capitolo.

A pagina 190, leggo che Plotino disse: “Sarai ridotto a null’altro che a vera luce”. Anche per Buddha il nirvana è “pura luce”. Anche il Vangelo di Giovanni “parla di Dio dicendo che è ‘luce’”, mentre il Figlio è “luce da luce”. La luce, questa costante e irraggiungibile forma d’energia. Un tuo sillogismo: se nirvana = divino e nirvana = vuoto, allora vuoto, allora divino = vuoto.

Sia tu che io siamo affascinati da questa filosofia religiosa e/o religione filosofica, ma fatichiamo ad accettarla emozionalmente. Essa appare logica e conseguenziale, ma poco umana, e umanistica: è davvero poco affettiva, e noi siamo così ricchi di affetto per i nostri cari. Non so dove lessi che quando a Siddharta nacque un figlio, egli si limitò a commentare il non troppo lieto evento, dicendo: “Una catena in più!

Ti capisco, come te sono padre e amo i miei figli più del mio io (credo, almeno).

Forse è per questo che ci sono tanti maestri. Per permetterci di passare al quarto capitolo (e al terzo maestro).

 

4. Confucio

Dice il saggio:Non vi è alcunché di possibile e alcunché di impossibile.” E cosa vuol dire il saggio? Che non vi è “nulla di assoluto, ma come siano piuttosto le relazioni in cui si situa un’azione o una parola a renderla possibile o impossibile alla luce delle conseguenze che si prevede scaturiranno.”

Egli studiava per capire come doveva vivere.”

Etica e studio fanno parte del medesimo atteggiamento fondamentale.”

Non studiava per cercare l’originalità, ma per capire gli insegnamenti dei sapienti antichi.

Lo studio è contemplazione. Ma la semplice contemplazione non è studio.

Narro l’episodio che racconti del figlio di Confucio che, alla domanda “hai ricevuto da tuo padre insegnamenti particolari?”, risponde di no, però “una volta che era da solo nella sala e io la stavo attraversando, mi ha chiesto ‘Hai studiato le Odi?’. Gli ho risposto: ‘Non ancora’, e lui: ‘Se non si studiano le Odi non si sa che cosa dire.’ Ho così iniziato a studiare le Odi.” Un dialogo analogo ci fu anche per i Riti, il cui studio gli avrebbe dato autonomia. Vito, tu e io ci chiediamo se ci fu mai un terzo incontro fra i due.

La madre di Confucio aveva quindici anni quando sposò il marito (che era al secondo matrimonio, più un disgraziato concubinaggio), che era allora ultrasettantenne e che morì quando il filosofo era ancora un putto di tre anni.

Chi leggerà il tuo libro verrà a conoscenza di come la nascita di Confucio divenne leggendaria, e quanto somiglianza vi sia con quella di Cristo.

Disse ancora il saggio:Se mi fossero concessi ancora molti anni, raggiungendo i cinquanta anni di studio, potrei allora evitare errori gravi.” Analogo sentimento, così mi va di chiamarlo, ho io, quando penso che nella mia casa ci sono 342 libri cogenti, 702 urgenti, 1203 necessari, 1563 interessanti, 2983 che meritano un’occhiata. Riuscirò mai a leggerli tutti? No. perché, nel frattempo entreranno nella mia dimora altri libri cogenti, urgenti, necessari, interessanti e meritevoli di un’occhiata in misura maggiore alla mia capacità di leggere. Oso dire che non esiste un libro al mondo che non meriti un’occhiata, e qui potrei citare qualche titolo, fra quelli che Riccardo definisce libroidi. Ad esempio quello che pare sia appena uscito con tanti fogli bianchi, intervallati ogni tanto, da brevi aforismi che fanno venire il latte alle ginocchia. Al che, le ginocchia ringraziano, finalmente dissetate. Anch’esso, a mio immodesto parere, merita un’occhiata. E se non si finisce più di leggere. Eppure un giorno questa buffa e innocente tregenda si placherà. Perché l’ho chiamata così? Perché il nostro daimon ha parecchi cugini che non vede mai e che vorrebbe incontrare una tantum nella vita, nell’unica che ha.

