“I cinesi in Italia durante il fascismo” di Philip W.L. Kwok: una realtà poco conosciuta di segregazione

“L’internamento nei campi di concentramento italiani, se fu certamente infinitamente meno brutale e mortifero di quanto generalmente si sia portati a pensare, associando al concetto stesso di ’campo di concentramento’ l’orrore plasmato dall’immaginario collettivo ai lager nazisti, non fu tuttavia un evento lieve nella vita delle persone che ne furono vittima…”

I cinesi in Italia durante il fascismo - Philip W.L. Kwok
I cinesi in Italia durante il fascismo – Philip W.L. Kwok

Fin da subito, nella prefazione del libro, il lettore apprende una verità poco conosciuta ai più. Ovvero, delle vicissitudini affrontate dalla comunità cinese in Italia durante il fascismo. Ed è con un esordio alquanto stuzzicante che ci si prepara ad entrare in una realtà di cui poco o nulla è stato raccontato in passato come nel presente.

A darne conto è stato il professor Philip W.L. Kwok (Yunnan, Cina, 14 aprile 1944 – Napoli, Italia, 10 marzo 2011) in una prima edizione del 1984. Oggi, il testo dal titolo I cinesi in Italia durante il fascismo viene riproposto da Phoenix Publishing edizioni in una pubblicazione del 2018 a firma di Daniele Brigadoi Cologna, dell’Università degli Studi dell’Insubria. Che ha sentito l’esigenza di approfondire i fatti già rendicontati da Kwok e di portarli a conoscenza di un vasto pubblico.

Philip W.L. Kwok, primo a portare alla luce la triste questione con un incessante lavorio di scandaglio, ha raccontato eventi rimasti sepolti dal tempo e dalla dimenticanza. Professore ed erudito cinese, oltre che storico e ricercatore, Kwok ha sempre cercato di unire, grazie alla Conoscenza, mondi distanti fra loro come quello Orientale e Occidentale.

“Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente il signor Chaeng Chi Chang, uno dei cinesi vissuti nel campo di concentramento in Italia. Pur essendo connazionali non riuscivo a comprendere bene il suo dialetto…”

Ma, come è nata l’idea di dare alle stampe un volume quale I cinesi in Italia durante il fascismo, da parte di Kwok? Grazie ad un fortuito incontro con un cinese, internato nei già citati campi, e che ha sperimentato sulla propria pelle la rovinosa esperienza vissuta durante il secondo conflitto bellico.

Da quel momento, il professore ha sentito l’impulso di dare voce a persone che non avevano colpa alcuna, e neppure commesso alcun crimine, se non appartenere ad un’etnia invisa al fascismo.

Kwok ha raccolto la testimonianza fornitagli da Cheng Chi Chan, la quale ha portato parte della comunità cinese già residente in Italia ad essere rinchiusa in veri e propri campi di reclusione situati in Abruzzo e in Calabria. Dall’incontro con Cheng Chi Chang, Kwong ne ha ricevuto una spinta propulsiva che gli ha permesso di dare un nome e un volto ai fatti accaduti circa Ottanta anni fa.

Un momento da lui vissuto con grande emotività, pur nelle difficoltà che hanno visto i due cercare di comprendersi, data la loro provenienza da diverse regioni della Cina.

“Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente il signor Cheng Chi Chang, uno dei cinesi vissuti nel campo di concentramento in Italia. Pur essendo connazionali non riuscivo a comprendere tanto bene il suo dialetto…”

Attraverso una ricerca capillare, il professor Kwok ha dato il via a un’indagine che l’ha visto recuperare documenti conservati presso archivi storici e seppelliti frettolosamente, i quali si sono rivelati di fondamentale importanza, più di quanto fossero risultati in un primo momento.

È stato un viaggio nel passato quello intrapreso da Kwok, un viaggio che gli ha aperto uno scenario di cui non era a conoscenza e di cui ha rintracciato pezzi di vite, vissute in condizioni molto prossime all’indigenza, anche se non propriamente paragonabili a quelle dei lager di nazista memoria.

Un viaggio attraverso cui ha recuperato emozioni e sentimenti di gente appartenente alla sua stessa etnia, e dare loro, semmai fosse possibile farlo, la libertà e la dignità che gli erano state tolte senza alcuna giustificazione.

Kwok, nel suo testo fa nomi e cognomi degli sfortunati finiti alla gogna, segregati come veri e propri carcerati. Un elenco che tocca nel profondo, anche per la minuzia con cui è stato compilato, pensando che dietro a nomi e a cognomi si nascondevano persone in carne ed ossa. E non numeri, così come voleva il fascismo.

“Philip Kwok ha dedicato tutta la sua vita alla divulgazione, alla ricerca di verità storiche tutt’oggi poco note, all’insegnamento della filosofia e della medicina orientale…”

È il maggio 1940 quando il Ministero dell’Interno richiede alle Prefetture del Regno d’Italia di censire i cittadini stranieri, da potersi definire ‘sudditi dei paesi nemici’. Caso mai l’Italia fosse entrata in guerra al fianco della Germania nazista.

La Cina viene inclusa nell’elenco di potenziali nemici dell’Italia.

I cittadini cinesi censiti sono in numero vicino al 400, anche se c’è confusione su ciò che si intende come appartenenti a un ‘paese nemico.

A considerare la Cina un paese nemico sono le alleanze che l’Italia ha stretto con Germania e Giappone con il patto Anti-Comintern; quindi c’è un avvicinamento dell’Italia al Giappone, mentre i rapporti con la Cina e con il governo guidato da Chiang Kai-shek sono freddi.

È dunque maggiormente precaria la posizione dei cittadini cinesi in Italia, la quale porterà all’internamento di alcuni cinesi residenti a Milano.

Posizione che diventa ancora più instabile il 10 giugno 1940, quando l’Italia dichiara guerra a Francia e ad Inghilterra; le prefetture e la questura di Roma e quelle di frontiera fermano i cittadini cinesi presenti sul territorio e li avviano al confino e all’internamento in campo di concentramento. Vista l’impossibilità del rimpatrio.

A partire dal 1941 il campo di riferimento per i cinesi sarà quello di Isola del Gran Sasso dove saranno internati altri cinesi confinati momentaneamente a Tossiccia, nel cui archivio storico Kwok scoprirà, quarant’anni più tardi, l’elenco nominativo degli internati.

Fino alla sua chiusura il campo ospitò circa 200 cinesi, confortati dalla presenza di Padre Tchang, appartenente all’Ordine dei Frati Minori e portavoce delle istanze degli internati, e determinato a convertire quanti più connazionali possibili. Compito che ebbe successo, tanto che in un solo giorno del 1941, fra gli internati, furono battezzati circa 40 cinesi.

Philip W.L. Kwok - Daniele Brigadoi Cologna
Philip W.L. Kwok – Daniele Brigadoi Cologna

Terminata la guerra il frate tornò in Cina continuando a fare apostolato.

Gli internati di Isola godevano di una certa libertà di movimento, nei limiti imposti dal perimetro del campo.

Il rapporto con la popolazione non fu sempre dei migliori, non mancarono, infatti, i malumori causati dal comportamento di alcuni internati cinesi; le condizioni nel campo di Isola furono meno disumane rispetto a quello dei lager nazisti, ugualmente, però, ne minarono la salute con malattie che in alcuni casi si rivelarono mortali.

Suddiviso in tre parti, e corredato da immagini di testimoni e di alcuni internati, oltre che stralci di conversazioni, il testo rappresenta l’eredità lasciata dal professor Kwok e raccolta da Daniele Brigadoi Cologna, che ha fatto proprio il testo pubblicato anni or sono.

E che ha contribuito a portare a conoscenza del pubblico fatti sconosciuti o magari soltanto dimenticati, ma di notevole valore testimoniale. Anche se il volume contempla un numero di pagine limitato, è fonte documentale importante atta a testimoniare una delle tante aberrazioni compiute dal fascismo.

Quindi, I cinesi in Italia durante il fascismo è un testo dal valore storico notevole, definito dall’autore un interessante punto di partenza e di arrivo al contempo per conoscere alcuni aspetti della storia dei cinesi in Italia e le origini dei sino-italiani. E fare in modo, lì fin dove è possibile intervenire, che certe cose non accadano mai più.

“I suddetti campi erano solo per gli internati civili stranieri. Sia ebrei civili che cinesi allora in Italia. I cinesi che erano in Italia vivevano una vita, si può dire, da nomadi, smerciando la loro merce, per esempio, le cravatte sulle bancarelle o sulle braccia come i marocchini di oggi, girando qua e là senza un posto fisso…”

 

Written by Carolina Colombi

 

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