“Le storie di mia zia” di Ugo Cornia: l’eternità dell’effimero

Carissimo Ugo Cornia, un amico di nome Silverio ha letto recentemente “Le storie di mia zia” (Feltrinelli) e ha pensato bene di regalarmene una copia. Secondo lui, il tuo modo di scrivere ricorda un po’ il mio.

Le storie di mia zia di Ugo Cornia
Le storie di mia zia di Ugo Cornia

Non so, ognuno scrive di sé e come il suo sé gli suggerisce. Scrivere diventa, prima o poi, una necessità come partorire o andare di corpo. E queste due azioni sono, come lo scrivere, così personali, che non è possibile fare paragoni fra due individui.

Ho letto e apprezzato il tuo libro. Alla fine ti dirò il perché.

Alcune precisazioni. La prima è che, in comune, abbiamo una zia Filomena (per te zia Fila, per me sina Filomna), che era un mistero per me, reggiano di nascita e campano di adozione, per cui mi sono arrovellato per anni del come poteva scaturire, nella campagna reggiana di Gavassa, una bambina con quel nome. Probabilmente era di uso frequente anche da noi, mentre ancora è rimasto ad Amalfi e in zone limitrofe. Se poi ti vorrai recare nella vicina Minori, scoprirai l’esistenza di una Santa Trofimena, la cui storia è terribile. Ti basti solo sapere che venne a nuoto da Patti (Messina) fino alla costa amalfitana, morendo di fatica appena arrivata.

La seconda è che tu, nel racconto n. 20, parli di un certo Mingone. Di lui, di Minghett e di Minghina è ricca l’aneddotica emiliana. Senti com’è dolce la filastrocca: “Seint un pec in dal tasel/e cor so’ com’è un osel/beh an’è mia là Mingoun/ c’al sinsaca al formintoun!”

“At salót Minghîna!” (o Mingheina, o Marieta): questo è per dire “addio a quello che avresti sognato accadesse”. La Minghina di Pieve Modolena era una scarriolante, unica donna tra tanti uomini capace di raccogliere terra e sassi per rifare le rive del Crostolo e dei fiumi in generale. Si chiamava in realtà Domenica.

Ma “at salût Minghîna”: lo si dice da Ferrara a Parma. Lo stesso vale per Mingoun e per Minghett. Negli anni, questi nomi sono diventati sinonimi di contadino e contadina, ma anche di persona che si rivela apparentemente sciocca, in realtà un po’ furbacchiona.

Tornando al libro, mi stupisce il tuo stile asciutto e, al contempo, gonfio, e spesso infantile. Non conosco, al momento altri libri tuoi, ma mi pare di cogliere un voler essere semplice, decisione che non lo è mai, semplice.

Nel racconto n. 26, dici che “facevano il gnocco fritto”. Se non sei reggiano o modenese questo pare un errore lessicale. Se lo sei, dire “lo gnocco” è semplicemente un abominio… Da ciò deduco, non so bene come e perché, che probabilmente “a t’è te un po’ un Mingoun”, insomma, tu fingi molto bene di essere semplice.

E che tu voglia creare un effetto di “semplicità scorrevole”, lo si arguisce anche constatando quanto tu sia parco di virgole. Io, quest’ultime, non le amo troppo, ma le metto, a volte anche più del necessario, perché punto a una “chiarezza ritmata e logica”. Ma non sempre lo faccio: perciò posso capirti.

Usi anche delle ripetizioni un po’ eccessive e qualche “che” di troppo, alcune ridondanze, mai fastidiose però, frequenti cambi di tempi verbali nel medesimo capoverso, un ameno “a me m’è”, e una spruzzatina di “e è” e di “e era”, che definirei spettacolare. Anch’esse fanno parte del tuo bagaglio stilistico naif, nel senso di ingenuo. Volutamente tale, secondo me.

Che il tuo libro sia importante, comincio a pensarlo al racconto n. 36, quando narri di una tua zia Maria, novantottenne (complimenti al DNA familiare!) che verso la fine della sua vita discorreva amabilmente col fratello Teodoro, morto da circa sessant’anni.

Il che ti porta a dire chepensavo che mia zia, che ormai era così staccata dal mondo, grazie all’appannamento dei suoi sensi era finalmente arrivata a questo al di là nella sua testa dove poteva parlare di tante cose con suo fratello, che le era rimasto nascosto lì per sessant’anni in quella piega del cervello.” Perché, come hai detto qualche riga sopra: “abbiamo tutti l’al di là sepolto in testa”.

Ora ti dico perché credo che tu sia un buon scrittore.

Perché quello che esce dalla tua testa e che va finire nelle dita che battono freneticamente sui tasti del computer, si chiama bellezza. Ricordati sempre del verso più grande che sia stato mai scritto, che è di Keats: “A thing of beauty is a joy for ever”. Le cose passano e la gente prima o poi le dimentica. Sta a te, caro mio, salvarle.

Ugo Cornia
Ugo Cornia

Molto bello anche il racconto n. 42, quello dell’immane escremento prodotto da Saponetta, che rimane congelato per tanti giorni, e che tutto il paese va a visitare, in pellegrinaggio. Il che mi ricorda l’usanza tipica di Pisciotta, il paese originario di mio suocero, che dista una quindicina di chilometri dall’Elea parmenidiana, dove faccio un po’ di mare d’estate, dove il morto viene esposto in camera da letto, e tutti i paesani, poveri, ricchi e disperati, si riversano uno alla volta a rendergli omaggio.

E l’evento dura ventiquattr’ore:Questa notte sono di turno, comincio intorno all’una. Io sono il marito della terza cugina materna del deceduto, un caro vecchietto di nome Aniello, come mio suocero e come un quinto della popolazione maschile della zona. Verso le due e mezza si avvicina un cugino di mia moglie, ma del versante paterno. Al che gli faccio (ci sono soltanto io e un’anziana che sta sonnecchiando):Caro Ernestino, credo di essere io al momento il parente più prossimo’. Mi fa le più sentite condoglianze.

Lo so, il paragone è assurdo, ma dà l’idea che “tutt’u munnu è paisi”.

Ah!, dimenticavo: io amo il presente indicativo. Se tu sei appassionato, come dici, di cosmologia, considera la teoria di Julian Barbour, che dichiara che il tempo non esiste. E che tutti gli attimi dell’universo sono immaginabili come tante cartoline appese con una molletta (ciapett, diciamo noi, cannucciedda dicono a Pisciotta) a un infinito filo da bucato.

Perché sono contento di aver letto il tuo libro minimalista: perché sono stufo di sentire questa parola, minimalista, come se ci fossero due realtà, una minima e una massima. La realtà è una.

Jorge Borges diceva che esiste un solo libro, creato dalla mente di tutti gli uomini: alcuni, dico io, ma di certo Jorge stesso lo pensava, che svolgono come te la funzione di scrittore e altri con il ruolo di lettore. Egli assicurava che ciascun libro è continuamente ri-scritto da ogni lettore.

Lui fu un Grande, tanto come lettore, quanto come scrittore. E questa è la neverending story che più m’appassiona. Il tuo compito, come anche il mio, e quello di chiunque ama la vita, è di eternare quello che pare effimero. E di scegliere dove rivolgere la propria attenzione. Come uno che raccoglie fiori in un campo, decide lui quali.

 

Written by Stefano Pioli

 

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