Quindi calmiamoci, caro Confucio, Kong Qiū, com’è giusto chiamarti, tanto non vale la pena disperare. Tentiamo piuttosto quello che tu intendi per coltivazione interiore. Kong Qiū fece della normalità la sua forza. L’obbedienza alle norme: “se la stuoia non era disposta correttamente, non vi si sedeva.” A casa mia resterebbe in piedi.

Scopro con un guizzo di gioia, che anche Kong Qiū, parco nel mangiare, “non si tratteneva tuttavia nel bere”. Già li vedo, lui e Socrate, in un’osteria a trincare cme dûn nâder (paperi in arşân) in nome dell’etica e della coscienza umana. Forse nessuno dei due si è mai ubriacato, ma entrambi, lo spero, saranno pur arrivati talvolta a una sorta di ebbrezza.

Kong Qiū amava la musica, diversamente da Buddha, ma anch’essa doveva essere rigidamente normata, per cui non so avrebbe mai apprezzato il jazz. Schönberg forse sì, anche Mahler, mi sa.

Ritratto di Confucio effettuato nel periodo della dinastia Yuan (1279-1368)
Ritratto di Confucio effettuato nel periodo della dinastia Yuan (1279-1368)

Siddharta è “un rinunciante”; Gesù “attende il regno di Dio e il conseguente superamento di questo mondo”. La Verità era Altrove, per entrambi; oppure qui, ma ammucciata forse nel Nulla. “Confucio, come Socrate, non pensò mai neppure per un momento a rinunciare al mondo per inseguire” qualsivoglia sogno o mito.

Lo studio è per se stesso, non per ottenere una laurea o un vantaggio sociale. Grazie, Kong Qiū, finalmente dopo tanti anni hai giustificato il mio stolto snobbare l’Università.

Kong Qiū utilizza il dialogo, come il Socrate di Platone, tendendo ogn’ora della sua vita verso le arti del sapere, a cui, diversamente dall’Alopecio, non mise mai davanti l’avverbio non. Della tua completa analisi del metodo di Kong Qiū, colgo solo che esso tendeva 1) alla conoscenza 2) che portava all’etica 3) che conduceva alla devozione al compito 4) alla “coerenza di fondo tra parole e azioni”.

Massima di Kong Qiū:Studiare senza riflettere è vano, riflettere senza studiare è pericoloso.”

Egli “ritiene che l’essere umano abbia in sé la forza per educarsi al bene e alla giustizia.” Anche se “occorre distinguere la pratica concreta dell’etica (difficile) dalla sua origine (facile).”

Due aspetti contrastanti che si armonizzano nel saggio uomo: “l’origine dell’etica è del tutto interiore”, quindi tutti gli individui ce l’hanno. “Dall’altro lato però la pratica dell’etica è del tutto esteriore, perché essa nella sua realizzazione pratica viene a identificarsi con l’applicazione di una serie di convenzioni, regole, norme di condotta, ruoli sociali, che preesistono al singolo individuo e a cui ci si deve conformare Lasciando ben poco spazio alla spontaneità.”; anche se “Esercitare il senso di umanità dipende solo da se stessi, non da altri.” Questo tuo raddoppiare la parola pratica nello stesso periodo, ha una sua ragione d’essere. Come quel giorno che dico ad Andrea, il mio non confuciano cognato, che, in teoria, è un bravo ragazzo; al che lui mi risponde: “è la pratica che mi viene difficile”.

Il li: insieme di antiche norme, che mi causano l’emicrania (il lettore auto-lesionista può leggerne alcune a pagina 268), in pratica un galateo che lascia poco spazio alla spontaneità.

Il rito èuno spazio sovrappersonale nel quale le singole persone convergono trovando un linguaggio comune in cui si riconoscono uscendo dal particolarismo dell’io, del tu e dei loro volti.” Volti = individui, se ho ben capito. Mi domando, ma solo per scherzare, caro Vito, cosa Kong Qiū avrebbe pensato delle due pp di quell’attributo spaziale.

Apprezzo il fatto che in Kong Qiū sia palese, che “l’obbedienza non è più una virtù”. Tutti, compreso il maestro, deve rispettare le norme e non qualcun altro essere umano.

Il ritoè l’energia che dà vita e vigore alla società, intesa come la rete a cui si appoggia tutto, anche ogni singolo essere umano, per cui perseguire il benessere del singolo significa proteggere questa rete, e proteggere questa rete significa curare i riti e le tradizioni che la rendono coesa e la fanno funzionare.” Ma al vertice rimane sempre l’umanità, il “vero e proprio concetto” della filosofia di Kong Qiū.

Occorre avere una visione d’insiemeche conferisce nobiltà d’animo perché libera dalle ristrettezze dell’interesse particolare e trasforma il desiderio del proprio bene elevandolo a bene comune.”

Mi è appena apparso nella mente un ricordo televisivo. Un vecchio professore deve rincasare. È molto tardi, è passata da poco la mezzanotte. È appena uscito dall’aula dell’università, presso cui sta compiendo studi sull’argomento di sua competenza. È molto stanco e a malapena si ricorda dove ha parcheggiato la macchina:

– Sì, è vero, l’ho lasciata là!

Per raggiungerla deve compiere un ampio giro, costeggiando un prato che è vietato calpestare.

– Non c’è nessuno… quasi quasi…

Traversando in linea retta il prato, guadagnerebbe cinque minuti buoni e circa un terzo di strada. Ma un piccolo scrupolo lo trattiene:

– Nessuno mi può vedere… però…

Il filosofo tedesco che, in un italiano encomiabile, sta narrando questo apologo, spiega come due pensieri si affacciarono alla mente dello studioso. Il primo nasce dal senso pratico: considerato che un prato calpestato di notte da una sola persona ha tutto il tempo di ristabilirsi entro la mattina seguente e che nessuno se ne accorgerà o ne patirà delle conseguenze negative, e che il non far del male a nessuno, nemmeno a sé, è un valore positivo, (forse) è legittimo scegliere la via più breve e comoda. Il secondo pensiero che occupa (forse) più onestamente la sua attenzione è che le regole esistono perché siano rispettate, diversamente sarebbe il caos.

Ricorda, amico mio, che non esiste norma più importante di chi l’ha creata. Il Cristianesimo non vale quell’Uomo, il Quarto Maestro. Una regola è una divisione di diritti e doveri. Affermare che ognuno ha diritto a un piatto di minestra, significa che, se vi sono cento persone da sfamare e cento piatti di minestra, ognuno ne può mangiare al massimo uno solo. La regola implica il concetto di gruppo. Un individuo che vive da solo può non avere tante regole. Qualora se ne crei, è perché si finisce per concepire se stesso come una società di esseri. Se si possiede un banano che produce trenta frutti al mese, può crearsi un regime alimentare che comprende il consumo di una banana al giorno, immaginando un insieme di trenta piccoli se stessi, ognuno dei quali mangerà un frutto al mese. Il dovere coincide con la media della somma dei diritti altrui. I diritti e i doveri si possiedono esattamente come un braccio, una gamba, un’auto o una bicicletta. Si può alienare un diritto di una persona, come le si può amputare un braccio o rubare un’auto. Se qualcuno mi priva di un dovere, mi sento sollevato da un peso che magari reco in giro con me quasi inavvertitamente. Un diritto non ha un valore morale, bensì economico. Esso nasce da una necessità, se non avessi il diritto di espressione non riuscirei a comunicare al prossimo le mie esigenze. La necessità è o non è. Se io necessito di una cosa, non possiedo né la cosa né la necessità. Non mi manca quel che ho già. Si assiste così alla continua e reciproca trasformazione di cose che sono in cose che si hanno. Le prime riguardano ciò che comunemente si chiama l’essenza dell’uomo, che prescinde dai legami sociali e religiosi, le seconde concernono la sua esistenza in una data società.

Questo non incide sul fatto che le regole regolano, come la serva che serve (a detta di Totò), e che senza regole si cadrebbe in quell’anarchia del potere che tanto atterriva PPP.

Tornando a Confucio”, per lui l’etica eraun processo del tutto naturale perché riteneva la natura umana” del tutto “radicata nella giustizia.” L’uomo ha giustizia dentro di sé, anche il Marchese De Sade, Stalin, Hitler, Himmler e compagnia bella.

Noi siamo tutti nella medesima Via.

Dice ancora il saggio:L’uomo di risoluta virtù non persegue la vita a detrimento del senso di umanità, è semmai disposto anche a morire pur di conseguirlo nella sua compiutezza.”

Alla domanda dell’allievo di quale poteva essere il primo atto legislativo da compiersi, Kong Qiū rispose che si sarebbe occupato della “rettificazione dei nomi”.

Questo mi fa pensare che la mia principale congiunta acquisita (ormai ventott’anni fa) litiga sempre, in mancanza del marito, col computer. I due non si intendono. Il primo richiede esattezza, la seconda offre fantasia e vaghezza. Ora si sta andando verso una forma di intelligenza artificiale, per cui basta andare su Google e scrivere teologo che va spesso in televisione e viene fuori il nome di un certo Vito. Lo stesso non vale per gli accessi alle mail o ai social, dove si richiede un username e una password (il tuo nome e la tua parola segreta), senza cui non si può accedere. È però possibile, in caso di smarrimento delle stesse, richiederle: esse rispunteranno in un’altra mail, a cui potrai accedere se avrai almeno quell’username e quella password. Altrimenti, sei fritto.

Forse è da qui nasce l’attenzione che ha Kong Qiū per l’esattezza linguistica.

Si tratta quindi di rettificare la via tra nomen e res, di renderla la più breve possibile, esattamente come la retta è la via più breve tra due punti nello spazio. Secondo Einstein era una curva detta geodetica: come vedi, da qui nasce il problema insoluto di ogni confuciano: mai dovrà smettere di studiare, e di informarsi, d’informatizzarsi, se occorre.

Dice il saggio: “Governare equivale a essere nella rettitudine”. Nella geodeticudine, direbbe Albertino, ma il senso sarebbe uguale.

“È tanto essenziale questo stato di continua ricerca e di interrotto perfezionamento che, laddove esso manca, vien quasi meno il senso dell’esistenza umana: “Come posso fare? Come posso fare?” si chiede il saggio. Ed è nel sempiterno studio che si deve cercare la risposta. E nel frattempo? Occorre sospendere il giudizio, dice sempre il saggio.”

Quando hai tempo, caro Vito, prova a leggere (o a rileggere) Le origini profonde delle società umane di Edward O. Wilson, libro di socio-biologia. Un esempio socio-biologico (tratto da “Le origini profonde delle società umane”, proficua opera scritta dal citato Edward): all’interno del medesimo alveare esiste una sola regina. Le api operaie uccidono le proprie consimili qualora possano danneggiare quel che è l’ascesa al trono dell’ape più anziana aspirante regina. Le altre aspiranti, sono trafitte dalle loro stesse sorelle e consanguinee. Da dove traggono tanta violenza questi in genere miti e operosi imenotteri? Secondo me ricevono un ordine non tanto esterno, ma interno, forse bio-chimico. Un comando non dissimile a quello che implementa un programma elettronico. Non ho prove a riguardo, ma intuisco che tutto avvenga in seguito all’interpretazione di uno o più segni che portano ad agire.

Alcuni affidano il proprio cane a una scuola d’educazione alla difesa. Il maestro insegna ai quei cuccioli a compiere una scelta esistenziale (uccidere, scodinzolare, ringhiare) in base a un suono che varia di volta in volta, di necessità in necessità. Da qui nasce l’obbligo, altrettanto esistenziale, da parte di chi vive insieme a quel cane di imparare perfettamente, senza incorrere mai in talora fatali errori, gli stessi segnali vocali. Altrimenti, saranno guai.

Se tu inserisci una formica in un formicaio diverso sa quello in cui è nata, essa acquisirà l’odore della nuova tribù. Allorché incontrerà una sua parente diretta, fra i due imenotteri nascerà un conflitto.

Questo è il pericolo di un’eccessiva attenzione data alla rettitudine, o geodeticudine a dir si voglia: occorre sempre tenere accesa l’attenzione e chiedersi per la nostra eternità esistenziale: “Come posso fare? Come posso fare?”

E ora passo al quinto capitolo, e al quarto (forse il più temuto) maestro. 

 

5. Gesù

Rosalinda Borghi
Rosalinda Borghi

Diceva Croce, non credente: “non possiamo non dirci cristiani”.

Io non sono ateo, né agnostico, bensì ignorante di dio: non so se esiste la mia anima, non so se essa sia come Dio, né se Dio sia. Eppure…

… mia mamma, che pure diceva, ridendo, che ciavêda ciàpen i frê se n gh ē mia al paradîš, mi raccomandava di dire Dio sia lodato ogni volta che sentivo bestemmiare. E ancora oggi me lo dico, fra me e me, mentalmente.

Dostoveskij sceglierebbe di stare con Gesù, anche se scoprisse che la Verità è altrove. Io no. Se mi capitasse un giorno di incontrare il Nazareno (e non svenissi dall’emozione) e, di fianco a lui, ci fosse Nietzsche e scorgessi, dietro a quest’ultimo, la Verità, sposterei entrambi i maestri, senza far distinzione fra buoni e cattivi, e cercherei di osservare, almeno per un attimo, quella fuggevole creatura.

Gesù e il cristianesimo non sono dunque la stessa cosa?

Quando mai un uomo o una civiltà sono state rispettate dalla Storia, quest’eccellente menzognera?

Torno al futuro, e discuto con Riccardo su questo tema, che ci divide da anni. Lui asserisce che la Storia è avvenuta, e la cosa è indubitabile. La scienza che la studia merita rispetto, perché chi la coltiva è anch’egli un ricercatore della verità. Non posso che essere che d’accordo con lui, ma il cane sciolto che da sempre io sono fugge da questo spauracchio. È un problema personale, su cui sto lavorando, amico mio.

Ho letto d’un fiato i successivi 15 capitoli, che riguardano l’inquadramento storico di Gesù. Sono formidabili e coraggiosi, ma non m’inducono a scrivere perché, innanzi tutto non ho una briciola della tua cultura in merito, e in secondo luogo perché sono rimasto letteralmente a bocca aperta.

Perché sto ora reagendo al diciottesimo? Perché non ne posso fare a meno.

Una tua considerazione m’intriga di già, quando dici che Gesùnon fece in tempo a diventare saggio, con la carica di tolleranza e di disincanto, di ironia e di autoironia, che la saggezza dell’età porta con sé e che Socrate, il Buddha e Confucio”, morti a tarda età, “invece raggiunsero”.

È quasi mezzanotte e ho appena finito di leggere questo thriller filosofico-religioso-politico-etico-profetico. Domani ce la vediamo, io e te, Vito. Eccomi. Il giallo m’ha appassionato fino alla fine e non sono riuscito a capire se il maggiordomo è figlio di Dio. Forse, al momento, non è importante. Chi vivrà, vedrà.

Sappi che la tua ammissione, di non essere cristiano, ma gesuano, mi ha molto sconvolto. Hai idea delle conseguenze che potrebbe avere per te e per chi ti segue? A prescindere da questo, l’ho molto ammirata.

Commento (al paragrafo 21) una tua affermazione: “beati i poveriche diventa in Matteobeati i poveri di spirito”, fa “capire che la vera povertà non è quella delle tasche vuote ma quella dell’anima vuota, che è vuota, asciutta, essenziale.” Intendi forse che essa dev’essere formattata come una memoria di massa che si predispone, facendo tabula rasa, all’ingresso di una novità informatica?

Il mio maestro Padre Aldo Bergamaschi, che riuscii a incontrare due volte poco prima della sua partenza, la pensava in un modo forse diverso: beati coloro che sono poveri a livello spirituale, cioè non danno un peso colpevole all’eventuale ricchezza che hanno: un po’ come nel tantrismo, dove non si nega la possibilità di un piacere o di un desiderio, purché non sia distruttivo della tua psiche, appunto, del tuo sentimento di appartenenza al mondo.

A proposito di Aldo, egli fu per me, senza saperlo, una specie di padrino: non un padre, ricco di autorità, ma un essere umano decisamente più profondo e saggio di me, capace di guidarmi, di farmi crescere, senza impormi nulla, proponendomi soltanto il suo esempio: in altre parole, un Maestro.

