Meditazioni Metafisiche #12: il concetto di unità psicofisica tra mente, cervello, corpo, ed ambiente

C’è uno stretto legame tra il corpo, il sistema nervoso, la mente e il sistema relazionale nel quale un individuo è situato. La psicologia già da tempo ha introdotto il concetto di “unità psicofisica”.

Wilhelm Reich
Wilhelm Reich

Reich introduce il concetto di “identità funzionale” tra mente e corpo: le opinioni, le esperienze e le emozioni si riflettono sul corpo, soprattutto mediante blocchi muscolari, non solo ma i movimenti del corpo possono influire sui livelli più profondi della psiche. La identità funzionale è permessa dal sistema nervoso autonomo. Oggi la prospettiva si è allargata e sappiamo che il rapporto tra mente e corpo non è solo muscolare, ma riguarda anche i livelli endocrino e immunitario.

Un corpo è vivente quando è sottoposto all’attività del sistema nervoso che permette gli scambi cellulari; la mente agisce sul sistema nervoso secondo le scoperte della psicosomatica (il depresso ha una deficienza del sistema immunitario che può far sorgere i tumori), mentre l’intero corpo agisce sulla mente secondo le scoperte della somatopsicologia (un abbassamento dell’ormone tiroideo può far sorgere quadri depressivi); a loro volta stati carenziali dovuti a fattori ambientali (scarsa nutrizione) possono far ammalare il cervello e quindi la mente (ci sono studi per i quali questi stati sarebbero alla base della schizofrenia).

Un problema come l’obesità si giustifica con una spiegazione genetica (geni che predispongono alla malattia), neurobiologica (insulino-resistenza), psicologica (cattive abitudini), ambientale (la società che spinge a mangiare male, come l’ampia diffusione in America di fast food).

La carie è una malattia organica dovuta all’intaccamento della parte dura del dente. Ma può essere favorita da abitudini alimentari scorrette, innescate da pressioni sociali sbagliate e rinforzate da comportamenti erronei consapevoli. Ma possono essere influenzate anche dall’inconscio: l’attrazione smodata per gli zuccheri, che tanto fanno male ai denti, può essere la conseguenza di una ricerca di affetto la cui carenza risale all’infanzia.

Richard Alan Friedman
Richard Alan Friedman

Gli attacchi coronarici sono un tipico evento organico. Friedman ha calcolato che oltre a fattori organici e legati alla nutrizione (come la pressione sanguigna, il colesterolo, il diabete) anche la personalità incide sulla possibilità di avere una occlusione coronarica: la personalità A (autoritaria e collerica) è più predisposta della personalità B (più tranquilla). Jackson ipotizza che una personalità come la A viene rinforzata ad essere tale da un contesto familiare.

In famiglia, l’individuo predisposto per le malattie coronariche può essere considerato dai famigliari come il principale ‘motore’ o ‘potere’ … Le responsabilità familiari, le decisioni, o altro, sono spesso delegate a questi individui che ritengono proprio doverle accettare. Gli altri familiari possono così condurre il malato di cuore al suo destino infausto (in modo del tutto involontario), perché essi non vogliono o non possono farsene carico, e anche perché semplicemente non sono consapevoli del modello familiare”.

Il fegato danneggiato da anni di alimentazione scorretta produce sostanze che danneggiano il cervello producendo il flapping (tremore della mano a riposo) oltre che sintomi anche psichici, come sonnolenza, comportamento improprio, disorientamento nello spazio. Le cattive abitudini alimentari entrano nella visione che il soggetto ha di sé e del mondo che lo circonda. Quindi non basta mettersi a mangiare meno, così come non basta smettere di fumare: bisogna affrontare una vera e propria rieducazione psicologica e un riadattamento sociale, altrimenti dopo poco tempo, passata la paura immediata per la malattia, si ricomincia a mangiare come prima.

La dimensione sociale è preponderante in tutti gli aspetti della nostra vita. Il cosiddetto “errore fondamentale di attribuzione” in psicologia consiste nel dare una valenza individuale a ciò che in realtà è relazionale. L’aggressività ha nel bambino una valenza primordiale, è un modo di essere, come quando un’ape ruba il fiore scelto prima di lei da un’altra ape: la valenza negativa, foriera di incriminazione formale e di sensi di colpa, è un aspetto più evoluto dipendente dalla società. Come quando mangiamo troppo. Il fegato accumula di media un chilo di zuccheri, ma nel diabete avviene qualcosa di più per via dell’elevata glicemia, quindi il fegato si ingrandisce. Migliorando i livelli glicemici con la terapia, il fegato tende a migliorare. È sbagliato pensare in termini meramente individuali: ci sono di mezzo le abitudini alimentari apprese dai genitori sin da bambini, il benessere della società occidentale che spinge a consumare oltre il necessario, lo stereotipo sociale per cui mangiare equivale a stare bene e a essere forti. E così via.

L’atto medico in se stesso è qualche cosa che la civiltà ha conquistato: una persona che acquisisce le competenze necessarie per aiutare i propri simili. Ma nessun medico sa curare una malattia che non conosce. Quindi la peculiarità del medico sta nella formazione, che è un aspetto relazionale della sua vita. In un deserto c’è una persona fortemente disidratata e allora il medico pensa di somministrarle liquidi nel sangue per salvarle la vita. La scelta giusta è la soluzione fisiologica, ma il medico non lo sa e immette acqua pura, che invece provoca moria dei globuli. L’errore è multifattoriale: il medico non lo sa sia per negligenza personale sia per mancata formazione a monte. Lo ha studiato all’Università? Come quando il paziente soffre di tachicardia ventricolare assieme a una grave forma di patologia al fegato e il medico per sbaglio prescrive infusione di amiodarone, farmaco antiaritmico ma tossico per il fegato, sebbene molto raramente.

L’esame obiettivo del fegato può rilevare anche una malattia cardiaca. Pulsazioni espansive, tali cioè da causare un aumento di volume del fegato contemporaneo con il polso, depongono a favore della rarissima insufficienza tricuspidale. Per informazioni sicure si deve afferrare il margine anteriore del fegato con il pollice ed il dito indice: nelle pulsazioni venose positive del fegato le dita che stanno palpando vengono distanziate l’una dall’altra. È molto più frequente un ingrossamento del fegato per insufficienza cardiaca del cuore destro (fegato da stasi). L’insufficienza cardiaca può essere secondaria a un infarto del miocardio, provocato a sua volta da cattive abitudini alimentari.

Rapporto mente-corpo - Photo by Scuola Filosofica
Rapporto mente-corpo – Photo by Scuola Filosofica

Secondo il riduzionismo, ogni fatto psicologico ha una spiegazione biologica. Così l’amnesia infantile (per cui non ricordiamo ciò che ci successe da piccoli) si spiega perché l’ippocampo, che consolida i ricordi, si sviluppa dopo i primi due anni. Secondo il funzionalismo computazionale, la mente ha un sostrato cerebrale, ma non è quello che la caratterizza come tale, infatti si può studiare la mente anche senza il cervello (menti artificiali). Facendo ancora l’esempio della memoria, anche se oggi i neuroscienziati esaminano i sostrati cerebrali delle varie memorie, i ricordi non si riducono ad essi, infatti la memorizzazione può essere alterata dal troppo lavoro (spiegazione psicologica) e dallo stress esterno (spiegazione ambientale). Secondo la modularità, la mente è caratterizzata da sottosistemi o moduli, neurologicamente altamente specifici per anatomia e funzione (specificità per dominio) e che lavorano in maniera indipendente (incapsulamento informazionale), anche se possono scambiarsi le informazioni. La prospettiva modulare è innatista, ma oggi gli aspetti innati della nostra esistenza vengono messi in discussione da più parti. È vero che il cervello controlla in maniera innata battito cardiaco, pressione sanguigna, velocità della circolazione del sangue, temperatura corporea, ma professionisti esperti nella meditazione possono con l’allenamento alterarli. Lo stress ambientale è in grado di alterare la pressione sanguigna.

Il bambino sano ha una “teoria della mente”, cioè intuisce a ragione cosa gli altri pensano. Oggi si ritiene che questa abilità sia in parte innata (prospettiva modulare), ma che venga influenzata anche da altri fattori. Secondo la teoria della simulazione, il linguaggio dell’adulto serve al bambino per strutturare l’esperienza sociale. Per l’approccio theory-theory, l’ambiente sociale serve al bambino per strutturare i concetti e per approcciarsi alle relazioni.

