“Bastava chiedere!” di Emma Clit: 10 storie di femminismo quotidiano

“Sono 20 anni che curo le donne dal carico mentale,

ma prima dei fumetti di Emma non lo sapevo” Aurélia Schneider, psichiatra parigina

Bastava chiedere! - Photo by Monica Macchi
Bastava chiedere! – Photo by Monica Macchi

Emma Clit è una disegnatrice francese che nel 2017 pubblica per Massot EdizioniUn autre regard. Trucs en vrac pour voir les choses autrement” (la cui copertina è un occhio-vagina) una graphic novel incentrata su tematiche di giustizia sociale nella sfera lavorativa, sessuale e sociale.

Il giorno prima dell’uscita, posta sul suo blog (emmaclit.com) una striscia inedita intitolata “Fallait demander!” sul concetto di carico mentale domestico.

Questa striscia diventa subito virale e contribuisce a rendere il libro un successo letterario e ad accendere il dibattito circa la suddivisione ed organizzazione delle faccende domestiche anche sulla stampa generalista ed in televisione.

Con sferzante ironia vengono messe in evidenza le acrobazie mentali invisibili ma potentissime di vigilanza, gestione, pianificazione e anticipazione di cui le donne si devono far carico mentre i maschi si limitano ad eseguire strettamente quello che viene loro chiesto e di fronte alle rimostranze rispondono appunto serafici “bastava chiedere!”

“Devo sparecchiare la tavola: prendo una cosa ma inciampo in un asciugamano sporco che vado a mettere nel cesto della biancheria sporca che trovo pieno: vado a fare subito la lavatrice e incappo nel sacchetto della verdura da mettere in frigo; mettendola a posto mi ricordo che devo aggiungere la senape alla lista della spesa… riuscirò a sparecchiare dopo due ore terribili. Se invece chiedo al mio compagno di sparecchiare la tavola, lui sparecchierà solo la tavola; l’asciugamano resterà per terra, le verdure marciranno e niente senape per cena!”

Nel 2018 pubblica, sempre per Massot Edizioni, “La charge émotionnelle et autres trucs invisibles” sul carico emotivo (concetto ripreso dalla sociologa americana Arlie Russel Hochschild) cioè sulle manipolazioni emotive ricattatorie con cui si richiede alle donne di complicarsi la vita per semplificare quella di chi amano, prevedendo e provvedendo ai loro bisogni ed aspettative.

Ispirate dall’attualità politica e da aneddoti in cui ognuno può facilmente riconoscersi, queste strisce graffianti ed ironiche destrutturano la complessità delle dinamiche sociali e denunciano le ingiustizie con un linguaggio nuovo e diretto.

Emma rivendica apertamente che le vignette possono e devono diventare uno strumento politico dichiaratamente femminista che prescinda dalla dimensione estetica: “i miei libri non si comprano per la forma ma per il contenuto”.

Nella Collana I Robinson di Laterza Edizioni, con la prefazione di Michela Murgia è stata appena pubblicata -tradotta da Giovanna Laterza – la versione italiana “Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano”, un’antologia stampata su carta amica delle foreste.

Dieci capitoli che affrontano moltissimi temi tra cui il gaslighting – si rimprovera la donna per le sue reazioni di rabbia ricondotte al ciclo mestruale o comunque allo stigma di “isterica” (la cui etimologia rimanda ad “utero) mentre nei maschi l’aggressività fa parte delle qualità ritenute necessarie per “diventare uomo” o  il corsetto invisibile – la costante attenzione a ciò che si indossa come nella striscia in cui un cliente suggerisce alla cameriera di indossare il perizoma perché coi jeans si vede il segno delle mutandine.

Emma Clit
Emma Clit

Particolarmente corrosiva poi la denuncia della cosiddetta cultura dello stupro secondo cui gli uomini non sarebbero capaci di controllarsi sessualmente e quindi per evitare problemi spetterebbe alle donne “non provocare”.

Emma, a questo proposito, sostenendo la campagna “Me too” (e polemizzando con la lamentela maschile del “non potremo più flirtare senza finire in prigione!”) ritiene urgente insegnare agli uomini a ricercare non il sesso ad ogni costo ma il sesso chiaramente e liberamente consensuale.

Tutto questo dipende dalla visione e divisione stereotipata dei ruoli imposti dal patriarcato, un retaggio culturale e sociale dove la donna pensa ed organizza (a titolo gratuito!) e l’uomo (al massimo) esegue –folgorante la differenza spiegata nell’introduzione tra matriarcato e matricentrismo dove la nonna aveva le chiavi di casa, ma non ne usciva mai –.

La donna si ritrova ad essere un ingranaggio fondamentale ma non ad avere il controllo dell’intero macchinario: diventati consapevoli non c’è che niente di biologico o innato in questa rigida divisione di ruoli, per arrivare – o almeno avvicinarsi – alla parità di genere servono lotte politiche e sociali come quella per sostenere ed estendere il congedo parentale per i neo-papà ma anche un cambiamento culturale che è anche la conclusione-auspicio di questo libro: “crescere i nostri figli il più lontano possibile dagli stereotipi per offrire loro un futuro più equo del nostro”.

 

Written by Monica Macchi

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: