“Parole che allungano la vita” di Ivano Dionigi: la capacità di fondere tradizione e traduzione

L’impero l’ho governato in latino, ma in greco ho pensato in greco ho vissuto M. Yourcenar, Le memorie di Adriano

Parole che allungano la vita di Ivano Dionigi
Parole che allungano la vita di Ivano Dionigi

Non ha certamente bisogno di presentazione Ivano Dionigi, latinista storico afferente all’Università di Bologna di cui è stato anche Magnifico Rettore tra il 2009 e il 2015.

Il suo ultimo libro, Parole che allungano la vita. Pensieri per il nostro tempo, uscito di recente per Raffaello Cortina editore, basterebbe da solo a parlarci del suo grande spessore culturale e accademico.

Si tratta di un libro piccolo, ma denso. In poco più di cento pagine, in cui sono comprese la prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi e la premessa dello stesso autore, trovano spazio ottantaquattro capitoletti, ciascuno dei quali in una sola facciata sviluppa la parola o il breve sintagma (frase minima, frase nominale et similia) contenuti nel titolo.

Le spiegazioni sono concise ma, proprio per questo, profonde ed essenziali perché frutto di una selezione accurata di ciò che davvero va detto.  Ne deriva una prosa scorrevole, leggibile, chiara e comprensibile per tutti: del resto è evidente a tutti che una delle caratteristiche costitutive dei bravi insegnanti è la capacità di spiegare in modo semplice concetti complessi.  A suggello dei ragionamenti vengono poste le varie citazioni recuperate dagli antichi, mai pesanti ma sempre illuminanti.

Il principio a cui fa capo l’argomentare di Dionigi è che le parole hanno un tempo, sia nel senso che appartengono ad una certa epoca, sia nel senso che sono in grado di travalicarla e arrivare ad altre epoche magari significando altre cose, ma restando sempre radici salde del presente.

Il risultato è che esse vivono oltre il loro tempo e arrivano ai loro eredi con un surplus temporale tale da allungare la vita degli uomini. Ogni erede, infatti, vivendo il presente lo vive presupponendo il passato che lo ingloba, anche quando non ne è del tutto consapevole.

Il senso di tale ragionamento viene contestualizzato da Dionigi nell’ambito del mondo classico. Infatti, come si legge nella Premessa, verso i classici siamo “debitori anzitutto di alcuni lasciti culturali specifici. Penso in particolare alla riflessione politica della Grecia classica, al patrimonio scientifico ellenistico, all’autonomia del diritto romano. Lo siamo, non meno, per l’educazione a un pensiero critico e plurale […] Ma il debito più rilevante e duraturo rimane quello linguistico”.

Quest’ultimo debito è dunque il leitmotiv ispiratore del libello, che dunque è incentrato sulla parola: “parola – lógos per i Greci, verbum per i Latini – è il miracolo per cui l’uomo da creatura diventa creatore: essa può affascinare (delectare), insegnare (docere), mobilitare le coscienze (movere). La parola può unire e dividere, consolare e affannare, salvare e uccidere. Non solo custodisce e veicola il pensiero, ma lo genera”.

È davvero difficile fare una selezione fra le parole e le espressioni messe a tema da Dionigi, perché tutte sono illustrate con competenza, rigore scientifico e profonda sensibilità; tutte aprono dei mondi affascinanti e destano nel lettore una profonda empatia.

Forse sono di parte, ma è impossibile non condividere la risposta data, nel capitolo otto, alla domanda “Da dove ricominciare?”.

La riporto parzialmente:In questo Paese, che ha il fondoschiena per terra, da dove ricominciare un discorso comune? Per questa domanda, sempre più ricorrente e preoccupata, conosco una sola risposta: dalla scuola, palestra dei fondamentali del sapere, crocevia del futuro, unica realtà sociale e pubblica dove avviene l’incontro quotidiano e reale tra adulti e giovani”.

Eppure non priva di criticità anche perché, come l’autore spiega in un altro capitolo il «“maestro” (magister) è colui che ha un ruolo superiore (magis), contrapposto a “ministro” (minister), colui che ha un ruolo inferiore (minus) […]. Segno di tempi malsani: noi abbiamo sostituito al rispetto e all’ammirazione per i maestri l’ossequio e il servilismo per i ministri».