Era stato a sua volta un allievo di Don Mazzolari, su cui scrisse un ottimo libro di critica filosofica. Ti prego, Vito, se non l’hai ancora fatto, leggi tutte le sue opere, ormai dimenticate. E parlane! Egli pagò a caro prezzo la sua novità filosofica, che era quella che lui aveva desunto dalla lettura del Nuovo Testamento (il Vecchio lo rigettava quasi in toto). Gli fu impedito di celebrare la messa in pubblico. Organizzò quindi una serie di incontri con i suoi discepoli nel cinema limitrofo al convento, una sera a settimana. Anche questo gli fu vietato. Le sue prediche erano state riprese da telecamere. Qualcuno, si dice, portò i filmati al Vescovo. La sua ipocrita e vile condanna fu decisa una o due settimane prima dell’arrivo in città di un papa polacco (lo stesso che si era affacciato al balcone insieme a Pinochet, e che aveva censurato Oscar Arnulfo Romero, chiedendogli di mitigare la sua eroica denuncia sociale), che giunse in papaelicottero al Campovolo di Reggio Emilia, lo stesso dove si esibiranno alcuni anni dopo gli U2 e Ligabue.

Padre Aldo Bergamaschi
Padre Aldo Bergamaschi

Aldo disse che la moltiplicazione dei pani e dei pesci era una mera comunione dei beni, una suddivisione fra tutti delle risorse. Egli non credeva ai miracoli narrati nei Vangeli, tranne che in quello della Resurrezione, specificando però che non si trattava di una riesumazione di cadavere, ma di Altro.

La domanda è se Aldo fosse un cristiano, come Hans Kung e come i papi che hanno preceduto Bergoglio? Oppure se fosse un gesuano? O un misto d’entrambe le cose? Oppure non è giusto porsi tali domande?

Gesù, il Cristo, divise il tempo: prima e Dopo, dove il prima, minuscolo, doveva annichilirsi. Il tempo doveva essere formattato, per permettere l’inserimento della Novità Divina.

La sua etica prescinde da quelle relative ai maestri precedenti (tutti, non solo dei tre fin qui analizzati, perdevano ormai ogni valore). Gesù avrebbe fatto di tutte le erbe un fascio e l’avrebbe bruciato. Era giovane, questo trentenne, ancora più di quanto lo era il Che, quando fu trucidato dal Potere in Bolivia.

Tutta la sua etica è infatti all’insegna del detto programmatico: ‘Convertitevi perché il regno di Dio è vicino.’”

Metánoia: conversione, cambiamento, era la parola preferita di Aldo. Significava far dietro front, se occorreva, o anche svoltare da qualche parte, non solo di domenica: per sempre. O fino alla prossima Metánoia, motivo per cui Aldo non amava troppo somministrare il sacramento della confessione, specie quando erano n volte che venivano dichiarati gli stessi peccati, con frasi del tipo: come sempre, purtroppo, ho fatto questo e questo

Un mondo che vuole mantenere se stesso ha bisogno di un’economia che produca reddito”, e anche un otto per mille da destinare dall’utente fiscale alla religione prescelta e una possibilità di elemosina durante la chiesa.

La lezione di Aldo mi rimane impressa principalmente per alcune sue frasi:Il Cristianesimo è scaduto al rango di religione!”, ma soprattutto quando il giorno delle missioni, disse all’assemblea dei fedeli: “Io non vi dico di non dare, ma vi avverto che i vostri soldi contribuiranno a costruire in quelle lande disgraziate una società simile alla nostra.” Temo che anche il filmato con questa sua predica, che ricordo a braccio, sia stato visionato dal vescovo allora imperante.

L’urgenza temporale che Gesù il Cristo sentiva gli faceva comandare ai suoi aspiranti discepoli, come prova d’ingresso, di abbandonare la famiglia. Tu l’avresti fatto, Vito? Tu che psicologicamente non riesci ad adeguarti all’atarassia di un Buddha e che rimani sbigottito nel ricordare la freddezza che Confucio pare abbia mantenuto col figlio, morto tra l’altro prematuramente. Io avrei abbandonato anche Gesù.

Ti chiedi che fine avesse fatto la buona novella? A me proprio non piace quel suo continuo minacciare la “fornace ardente, dove sarà pianto e stridor di denti”: mi pare la rappresentazione di un lager nazista o stalinista, a tuo piacere.

