Dialetto quantistico: un gât môrt a metèe!

Nella mia breve storia di cultore del dialetto mi sono posto delle domande.

Dialetto
Dialetto

Ma, prima, raccontiamola tutta. Mia madre e mio padre il dialetto lo conoscevano bene, e lo parlavano spesso fra di loro. Mia madre ogni volta che poteva, mio padre spesso. A volte il secondo faceva la domanda in italiano, la prima rispondeva in dialetto. Mai il contrario. Qualche volta lei la faceva in dialetto e lui rispondeva in italiano. Papà aveva studiato fino alle medie, e aveva frequentato i corsi serali per operai. Lei era arrivata alla quinta elementare. Voleva fare l’infermiera, ma in casa non pareva serio che una ragazza per bene abbandonasse la famiglia per andare a fare gli studi superiori. Se l’avesse voluto il primo dei maschi, anche anche, ma una figlia no, non era cosa.

Mio padre a quattordici anni entrò alle Reggiane come scaldachiodi, con una gran voglia di migliorare la propria condizione, sia da un punto di vista economico che culturale, e cominciò a leggere. I suoi libri preferiti erano: L’uomo che ride, Martin Eden e L’Idiota. Per anni, invano, m’invitò a leggerli. Fino a che, un bel giorno, decisi di obbedirgli, e un quel d’immenso mutò in me.

Facciamola corta: fece carriera. La finì inquadrato come impiegato dell’ufficio preventivi. Il suo italiano era ottimo, senza gravi errori, anche se diceva circuìto, per circùito, rùbrica, per rubrìca. Anni dopo scoprii che, in quest’ultimo caso, aveva le sue ragioni etimologiche. Nel primo caso non lo so. Del resto, panta rei, tutto scorre. Quando ero alle elementari, il mio maestro Enrico Paoli, scacchista internazionale, laureato in economia, capitano di lungo corso, violinista, ci insegnò a differenziare fra calcàre (la terra) e càlcare (da cui calcareo). Ora, dopo decenni di pubblicità per detersivi anticalcarei per lavatrici, si dice sempre e solo calcàre. La diatrìba (o diàtriba?) è cessata.

Imparai il dialetto ascoltando i miei genitori, ma non lo parlavo mai, se non per scherzo (o per ischerzo?). Nella scuola media Galileo Galilei, che frequentai, questo non era possibile; nell’atrio c’era il cartello che ammoniva severamente, anzi, sbraitava: In questa scuola è vietato parlare in dialetto.

Mi disinteressai del dialetto, fino a che, un giorno, né bello, né brutto, di qualche anno fa, mamma morì. Fu una specie di liberazione, per lei, più che per noi figli. Brutto da dire, ma è così.

Cominciai a pensare alle sue frasi preferite, fra cui la più bella era: piânser fa trî e rèder fa trî: una perfetta ἀνά farmaceutica, un’equipollenza esistenziale a cui non manco mai di riferirmi, quando mi succede qualcosa di spiacevole.

Creai un gruppo su facebook dedicato a tutti i dialetti, augurandomi una sorta di sincretismo glottologico, che non si realizzò. Poi scoprii per caso un gruppo serio e abbastanza serioso che si chiama Parlòm ed dialèt!; parlom in dialèt!, che da allora seguo con molto interesse, e che mi ha fatto conoscere e apprezzare molto certe persone, alcune un po’, altre meno: insomma, come nella vita reale. Feci anche un paio di cene di gruppo, in cui mangiai e chiacchierai assai piacevolmente coi miei commensali.

Tulomla curta!, come si suol dire (da fero, fers, tuli, latum, ferre)

Perché ho intitolato questo breve testo Dialetto quantistico?

Grammatica del dialetto reggiano di Denis Ferretti
Grammatica del dialetto reggiano di Denis Ferretti

Proprio ieri lessi una frase inquietante in un gruppo che si interessa al dialetto piemontese. Diceva che un dialetto diventa lingua quando ha una sua grammatica e una sua letteratura. La prima, il reggiano, ce l’ha: è stata compilata da Denis Ferretti.

La seconda ce l’ha e qualcosa ho letto: La vétta ed l’om di Amerigo Ficarelli, poeta dei ruggenti anni ’20; Il volgare reggiano di Ugo Bellocchi; Detti e ridetti – Modi di dire della parlata reggiana di Mario Mazzaperlini; e, di Sergio Subazzoli, che ho conosciuto di persona, ho letto due libri di poesia e prosa in novellarese, Il tempo dei padri e Quand al dialét l’era ‘l pan di povrét, splendide opere regalatemi dall’autore.

Andòm al dunque, per la mà!

Prevedo grandissime difficoltà per questa lingua reggiana, come pure per gli altri dialetti, anche per i più rinomati, quali il milanese, il veneziano, il romanesco e il napoletano, per quanto queste lingue abbiano nel corso dei secoli prodotti capolavori immortali (basti pensare a Porta, Goldoni, Belli, Trilussa, Pino Daniele, Avitabile e numerosi altri), essi non rappresentano, a mio modo di vedere, una documentazione sufficiente perché si possa affermare che tali lingue abbiano i loro definitivi fondatori, come lo fu, per l’italiano, Dante e poi Manzoni (che notoriamente sciacquò i panni in Arno) o, se si vuol uscire dal Continente, Chaucer in Inghilterra.

Noi a Reggio abbiamo avuto il vate Gaudio Catellani, il teatro di Ennia Rocchi e di Guidetti, esempi fulgidi di espressioni artistiche dialettali. Per quanto splendidi, tutti questi autori non bastano. I dati ci sono, ma sono insufficienti a risolvere l’equazione.

Invito alcuni amici cari del gruppo a scrivere in dialetto, ma già so che l’impresa di far diventare il dialetto una lingua definitiva è disperata. Per addivenire a questo, aggiungo una terza condizione a quella sopra indicata: occorre una frequenza abituale (che è sempre più problematica) e questa manca, soprattutto nelle generazioni più giovani.

Come evidenziato in un breve incontro pubblico da Denis Ferretti, i reggiani nati dagli anni Cinquanta in poi sono stati privati dell’uso del dialetto, derubati, direi. Altrove non fu così, in Campania per esempio. Mia figlia, nata a Reggio, che frequenta il liceo classico ad Amalfi è stata sollecitata dalla sua docente d’italiano a imparare al più presto tutte le espressioni verbali del posto.

Tótt à fîn, am sa! Mi domando se fra un secolo o due, la quarta lingua più studiata del mondo, il mio amato italiano, sarà ancora utilizzato, o se tutti si parlerà in inglese o in cinese, o in indiano, chissà!

Ma ancora non ho spiegato perché dialetto quantistico.

Perché il mistero più recondito, ma tutto sommato semplice da capire, della meccanica quantistica è che della realtà si può ottenere soltanto una conoscenza incerta e probabilistica, e mai assoluta. La teoria della relatività offre altri panorami: ognuno di noi è possessore di una sua verità, individuale, parziale, relativa a sé, e di certezza ce n’è una sola, ed è l’insuperabilità della velocità della luce nel vuoto.

Einstein confidava in un principio pressoché divino, secondo cui tutto era regolato. Di fatto la sua teoria era tutt’altro che relativa, in quanto prevedeva un assoluto che era rappresentato, appunto, dalla velocità della luce che, nel vuoto, rappresenta un valore insuperabile, ché altrimenti si tornerebbe indietro nel tempo (magara!).

Il suo amico rivale Bohr confidava nell’occorrenza di continue relazioni, per cui una particella esisteva solo allorché era percepita, quando cioè diventava parte del fenomeno che collega in un unico evento osservatore e cosa osservata (Rif.: Quantum di Manjit Kumar). Altrimenti è onda energetica. Quindi si esiste realmente quando c’è unione, da cui prima o poi ci sarà separazione, annichilimento, ri-trasformazione in energia.

Quel che servirebbe sapere è chi avesse ragione dei due. Esiste l’Eternamente Assoluto o, esistendo, anch’esso si relativizza nell’hic et nunc? Interessante è il fatto che, al di sotto dello spazio di Planck, pare che le leggi fisiche/esistenziali non valgano. È quello l’unico (irreale) assoluto che, e disen, sfuggirà per sempre a ogni speculazione scientifica.

Dal punto di vista dialettale io mi sento molto bohriano (o bohrioso?). Ormai certe espressioni dialettali, non esistono più o quasi, ma quando capita di reagirci, esse riprendono vita. Non esistono in realtà, ma possono esistere in teoria. Quindi, prima o poi, esisteranno. Potenzialmente, esistono di già. Poco fa ho imparato che zoppicare si dice anche marcher, che vuol dire anche marcare, vidimare, punzonare una bici. È un mondo, il nostro umano, in perenne espansione, glottologicamente e non.

Effetto Tunnel - Photo by SlidePlayer
Effetto Tunnel – Photo by SlidePlayer

Un paradosso quantistico è detto dell’effetto-tunnel. Secondo la fisica classica, una particella non può superare una barriera, se è priva della necessaria energia. Ma poiché le funzioni esponenziali non sono mai riducibili a zero, deve pur esistere una pur minima possibilità che essa, prima o poi, riesca a passare. Spari un protone contro una barriera supermassiccia: 99,99% delle volte essa sarà bloccata. L’ultimo 9 però non è infinitamente periodico, e la misura delle probabilità non sarà mai uguale a 100%: nulla lo è, ‘n coppa a ‘sta terra.

Per cui un protone su un miliardo di miliardi di miliardi e via discorrendo, andrà oltre. Per il principio d’indeterminazione di Heinsenberg, non si può osservare una particella mentre passa, ma soltanto prima o dopo. Come dicevano quei tre, uno su un miliardo di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi ce la fa. Perché ce la può fare. E l’esito di questa folle corsa lo sapremo solo vivendo per una quasi eternità (e dietro opportuna verifica).

Cosa c’entra tutto questo col dialetto? Al gh èintra, al gh èintra!

Il mio gruppo dialettale si chiama Al suster dla Catia, non solo dialetto non solo reggiano. Il titolo deriva da un ricordo di mia cugina Catia, la quale chiedeva se qualcuno conoscesse il significato di suster, che per il padre e lo zio era un qualcosa che serviva per aggiustare le scarpe. Dopo innumerevole ricerche riuscimmo a capire: in tedesco ciabattino si dice schuster, e chissà dove quei romiti abitanti di Villa Cella l’avevano sentito, forse in guerra?, forse da qualche tedesco che era passato da quelle parti? Chissà!

Fu attestata la particella schuster, nella sua versione suster, ed essa da allora esiste nel dizionario personale di Catia (e ormai nel mio e in quello di tanti altri, anche dell’amico catanese Vincenzo Zappalà, che spesso pubblica post nel gruppo).

Ognuno di noi ha un suo dizionario personale, in cui si ammassano parole di diversa provenienza: kaputt, bar, film, hard disk, vamos!, hasta la vista!, andommia o stommia, iamme, ammonì, o mia bela Madunina!, sc-iavo vostro!, minchia!, ajò, tiremm innanz, tirabusoun, tirabbusciò, guagliò, mescaa francesca, etc etc.

In un gustosissimo sketch, Nino Ferrer, buonanima, saluteannui!, vuole convincere Nino Taranto, buonanima, saluteannui!, che il napoletano deriva un po’ dal francese (in realtà anche dallo spagnolo: camicia, sia in reggiano che in campano, si dice camisa, come in iberico). “Assez vu… Assez eu… Assez connu…cantava Rimbaud in Départ, che in arşân si tradurrebbe: “asèe vést… asèe avû… asée cgnosû…”.

Quindi, se capita di udire una parola o un proverbio strano, se lo si attesta anche solo una volta, esso diventa rappresentativo, anche se dubbio. Ad esempio: ier sìra s’è alvê la lona, anche incô ne ho imparê ona; diventa, in un’ipoetica traduzione in pavullese: tötti al nòt e s léva la lüna, tött i dé e s n impèra üna. Chi ha provato a tradurlo, non sa se esiste o no, ma così sarebbe se, da quel momento, fosse. Quindi da ora è. Altri ammoniscono che è lombardo, dove lüna e vüna fanno rima, non emiliano. Io dico che, almeno da ora, è anche emiliano. È stato scritto, scribo ergo sum! Non solo io che scrivo sono, ma anche ciò che scrivo è. Verba volant, scripta manent.

Aborigeno - Abitante dell'Australia
Aborigeno – Abitante dell’Australia

Ci sono innumerevoli lingue soltanto orali che sopravvivono da millenni, ma la loro fine è imminente, purtroppo, se qualcuno non si decide a salvarle su un foglio di carta o nella memoria di un computer. Una volta lessi di un tentativo di spiegare a uno Jivaro amazzonico cosa sia la scrittura. Si disegnava un’oca, e un pito (tacchino dalle mie parti è pît), e si leggeva o-capito, ho capito. Ho ovviamente adattato la spiegazione con termini comprensibili, per spiegare meglio il meccanismo usato. Il selvaggio era strabiliato. Tutto è umoristico quando si parla con chi non capisce bene la tua lingua: basti ricordare l’origine della parola kangaroo, che in lingua australe significa non ho capito la domanda. Fu chiesto all’aborigeno: che animale è?, e lui rispose che non aveva capito. Si trattava alla fine di un canguro.

At salót Minghîna! (o Mingheina, o Marieta)…, questo per dire addio a quello che avresti sognato accadesse, Minghetta, Domenichina, è la contadina. E c’è chi assicura che la Minghina era una scarriolante, cioè l’unica donna tra tanti uomini a raccogliere terra e sassi per rifare le rive del Crostolo e dei fiumi in generale, una movimentazione terra manuale! Si chiamava dunque Domenica, ed era nata verso la fine dell‘800, secondo le notizie raccolte da una centenaria di Pieve Modolena, che oggi avrebbe 130 anni. Ma c’è chi assicura che anche a Gaggio Montano (Bo) si dice: a t salût Minghîna, e il detto risulta presente da Ferrara a Parma, quindi anche alla Pieve e lungo il torrente reggiano.

La particella Minghina è stata osservata in questo range di occorrenze. Tu spari una particella e sai che dovrebbe arrivare in un punto qualsiasi, in uno schermo ampio in un modo discreto, più probabilmente al centro di esso, assai meno ai lati; ma dove vada a finire puoi solo prevederlo probabilisticamente, non certamente; soprattutto lì, e disen, ma non è una certa assoluta: nulla lo è mai, assoluto, né certo! Ed ecco che le varie Minghine andranno lì più che là, anche lì e costì e costà, oppure colà. Mistero della fede (quantistica).

Arcana è l’espressione Veh, va’ a Fiesole! Qualcuno assicura che a Gavassa un contadino avesse sposata una toscana un po’ inghignòsa. Il detto è però diffuso in tutta la zona adiacente a Reggio. Poi vengo a scoprire recentemente un detto, che oso riportare solo in vernacolo molto stretto, e che infittisce e rende poco gradevole il mistero: a Fièss a impilêr i scurèss!

Il problema successivo (e più cogente) è la sistemazione del dialetto. Per i problemi che ho individuato, risulta difficile capire se un termine è solo reggiano o anche bolognese. Nella città felsinea si dice, più o meno, al pîż l è tach a l óss. Me lo disse una volta un padano orientale e da allora lo devo spesso anch’io. Il peggio è equamente distribuito in tutta la valle del Po e nel resto del globo.

