Le métier de la critique: l’estate dei poeti greci e la necessità di ristoro dalla calura

“Cominciate a mietere quando si sveglia l’allodola, e finite quando va a dormire ma smettete nell’ora più calda– Teocrito

Isola di Gavdos - Photo by Gotemania
Isola di Gavdos – Photo by Gotemania

L’arrivo dell’estate è sempre, quasi per tutti, foriera di gioia in quanto si tratta di una stagione vista un po’ come un periodo di leggerezza, di rottura rispetto alla routine di tutti i giorni, di diversità.

All’interno di questa diversità dovrebbe essere contemplata anche un po’ di “sana istigazione alla lettura”, espressione che mutuo con piacere dal bel programma radiofonico Radio 1 Plot Machine in onda ogni lunedì sera a partire dalle 23.05 su Radio 1 e condotto da Vito Cioce, affiancato ora da Daniela Mecenate ora da Marcella Sullo.

Tra le letture che sempre mi sento in dovere di consigliare ci sono i poeti greci i quali, come già detto in articoli simili a questo per tipologia, mostrano un rapporto particolare con la natura e i suoi cambiamenti.

Come abbiamo imparato dal bel libro di Sylvain Tesson, Un’estate con Omero, recensito sempre per Oubliette, la Grecia è caratterizzata da un clima particolarmente caldo durante l’estate.

Lo apprendiamo anche dai poeti. E così nel poema didascalico Le opere e giorni, in cui Esiodo elabora anche una summa del perfetto agricoltore che lavora rispettando i ritmi delle stagioni e della Natura, troviamo delle informazioni molto eloquenti sull’estate e sui suoi effetti sull’uomo:

Quando il cardo fiorisce e la cicala canora,

appoggiandosi sull’albero, riversa acutamente un canto,

ripetutamente da sotto le ali, nella stagione dell’estate che affatica molto,

in quel momento le capre sono molto grasse, e il vino è migliore,

le donne più vogliose, e gli uomini più fiacchi

perché Sirio dissecca testa e ginocchia,

secco è il corpo a causa del calore; ma allora

magari ci fossero una roccia ombrosa e vino di Biblo

Esiodo
Esiodo

e una focaccia fatta di latte e latte di capre che ormai non allattano più,

e carne di giovenca che pascola nella selva e che non abbia ancora partorito e di capretti da poco nati, e poi magari fosse anche possibile bere vino scuro

stando appoggiato all’ombra, saziato nel cuore dalla pastura

il volto di fronte a Zefiro che soffia forte

e di rimpetto ad una fonte che zampilla scorrendo sempre ed è pura,

magari infine fosse possibile versare tre parti di acqua e la quarta di vino.”

Questi versi saranno riecheggiati, qualche secolo dopo, in Alceo:

Inzùppati i polmoni di vino, infatti l’astro ha compiuto il suo giro,

la stagione è difficile da sopportare, ogni cosa ha sete a causa della calura

dalle fronde frinisce dolcemente la cicala […]

fiorisce il cardo, ora le donne sono più vogliose

ma gli uomini più fiacchi, poiché Sirio dissecca testa e ginocchia.”

Sono chiaramente diversi i contesti in quanto nel brano esiodeo la calura estiva suscita nella voce narrante (che potrebbe essere anche quella dei contadini) il desiderio di ristoro, mentre nei versi di Alceo essa suscita proprio l’obbligo a trovare sollievo.

Eppure la descrizione ambientale è simile nei due passi: il cardo che fiorisce, la cicala che frinisce, il caldo che brucia testa e ginocchia, la calura che arreca affanno e fatica, le donne che sono più ardenti di passione e gli uomini che invece risultano inetti.

Tali immagini, in effetti, anche nei due testi greci risultano rese in modo analogo, se non identico. In entrambi a farla da padrone è il caldo: Esiodo afferma: “nella stagione dell’estate che affatica molto”: θέρεος καματώδεος ὥρῃ. Ὥρα (nel testo di Esiodo è espresso al dativo singolare) in greco significa sia genericamente “stagione” che “la stagione per eccellenza”, “la bella stagione”, “la primavera”,  mentre θέρος (nel testo è espresso al genitivo singolare) è il termine specifico per l’estate, connesso con l’aggettivo θερμός, ή, όν da cui provengono i nostri “temperatura”, “termico”, o il “thermos” inteso come contenitore capace di mantenere a temperatura costante un alimento o una bevanda.