Gesù sbagliò e il suo errore non fu cosa da poco, tocca il centro stesso del suo messaggio.” Gesù, l’idiota, come lo definì Nietzsche, il privo di potere, vocabolo che oggi è diventato sinonimo di stolto, ammalato di idiozia, fece tanto rumore per nulla.

E sbagliò i tempi! Forse che quel Dio l’avesse abbandonato? Eppure lui non aveva affatto perso Tempo, preso com’era da quella sua frenesia rivoluzionaria. Rimane ormai una solo speranza (o la si deve chiamare fede?): “il regno di Dio è dentro di voi”. Un ritorno ad almeno uno degli altri tre maestri. O forse di tutti e tre. Confucio e Socrate, tu dici, avrebbero rigettato le proposte di Cristo, Buddha ci avrebbe pensato su. Anche lui poco badò alla sua famiglia (anche gli altri due, però).

Se anche sbagliò, tu senti chela valenza filosofica del suo messaggio rimanga intatta). Con buona pace di Aldo, dovunque egli sia, non è più “una questione religiosa, è una questione esistenziale.”

Non l’amore,il centro della religione di Gesù era la giustizia”. Che divenne “giustificazione” per quella di Cristo (e di San Paolo: personaggio malvisto da PPP). Cristo ha tolto i peccati dal mondo. Gesù no, ci ha messo il suo: una visione errata di quello che era il Tempo.

Ho recentemente letto, su sollecitazione dell’amico Riccardo, Il vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago e poi La gloria di Berto. Nel primo Gesù è la vittima della Storia, di quella brutta Storia; nel secondo Cristo è il carnefice di Giuda. Due letture inquietanti, terribili.

Provo per Gesù tanta pena, che fatica a diventar pietas. Duemila anni dopo, che ne è di questa Sua giustizia?

 

6. Il quinto maestro

Vito Mancuso
Vito Mancuso

La prima reazione al capitolo è comica, perché sento il bisogno irreprimibile di fare al nèsi, dal latino nesciens, lo scemo che non sa.

Tu narri la parabola toaista di quando qualcuno fece assaggiare dell’aceto a Confucio, Buddha e Laozi,il mitico fondatore del taosimo”. Il primo rimase col viso serio (cme se ‘n gh fós gnân indivîş, per nulla alterato), il secondo fece una faccia brutta (arghnê cme na brèta, rivoltato come un berretto): il terzo sorrise (cuntèint cme ‘na Pasqua) e sussurra un com’è dolce!, che sarebbe la miglior risposta se non spuntasse da un cespuglio un quarto assaggiatore, un certo Ulderico Zilocchi, detto Şilôch, celebre macchietta reggiana nato nel 1893, celebre per le sue battute cariche d’ironia. Assaggiato il turpe liquido, Şilôch lo biascica per qualche secondo, come fa di solito l’intenditore di alcolici, e alla fine spara la sua sentenza: al n ē mia ’d Rèş! (l’aceto reggiano è notoriamente più balsamico del modenese). Ma perché t’ho ri-adattato questa storiella? Perché, come dice la saggia (Rosalinda), e come continua a dirlo sei anni dopo la sua Quieta Partenza per Chissà Dove, pianşer fa trî e réder fa trî.

La seconda reazione è su quel che intendi peremozione vitale”, cioè “il risuonare alla vita”. Se l’emozione vitale è volta alla bellezza (senso, benessere, gioia di vivere), l’emozione cresce. Diversamente essa fatalmente cala.

Non sono d’accordo, oppure ho frainteso. Essa cresce sempre, purché tu sia consapevole anche della bruttezza, dell’immoralità, della malvagità in cui ti sei imbattuto e che, per un breve tratto della vita, è entrata in te, deformandoti in maniera indegna. Ricorderò sempre l’emozione che ho provato ascoltando la canzone Cummè di Enzo Gragnaniello, quella sera Lentiscosa, nella magica interpretazione di Mia Martini e Roberto Murolo: Si tu nun scinne a ffonne/Nun o può sapè.

Prova anche a pensare al destino dei protagonisti di Delitto e castigo e di Resurrezione. Se il male non fosse entrato in loro, non avrebbero forse mai trovato la Luce.

