“Il bambino con il pigiama a righe” di Mark Herman: un’amicizia che va oltre le origini di appartenenza

“Tu sei il mio miglior amico Shmuel, il mio amico per la pelle!”

Il bambino con il pigiama a righe
Il bambino con il pigiama a righe

Molto è stato scritto per commemorare la Shoah. Libri, romanzati e non, film e documentari, il tutto di importante spessore umano e testimoniale.

Ma il film Il bambino con il pigiama a righe, realizzato nel 2008, è emblematico, più di altri, perché racconta di una tragedia nella tragedia.

The boy in the striped pjiamas è il titolo originale del film, tradotto in italiano con Il bambino con il pigiama a righe, titolo dai connotati simbolici e immediatamente esplicativi. Ispirato dal libro dell’irlandese John Boyne, è pellicola evocativa che offre un punto di vista filtrato dall’esperienza dei due giovani protagonisti, Bruno e Shmuel.

“Anche i contadini sono strani. Perché vanno in giro in pigiama?”

Ma, veniamo brevemente alla trama dal contenuto altamente drammatico, il quale colpisce direttamente al cuore per l’originalissimo sviluppo filmico, tale da farne un film sull’Olocausto inedito.

Le leggi razziali sono state emanate in tutta la Germania fin dall’ascesa del nazionalsocialismo e, nella Berlino degli anni ‘40, la famiglia di un ufficiale nazista consuma la sua esistenza fra agi e benessere, senza alcun turbamento per ciò che accade nei campi di concentramento.

Quando l’alto ufficiale viene promosso ad un incarico superiore e trasferito altrove, lontano da Berlino, tutta la famiglia accetta di buon grado il trasferimento.

A poca distanza dalla nuova abitazione si trova il campo di stermino di Auschwitz, dove viene messa in atto una categorica eliminazione degli ebrei.

Per sfuggire alla solitudine e alla noia, il piccolo Bruno (Asa Butterfield), figlio dell’ufficiale, si allontana dal giardino che circonda la casa e attraverso un passaggio segreto raggiunge il bosco, oltre cui si trova il recinto che delimita il campo di concentramento. Ma questo Bruno non lo sa, e neppure immagina cosa accada al di là del recinto.

In maniera del tutto spontanea, com’è nella logica infantile, il giovanissimo Bruno stringe amicizia con un altrettanto giovanissimo internato nel campo, vestito soltanto di un pigiama a righe.

Ed è cosa inevitabile che fra i due nasca una bella amicizia, la quale si protrae per un certo periodo. Perché il filo spinato che separa i ragazzini non impedisce il sorgere di un legame dove Bruno sostiene il suo piccolo amico portandogli cibo e qualche frutto, e scambiando parole innocenti inframezzate da giochi.

È singolare l’affiatamento che si sviluppa fra i due, e ancora più singolare e terribile è l’epilogo che porta i due ad andare incontro a un ineluttabile destino.

Il bambino con il pigiama a righe
Il bambino con il pigiama a righe

Come un pugno in pieno stomaco per lo spettatore che non si aspetta una conclusione così tragica. Lì, in quel luogo che vede consumarsi una tragedia senza limiti, a nulla serviranno imprecazioni e disperazione degli adulti, i quali dovranno convivere con i loro fantasmi per il resto della vita.

“Aspetterò un po’, perché sono strani i tuoi amici…”

Il film, ovviamente, non racconta nulla che già non si conosca, ovvero le modalità con cui è stato messo in atto il genocidio a danno degli ebrei, durante il quale in molti sono finiti ‘su per i camini’, come recitava una canzone degli anni ’60.

Ma questa storia è sorprendente, più di altre, perché è sì una storia tragica, ma anche di un’amicizia che va oltre. Oltre alle aberranti scelte di uomini che detengono il potere con la forza e la prevaricazione, senza tenere conto che sono stati i più giovani a pagare uno scotto troppo alto per la ‘soluzione finale’, come lo sterminio degli ebrei è stata etichettato da Hitler e dai suoi adepti.

Vittime innocenti, perché di un’origine diversa da quella ‘ariana’, e doppiamente vittime di colpe commesse dagli adulti assetati di brama del potere e di sopraffazione a ogni costo. Anche a costo di annientare l’esistenza di un gran numero di persone che non avevano alcune responsabilità dei fatti a loro imputati.

“Posso giocare con i bambini della fattoria?”

Che dire, del particolare approccio registico adottato da Mark Herman?

Un approccio che vaglia, attraverso la prospettiva dei due bambini, gli avvenimenti che gli accadono intorno, e di cui non hanno consapevolezza.

Ed è proprio attraverso questo tipo di visione che si mette in luce come i bambini non siano forgiati da alcuna forma di condizionamento, e ancora preda dell’età dell’innocenza.

È una storia in cui i bambini sono sì gli artefici della loro sorte, ma grazie al lavorìo terribile messo in atto dagli adulti la loro innocenza si fa ‘innocenza spezzata’.

Entrambi sono figli di un’innocenza che va oltre al contesto di appartenenza in cui sono inseriti i fatti di quell’epoca buia e tragica, che va sotto il nome di nazionalsocialismo.

Una realtà storica fatta di brutture, discriminazione e inammissibili selezioni razziali.

Nonostante il concetto di razza, superato ormai da lungo tempo, non abbia più alcuna valenza sociologica e storica, e riconosciuto universalmente come stereotipo usato soltanto per scopi strumentali.

Sebbene i protagonisti siano in periodo di fanciullezza, il film non è una favola in cui il buono prevale sul cattivo, no, nulla di tutto ciò accade ne Il bambino con il pigiama a strisce, dove uno ariano e l’altro ebreo, sono uniti dal ‘sacro’ vincolo dell’amicizia. Perché ragazzini che non conoscono ancora parole terribili come odio, razzismo e sterminio.

“Ma perché portate i pigiama a righe con i numeri?”

Il bambino con il pigiama a righe
Il bambino con il pigiama a righe

A differenza di altre pellicole, di uguale argomento, attraverso il punto di vista dei due bambini il film offre allo spettatore una visione d’insieme di due mondi, quello del bene e quello del male, che inevitabilmente si trovano a confronto. Dove, in questo caso, il male, quello con la M maiuscola, ha la meglio sul bene.

Non è una visione omologata quella proposta dal regista degli eventi compresi nel fenomeno della Shoah. Eventi accaduti oltre 75 anni fa, rivisitati e raccontati così come sono avvenuti, ovvero pregni di una tragicità senza confini. In questi giorni difficili di malinconico negazionismo, le immagini del film sono da tenere a mente, perché sono un debito col passato non ancora saldato.

“Ma non è un nome Shumel, nessuno si chiama così!”

Del film non fanno parte cliché stereotipati, sentimentalismi e spettacolarità. Si evince soprattutto la quotidianità, immersa in una narrazione dai toni cupi, speculare alle vicende portate sullo schermo. Ma, valore aggiunto del film è un’atmosfera particolare, quella che il regista ha saputo imprimere alla pellicola, un’atmosfera pregna di buoni sentimenti insiti nell’animo dei due ragazzini.

Il bambino con il pigiama a righe è un film sull’Olocausto, fenomeno con cui il regista si è dovuto misurare per realizzare la pellicola, ma soprattutto è film di formazione di cui tutti dovrebbero prendere in visione: piccoli e grandi senza alcuna distinzione d’età.

“Però non è giusto, perché io devo stare chiuso qui, mentre tu stai là e puoi giocare con i tuoi amici”.

 

Written by Carolina Colombi

 

 

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