A proposito uno è cujoun o cajoun, a secondo da dove abita. Poi si scopre, vivendo, che caioun deriva da quaglione, usato in un senso bonario di pollo, cioè sciocco, ingenuo, sandrone, non coglione. Troja d’un caioun!: troia di un sempliciotto! Poi chi parla italiano ha tentato di tradurre coglione in arzân e ha iniziato a dire cujoun. Però a Berch as dis coiô. Perbacco, questo è il problema! Insomma, a l’è propia un brôt cašeinTroja, femmina del maiale (che nel medioevo veniva svuotata per introdurre manicaretti vari, come se fosse il cavallo di Troia) è un rafforzativo: esagerato d’un coglione!

Ora propongo un esempio di un atarassico, ma non troppo, colloquio fra due amanti disperati del dialetto arşân:

F: Perché agh ân e non semplicemente gh ân? Almeno a Cadelbosch l’a non viene pronunciata.

D.: Non ho voluto fare il puntiglioso, ma se dici a gh ân, e gh ân o i gh ân (a seconda della località), la vocale prima della gh, andrebbe teoricamente staccata perché è una parola a sé. È un pronome clitico, come al gh à, la gh à. Effettivamente non ha senso metterlo come vocale eufonica (attaccata), perché non ce ne sarebbe bisogno… si riesce a pronunciare lo stesso. Ci sono varietà, come ad esempio quella di Cadelbosco dove i clitici a, vengono mangiati sistematicamente. Forse anche per l’influenza dell’italiano, che dà la possibilità di non mettere il pronome. In reggiano cittadino l’assenza del clitico sposta il tono su un registro un po’ più grezzo, approssimativo, però si sente spesso e non si può dire che sia sbagliato. È un po’ gergale.

Insoma, i tûrch în drê a rivêr, ma al pronom ciclit al pies piò a Rèş che a Càdelbosch ed Sőver.

Dialetto emiliano romagnolo - Photo by Wikipedia
Dialetto emiliano romagnolo – Photo by Wikipedia

Ci sono, nella meccanica quantistica, dei problemi d’infinito. Certi calcoli prevedono dei dati che assumomo valori infiniti, che riguarda, ad esempio, la quantificazione della massa dell’elettrone. In tali casi è prevista una rinormalizzazione di tali dati, altrimenti non si può andare avanti e non si costruiscono computer (elaboratori elettronici) quantistici. Le equazioni sono una cosa, la pratica è un’altra. Il contrario di quanto disse il mio cognato preferito, nonché unico: a saccio bene ‘a teoria, ma è la pratica che mi vene difficile! È sempre la pratica la strada che occorre seguire fino in fondo, perché la teoria arriva solo fino a un certo punto… E per andare avanti va sempre usato un granèin ed sêl. Fêr finta ed gninto e sc-iflêr. Fiuuuu!

Vanno compiute delle scelte pragmatiche e kirkegaardiane: guai al grammatico che non sappia o non intenda scegliere, e al glottologo, pure. Sarebbero destinati a far la fine dell’asino di Buridano.

Denis, il grammatico, dice che va incentivato l’uso degli accenti, perché spesso cambia se dici una parola con un accento o con un altro (àncora e ancòra, ad esempio). Il problema del dialetto è che per individuare con la scrittura un termine si necessita di tanti, troppi accenti. E ci sono altri problemi di scrittura. Noi reggiani non diciamo né la z di tazza, né la sc di sciocco, per cui tazza è tâsa, e Mussolini era un fasista e, se non fai a modo, et tîr un sc-iâf, e se esce più forte è ‘na sc-iâfa, s di sasso e c di cielo.

