Meditazioni Metafisiche #20: la verità è una identità

Alessandro di Afrodisia (II-III secolo d.C.) è stato uno dei maggiori commentatori di Aristotele dell’antichità. Era professore di aristotelismo alla cattedra imperiale. Le sue interpretazioni di Aristotele però tendono a platonizzarlo, quindi a falsarlo.

Metafisica - Aristotele
Metafisica – Aristotele

Facciamo l’esempio del Motore Immobile, presente nel famoso Libro Lambda della Metafisica. Aristotele dice in questo libro che il Cielo ruota su sé stesso perché un Motore Immobile lo fa muovere. Si capisce che questo Motore Immobile è capace di muovere qualcosa ed è “in atto”, perché deve agire sempre. Anche le Idee di Platone sono per Aristotele sostanze immobili ma non possono muovere nulla, quindi è necessario un Motore Immobile capace di muovere il Cielo.

Alessandro nel suo Commento dice che il Cielo girando su sé stesso imita la immobilità del Motore Immobile (cioè il girare su sé stesso dovrebbe essere il movimento più simile alla immobilità) perché il Cielo ama il Motore Immobile. Tutti i traduttori e gli interpreti di Aristotele riprenderanno questa lettura, che però Aristotele non ha mai detto. E questo per siffatti motivi:

  1. Aristotele parla dell’amore, ma la parola greca eromenon non significa solo l’amore ma anche “appartenente al dio Eros”. Come può qualcosa di non umano amare alla maniera degli uomini?
  2. Teofrasto dice che, se veramente il Cielo volesse imitare il Motore Immobile, starebbe fermo. Alessandro qui sta introducendo nel pensiero di Aristotele il concetto platonico di mimesis, che però Aristotele non applica al Cielo.

Nei manoscritti greci non vi è la indicazione degli accenti e dello iota sottoscritto. Ora, quindi “in atto” si dice con il dativo (energheìai, con lo iota sottoscritto) e “atto” con il nominativo (enèrgheia). Alessandro si deve essere sbagliato a leggere quando dice che il Motore Immobile è Atto. Aristotele invece vuole dire che è “in atto”, cioè sempre funzionante.

Nel Medioevo si è persa la conoscenza della lingua greca, quindi Aristotele, che nell’antichità scrive in greco, sarà conosciuto nel Medioevo attraverso le traduzioni latine fatte su quelle arabe. Tommaso d’Aquino non si fida di siffatte traduzioni, quindi chiede al compagno Guglielmo di Moerbeke (cosa rarissima, ma a conoscenza del greco antico) di tradurre dall’originale greco tutto Aristotele in latino. In questo passo Guglielmo traduce actu, ablativo, che corrisponde al dativo greco.

C’è anche un argomento filosofico: per Aristotele non esiste l’atto senza un soggetto, quindi il Motore Immobile non potrebbe essere un atto puro. Questo sbaglio di Alessandro entrerà in Plotino (il quale contempla il “puro agire”), negli Scolastici (che parlano di actus essendi) e in Hegel (che parla di Atto Puro).

Alessandro di Afrodisia commenta tutta la Metafisica, formata da XIV libri, ma del suo Commento ci rimangono solo i primi cinque libri della Metafisica. Per gli altri libri abbiamo il Commento dello Pseudo-Alessandro, bizantino, del XII secolo, cristiano, il quale proprio perché cristiano incentiva la interpretazione platonica (il cristianesimo risente molto del platonismo, come nota anche Nietzsche). Quindi del Libro Lambda non abbiamo il commento di Alessandro, ma quello dello Pseudo Alessandro. Ma Averroè aveva letto il Commento di Alessandro e riporta un suo pensiero: che il Motore Immobile è Dio.

