“La signora Dalloway” di Virginia Woolf: una tragica correlazione

Il romanzo “La signora Dalloway” non prevede capitoli, sezioni o altre divisioni, ma consente solo qualche rara spaziatura fra un dire e l’altro.

La signora Dalloway di Virginia Woolf
La signora Dalloway di Virginia Woolf

Si tratta di un campo unico, dove le posizioni dei vari esistenti convergono verso quello che si definisce, per comodità e sintesi, il fine dell’evento che ha deciso qualcuno, in questo caso Virginia Woolf.

Il romanzo dura una lunga giornata del giugno del ‘23. La protagonista ha circa cinquant’anni e ora se ne sta andando in giro a fare compere.

“All’improvviso, mentre erano sulla riva del fiume, aveva detto: ‘Adesso, ci uccideremo’; e aveva guardato nell’acqua con uno sguardo che già ella gli aveva visto negli occhi quando passava un treno o un autobus – uno sguardo che era come affascinato.”

Il sognante suicida si chiama Settimo che, per sua moglie, “andava diventando sempre più bislacco. Diceva di sentire genti che parlavano dietro le pareti della loro camera da letto.”

Eppure, Clarissa… “Eppure, se voleva, poteva ancora trovare delle soddisfazioni…”

L’autrice cerca di descrivere l’anima della protagonista: “Era naturale ch’ella godesse immensamente la vita. Godere era nella sua natura…”

Inoltre: “Possedeva un senso umoristico veramente squisito, tuttavia aveva bisogno di gente, sempre gente, per porlo in risalto…”

“Sin dalla più remota età, quando il selciato era prato, quando era palude, sin dall’età dell’avorio e del mammut, sin dall’età delle silenziose aurore l’annosa femmina – che quella forma portava la gonnella – la destra protesa, la sinistra stretta a fianco a mo’ d’artiglio, era là a cantar d’amore; amore che dura da un milione di anni, amore che non muore; milioni di anni addietro il suo amore, che da tanti secoli era morto, con lei aveva camminato al mese di maggio, diceva la sua nenia; ma nel corso degli anni, lunghi come giorni d’estate e fiammeggianti di grosse arterie, egli se n’era andato. L’enorme falce della morte aveva spazzato quei dirupati monti; quando un giorno ella avesse posato il canuto e decrepito capo sulla terra, che altro non sarebbe che un’immensa morena, allora, ella implorava, posassero al suo fianco gli dei un ciuffo d’eriche purpuree, là sull’alto tumulo che gli ultimi raggi del sole carezzano; perché allora la gran parte dell’universo avrà fine.” 

In quel breve e interminabile mattino è occorsa tutta la storia del cosmo.

Poco dopo, l’autrice tenta una più ampia descrizione di Settimo (e del sottoscritto), specificando, tra l’altro, che “a vederlo si sarebbe detto un impiegato, ma un impiegato di concetto, diciamo.”

E poi affonda il bisturi (o il kriss): “Uno di quegli uomini semi-istruiti, i quali si sono fatta una cultura sui libri presi a prestito nelle pubbliche biblioteche; essi li leggono la sera, dopo la giornata di lavoro, e scrivono agli autori noti per chieder loro consiglio.”

E qui non so se mi abbia definito con precisione: non ho mai letto libri di biblioteca, siano bei tomi oppure no, perché io li voglio tutti per me, e per sempre. Per il resto… qualcosa ha intuito.

Settimo Warren Smith ha perso un amico in guerra. Il suo medico specialista gli fa una domanda che, da un lato, è giusta e, dall’altra, sbagliata: “Avete fatto la guerra, e vi siete distinto, vero?” al che: “La guerra? domandò il paziente. La guerra europea – quella piccola baraonda da ragazzini con della polvere da sparo? Se lui s’era distinto? Davvero, non ricordava. La guerra era stata per lui un fallimento.”

In quel teatrino di tric e trac, Settimo Warren Smith aveva visto morire Evans, l’amico più caro, e nulla più.

Il libro è un’opera polifonica, dove le voci, pur collegate, restano indipendenti, ognuna con il suo magico tragitto. E ora tocca a Lady Bruton chesalì nella sua camera e si allungò, un braccio teso, sul divano. Sospirò, russò, non che dormisse, solo si sentiva sonnolenta e greve, sonnolenta e greve come un prato di trifoglio al sole in una calda giornata di giugno, e tutt’intorno api che ronzano e farfalle gialle.”

In altri due casi l’autrice aveva reiterato gli aggettivi, aggiungendo una similitudine. Lady Bruton è assimilabile a un parto di trifoglio al sole, e tale diventa, per un tempo indefinibile.

L’ambiente è la scena, il campo fisico in cui il personaggio esiste, e contribuisce a determinarlo. Lo stesso discorso vale per gli oggetti, i suoni, i colori, le voci, i pensieri stessi, che posseggono una vita isolata, ma coinvolta nella creazione della scena stessa. E le scene non valgono di per sé ma, in tal modo, risultano collegate fra di loro.

Da un incontro casuale, come quello che accade senza che, quasi, paia accadere, fra la signora Clarissa Dalloway e la coppia di coniugi Warren Smith si formerà il nucleo, la noce saporita e recondita della storia.

Il romanzo è ordinato seconde linee casuali, che rendono confuso il lettore, fino a quando non cessa di sentirsi tale. Il flusso di coscienza di Clarissa è un continuo tornare sulle medesime questioni che scorrono su e giù per la sua mente.

“E se questa non era la felicità…”  

“Ma che obbligo aveva lei d’invitare a casa sua tutte le donne uggiose di Londra?”

