“Tutto quello che non ho imparato a scuola” di Erling Kagge: la fatica è un obiettivo in sé

Sono convinto che anche se l’oracolo di Delfi, nell’antica Grecia, fosse stato raggiungibile per telefono, la gente si sarebbe comunque inerpicata su per quei pendii per trovare una risposta alle proprie domande.– Erling Kagge

Tutto quello che non ho imparato a scuola di Erling Kagge
Tutto quello che non ho imparato a scuola di Erling Kagge

Sarò di parte, tuttavia risulta meritoria l’opera di Einaudi che, nella sua collana Stile libero, prosegue la traduzione dei libri del norvegese Erling Kagge, noto a tutti per aver raggiunto per primo il Polo Sud a piedi e, in generale, per aver raggiunto i “tre poli”, ovvero il predetto Polo Sud, il Polo Nord, l’Everest.

Così la casa editrice torinese, dopo aver reso disponibile ai lettori italiani i due saggi Il silenzio (2017) e Camminare (2018), ha proposto nel mese di giugno (2020) la versione italiana di Tutto quello che non ho imparato a scuola, edito in lingua originale nel 2019.

Il libretto, sulla falsariga dei precedenti, è organizzato in capitoletti piuttosto brevi, diciassette per l’esattezza, per un totale di centodiciassette pagine.

Oltre alla brevitas Kagge riprende dai precedenti libri anche lo stile, consistente in un mix fra narrazione e introspezione, corroborato da citazioni filosofiche a supporto.

Notevole è il richiamo alla tradizione classica a conferma della sua validità universale, a tutte le latitudini è il caso di dirlo!

Risulta sorprendente che il termine “scuola”, presente anche nel titolo in norvegese, sia usato con parsimonia all’interno dello scritto, pur essendone di fatto la parola-chiave, benché per negationem. In positivo risulta per tutto evidente quale sia il messaggio che l’io-protagonista vuole comunicare, ovvero che il “luogo” in cui egli ha appreso maggiormente è la vita, cosicché la sua vera scuola è stata la vita reale, fatta di molteplici aspetti.

Kagge infatti è un esploratore, ma anche un editore, nonché un marito e un padre.

Se è vero che le esplorazioni lo portano spesso lontano dalla sua famiglia, va anche notato che la vita da viaggiatore è diventata per lui la chiave di volta per gestire tutti gli altri ambiti della propria esistenza: esplorare, infatti, richiede coraggio, resistenza, capacità di valutare il rapporto tra rischio e riuscita, capacità di programmazione e di gestione delle risorse, lungimiranza.

Quale altra attività può essere migliore metafora del vissuto quotidiano, sia a livello lavorativo che affettivo?

Andare lontano lo ha portato spesso a rivalutare la convivenza in famiglia e a riapprezzare il proprio contesto locale, sicché non è necessario spingersi sempre in imprese eccezionali, come il raggiungimento dei poli, ma è importante, ogni giorno imparare a ritagliarsi nel proprio habitat un momento per se stessi, per stare da soli, per fare una passeggiata, per stare in silenzio, per annoiarsi.

Le avventure eccezionali, però, possono guidare nella gestione della normalità. Questo proprio perché l’esploratore, tende a precisare Kagge, non si muove a caso, ma deve programmare le varie fasi della sua avventura, essere rigoroso, imparare a camminare nel freddo e ad alzarsi la mattina presto per poter fare tappe consistenti durante il giorno.

Il rigore richiesto a chi si addentra in lunghi viaggi non esula certo da momenti di ristoro e di riposo, di pura contemplazione: anzi essi sono parte integrante del risultato finale.

Analogamente, la quotidianità consta di un compromesso tra regole da seguire e piccoli momenti di libertà, necessari perché la stessa routine funzioni. Le motivazioni che possono spingere gli uomini a fare qualcosa di “straordinario” vengono da lontano, ad esempio da una condizione di insoddisfazione che ci accompagna da anni.

Kagge ricorda, a tal proposito, che da piccolo e da adolescente non era particolarmente bravo nello sport o a scuola. Eppure, lavorando sui propri limiti e impegnandosi con costanza, si è affermato come viaggiatore e come editore.

Erling Kagge
Erling Kagge

Per agire occorre coraggio, ovvero la consapevolezza “che la sfida contenga un elemento di pericolo”: questo contribuisce, talora, ad aumentare il valore della vita. Ciò non significa, come si diceva, buttarsi a capofitto e a caso nelle varie imprese, ma “avere un’idea delle conseguenze delle proprie azioni”.

Tale consapevolezza si acquisisce con l’esperienza, con la pratica, come già anticipato: non a caso molto spesso Kagge riecheggia, tra i vari insegnamenti quelli di Aristotele, noto per aver ricondotto il possesso delle virtù, compreso il coraggio, all’abitudine ad esercitarle.

Per questo, anche se risulta evidente al lettore il debole di Kagge per le imprese estreme, nel saggio viene riconosciuto il diritto anche a tirarsi indietro sia nelle perlustrazioni che nel comune vissuto: ironicamente egli stesso sconsiglia a chi lo segue di prenderlo come esempio!

E tuttavia, teorizza l’autore, è proprio il pericolo a renderci più vigili e, paradossalmente, più coraggiosi; analogamente vanno accettati anche i fallimenti in quanto sono spesso la premessa per nuove opportunità.

Pericolo e fallimento, infatti, rafforzano nell’uomo l’habitus a stare attento sia a non sbagliare nel momento presente, sia a non sbagliare più. Contribuiscono, cioè, a rafforzare in noi quella padronanza e quella costanza che sono alla base di ogni successo.

Perché non è importante tanto il risultato ottenuto, quanto il percorso svolto per arrivarci: perché, anche se faticoso, per Kaggela fatica è un obiettivo in sé”. E quindi è fonte di felicità, quella felicità che deve essere riconosciuta non come qualcosa di astratto e definitivo, ma come immanente ad ogni nostro passo, hic et nunc: Quando ti rimetti in strada, non pensare troppo. Guarda in giro e contempla il cielo, la luna, le stelle e ascolta ciò che ti circonda. La pioggia che cade, la sensazione che si prova quando si calpesta il muschio bagnato… E il silenzio. Chiediti: dove mi trovo adesso? Grazie. Mi trovo qui”.

Infatti, anche se ormai si può andare in macchina comodamente ovunque, “raggiungere una meta con le proprie gambe e scoprire lentamente quello che ci circonda, invece di raggiungerla il più in fretta possibile, è un’esperienza profondamente arricchente”. Anche quando richiede fatica. Ciò perché il vero motore che spinge l’uomo ad agire è il desiderio di apprendere: non si dice del resto, di ogni cosa bella ma complicata “ne è valsa la pena”?

Del resto, per tornare ad Aristotele, l’incipit della Metafisica recita proprio così: “Tutti gli uomini per natura sono spinti verso il sapere”.

Buon apprendimento a tutti nella Natura e ad maiora, semper!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

Bibliografia

Erling Kagge, Tutto quello che non ho imparato a scuola, Einaudi, Torino 2020, 117 pagine, 13 euro

 

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