Anche qui abbiamo una grande svista, sempre secondo le recenti teorie. La svista consisterebbe nel fatto che la filosofia prima o metafisica sia considerata da Aristotele come teologia in senso moderno. Nei libri XIII e XIV Aristotele parla degli altri oggetti della metafisica, cioè le idee e i numeri, ma Tommaso d’Aquino non commenta questi ultimi due libri. In un passo Aristotele dice espressamente che esiste la “scienza teologica”, ma essa non comprende solo il Motore Immobile come Dio: Aristotele scrive che comprende sia (kai) le sostanze separate (cioè gli dèi) sia anche (kai) le sostanze immobili. Quindi quando Aristotele parla della metafisica come teologia non si riferisce solo al Motore Immobile, ma anche alle sostanze separate e alle sostanze immobili (Motore Immobile, Idee, numeri). Per Aristotele i teologi sono i poeti, che parlano degli dèi.

Oggi i filologi mettono in discussione anche il concetto di “movimento” (kunesis). Nel greco di Aristotele il termine significa anche “trasformazione”, quindi Aristotele non avrebbe in mente nessun movimento, nessuna immobilità, ma solo la trasformazione e la mancanza di trasformazione.

Enneadi - Plotino
Enneadi – Plotino

Noi non conosciamo il greco antico: lo desumiamo dall’uso che ne hanno fatto gli scrittori e dalle traduzioni. Gli esatti significati dei casi, la teoria aspettuale del verbo, l’esatto uso delle particelle, la differenza tra la lingua letteraria e quella colloquiale sono oggetto di dibattito continuo da parte degli studiosi. Questo è vero anche per il significato preciso di molte parole, specie astratte.

Inoltre, i Presocratici sono conosciuti solo per frammenti, ai quali gli studiosi fanno dire quello che pare loro o quasi. Per la ricostruzione del testo, i filologi si rifanno alla forma presumibile che dovevano avere per gli alessandrini.

Poi il linguaggio filosofico ha caratteristiche ben precise:

  1.  Uso delle particelle, molto importante per la prosa. Infiniti passi filosofici possono essere ben compresi solo attraverso l’attento studio delle particelle;
  2. L’uso dell’articolo determinativo: la poesia per molto tempo non ne fa uso, mentre la prosa lo utilizza sin dall’inizio. La sostantivizzazione dell’aggettivo può riferirsi a due cose, perché to leukòn può indicare sia la bianchezza (la qualità in sé, la sua essenza), sia il colore bianco (non identico alla sua essenza). Queste forme di sostantivizzazione sono antiche quanto la filosofia e nascondono molti equivoci;
  3. Quando due forme di perfetto sono usate dallo stesso autore, quella più antica e quella più recente tendono a opporsi;
  4. Spesso nell’argomentazione filosofica un imperfetto ha però valore di presente[1].

Non bisogna poi dimenticare che le poche opere trasmesse a noi della letteratura greca non rispecchiano il clima letterario e filosofico di quel periodo. Quello che possiamo leggere dei 13 secoli di letteratura greca antica (VIII a.C.-VI d.C.) è solo una piccolissima parte. Si è calcolato che solo nei cento anni tra Eschilo e Sofocle sono state scritte 1700 tragedie: però ce ne rimangono intere 31. Questo perché ci sono state delle vicissitudini: attorno agli inizi dell’era cristiana si facevano delle selezioni di opere da trascrivere; altre selezioni avvenivano nelle scuole, ove si leggevano solo alcuni testi; nel passaggio dal papiro alla pergamena sono stati trascritti solo alcuni testi; alcune catastrofi hanno fatto scomparire molte opere (come l’incendio della Biblioteca di Alessandria o il saccheggio di Costantinopoli del 1215 ad opera dei crociati).

Il mondo antico è irraggiungibile, quello che è stato non sarà più. Noi moderni non possiamo basarci su quel mondo, coperto dal velo dell’opinione e del dubbio. Ma dobbiamo camminare con le nostre gambe.

Non possiamo dire che siamo nani sulle spalle dei giganti, perché quel passato ci è sconosciuto. Non possiamo interrogare adeguatamente Aristotele né alcuno dei filosofi antichi dopo millenni di storia, con traduzioni, interpretazioni e equivoci a non finire che hanno falsato l’autentico messaggio.