“Se questa non è la felicità, pensava…”

“Questa è la felicità, pensò, questa”

“Chissà perché dovrei invitare a casa mia tutte le donne uggiose che ci sono a Londra?”

“Per gli Armeni, egli replicò; o forse aveva detto Albanesi”

“Un’ora di riposo completo dopo colazione”

“Tutto lui! Avrebbe continuato a dire ‘Un’ora di riposo completo dopo colazione’ sino alla fine del mondo”

“Egli era già a mezza strada dalla Camera, dai suoi Armeni, o Albanesi che fossero”

“ma no! gli Armeni (o gli Albanesi?)”

“le piacevano tanto le rose”

Virginia Woolf
Virginia Woolf

“Là c’erano le sue rose! Le sue serate! Ecco che cos’era! Le sue serate!”

“Già, già, ma le vostre serate – che sugo hanno le vostre serate”

“Sono un’offerta.”

“E questa era un’offerta: combinare, creare. Ma un’offerta a chi?”

“Confondeva Armeni e Turchi”

“e poi quelle rose; era già abbastanza”

Ora tocca a Miss Kilman, che “trovava che aveva pieno diritto a tutto quanto i Dalloway facevano per lei.”

“una giovinetta aveva pieno diritto a una felicità qualsiasi. E lei, così goffa, così povera come se non bastasse, non era mai stata felice.”

“È la carne!

Era la carne ch’ella doveva vincere.”

“ma ella non aveva trionfato. Non aveva domato la carne. Clarissa Dalloway s’era fatta beffe di lei perché era brutta, goffa;”

“Doris Kilman era stata sopraffatta.”

“Clarissa Dalloway aveva riso di lei”

“È la carne! È la carne!”

“Che cosa ne poteva se era brutta?”

“Clarissa Dalloway aveva riso”

“il mondo che l’aveva disprezzata, derisa, ripudiata”

“un corpo sgraziato, che la rendeva ingrata a tutti”

“Mai ella si sarebbe resa grata a chicchessia.”

“La conoscenza avviene attraverso il dolore, diceva il Reverendo Whittaker.”

“e ancora lei mormorava tra sé ciò che le aveva detto il Reverendo Whittaker sulla conoscenza che avviene attraverso il dolore e la carne. ‘La carne’ ella mormorava.”

“Ora ve la do io!”

Dopo aver così gridato, Settimo, “con tutte le sue forze, violentemente si buttò giù, sulla cancellata davanti al giardinetto della signora Filmer.”

Per quanto riguarda la signora Dalloway, “strane affinità ella aveva con gente alla quale non aveva mai parlato, una donna in strada, un uomo dietro al banco di un negozio – persino con degli alberi, o con un capanno in campagna. E finiva in una trascendentale teoria la quale, unita al suo orrore per la morte, la induceva a credere, o a dire di credere – ella era oltremodo scettica – che siccome le nostre apparizioni, o la parte di noi che appare, sono così effimere a paragone con l’altra parte, quella invisibile, che si estende per sconfinate regioni, l’invisibile può ben sopravvivere, e recuperarsi, attaccandosi in qualche modo a una persona qualsiasi, o aggirarsi magari in certi luoghi dopo la morte – chi lo sa – chi lo sa…”

Arriva il momento tanto atteso, pur senza essere agognato: il ricevimento a casa della signora Dalloway.

Dove si parla di tutto, anche della disgrazia che è occorsa a quel giovane che “aveva fatto la guerra”.

Terribile.Ma che cosa veniva in mente adesso ai Bradshaw di parlare di morte alla sua serata?”

“Ma perché aveva compiuto quel gesto? E i Bradshaw ne parlavano alla sua festa!”

 “Lei una volta aveva buttato uno scellino nella serpentina; mai niente di più. Ma quel giovane aveva buttato via tutto.”

“E gli altri continuavano a vivere”

“invecchiavano”

“Ma una cosa c’era che contava”

“E quella cosa egli l’aveva salvata. La morte è una sfida. La morte è un tentativo di comunicazione, poiché gli uomini sentono l’impossibilità di raggiungere quella mistica mèta che sentono sfuggire. Ciò che è vicino si allontana; l’estasi svanisce; e si resta soli. Nella morte c’è un amplesso.”

Quindi c’è una speranza di far ri-vivere qualcosa dopo?

Clarissa aveva intravisto, appena e forse, il giovane suicida, mentre sta entrando in un negozio di fiori, senza conoscerlo, il giovane e futuro suicida, accompagnato dalla moglie.

Questo basta per creare un coinvolgimento, una correlazione sia pure involontaria.

L’anima dell’autrice si è riversata in entrambe quelle sue due maschere, forse più in una che nell’altra, non so, ma del resto si è disseminata in tutte le persone, le cose, i gesti, i suoni, i rumori, i sapori, i profumi e i sentimenti.

E chissà quanto si ricorderà di tutto questo, quando, il 28 marzo[1] di diciotto anni dopo, riempitasi le tasche di sassi, si volgerà per sempre al suo quasi infinito fiume.

Chissà se riuscirà mai a raccontarcelo.

 

Written by Stefano Pioli

 

Note

[1] Era il 1941 quando si riempì le tasche e si avviò al fiume Ouse. Al marito, Leonard Woolf con il quale nel 1917 fondò la casa editrice la Hogarth Press (che pubblicò Katherine Mansfield, Italo Svevo, Sigmund Freud, Thomas Stearns Eliot, James Joyce e la stessa Virginia Woolf), lasciò questa lettera: “Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.”

 

Bibliografia

Virginia Woolf, La signora Dalloway, Mondadori, 1980

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: