Le métier de la critique: Alda Merini, la Primavera e la Poesia

Sono nata il ventuno a primavera,/ ma non sapevo che nascere folle,/ aprire le zolle/ potesse scatenar tempesta– Alda Merini

Alda Merini
Alda Merini

Oggi 21 marzo è il giorno in cui entra la Primavera, ed è anche la Giornata Internazionale della poesia istituita dall’Unesco nel 1999. Ma è anche l’anniversario di nascita di Alda Merini, nata il 21 marzo 1931. 0ggi avrebbe compiuto 89 anni.

Devo ammettere che fino all’estate scorsa non conoscevo bene questa poetessa; poi, iniziando a frequentare i social, ho avuto modo di leggere molte citazioni tratte dalle sue opere: allora mi sono incuriosita e ho iniziato a leggere alcune sue poesie in un’edizione miscellanea che ho a casa.

Pur nell’ignoranza del contesto generale nel quale questa poetessa si muoveva, ho apprezzato la bellezza dei suoi versi, liberi, brevi, dolorosi, spesso lievemente auto-ironici. Allora ho letto qualcosa della sua biografia e ho capito che i testi in qualche modo riflettono la sua esperienza reale, per quanto nella poesia quest’ultima venga trascesa in una dimensione universale.

Non ho le competenze per scrivere un articolo organico e sistematico sulla Merini, ma ho le emozioni che mi pervadono ogni volta che leggo le sue poesie. Della propria capacità lirica era consapevole la stessa Alda che, più volte internata in manicomio, ha saputo denunciare con lucidità il trattamento riservato ai pazienti chiusi lì dentro, considerati semplicemente come dei pazzi e per questo non meritevoli dell’amore e privati di ogni dignità; inoltre la Merini ha espresso il dolore amoroso, il sentimento materno, il legame con la sua Milano e con i Navigli (dove abitava, proprio vicino alla sede  storica del Libraccio) che spesso ha descritto, ma soprattutto è stata interprete di un misticismo religioso sui generis.

Nell’ultima fase della sua vita era diventata un personaggio pubblico, ospite al Maurizio Costanzo show; era un’accanita fumatrice, spesso sul lastrico per la sua incapacità di gestire le proprie risorse e si è legata sentimentalmente a personaggi come Salvatore Quasimodo e Giorgio Manganelli.

Uno strumento che mi ha permesso in questi ultimi mesi di conoscere meglio le liriche della Merini è stato il bel progetto editoriale del Corriere della Sera che, da novembre a febbraio, ha proposto settimanalmente uscite di tutte le raccolte della poetessa milanese. Mi sono presa l’impegno di leggerle tutte e, seppur con i miei tempi, lo sto facendo. Più la leggo e più la adoro, questa donna letteralmente abitata dalla Poesia.

Alda Merini
Alda Merini

Poesia deriva dal greco ποίησις ed ha la radice del verbo ποιέω che significa “io faccio” nel senso di “produco un oggetto distinto da me”; ποίησις è pertanto la produzione, intesa come un “pro-ducere”, un “condurre, portare avanti a me, separatamente da me”.

Per i Greci le opere di artigianato e le opere figurative erano tutte produzioni realizzate in base ad una τέχνη, cioè ad un’arte fatta di regole; anche la poesia era una produzione secondo regole, realizzata da un soggetto (il poeta) e tale da avere una sua autonoma esistenza. Eppure nel mondo greco questa concezione, sostenuta da Aristotele, fu contrastata da chi, come Platone ad esempio, riteneva che la poesia, che i Greci chiamavano più propriamente μουσική, fosse un dono dell’ispirazione divina, una forza irrazionale che invadeva il poeta quando realizzava la sua “opera”.

Va anche detto che il modo in cui, a lungo, nel mondo greco la poesia veniva composta e performata, fu tale da farla assomigliare più ad una πρᾶξις, dal verbo πράσσω = “io faccio qualcosa di cui sono io stesso principio”: la politica, l’etica erano per Aristotele prassi, azione, perché la politica presuppone il politico, l’etica presuppone chi sceglie ed entrambe non producono oggetti esterni. Ebbene  nel mondo greco per lungo tempo fu l’oralità il veicolo della cultura: gli aedi componevano oralmente davanti ad un pubblico stralci di varie storie confluite solo  molto dopo nell’Iliade e nell’Odissea e anche quando la scrittura fu introdotta, molti poeti (i lirici) scrivevano i loro testi, ma poi li performavano oralmente davanti ad un pubblico; e la musica stessa, pur essendo riprodotta su uno spartito come produzione, esiste soltanto finché qualcuno la suona, la realizza come azione: questo sia al tempo dei Greci in cui μουσική  era un’unità indissolubile tra poesia fatta di parole, danza, accompagnamento musicale, sia in epoche successive in cui si imparò a concepire una musica anche solamente strumentale.

Nel corso dei secoli la poesia è sempre più diventata un prodotto esterno da leggere, ma al contempo si è sempre più sganciata dalle regole per diventare il frutto dell’interiorità, della creatività, del sentimento.

Non posso qui ripercorrere come ciò sia accaduto, ma posso testimoniare che la poesia di Alda Merini, pur breve, libera, apparentemente “quotidiana” mostra una potenza lirica, ovvero espressiva senza eguali. La dizione “poesia lirica”, che anticamente indicava la poesia accompagnata dal suono della λὐρα, ovvero dalla musica, è diventata nei secoli sinonimo stesso di poesia, ad indicare la capacità dei versi di farsi canto dell’anima, anche in assenza ormai del sottofondo musicale tout-court.

In questo giorno di Primavera, che sembra sui generis a causa dell’attuale crisi determinata dall’esplosione del Coronavirus, un modo per restare creativi e non passivi di fronte ad una serie di restrizioni sociali cui siamo costretti per l’emergenza sanitaria, è certamente leggere. Leggere Alda Merini, capire il suo dolore, superarlo (perché leggere i suoi versi è una forma di catarsi) è come una carezza che tocca le nostre anime smarrite, fragili, costrette ad un ritiro forzato a cui ormai nessuno è più abituato ormai… le prende per mano e le fa volare.  Se volete recuperare la libertà, che oggi l’epidemia ci ha tolto, leggete la Merini e piangete, ma poi ridete perché nelle liriche di questa grande donna c’è tanta voglia di vita. E chi più di lei, reclusa in manicomio, poteva amare la vita?

Lascio qui qualche citazione tratta qua e là dalle sue liriche:

Alda Merini - Nascita a Primavera
Alda Merini – Nascita a Primavera

Le mie impronte digitali/ prese nel manicomio/ hanno perseguitato le mie mani”;

Il manicomio è una grande cassa di risonanza/ e il delirio divento eco/ l’anonima misura,/ il manicomio è il monte Sinai,/ maledetto su cui tu ricevi/ le tavole di una legge/ agli uomini sconosciuta”;

“[…]/ ma la sera, oh la sera/ nei giardini del manicomio/ a volte io facevo all’amore/ con un disperato come me/ in una grotta di orrore.”;

E dopo, quando amavamo/ ci facevano gli elettrochoc/ perché, dicevano, un pazzo/ non può amare nessuno”;

“… questo dolce mattino/ porterà in fronte il sigillo/ delle mie decadenze…”;

“Ascolta, il passo breve delle cose/ ― assai più breve delle tue finestre ―/ quel respiro che esce dal tuo sguardo/ chiama un nome immediato: la tua donna”;

Le più belle poesie/ si scrivono sopra le pietre/ coi ginocchi piagati/ e le menti aguzzate dal mistero./ Le più belle poesie si scrivono davanti ad un altare vuoto,/ accerchiati da agenti/ della divina follia”;

I versi sono polvere chiusa/ di un mio tormento d’amore,/ ma fuori l’aria è corretta,/ mutevole e dolce ed il sole/ ti parla di care promesse/, così quando scrivo/ chino il capo nella polvere/ e anelo il vento, il sole,/ e la mia pelle di donna/ contro la pelle di un uomo.”;

Io sono certa che nulla soffocherà la mia rima,/ il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola/ come trappola da sacrificio,/ è quindi venuto il momento di cantare una esequie al passato”;

Allora mi alzo dal letto/ e cerco un riquadro di vento/ e trovo uno scacco di sole/ entro il quale poggio i piedi nudi”.

Buona poesia a tutti e ad maiora!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

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