Quando c’è un lutto, il danno è multidimensionale. Perdiamo le nostre routine quotidiane che sono stravolte, perdiamo pezzi della nostra libertà personale, ci sentiamo persi per la separazione fisica dalla persona ma anche perché i congiunti e gli amici soffrono e non sappiamo cosa fare, ci sentiamo meno legati e meno sicuri, quindi siamo agitati e ansiosi. Di fronte ad un lutto dobbiamo mantenere alti livelli di emotività positiva e di benessere (è questo il concetto di resilienza). Si tratta di qualche cosa di innato, ma che si può apprendere imparando un atteggiamento e un pensiero positivo. La persona può diventare resiliente da sola oppure tramite un sostegno relazionale (amici, terapeuta). Quindi anche la resilienza al trauma è qualche cosa di multidimensionale. Di solito la personalità resiliente sa adattarsi al lutto e trarre vantaggio dall’emozione negativa, che non dura a lungo. Il resiliente cerca e trova un significato nella prova. La capacità di affrontare ostacoli e di stare bene dipende dal “senso di coerenza”, la capacità di intuirsi come un tutto unico e integrato. Qui poggia la possibilità di dare un significato al lutto e a ogni evento avverso. Chi non sa affrontare il lutto e le avversità si scopre vulnerabile, cioè non coeso in sé: esposto a sfide continue che lo macerano e lo dilaniano. Scoprirsi un tutto unico che come un monolite sa affrontare le avversità è la grande sfida a cui siamo chiamati. Scoperto che non siamo vulnerabili e quindi che siamo pronti per ogni altra sfida, non c’è molto altro da imparare. Chi è travolto dall’evento avverso incontra una destrutturazione a livello neurofisiologico. Il trauma così prodotto si esplicita in ricordi disfunzionali, che in terapia vanno sbloccati: la elaborazione adattiva a livello fisiologico produce la desensibilizzazione e la ristrutturazione a livello cognitivo. Questa è in pratica la teoria del metodo EMDR.

Chi è ansioso e depresso ha spesso tachicardia. Si tratta di un fenomeno dipendente dall’amigdala che, eccitata dall’ansia psicogena, attiva i circuiti che la collegano con il muscolo cardiaco. Il cuore è innervato dal sistema simpatico (noradrenalina) che aumenta i battiti e dal sistema parasimpatico (acetilcolina) che diminuisce i battiti. Nella bradicardia si somministra in urgenza atropina che aumenta il battito perché inibisce i recettori della acetilcolina sul cuore. Accelerazione e decelerazione della frequenza cardiaca sono fenomeni comunissimi perché i canali ionici del nodo del seno (dove origina il battito sinusale) sono di ampiezza molto variegata tra di loro.

Le emozioni sono stati psicologici con una assodata base neurobiologica (sistema limbico). Sono biologicamente correlate a funzionalità cerebrali uguali in tutti i mammiferi. Secondo il modello di Pessoa, lo stimolo ambientale innesca lo stato emotivo per poterlo soddisfare, determinando alla fine che l’emozione abbia un forte contenuto cognitivo per raggiungere lo scopo nel modo migliore. Nel nostro comportamento si intrecciano profondamente ambiente esterno, cervello, inconscio emotivo e cognizione.

Telomeri
Telomeri

Da una parte abbiamo una base innata (geni), dall’altra i pensieri e ogni esperienza dall’esterno influenzano il cervello per via della plasticità, la sua capacità di modellare nuove sinapsi in funzione della nuova memorizzazione. L’ambiente influenza la biologia anche tramite la epigenetica: mentre il gene è immutabile, non lo è però la sua espressione proteica. Un fattore esterno come lo stress è in grado di far invecchiare le cellule per opera dell’espressione genica determinata dai telomeri. Lo yoga serba effetti positivi sui telomeri di madri con sintomi depressivi. L’atteggiamento pessimistico è collegato all’accorciamento dei telomeri. Ma si parlava già prima di “coefficiente di ereditarietà” in riferimento a quanto le condizioni ambientali possono influire: molti talenti come quello musicale hanno una base genetica, ma è solo l’ambiente mediante l’educazione che permette la realizzazione pratica del musicista.

Recenti studi sul feto dimostrano che già nell’utero, per via epigenetica, si predispongono le basi di malattie quali infarto, ictus, diabete, patologie mentali, e altre. Sin dalla nascita il bambino modella il suo cervello, per via della plasticità, sulla base delle esperienze maturate con i genitori. Per tutto questo Lipton usa l’espressione: “i genitori come ingegneri genetici”. Il feto e il nascituro hanno straordinarie capacità di apprendere dall’esperienza, anche se non ne sono consapevoli (memoria implicita).

Imbasciati scrive:La genetica determina la macromorfologia del cervello umano, il numero dei neuroni, la mielinizzazione delle fibre, ma la micromorfologia e la fisiologia, cioè le connessioni, le proliferazioni sinaptiche, e quindi la capacità funzionale delle varie reti neurali dipendono dal tipo di esperienza che è stata assimilata. La maturazione biologica determinata dalla genetica è necessaria, ma non è condizione sufficiente perché si possa parlare di maturazione in senso completo”. La maturazione genetica è indispensabile per il cervello dell’homo sapiens, ma non è questo che determina la mente: questa si struttura, nel cervello stesso, per via dell’esperienza; è questa che organizza il sistema nervoso.

L’adattamento del nostro organismo e della nostra mente al cambiamento è detto allostasi. McEwen ha introdotto il concetto di “carico allostatico”, cioè lo sforzo che l’organismo compie per adattarsi al cambiamento. Quando è eccessivo, ci sono delle conseguenze. Pensiamo allo stress, che è una risposta organismica (cortisolo) e mentale (ansia) al cambiamento. Se lo stress è eccessivo, cioè il carico allostatico supera una certa soglia matematicamente esprimibile come una curva, ci saranno problemi organici e mentali (come tumori e depressione). Non per nulla questo carico è detto anche “carico psicosomatico”, perché riguarda la persona nella sua interezza.

Nel superare gli ostacoli che la vita ci pone davanti e nell’apprendimento il nostro organismo e la mente hanno bisogno del tempo. LeDoux ha parlato molto delle basi fisiologiche dei tempi di recupero, mentre Ecker del riconsolidamento.

Lo schizofrenico non sa risolvere i problemi. Certamente la schizofrenia ha una importante componente psicopatologica (che Freud chiama “narcisismo secondario”), ma concorre anche l’alterazione del cervello. Nello schizofrenico vi è perdita di volume delle regioni corticali prefrontale e temporale. Tale perdita non è dovuta a morte cellulare ma a riduzione dei processi dendritici, assonali e sinaptici. Perché? Anche il talamo riduce il volume ma per perdita di cellule nel suo nucleo dorsomediale. Dato che le cellule del nucleo dorsomediale del talamo fanno connessioni con la corteccia prefrontale dorsolaterale, la perdita di questi neuroni del talamo contribuisce alla riduzione dei dendriti della corteccia. Questa alterazione della corteccia prefrontale dorsolaterale spiegherebbe l’alterazione delle funzioni della memoria operativa e delle funzioni esecutive che caratterizzano la schizofrenia.

Attualmente sono innumerevoli gli studi che trattano dei rapporti tra mente e corpo, dal versante delle neuroscienze comportamentali, della biomeccanica, della posturologia, della osteopatia. Uno degli autori più ricchi e apprezzati è Chaitow. Da più parti sono stati messi in luce i collegamenti tra diaframma e curve del collo. Ora, l’ansioso tende a irrigidire il diaframma, tale cosa produce spesso problemi al collo.

Anche la relazione è stata studiata molto approfonditamente. I livelli di attaccamento sono mediati dalla ossitocina nel cervello. Il passaggio dal comportamento autoriflesso (provare piacere a stare da soli e a fare cose per sé) a quello verso gli altri è mediato nel cervello dal glutammato e dal GABA. Non solo, ma oggi si pone attenzione anche al microbioma intestinale, quell’insieme variegato di germi che albergano fisiologicamente nel nostro intestino, e che interagiscono con il sistema nervoso in vari modi. Da più ricerche risulta che, prendendo due madri delle quali una accudente verso il figlio e l’altra scostante, si scambia il microbioma intestinale: i loro atteggiamenti verso la prole si invertono per i primi giorni (poi i germi cambiano).

In ogni nostra azione c’è una componente più individuale e una più relazionale. Per una ottima opportunità di lavoro che ci arricchisce dobbiamo sacrificare la famiglia e gli affetti più cari. Anche negli animali: una antilope, se si allontana dal branco, si nutre meglio ma, privata della protezione del branco, è più esposta all’attacco del ghepardo. Gli studiosi quindi si sono chiesti cosa stia alla base della motivazione per compiere una azione: la gratificazione o l’esatta valutazione dei rischi? Studi condotti su topi, ai quali vengono stimolate elettricamente le aree della gratificazione (come il fascicolo proencefalico mediale), dimostrano che il topo per ottenere quella gratificazione è disposto a superare pericoli e dolore. Nell’uomo la gratificazione viene prodotta cerebralmente dal rilascio di dopamina a seguito di un evento favorevole. Non ci sarebbero grandi differenze tra la gratificazione elettrica e quella dopaminergica, quindi alcuni neuroscienziati concludono che è la gratificazione che spinge le persone a scegliere gli scopi della vita. Dato che la cocaina produce rilascio di dopamina, cosa che induce alla dipendenza, questo spiegherebbe perché i tossicodipendenti continuano a drogarsi nonostante il grave danno in cui incorrono.

Meditazioni Metafisiche #12
Meditazioni Metafisiche #12

Lo stesso mondo esterno e le sensazioni corporee non hanno una validità assoluta in quanto sono processi elaborati dal cervello. Il controllo delle nostre azioni è prevalentemente inconscio. Spesso facciamo movimenti precisi e rapidi senza renderci conto che li abbiamo fatti. Una paziente, D. F., a seguito di una lesione al lobo temporale inferiore, non era in grado di riconoscere le forme degli oggetti (non distingueva una carta quadrata da una oblunga) ma se impiegata in un compito preciso sapeva scegliere l’oggetto giusto. Sapeva qual era la carta giusta ma non ne aveva consapevolezza. I risultati degli studi condotti su di lei fanno ritenere che questo sia un meccanismo presente in tutte le persone.  Anche se non ci rendiamo conto dei controlli motori e sensitivi compiamo azioni precise. In un importante esperimento di Libet su altre persone veniva chiesto di sollevare un dito quando veniva loro richiesto: Libet voleva testare con l’EEG il potenziale preparatorio, cioè quello che registra la variazione dell’attività cerebrale che ha luogo circa un secondo prima che un soggetto compia un movimento volontario; l’attimo in cui quei soggetti asserivano di sentire la voglia di alzare il dito avveniva qualche centinaio di millesecondi dopo l’inizio del potenziale preparatorio. Le nostre azioni quindi non sarebbero decise dalla nostra consapevolezza ma dal nostro cervello del quale non abbiamo consapevolezza.

Libet ha anche misurato il momento in cui i suoi soggetti si rendevano conto di iniziare un’azione. Al contrario della consapevolezza della voglia di compiere un atto, che interviene dopo l’inizio dell’attività cerebrale che vi è associata, la consapevolezza dell’inizio dell’azione interviene prima che l’atto stesso cominci. Esattamente l’attimo in cui diventiamo consapevoli di aver iniziato un movimento interviene circa 80 millisecondi prima che il movimento sia cominciato, mentre la sensazione proveniente dal movimento ha luogo circa 100 millisecondi dopo l’inizio vero e proprio del movimento. Si conclude che la consapevolezza di aver iniziato un movimento interviene troppo presto per essere basata su una sensazione provocata da una informazione reale. Si tratta allora di una aspettativa mentale.   

 

Written by Marco Calzoli

 

Bibliografia

· J. W. Astington, Che cosa c’è di teorico nella teoria della mente del bambino?, in O. Liverta Sempio, A. Marchetti (a cura di), Teoria della Mente e Relazioni Affettive, Torino 2005, pp. 13-33;

· L. Chaitow, Massoterapia neuromuscolare, Milano 2004;

· A. Imbasciati et alii, Psicologia clinica perinatale, Padova 2007;

· D. D. Jackson, Prassi familiare: un approccio medico globale, in P. Watzlawick, J. H. Weakland (a cura di), La prospettiva relazionale, Roma 1978, pp. 313-321;

· E. R. Kandel et alii, Principi di neuroscienze, Milano 2015;

· A. Lange, Anamnesi ed esame obiettivo, Milano 2000;

· B. H. Lipton, La Biologia delle Credenze, Cesena 2006;

· L. Pessoa, The Cognitive-Emotional Brain, Cambridge 2013;

· J. P. J. Pinel, Psicobiologia, Bologna 2007;

· W. Reich, La funzione dell’orgasmo, Milano 2010.

 

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Rubrica Meditazioni Metafisiche

 

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