Ce ne sono troppi di caratteri particolari, e di accenti, e bisogna attrezzarsi! I problemi, dicevo, sono nella sistemizzazione del dialetto.

Amo la città di Carpi, con la sua splendida e infinita piazza, ma faccio una leggera fatica a sentire il carpşân come cosa reggiana, essendo al di là del confine, anche se è certamente similare al curşesch, che invece ritengo simile al reggiano.

Ognuno può, e deve dire la sua. Campanilismi. Bisogna però cercare una collaborazione fra limitrofi, senza badare alla cittadinanza. Bisogna fare sforzo su di noi e su certe inveterate chiusure mentali.

Tra l’altro, se scrivessi, errando, all’italiana, correggeis, mi dovrei chiedere: quante r, quante g? Invece il termine dialettale locale è più facilmente individuabile, alla tedesca: curşesch, come a dire correggeschi.

Un’affermazione di Denis Ferretti mi colpì, durante quel breve incontro: “I nostri genitori conoscevamo la grammatica dialettale in modo spontaneo, senza tanti dubbi come li abbiamo noi.” L’avevano assunta col latte materno. A loro non pareva tanto di parlare in dialetto, quanto nella lingua avita. Beati loro, mi viene da dire!

Una volta un padroncino curşesch andò in un magazzino di Carpi e chiese dov’ini i pèss? Prouva in dal lêgh!, gli risposero. Ma sia al di qua che al di là del confine, pèss indica i pesci, e non i pezzi. Pèss nel senso di pezzi è un italianismo.

Ogni italianismo è consentito, così la lingua si espande, perché questo è il suo fatale destino, che ci piaccia o no. Gran parte delle lingue occidentali sono derivate dal sanscrito. La maggior delle parole italiche e greche sono sanscritismi. Kam’a significa passione, da cui amore, amicizia, kamasutra.

Un discorso analogo esiste fra il castellarese e il sassolese. La zona d’inferenza è quella, è lì che va a sbattere normalmente la particella. Da quelle parti, soprattutto, al di là o al di qua di quella Secchia che fu rapita dal Tassoni. Occorre certamente rigore, ma anche una discreta elasticità mentale: mia tânt fàcil!

Préma a gh ēra i napoletân (per me nôna tót i diversamèint italiân, i èren gnû da Napoli); dôp i ēren dvintê tót maruchîn; dôp ch ēra gnû a catêrs i maruchîn col pedigrî, i eren dvintê tót taròun (oh… l è un brêv òmen, anca s’ l ē un taròun, e l gh à anca vòja d lavurêr); adèsa, che i maruchîn în pió che i cutrèiş, ânca i calabrèiş în dvintê italiân al sèint per sèint.

A m ricord cla guêrdia giurêda ed Ginosa ch al dgîva, dôp vintân ch al estêva a Rèş, an gh ēra mia ‘na volta tant taròun cm adess!”

La sintesi del passo precedente è che i non reggiani una volta erano quasi esclusivamente i meridionali, che per mia nonna erano tutti napoletani, poi qualcuno cominciò a chiamarli marocchini, per via del colore più scuro della pelle. Poi terroni. Ora, che ci sono tanti extracomunitari, per lo più magrebini, tutti, anche i cutresi della provincia di Crotone, sono ritenuti italiani quasi al 100%. Queste espansioni di prospettiva valgono per tutte le situazioni che prevedono una centralità perennemente in progress (anglicismo) non solo dal punto di vista linguistico, ma culturale tout court (francesismo).

Come si devono comportare gli eredi di Luciano Serra e Luigi Ferrari, creatori del primo grande dizionario reggiano? I dioscuri Denis e Livio Ferretti (quând agh è ûn angh è mia clêter, a dîr só), due profondi conoscitori del dialetto cittadino, devono, secondo me, tentare di stabilire una linea di demarcazione spazio-temporale. Devono restringere il più possibile il campo della loro scelta. Il più possibile, ma senza esagerare: mia tânt fàcil! Ma si può tentare, coraggio! Devono tentare, in ogni caso, e poi vada come vada!

Molti termini antichi (usati da mia madre però) stanno sparendo: pchêr è beccaio (similmente, in inglese è butcher, in francese è boucher) anche se ora si dice più spesso maslêr, italianismo derivato da macellaio; si dice sempre dišnêr, desinare, ma c’è già chi dice pranšer. Magnân vuol dire magnano (dal latino manianus, da manus) e il termine italiano è ancora in essere, ma quanti non dicono invece stagnino? Mio papà comprava le sue sigarette dal paltèin, con l’etimo da appalto, ma ora si dice di più tabachîn, più simile all’italiano tabaccaio.

Dialetto quantistico
Dialetto quantistico

Ma attenzione: l’uso del dialetto può talvolta indurre all’errore grammaticale, e questo era il motivo per cui fu esposto quel terribile cartello. A Reggio si mangia il gnocco, non lo gnocco: in reggiano si dice al gnôch. Stesso discorso per il pneumatico, che è al pneumâtich. Occorre quindi fare grande attenzione quando si va dal fornaio o dal gommista!

Il dialetto tende a conservare gli antichi vocaboli italiani, almeno fino a che i nuovi non li sostituiranno. Il dialetto reggiano è basato principalmente sul volgare italiano, quindi è di fatto composto da italianismi ormai quasi sconosciuti alla popolazione italica. Niente di nuovo sotto il sole, tutto è stato riciclato e adattato dalle implacabili macine della Storia.

Incombe il fattore tempo. Qual è dunque l’arşân degno di essere ritenuto non desueto, ma corrente?

Leggendo La vétta ed l’om ho attestato l’esistenza di molti vocaboli ora non più in uso, però belli e significativi. Anche per quelli vale il dovere di fare una scelta operativa, quella che, chi sa organizzare le guerre, chiama regola d’ingaggio, e poi proseguire, dritti (e magari un po’ nudi) alla meta.

Leggendo Eco e Bacchelli mi sono imbattuto in varie espressioni che non mi garbano: per intanto e, addirittura, nel secondo, qual’è. Anche queste particelle devono essere salvate? Io penso di sì, ma non ne sono sicuro. Nulla è mai del tutto certo. Molto probabilmente dovranno essere attestate.

E occorre ricordarsi sempre che léngua e mân agh ân seinper vintân, che non c’entra granché con l’intero discorso, ma mi piace finire così.

 

Written by Stefano Pioli

 

 

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3 pensieri su “Dialetto quantistico: un gât môrt a metèe!

  1. Cojoun/cujoun/caioun/quaioun, nel senso di balordo, stupido, minchione der. del lat. tardo coleonem, der. di colĕus ‘testicolo’, arrivato nei dialetti settentrionale nella forma coioun der.dal francese coillons con mutamento significato nel 1560 con coion.
    – COUILLON, subst. masc.
    Étymol. et Hist. A. 1. Début XIIIe s. coillons (Gervaise, Bestiaire, éd. F. Meyer, 689); 2. 1813, 18 mars « homme peureux, lâche » (Stendhal, Journal, t. 5, p. 21). B. 1560 coion « homme mou, sans énergie » (Grévin, Les Esbahis, V, 4 ds Gdf. Compl.); 1592 coyon (Montl., Comm., I, 7, ibid.), forme encore inscrite ds Lar. 20e avec renvoi à couillon. A du b. lat. *coleonem acc. de *coleo (CGL II, 103, 29), class. coleus « testicule ». B empr. à l’ital. coglione proprement « testicule », au fig. « homme mou, balourd, sot » (1re moitié XVIe s., L’Arétin ds Batt.); A 2 est prob. un dér. sém. de B.
    E.C. Baldassarri (Milano)

  2. Si. Anche in reggiano ora vuol dire anche testicolo. Ma ha il significato proprio di coglione

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