Come non condividere in toto l’osservazione che “la cosa di tutte più preziose è il tempo”, che significa anche avere otium, ovvero tempo per noi, tempo di inattività, dignitoso tanto quanto quello dedicato alla politica?

Aristotele stesso lo aveva detto.

Ivano Dionigi
Ivano Dionigi

O ancora come non trovarsi d’accordo con l’aspirazione di tutti, almeno una volta nella vita, di godere di un “momento di grazia”, in greco kairós,che non conoscerere né regole né ritorni: qualcosa che capita, e che è da cogliere e da non perdere. È la lettura di un libro, la luce di un’intuizione, l’incontro con una persona, uno sguardo prolungato, l’adesione irresistibile a una causa”.

Il tempo, il nostro tempo, è quello nel quale il nostro contatto con il mondo classico, e soprattutto con le sue parole, si riattualizza sempre sia nella continuità che nella diversità. Infatti in molti capitoli ritorna il concetto, seppure declinato in vocaboli ed espressioni diverse, secondo cui di fronte al passato dobbiamo essere in grado sia di restare fedeli e rispettosi, sia di elaborare paradigmi di vita e di comunicazione adeguati al presente: è la capacità di fondere “Tradizione e traduzione”, e di stare “Con lo sguardo avanti e indietro”, solo per citare alcuni capitoli a riguardo.

Il legame con il tempo emerge anche nel senso di chiara consapevolezza della situazione in atto durante la stesura del libro. Questo elemento cresce sempre di più nel corso del libro. E così, se il capitolo dedicato alla necessità di ricominciare dalla scuola poteva riferirsi anche ma non solo alla necessità di ripartire dalla scuola intesa come in presenza, ben più circoscritti sono gli ultimi tre capitoli nei quali il lessico e i concetti degli antichi sono chiamati da Dionigi a commentare e interpretare i giorni difficili della pandemia: e così oggi come ieri soffriamo la negazione della pietas perché “non si può abbracciare né chi nasce né chi muore. Catastrofe, inferno tragedia sono le parole giuste per questi giorni. Va pensata la genesi dopo l’apocalisse: la scienza medica deve curare e guarire, la politica provvedere e prevedere”.

Per quanto riguarda la medicina, prosegue Dionigi, nella descrizione lucreziana della peste di Atenesi troveranno consonanze raggelanti con i nostri giorni. Sotto scacco, la medicina allora mostrava tutta la sua incertezza e impotenza: silenziosa e timorosa esitava e balbettava”.

Quanto alla politica, per la ricostruzione non serviranno “le retoriche consolatorie”, né la mera distribuzione di “panem et circenses” bensì “braccia e menti, e una duplice chiamata: da un lato, quella dei migliori cervelli […] dall’altro quella dei ventenni, perché siano protagonisti della rinascita”. Servirà in questo, come in altri contesti, un maggiore contributo delle donne.

Vorrei fare tantissimi altri esempi ma, come dice Aristotele, “ανάγκη στῆναι”,è necessario fermarsi” per lasciare a voi lettori la curiosità di leggere un saggio davvero grazioso e istruttivo.

Concludo dicendo che la sua leggibilità deriva anche dalla struttura in quanto il volumetto nasce come riproduzione, comunque rivista e aggiornata, dei testi della rubrica “Tu quis es?” che lo scrittore ha curato nei primi tre mesi di quest’anno per l’Avvenire.

Il titolo del libro, invece, deriva da una frase di Umberto Eco intesa e pronunciata come risposta al quesito posto da un convegno tenutosi all’Alma Mater di Bologna nel 2002 e intitolato “Cos’è un classico”.

Come si nota, tra titolo della rubrica e titolo del libro, non c’è soluzione di continuità: quello che noi siamo oggi, lo siamo in virtù della nostra origine.

Buona lettura a tutti e ad maiora!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

Bibliografia

Ivano Dionigi, Parole che allungano la vita. Pensieri per il nostro tempo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020, 111 pagine 12 euro

 

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