Infine καματώδης (nel testo è espresso al genitivo singolare) è un aggettivo connesso etimologicamente con κάματος, “fatica” e con κάμνω, “mi affatico”.

Alceo
Alceo

Nel brano di Alceo l’espressionela stagione è dura/difficile da sopportare (ὥρα χαλέπα)”, lascia sottintendere il riferimento alla stagione estiva. In entrambi i casi, inoltre, gli effetti del caldo sugli uomini sono simili perché le donne risultano eccitate dal caldo, mentre gli uomini completamente soggiogati da esso. A livello lessicale i due testi esprimono con dei sinonimi questi concetti.

Esiodo, infatti, per connotare la condizione psicofisica delle donne usa l’aggettivo μάχλος, η, ον, che significa espressamente “lascivo, libidinoso” , mentre Alceo ricorre all’epiteto μιαρός, ἠ, ὀν che propriamente vuol dire “contaminato” (è connesso etimologicamente con μιαίνω, “contamino”) e, in senso lato, assume l’accezione sessuale di “voglioso”, “licenzioso”: infatti ciò che è “contaminato” è “sporco”, aggettivo spesso impiegato in chiave morale, come sinonimo di ciò che è “privo di vergogna”, quindi “immorale”, “dissoluto”, “depravato” perché “dedito completamente alla soddisfazione degli istinti sessuali”.

Invece, per quanto riguarda gli uomini, Esiodo ricorre ad ἀφαυρός, ἠ, ὀν “debole”, “fiacco”, mentre Alceo a λεπτός, ἠ, ὀν alla lettera “sottile”, “magro” e, in senso traslato, “debole”, “fiacco”.

Come si evince da questi esempi, Alceo riprende da Esiodo, ma innova. E così da un lato siamo di fronte a due componimenti che fotografano come potesse essere un’estate greca, nella sua desolazione di calura, in cui panteisticamente “tutto ha sete”, dall’altro notiamo, come accennato, una diversa ricerca di strategie anti-afa.

Alceo, come del resto tipico del suo stile simposiastico, obbliga letteralmente a riempirsi di vino, come se questo fosse l’unica soluzione possibile; va però ribadito che quello di Alceo è un frammento e quindi non sappiamo se aggiungesse altri concetti. Dai versi esiodei invece comprendiamo chiaramente che il vino rappresenta una dei tanti elementi di ristoro all’interno di un’ambientazione chiaramente bucolica, forse per la prima volta delineato nella tradizione letteraria occidentale, insieme all’ombra e al pasto frugale.

Inoltre, proprio per la maggiore ampiezza del testo, la bevanda alcolica esaltata da Esiodo risulta decisamente meglio qualificata perché si pone risalto al fatto che proprio quando fa più caldo il vino è “migliore” (ἄριστος), e che nel rispetto della tradizione greca si opta per una miscela composta più di acqua che di vino, chiaramente più adatta alla stagione torrida descritta.

Pur nella differenziazione, dunque, i due passi mostrano ancora in modo evidente quanto il vino fosse davvero un farmaco, un antidoto, un rimedio nel mondo greco a tutte le difficoltà, anche quelle meteorologiche perché il vino fa dimenticare gli affanni, anche fisici.

Inoltre i due contributi costituiscono un esempio del legame tra i Greci e la natura, che i poeti amano descrivere con bozzetti tanto realistici quanto intimistici, riuscendo a trovare un sapiente equilibrio fra rappresentazione della realtà “esterna” e di quella “interna” all’individuo. Inoltre i versi di Esiodo presentano in nuce la trattazione di un locus amoenus, inteso come oasi nell’afa estiva.

Sul topos del luogo ameno, ci sarebbe molto da dire così come sulla ripresa del tema dell’estate negli altri autori classici. Tuttavia, nell’ottica di augurare un gaio e leggero riposo, mi limito a citare il caso dell’autore di età ellenistica Teocrito fondatore effettivo del genere bucolico.