La verità non si può basare su quello che presumiamo che sia stato. Essa deve essere cercata dentro di noi.

Il pregiudizio più grande relativo alla verità, oltre a quello che dobbiamo cercarla nel passato, è credere che essa sia un oggetto. Ma se la verità fosse un oggetto, ognuno di noi avrebbe lo stesso tipo di verità. Invece per ogni persona la verità cambia in grande o in piccolo rispetto alla verità che hanno gli altri.

Allora la verità è una identità. Essa c’è quando il nostro mondo interiore coincide con il mondo esteriore. Esiste una verità per ogni persona che viene all’esistenza. Ogni persona è espressione di un incontro singolarissimo con il mondo, ogni storia è unica, quindi ogni persona è diversa dalle altre.

Il grande paradosso della verità è quello per cui noi, credendo di cercarla all’esterno, la troviamo dentro di noi. È grande sapienza riconoscere che ciò che è conosciuto, chi conosce e l’atto del conoscere sono la stessa cosa. Quando guardiamo un tramonto, non esiste un tramonto uguale per ogni persona.

Se ogni persona ha un proprio criterio di verità e una propria verità, essendo fedele a sé stessa, agirà anche correttamente: non verso gli altri ma verso la propria natura. 

Sesto Empirico (Contro i logici I 158):Ma poiché, oltre a ciò, bisogna volgere la ricerca anche attorno alla condotta di vita, che non può essere tenuta senza un criterio, da cui anche la felicità – vale a dire il fine della vita – riceve una convalida adeguata, Arcesilao afferma che chi sospende l’assenso su tutto regolerà le proprie scelte, i propri rifiuti e alla fine tutte le scelte sulla base del ragionevole, e procedendo secondo questo criterio, agirà correttamente: la felicità dipende infatti dalla saggezza, la saggezza si trova nelle azioni rette, e l’azione retta è quella che, una volta compiuta, possiede una giustificazione ragionevole. Dunque chi si attiene al ragionevole agirà correttamente e sarà felice”.

Pirrone - in Storia della Filosofia di Thomas Stanley (1655)
Pirrone – in Storia della Filosofia di Thomas Stanley (1655)

Siamo felici solo se esprimiamo noi stessi e ci colleghiamo a quella energia di vita che ci anima in maniera individuale. Solo se attingiamo a quella verità insita in noi e che ci fa guardare il mondo con occhi unici, saremo felici.

Agendo in conformità alla verità unica che ci anima, non possiamo che estendere esponenzialmente questa felicità.

Pirrone (T. 53 Decleva Caizzi):È necessario prima di tutto indagare sulla nostra conoscenza; se infatti per natura non conosciamo nulla, è superfluo indagare sul resto. Anche tra gli antichi vi furono alcuni che affermarono ciò, ai quali replicò Aristotele. Particolare forza nel dire ciò ebbe anche Pirrone di Elide, che però non lasciò nulla di scritto; ma il suo discepolo Timone afferma che colui che vuole essere felice deve guardare a queste tre cose: in primo luogo, come sono per natura le cose; in secondo luogo, quale deve essere la nostra disposizione verso di esse; infine, che cosa ce ne verrà, comportandoci così. Egli dice che Pirrone mostra che le cose sono egualmente senza differenze, senza stabilità, indiscriminate; perciò né le nostre sensazioni né le nostre opinioni sono vere o false. Non bisogna quindi dar loro fiducia, ma essere senza opinioni, senza inclinazioni, senza scosse, su ogni cosa dicendo: ‘e non più che non è’, oppure ‘e è e non è’, oppure ‘né è, né non è’. A coloro che si troveranno in questa disposizione, Timone dice che deriverà per prima cosa la afasia, poi l’imperturbabilità”.

Se noi togliamo da noi il grande preconcetto che per agire bene dobbiamo capire la realtà e quindi impariamo a sospendere il giudizio, ci comporteremo da saggi e saremo felici.

Possiamo pensare anche alle parole dello stoico Crisippo di Soli (fr. C. e. 356 von Arnim): “… tutto ciò che il saggio vuole fare, questo gli riesce; gli stolti invece, pur volendo fare cose impossibili, si ostinano a farle. Così, fatalmente, il saggio è libero perché quel che vuole gli riesce; lo stolto è servo perché va a fare proprio quello che non gli riesce”.

La nostra mente razionale non può sviscerare il mistero dell’esistenza, il mondo trascendente, perché esso è voluto da una mente superiore.

Il progetto dell’esistenza non può essere capito da un uomo in quanto non voluto da un uomo.

Pertanto la mente razionale deve essere messa a tacere a favore della mente intuitiva che, pur non potendo del tutto comprendere intuitivamente il mistero dell’esistenza, tuttavia sente qualche energia in più.

A questo punto la verità coincide con la sospensione del giudizio razionale e con l’apertura della mente intuitiva nei confronti del mistero dell’esistenza. Il nostro mondo interiore e intuitivo deve collimare con il mondo esterno in un abbraccio unico.

Quando i limiti della ragione discorsiva vengono abbandonati e le parole iniziano a far sentire il loro silenzio, solo allora, in maniera unica per ogni individuo, potrà balenare nell’occhio interiore la verità.

Eraclito, olio su tavola di Hendrick ter Brugghen, 1628
Eraclito, olio su tavola di Hendrick ter Brugghen, 1628

Mentre in Eraclito non c’è l’ombra di un ragionamento, invece in Parmenide sembra che il ragionamento venga prima del mondo. In questa differenza sta la differenza tra menzogna e verità. Il ragionamento non può sostituire il mondo, il quale deve venire prima di ogni astrazione discorsiva.

Il ragionamento deve cedere il passo alla intuizione che è la concezione del mondo che ognuno di noi possiede dentro.

In greco la radice ES dà come esito einai, l’infinito presente del verbo “essere”: ES + la desinenza dell’infinito NAI; il sigma cade e quindi avviene l’aumento di compenso in EI. In eolico il sigma davanti a nasale non cade ma si assimila (S+M = MM): ES + la desinenza eolica di infinito MENAI, che dà come esito EMMENAI, l’infinito omerico del verbo essere. In latino abbiamo esse: ES + la desinenza dell’infinito SE (negli altri verbi abbiamo lauda-SE che, per via del rotacismo, dà lauda-RE). Secondo gli studiosi, il valore originario della radice ES era durativo, cioè esprimeva un presente. Quando si volevano indicare aspetti diversi dal presente, si usavano radici diverse (per esempio, il perfetto latino deriva dalla radice indoeuropea BHU, che in latino dà esito fui).

In sanscrito, che rispecchia meglio la situazione linguistica originaria dell’indoeuropeo, abbiamo sia la radice ES (che dà il verbo essere asmi per l’esito sanscrito della E indoeuropea in A) sia la radice BHU. Quest’ultima radice dà in sanscrito un altro verbo essere (bhavami, perché BHU davanti alla vocale tematica A diventa bhav-), in greco phuō, “genero”, in latino fui.

In sanscrito il predicato nominale fa spesso a meno della copula, per cui mentre in italiano diciamo “il cavallo è veloce”, in sanscrito il verbo essere è sottinteso (si dice “il cavallo veloce”). È frequente che in sanscrito il concetto “il cavallo è visto dall’uomo” è espresso sottintendendo il verbo essere e usando solo il participio passato: “il cavallo visto dall’uomo”.

La radice sanscrita as significa “essere, esistere, essere presente, accadere”. Le prime e le seconde persone del presente indicativo sono spesso preferite ai pronomi in proposizioni con predicato nominale o participio passato, per cui si dice “sono arrivato” e non “io arrivato”.

