“Un sussurro nel buio” di Louisa May Alcott: la macchina della violenza psicologica sulle donne

«Prendi una donna, trattala male…», diceva una vecchia canzone! Ma poi in questo libro “trattala male” diventa “trattala davvero male”, e poi trattala peggio. Ma sì, scendiamo ancora più giù, fino a trattarla come se la sua vita non contasse niente. Non basta, ancora più giù organizzando uno smantellamento seriale della sua dignità, per disgregare il rispetto che lei dovrebbe avere per se stessa.

Un sussurro nel buio di Louisa May Alcott
Un sussurro nel buio di Louisa May Alcott

E il libro diventa difficile: un campo minato dove ad ogni passo avanti può saltare tutto per aria. Tutto, per aria, tutto quello in cui credi.

Un sussurro nel buio di Louisa May Alcott, tradotto da Alessandra Calanchi per Galaad Edizioni (febbraio 2020), ti dà sicuramente sensazioni molto forti. Forse anche una spina di ribellione, ma non solo. L’argomento scotta: l’odiosa sopraffazione sulle donne.

A certo punto del racconto si precipita a spirale: sopportare l’insopportabile, finché fa male e finché diventa rifiuto per quel “trattala male” che nel libro non è mai scritto, ma che aleggia per tutte le pagine come un fantasma sanguinario.

E ti chiedi: “trattala”, ma perché? Dove sta il diritto di trattare, bene o male che sia, un’altra persona? Una donna? Le persone sono persone, vivono, per favore! Se poi sono donne, e quel “trattala” scaturisce solo perché il genere è femminile, allora, veramente, sarebbe tutto un mondo da rifare.

Questa linea scorre come un fil rouge interiore in tutte le bellissime, oscure, pagine del libro della Alcott. Quello che poi fa poi impressione è vedere che il racconto arriva freschissimo fino a noi partendo dal lontano 1863!

È sorprendente come nell’Ottocento l’autrice riesca a smontare, vivisezionare e rimontare perfettamente la macchina della violenza psicologica sulle donne. Ci volevano centocinquanta anni prima che si iniziasse a parlare di femminicidio.

Ci voleva un secolo e mezzo prima che si iniziasse a stigmatizzare quei comportamenti orribili di insensibilità e di ignoranza cieca che allora errano pratica familiare, quasi automatici, e che nessuno osava chiamare col loro vero nome: violenza sulle donne.

Ecco la chiave del mal di pancia che il libro, con la sua profonda sensibilità, va a cercare dentro di te scava scava. Ecco descritta una normalità orribile, un atteggiamento di sdegnosa superficialità verso le donne. Non si celebra e non si condanna la morale dell’orco. Si racconta una battaglia donna contro orco, dove lei non aveva nessuna possibilità perché era considerata meno che un fastidio.

Loro erano donne, niente di ché, tutto a posto.

La Alcott ci fa vivere in prima persona una discesa nell’inferno, nell’inferno profondo, nell’inferno di essere donna nell’Ottocento.

La giovane Sybil, protagonista di Un sussurro nel buio era giovane, bella, intelligente e indipendente. Poteva rispondere spavalda e mettere in imbarazzo un uomo con la sua personalità: destabilizzante in quel secolo. Allora, se era donna, se era armata di pensiero libero, si doveva bloccare, incatenare quello spirito fuori ordinanza e rinchiuderla in un manicomio. Perché se osava rispondere a un uomo, a un despota, poteva essere solo pazza. Era ineluttabile, era scritto nel destino di chi non ci voleva stare, ma, occhio, solo se donna.

Non ti vuoi piegare? È solo perché sei pazza! Pazza certificata, senza possibilità di salvezza. Non è un alibi per escluderla, ma una metodologia per escluderla. Attenzione è una distinzione fondamentale nel libro.

Sybil avrebbe dovuto lasciarsi depredare della sua ricca eredità e accettare passivamente un matrimonio combinato. Ma Sybil ha carattere, determinazione, e non accetta ammiccamenti, costrizioni e mani che si intrufolano senza che sia lei a volerlo.

Una rivoluzionaria, una pazza.

Ecco uno zio orco e un medico compiacente, l’armamentario minimo per il becero patriarcato di allora, e viene rinchiusa in manicomio, non per guarire dal suo male di indipendenza, ma per sciogliere nell’acido il suo brutto carattere. Appunto, senza che sia storia.

Louisa May Alcott
Louisa May Alcott

L’autrice qui sfodera tutta la sua grandezza di narratrice facendoci inoltrare in un bosco sempre più oscuro, sempre più senza uscita. Viviamo in presa diretta questo addentrarci più in fondo alla foresta buia di un’anima violata, depredata, e piano piano annullata. Il lettore vive dentro questo smarrimento fino al punto di non ritorno.

Le speranze di salvezza le vedi cadere nelle pagine, mano a mano, come birilli che crollano. L’autrice non risparmia emozioni e sapientemente riesce a farci sentire tutto il peso di quella discesa agli inferi.

Annullare una donna con la violenza psicologica adesso è codificato, e riguarda sia il Codice penale che quello morale. Oggi viviamo in un’area sanificata rispetto a questo. Lo pensi con sollievo mentre leggi. Ma dentro di te lo sai. Dentro di te lo sai che oggi una donna non la puoi rinchiudere in un manicomio, ma la puoi ancora rinchiudere in una cucina e amputarle tutte le speranze.

Puoi chiudere gli occhi mentre leggi Un sussurro ne buio pensando che in centocinquanta anni ci siamo messi in salvo, puoi chiudere gli occhi ma in fondo a te lo sai benissimo che quel libro parla ancora con la voce di oggi.

 

Written by Pier Bruno Cosso

 

Bibliografia

Un sussurro nel buio, Louisa May Alcott, traduzione di Alessandra Calanchi – Galaad Edizioni – 2020

 

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