“Mary Shelley. Un amore immortale” film di Haifaa Al-Mansour: la solitudine esistenziale

“Nulla contribuisce a tranquillizzare la mente quanto uno scopo preciso, un punto sul quale l’anima possa fissare il suo occhio”. – Mary Shelley

Mary Shelley. Un amore immortale
Mary Shelley. Un amore immortale

Realizzato nel 2017 dalla regista araba Haifaa Al-Mansour, Mary Shelley Un amore immortale è pellicola fedele ai fatti che hanno visto la scrittrice inglese Mary Shelley protagonista di una vita leggendaria. Ascrivibile al genere biografico-sentimentale, è proprio sulla sua esistenza che si concentra la narrazione filmica, in un parallelismo molto prossimo alle vicende che hanno contribuito a fare della donna un mito letterario.

“Che cos’è importante per te? Qualcosa che faccia raggelare il sangue nelle vene e acceleri il battito del mio cuore…”

Brevemente, un riferimento alla figura della regista: Haifaa Al-Mansour prima donna regista dell’Arabia Saudita. Figlia di un poeta che la inizia al mondo del cinema, Haifaa Al-Mansour si laurea in lettere e completa il suo percorso di studi con un Master in regia presso l’Università di Sidney. La sua scelta professionale è discutibile, secondo la mentalità retrograda del suo paese d’origine, ma se da alcuni è stata diffamata, da altri invece Haifaa è stata elogiata; principalmente per l’attenzione che ha dedicato alla condizione della donna nel suo paese.

Situazione difficile e complessa quella vigente in Arabia, tanto che soltanto affrontare la questione è considerato un tabù; uno dei tanti che fanno parte della tradizione araba e di cui, a parere di alcuni, non si dovrebbe dibattere.

Sebbene la regista, fra le più significative figure del cinema, agli inizi della sua carriera abbia affermato di non avere intenzione di dedicarsi a trattare della questione femminile, in seguito ha cambiato opinione affermando che le limitazioni e i condizionamenti presenti nella cultura araba sono troppo evidenti perché possano essere ignorati. Ed è attraverso il mezzo cinematografico, con cortometraggi e documentari, che ha affrontato e descritto la situazione del suo paese, passando poi a realizzare pellicole, il cui compito è anche essere modello per i registi esordienti.

Della regista occorre ricordare La bicicletta verde, film del 2012, dove lo spunto è il tradizionale mezzo di locomozione, la bicicletta appunto, per raccontare degli ostacoli incontrati da un’adolescente, che nulla desidera se non possedere una bicicletta, e pur di ottenerla è disposta a fare molti sacrifici. Non solo lavorando, ma affrontando più di un impedimento, perché in Arabia alle donne non è consentito andare in bicicletta. Infine, grazie all’aiuto della madre, la giovanissima vede realizzarsi il suo sogno, e con quel gesto affrancarsi, anche se in misura minima, dalla mentalità obsoleta del suo luogo d’origine.

“Voi pensate che mi importi qualcosa della mia reputazione? O della vostra?”

Haifaa Al-Mansour
Haifaa Al-Mansour

Come già affermato, Haifaa Al-Mansour è stata in parte stigmatizzata dalla sua gente, ma anche incoraggiata da coloro che avvertono la necessità di trattare argomenti considerati da sempre vietati, quali la tolleranza, i pericoli dell’ortodossia, le tradizioni restrittive che non portano a un miglioramento della società; cambiamenti tutti ancora lontani dall’essere stimolo per avanzare verso il progresso.  Comunque, nonostante le difficoltà incontrate, l’opera della regista ha avuto il notevole pregio di rompere il muro di silenzio che circonda la vita delle donne saudite, offrendo loro una voce attraverso l’obiettivo della sua macchina da presa.

“Quando la montagna sorge sotto il sole del mattino, noi diventiamo una cosa sola. Siamo una sola anima in due cornici. Perché?”

Dopo un breve profilo della regista, un accenno alla vita di Mary Shelley e al suo percorso creativo.

