“Colour Green”, album di Sibylle Baier: una storia dimenticata

Ci sono storie che restano fisse nella nostra memoria, senza che il tempo le scalfisca. Sono storie esemplari che, tramandate di generazione in generazione, infondono in ognuno di noi la speranza di poter fare grandi cose.

Colour Green - Sibylle Baier
Colour Green – Sibylle Baier

Altre storie il vento le porta via con sé come foglie cadute da un ramo. Sono le storie senza nome che nessuno racconta, dimenticate forse anche da chi le ha vissute. Forse troppo fragili per fronteggiare il tempo, queste storie sono destinate a perire senza che venga a noi concessa la possibilità di conoscerle.

Questo è il loro tragico destino.

Eppure quest’ordine di cose che trattiene ciò che conta e dimentica il resto talvolta viene stravolto e alcune storie tornano a riva, trascinate dalla corrente.

Come la storia di Sibylle Baier, attrice e cantautrice folk nata nel 1955 in Germania e talento promettente nella Stoccarda bohémienne degli anni ’70.

Il nome di Sibylle non suonerà quasi sicuramente familiare perché sulla sua carriera – iniziata con un’apparizione nel film di Wim WendersAlice nelle città” del 1973 – cadde presto il silenzio per sua stessa volontà.

Sibylle, infatti, scelse di non inseguire la fama e di trasferirsi in America per dedicarsi esclusivamente alla propria famiglia.

Tuttavia la sua storia, interrotta sul nascere, è giunta sino a noi grazie ad un album intitolato “Colour Green” e da lei inciso tra il 1970 e il 1973.

Di ritorno da un viaggio in Europa assieme alla sua amica Claudine, Sibylle decise di fissare attraverso la musica le sensazioni provate e, una volta a casa, registrò su bobina i brani che andarono a comporre l’album.

Come un’eco dal passato “Colour Green restituisce all’ascoltatore frammenti di vita lontani nel tempo ed ogni canzone, come una fotografia ingiallita, va a delineare il ritratto sbiadito di una giovane donna dal talento inespresso.

Ed ecco che appare Sibylle, chitarra e voce, in “Tonight”, splendido brano che apre l’album e che ci introduce immediatamente nel mondo della cantautrice. Parole semplici quelle di “Tonight”, eppure estremamente evocative di una dimensione notturna e intima, simile ad un bosco segreto in cui entriamo in punta di piedi.

Segue, poi, “I lost something in the hills” con le sue atmosfere bucoliche ed una sotterranea tristezza che s’insinua nel paesaggio visto in viaggio dalla cantautrice, tra le piante di gelsomino e i boschi di sambuco:

When I pass through the leg high grass, I shall die
Under the jasmine, I shall die
In the elder tree
I need not try to prepare for a new coming day
Where is it that fills the deepness I feel?”

Un senso di profonda malinconia avvolge l’intero album, ma è nel brano seguente, “The End”, che si concretizza maggiormente. Requiem per la fine di un amore, “The End” scava nella profondità dell’animo umano pur accarezzandone la superficie con la sua semplicità.

Sibylle Baier
Sibylle Baier

La voce di Sibylle esprime tutta la fragilità di un cuore spezzato ma allo stesso tempo assume nel tono la solennità della tomba. Spingendoci più in là, troviamo “Remember the Day”, brano scritto di ritorno dal viaggio con l’amica Claudine oltre le Alpi. Il viaggio fu intrapreso dalle due in un periodo buio della vita di Sibylle e, come emerge dal brano, ebbe su quest’ultima un effetto terapeutico, donandole nuova linfa.

Un’atmosfera onirica caratterizza, invece, il brano che dà nome all’album, “Colour Green”. I sogni di gioventù vengono avvolti dalla nube vaga del sogno attraverso la voce evanescente della cantautrice, che qui ricorda molto Vashti Bunyan. Come Sibylle, anche Vashti incise un album folk negli anni ’70, ma non diede un seguito alla sua carriera, preferendo condurre una vita appartata.

I destini di queste due figure risultano essere incredibilmente connessi; tuttavia, emergono alcune differenze evidenti: Vashti, infatti, smise di cantare perché non seppe reagire all’insuccesso di vendite del suo album; Sibylle, invece, non pubblicò mai “Colour Green” e decise di abbandonare la carriera musicale senza avere un riscontro effettivo di pubblico.

Un riscontro che per Sibylle arrivò dopo trent’anni grazie a suo figlio Robby. Quest’ultimo, infatti, trovò la registrazione della madre e ne diede una copia a J. Mascis, leader dei Dinosaur Jr., al quale piacque molto.

L’album venne finalmente pubblicato nel 2006 e fu accolto in maniera estremamente positiva dalla critica, con grande stupore di Sibylle che tutt’ora non si spiega il motivo di tanta attenzione a lei riservatale.

Forse agli occhi di Sibylle questa appare una storia da poco, di quelle che dimentichi e che il vento porta via con sé, eppure non lo è perché racchiude in sé qualcosa di prezioso: una capacità di riemergere dall’abisso del silenzio e di avvicinarsi a chi ascolta oggi le sue canzoni come se il tempo non fosse mai trascorso.

Così appare Sibylle: incredibilmente fragile e incredibilmente vicina.

 

Written by Roberta Di Domenico

 

 

 

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