Forse Socrate, Buddha e soprattutto Gesù sarebbero d’accordo con me. Forse Confucio no. Ma non si può piacere a tutti. Ma sappi che io sono un discepolo di tutti e quattro e di infiniti altri, compresi Andrea, il mio assurdo cognato, e il suo epilettico cane di nome Charlie.

La terza e ultima reazione è a pagina 478 (paragrafo 8). Il nostro amato e non religioso Vasilij Grossman, “insiste costantemente sulla natura irrazionale della bontà che definisce a più riprese ‘illogica, sciocca, fortuita, cieca, senza senso’. L’umano nell’uomo è la preferenza per il bene e per la bontà, da noi compiuta, sostiene Grossman, senza che la ragione sappia spiegare il perché.”

L’effetto tunnel quantistico permette una transizione ad uno stato impedito dalla meccanica classica. Quindi, per andare oltre, bisogna recedere da qualsiasi assoluta e imprescindibile classicità, mantenendo solo quelle localmente necessarie.

Un paradosso quantistico è detto dell’effetto-tunnel. Secondo la fisica classica, una particella non può superare una barriera, se è priva della necessaria energia. Poiché le funzioni esponenziali non sono mai riducibili a zero, deve pur esistere una pur minima possibilità che essa, prima o poi, riesca a passare. Spari un protone contro una barriera supermassiccia: 99,99% delle volte essa sarà bloccata. L’ultimo 9 però non è infinitamente periodico, e la misura delle probabilità non sarà mai uguale a 100%: nulla lo è, ‘n coppa a ‘sta terra.

Per cui un protone su un miliardo di miliardi di miliardi e via discorrendo, andrà oltre. Per il principio d’indeterminazione di Heisenberg, non si può osservare una particella mentre passa, ma soltanto prima o dopo. Una su un miliardo di miliardi di miliardi di miliardiidi miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi ce la fa. Perché ce la può fare. E l’esito di questa folle corsa lo sapremo solo vivendo per una quasi eternità (a cui seguirà l’opportuna verifica). Questo sarà forse il tempo necessario perché l’umanità intera diventi veramente maestra di se stessa.

Tutta ‘sta pappardella per dire che, in attesa di quel mitico giorno, uno su un milione ce la fa, ce la può aver fatta nel passato e ce la potrà fare nel futuro. Il suo nome può essere uno dei quattro maestri che tu hai così mirabilmente descritto, oppure Francesco d’Assisi, Raoul Follereau, Salvo D’Acquisto, Padre Kolbe, Padre Romero, Madre Teresa, Albert Schweitzer…. Oh! Ma quanti protoni sono finora passati! E passeranno!

Ho cominciato a scrivere reazioni dopo aver letto Lo Zibaldone di pensieri di quell’eterno studente di Recanati, che più sento a me somigliante, non certo per grandezza, ma perché entrambi abbiamo quella voglia pazza di capire il mondo, che non sarebbe forse piaciuta a nessuno dei quattro maestri, da cui credo tu non riuscirai mai a liberarti, amico mio, come anche per me sarà difficile non pensare d’ora in poi alla tua opera, che resterà fra le più utili che avrò mai letto. Parola di lettore.

Ora ti lascio, Vito caro, perché devo tornare a lui, e a Chiara Fenoglio che ne ha scritto, e a me che sto ri-scrivendo.

Così parlò Pioli e abbandonò la sua spelonca, ardente e forte come un sole mattutino che esce da scure montagne.

Traduzioni dal reggiano

ôgni cajòun a gh à la só pasiòun: ogni coglione ha la sua passione

nîgher: di colore nero

A gh à al sângov ròss cme al nôster: ha il sangue rosso come il nostro

che ciavêda ciàpen i frê se n gh ē mia al paradîš: che (fregata) chiavata prendono i frati se non c’è mica il paradiso

al nèsi: lo sciocco

cme se ‘n gh fós gnân indivîş: come se non se ne accorgesse

arghnê cme na brèta: piegato (detto del viso) come un berretto

cuntèint cme ‘na Pasqua: contento come una Pasqua

al n ē mia ’d Rèş: non è mica di Reggio

pianşer fa trî e réder fa trî: piangere fa tre e ridere fa tre

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Vito Mancuso, I quattro maestri, Garzanti, 2020

 

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