Nata a Londra nel 1797, figlia di William Goldwin, importante filosofo, e di Mary Wollenstonecraft, antesignana del femminismo e fra le prime figure del suo tempo a promuovere i diritti della donna, morta purtroppo troppo presto per affiancare la figlia durante la sua crescita.

Fin da giovanissima Mary aspira a diventare scrittrice. Aspirazione che vedrà realizzata in seguito, perché all’età di 19 anni sposa Percy Shelley, celebre per il dramma lirico ‘Promoteo liberato’. La loro unione però sarà destinata a un tragico epilogo, in quanto il corpo di Percy verrà rinvenuto nelle acque del mare di Genova.

Tornata a Londra, Mary continuerà ad alimentare la sua vocazione dando alle stampe pubblicazioni che precorrono temi di carattere fantascientifico, senza però raggiungere la fama di Frankenstein, sua opera prima, rimasta immortale nel tempo.

Diffondendo opere a carattere femminista, Mary si affrancherà così dalle due figure maschili che l’hanno accompagnata a lungo: padre e marito. Fino a quando, nel 1851, sorretta dal suo unico figlio sopravvissuto lascia per sempre questo mondo.

“Una passione in due cuori gemelli che cresce e cresce come due meteore sempre più ardenti, due sfere che sono un tutt’uno con l’istinto toccandosi, mescolandosi si trasfigurano, immobili bruciano eppure non si consumano”.

La trama del film, come già detto, speculare alla vita di Mary Shelley, racconta come è nato il mito che accompagna il nome della scrittrice fino ai nostri giorni, e che probabilmente andrà oltre. Così, come è stato nella sua vita reale, le sequenze filmiche di Mary Shelley. Un amore immortale riferiscono di una giovane donna dalle qualità eccellenti. Non solo per la sua manifesta bellezza, ma anche per le sue straordinarie capacità intellettive: appassionata di letteratura gotica sogna di scrivere un romanzo.

È durante un soggiorno nella verde Scozia che incontra Percy, l’uomo che le ruberà il cuore. Ma il giovane non si rivela per quello che è veramente, almeno nei primi momenti, un uomo con prole e già unito nel vincolo del matrimonio con altra donna.

Mary Shelley. Un amore immortale
Mary Shelley. Un amore immortale

E, nonostante il suo stato di uomo già coniugato, seduce la giovane Mary, pronta a corrispondere i suoi sentimenti. Tanto che il desiderio scaturito dal loro incontro ha il sopravvento sulla ragionevolezza, che avrebbe dovuto impedir loro di intrecciare una storia d’amore.

Ma i due innamorati, colti da una passione dirompente, nottetempo decidono di fuggire, portandosi appresso anche la sorellastra di Mary. Abbandonata la casa paterna, i tre scappano alla ricerca di un altrove. Un luogo che dia loro la possibilità di esprimersi al di fuori dell’ambiente bigotto dell’Inghilterra di quegli anni; e raggiungono la Svizzera che, grazie alle scene spettacolari dei paesaggi alpini, ad accompagnare alcune sequenze filmiche, si fa valore aggiunto alla narrazione.

È un ménage singolare quello che si stabilisce fra i tre, il quale si dipana in conflitti che si scatenano a causa della loro convivenza non sempre idilliaca, dovuta anche alle difficoltà economiche in cui incappano. Convivenza, in cui l’unico espediente del gruppetto di giovani artisti, di cui oltre a Percy, Mary, sua sorella ed altri è l’inventiva.

Figura di rilievo della compagnia è Lord Byron, che entra a far parte dei frequentatori della neo-famiglia di Mary e Percy, ed è pronto, quasi per gioco, a sfidare i sui ospiti, suggerendo loro di cimentarsi nella scrittura di un racconto dell’orrore.

Dal confronto con Byron nascerà, per mano di Mary, il romanzo Frankenstein, celebrato ancora oggi come un caposaldo della letteratura. La compagnia prende poi a vagare per l’Europa fino a raggiungere l’Italia, e nel particolare La Spezia dove Mary e Percy, in un intervallo di tempo prossimo al 1822, soggiornano. Purtroppo per Percy, la visita alla città di Genova si concluderà tragicamente, perché il suo corpo viene inghiottito e restituito dal mare ormai senza vita. E a Mary non resta che tornare in Inghilterra e vivere di scrittura: la sua tempra di donna determinata le permette di ritrovare la propria intima voce di scrittrice. Considerato dalla critica come un prototipo della science-fiction, Frankenstein o il Prometeo moderno sarà per lei fonte di successo.

“Ognuno di noi scrive una storia, una storia di fantasmi…”

Romanzo gotico per definizione, in Frankenstein, Mary Shelley non soltanto dà libero sfogo a tutta la sua creatività, ma dà vita a un indimenticabile capolavoro, diventato una pietra miliare della letteratura e, come già detto, precursore della tendenza narrativa fantascientifica.

Scritto tra il 1816 e il 1817, è stato poi rimaneggiato dalla stessa autrice nel 1831. Frankenstein è romanzo in cui sono contemplate due intramontabili figure letterarie: quella del dottor Viktor Frankenstein e la creatura da lui forgiata. Il soggetto si ispira al mito dell’uomo creatore della vita (Metamorfosi di Ovidio, Paradiso perduto di Milton), ma in questo caso alla magia dell’esistenza si sostituisce la chimica.

Nel libro vengono inoltre prese in considerazione speculazioni di carattere etico-filosofico, sull’origine della vita, il ruolo della scienza, la bontà dell’uomo, inquinata poi dal malessere insito nella società. Diventato un mito letterario, la narrazione di Frankenstein la si può leggere e interpretare in chiave psicologica, quale manifestazione delle paure umane, per esempio, che si personifica in colui che impropriamente viene definito ‘mostro’. Anche se mostro non è. Ma è espressione dell’inquietudine   di un tempo che vede il nascente sviluppo tecnologico come una minaccia; nonché esempio del diverso, che trasmette orrore, esempio negativo preso a prestito in funzione del fatto che il dottor Frankenstein compie sulla sua creatura esperimenti eticamente non opportuni. Se non addirittura riprovevoli. Di conseguenza, l’appellativo Frankenstein è entrato, erroneamente, a far parte dell’immaginario comune in ambito cinematografico come in quello televisivo e letterario in primis.

Mary Shelley. Un amore immortale
Mary Shelley. Un amore immortale

“Che cos’è la vita se non abbiamo l’amore? Voi non morireste per amore?”

Osservandolo da una singolare prospettiva, il film Mary Shelley. Un amore immortale, che dà contezza della storia stessa di Mary Shelley, può anche essere commentato quale rappresentazione metaforica della solitudine della scrittrice, dopo aver scoperto che Percy non è l’uomo su cui ha tanto fantasticato, non avendo corrisposto alle sue aspettative; non si è dimostrato infatti un marito attento alle esigenze della sua compagna, e non ha risposto all’ansia di quell’amore che aveva riposto in lui. Aspettative di ordine sentimentale andate deluse nel momento in cui Mary si è resa conto che Percy non era un uomo su cui fare affidamento.

Delusa, Mary ha dato vita al personaggio narrativo di Frankenstein, il quale può essere compreso in quanto rappresentazione plastica del suo disagio emotivo. Una solitudine esistenziale che, trasferita al suo personaggio, lo trasforma da uomo sensibile e gravido di sentimenti alti e nobili, in soggetto negativo e portatore di distruzione per sé e per gli altri.

“Io non sono affatto il grande architetto della nostra storia!”

Il film, seppur realizzato in maniera eccellente, non aggiunge nulla che già non si conoscesse di Mary Shelley, personaggio femminile di cui molto si è dibattuto. Come già detto, la pellicola è riproduzione fedele delle circostanze in cui si è consumata la vita della scrittrice e, grazie anche ad una notevole ricostruzione d’ambiente con usi e costumi dell’epoca, la narrazione promette allo spettatore un di più, qualcosa da poter aggiungere per approfondire il quadro esistenziale di Mary Shelley, figura di donna e di scrittrice davvero di notevole talento.

“La sconfitta, la morte, il tradimento: tutto questo è presente in questa storia, e io non rimpiango niente!”

 

Written by Carolina Colombi

 

 

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