Ebbene nel suo idillio, intitolato I braccianti o i mietitori, incentrato su una sfida canora di Buceo e Milone che cantano per alleviare le fatiche del lavoro dei campi, troviamo qualche allusione in merito. Nella fattispecie Milone risponde con un canto d’invito al lavoro al suo collega Buceo appena esibitosi in un canto d’amore, non senza esprimere ironicamente una certa irriverenza nei confronti dello stesso.

Milone chiede a “Demetra dai molti frutti (πολὐκαρπος) e dalle molte spighe” che il raccolto sia ben lavorata e abbondante (ed è curioso che abbondante si dica in greco κἀρπιμος, “dai molti frutti”, con la stessa radice di καρπός, frutto). Milone inoltre si augura che le spighe di grano tagliate siano rivolte verso Zefiro, fonte di calore e di nutrimento, in chiara ripresa dei versi esiodei.

Infine, il contadino teocriteo, nell’invitare a portare a termine con zelo e tempestività il lavoro estivo per eccellenza, ricorda tuttavia di smettere nell’ora più calda: ἐλινῦσαι δὲ τὸ καῦμα. Impossibile non cogliere nel sostantivo καῦμα un richiamo ai versi esiodei e alcaici dove pure il termine compariva. Faccio solo notare che esso è riconducibile al verbo greco καἰω, “io brucio”. Inoltre, nel contributo esiodeo, esso risulta assonante rispetto all’aggettivo καματώδης, “faticoso”. E mi piace pensare, ma rimane solo una mia suggestione, che κάματος per la fatica e καῦμα per il calore siano collegati etimologicamente, come i rispettivi verbi cui sono connessi, κάμνω e καίω. Infine Milone invita il suo amico ad intonare carmi di lavoro e non d’amore, compatibilmente con il suo mestiere.

Voidokilia Beach - Le Muse
Voidokilia Beach – Le Muse

Il tema dell’abbondanza delle messi in estate viene recuperato, seppure in un ambito diverso, da Ovidio nelle Metamorfosi, poema epico incentrato sulla trasformazione dei vari protagonisti del mito. Nel II libro il poeta di Sulmona così introduce l’Estate, evidentemente personificata: “Stabat nuda Aestas, et spicea serta gerebat”, “L’Estate stava in piedi nuda e recava in mano in mano delle corone di spighe intrecciate”.

In Ovidio, quindi, le qualità della stagione estiva sono tutte esemplificate da una donna nuda prosperosa, simbolo stesso di Madre Terra e di Madre Natura, ovvero di fecondità.

Quest’immagine avrà una lunga eco, destinata a durare fino al Novecento come è possibile leggere ancora nei versi di Gabriele D’Annunzio e in particolare nell’omonima lirica intitolata allusivamente Stabat nuda aestas all’interno di quella raccolta unanimamente considerata dalla critica come la maturità alias l’estate poetica del poeta pescarese.

Lascio i versi di questa bellissima poesia dannunziana perché possiate godere della bella Poesia, in grado di travalicare le lingue e i secoli. Del resto all’interno di Alcyone sono molte altre le liriche chiaramente allusive agli autori greci, una fra tutte quella intitolata, proprio, Le opere e giorni!

Buona estate a tutti e ad maiora!

Stabat nuda aestas

Primamente intravidi il suo piè stretto

scorrere su er gli aghi arsi dei pini

ove estuava l’aere con grande

tremito, quasi bianca vampa effusa.

Le cicale si tacquero. Più rochi

si fecero i ruscelli. Copiosa

la resina gemette giù pe’fusti.

Riconobbi il colùbro dal sentore.

 

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.

Scorsi l’ombre cerulee dei rami

su la schiena falcata, e i capei fulvi

nell’argento pallàdio trasvolare

senza suono. Più lunghi nella stoppia,

l’allodola balzò dal solco raso,

la chiamò, la chiamò per nome in cielo.

Allora anch’io per nome la chiamai.

 

Tra i leandri la vidi che si volse.

Come in bronzea mèsse nel falasco

entrò, che richiudeasi strepitoso.

Più lungi, verso il lido, tra la paglia

marina il piede le si tolse in fallo.

Distesa cadde tra le sabbie e l’acque.

Il ponente schiumò nei sui capegli.

Immensa apparve, immensa nudità.

 

Written by Filomena Gagliardi

 

Info

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