“Il diritto di uccidere” di Gavin Hood: un’onesta analisi di un controverso casus belli

Lo scorso 11 settembre (si noti la puntualità dell’occasione) Gavin Hood, autore di “Il suo nome è Tsotsi” (2005), vincitore dell’Oscar al miglior film straniero in rappresentanza del Sudafrica, presentava a Toronto il suo settimo lungometraggio per il cinema “Eye in the Sky”, distribuito in Italia come “Il diritto di uccidere”, dopo già l’ottimo noir di Nicholas Ray (1950).

Il diritto di uccidere

L’occhio nel cielo è un drone armato a 20.000 piedi dal suolo, osservatore silenzioso di un quartiere keniota in cui dopo 6 anni trascorsi in latitanza è stato avvistato il numero 4 della lista nera dei terroristi ricercati nel Corno d’Africa.

Una coppia di aviatori attende in America le istruzioni del superiore, un colonnello d’acciaio (Helen Mirren) che supervisiona gli accadimenti dal ventre di una base in terra inglese.

In qualità di principale responsabile dell’operazione ha le idee chiare su come procedere, venuto a conoscenza dei piani di distruzione progettati dalla congrega di criminali che, rintanata in una casa senza soffitti, ospita il suo obiettivo primario: sugli schermi a distanza appaiono le trasmissioni irrefutabili di uno scarabeo pilotato da un agente (Barkhad Abdi, già apprezzato in “Captain Phillips – Attacco in mare aperto”, che nel 2014 gli ha fatto guadagnare la sua prima nomination agli Oscar), pericolosamente riuscito ad introdursi nella zona vessata dalle forze militari.

Reso impossibile uno scontro ravvicinato, onde evitare una strage di assai più ampie proporzioni la missione non prevede più la cattura, bensì l’eliminazione della minaccia. Presto tuttavia emerge quello che si rivela il rischio più autentico ed insidioso: il colonnello è costretto a supplicare un alto consiglio affinché, mediato da un ragionevole generale (il compianto Alan Rickman, qui alla sua ultima performance), ottenga la piena autorizzazione al lancio dei missili prima che l’eversore sfugga al controllo.

Eschilo in apertura afferma che “in guerra, la verità è la prima vittima”; essa è la fantasmatica ragione che nel corso dell’intera opera i potentati, caffè e biscotti alla mano, sembrano ricercare con a tratti detestabile dedizione matematica, ergendo le convenzioni protocollari a loro dogma inviolabile nell’esercizio delle proprie facoltà. La promozione pubblicitaria dal canto suo sintetizza in questa maniera: “chi deve decidere… non vuole decidere”; c’è di più.

Il diritto di uccidere

L’impatto del film risiede nell’elezione del pubblico a ideale corte posta di fronte un dilemma spinoso raccontato secondo per secondo, pressoché senza ellissi temporali di sorta.

Il tempo a disposizione della squadra speciale è limitato, le mosse degli attentatori imprevedibili per quanto sorvegliate, né le strade affollate facilitano il compito, così come non si può correre l’alea di inimicarsi l’opinione pubblica.

Un sano sentimento di rabbia e disapprovazione scaturiscono non tanto dall’assistere alle acute impartizioni di dialettica, lecito mezzo d’indagine atto a individuare la soluzione migliore in senso militare, giuridico e politico, alla quale certamente mai potrà condurre un approccio manicheo, quanto piuttosto dal subire la mancanza di polso di ministri intimoriti dalle conseguenze sulla propria unica persona invece che sulla disgraziata popolazione civile (e qui è facile percepire l’estrema attualità che “Il diritto di uccidere” riversa in una vicenda dai connotati già geo-politicamente ardenti).

È la sua stessa paradigmatica plausibilità ad attizzare la suspense e a conquistare i generali favori della critica; Hood (prodotto, vale la pena evidenziarlo, da Colin Firth) non s’imbelletta per sedurre gli spettatori assetati di conflitti a fuoco e gesta rocambolesche.

Fa suo anzi uno stile asciutto, velato appena di ironia amara, animato dalla più sincera volontà di esplorare da vicino un mondo violento ed impietoso, accompagnato in alternanza dagli angoscianti moti iterati delle librerie digitali e dai timbri esotici (anche se a dire il vero non autoctoni) del duduk e di altri strumenti musicali.

Il diritto di uccidere

Il regista scava con mansueta insistenza nelle coscienze dei suoi personaggi e, di riflesso, in quelle spesso indifferenti della nostra società, massificata nelle attenzioni per l’effimero e il dolcificato, cui sceglie di non propinare superflue note retoriche, limitandosi a narrare limpidamente i fatti affidandoli agli attanti, lasciati privi di ogni orpello divistico (su tutti in ciò spicca la Mirren, perfettamente conscia che “ci sono bei personaggi per tutte le età”) e per di più costretti ad una recitazione assai focalizzata sull’intonazione e sulla mimica facciale, ridotte all’osso le deambulazioni come da esigenze del plot.

Il ritocco, ossia una celata ricostruzione digitale, interviene precipuamente ove, visti gl’interdetti permessi rilasciabili dall’aviazione sudafricana, il volo dei droni in CGI sostituisce quello degli apparecchi realmente esistenti, cui la troupe ha dovuto a malincuore rinunciare.

 

Voto al film


 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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