Le terze persone di as non sono usate quasi mai come copula ma esprimono il concetto di esserci (c’è, ci sono). Bhu significa anche “diventare, sorgere, avere origine”, oltre che “essere”. È una radice usata opzionalmente come copula di preferenza in contesto di affermazioni generali e in combinazione di participi e altre forme verbali. Tanto as quanto bhu significano anche “appartenere a” (“l’uomo ha il cavallo” viene detto in sanscrito “dell’uomo è il cavallo”).

Ebbene, questo aspetto durativo della radice indoeuropea ES era inteso come: esistere, stare, appartenere a, stare con.    

Pertanto, facendo un salto dalla linguistica alla filosofia, possiamo ipotizzare che la verità del nostro esistere sia collegata con questo mondo.

Solo “stando nel mondo” possiamo veramente “essere” noi stessi.

Il pensiero viene dopo: “essere noi stessi” ma “pensando” è qualcosa di posteriore. Solo in seguito il verbo essere diviene copula e comincerà a esprimere l’atto del giudizio che unisce un soggetto a un predicato.

È curioso notare che in cinese mandarino il verbo YOU indica sia “esistere” sia “possedere”. Zhan Kaidi vede in questo verbo “un corpo e due funzioni” (cioè un solo morfema e due usi diversi), invece Alexis Rygaloff vede un unico morfema e un unico significato (gli usi apparentemente diversi dipendono dalla traduzione)[2].

Pertanto possiamo inferire che il cinese lascerebbe trasparire quanto l’essere sia collegato all’esistere e al possesso dei beni che formano l’esistenza stessa in chiave materiale.

Quando noi pensiamo all’essere possiamo pensare sia in senso primordiale, sia in senso primitivo. Il primo è ontologico, il secondo è cronologico.

Quando diciamo la parola “essere”, pensiamo a ciò che i Greci antichi pensavano con la parola arché: l’inizio primordiale e l’inizio cronologico. L’essere primordiale è ciò che struttura in sé in senso assoluto qualche cosa. L’essere primitivo si struttura nel corso del tempo in rapporto al fluire stesso.

Meditazioni Metafisiche #20 - la verità è una identità
Meditazioni Metafisiche #20 – la verità è una identità

Quando diciamo “io sono”, prendiamo l’ente “me stesso” in maniera assoluta, cioè relativa solo all’ente “me stesso”: è la identità ontologica che sempre è esistita e che non cambia nel tempo. Quando invece diciamo che “Luigi XIV è il più grande re di Francia”, colleghiamo questo essere in relazione ai re prima e dopo. Il primo (“io sono”) è un essere primordiale, il secondo è un essere primitivo o cronologico[3].

Da ciò possiamo arguire che l’essere primordiale coincide con il nostro esistere in senso assoluto, invece l’essere primitivo o cronologico con la relazione che un dato ente ha con altri enti nel fluire del tempo. Il primo è essere come esistenza, il secondo è il ragionamento (che unisce più dati in un fluire continuo e sempre potenzialmente rivedibile).

Pertanto la verità altro non è che la esistenza in chiave assoluta che unisce me e mondo esterno in una identità unica e fuori dal tempo del ragionamento.

 

Written by Marco Calzoli

 

Note

[1] M. Untersteiner, Problemi di filologia filosofica, Milano 1980.

[2] M. Abbiati, Esistenza e possesso in cinese moderno: il verbo you, in Cina, No. 23 (1991) pp. 187-200.

[3] M. Nédoncelle, Dell’essere come relazione primordiale, in Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, Vol. 65, No. 1 (Gennaio-Marzo 1973) pp. 3-16.

 

Info

Rubrica Meditazioni Metafisiche

 

Un pensiero su “Meditazioni Metafisiche #20: la verità è una identità

  1. Interessante e molto in relazione a un libro che ho appena terminato di leggere “Zen e multiversi” del cosmologo Aguirre, che affronta in maniera ancora dubitativa il rapporto che c’è fra coscienza ed esterno, e mondo. Non si è ancora risolto il problema dell’eventuale unità fra l’Io (e il suo Altro interno) e l’Altro apparentemente esterno all’Io.

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