Il taccuino del giovane cinefilo presenta “Taxi Teheran” di Jafar Panahi

L’ottava fatica di Jafar Panahi vince nel 2015 l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. È l’ultimo di una nutrita serie di importanti premi associati ad ogni singolo lungometraggio del regista, ad eccezion fatta del documentario This Is Not A Film (2011), che ha riscosso comunque notevole consenso critico.

Taxi Teheran

Quello che si ha di fronte è però un artista dal profilo ancor più di rilievo se si considera la fecondità e il successo d’oltreconfine di cui è rivestita la sua produzione, la quale ha visto la luce in numerosi anni (non ancora giunti al termine) di restrizioni dovute all’adesione ai movimenti di protesta contro il regime iraniano, che fanno percepire dietro l’angolo i delitti sovietici perpetrati in campo artistico ancora nella seconda metà del Novecento.

Sgomenta l’acutissima miopia di quei dirigenti che tentano di mettere a tacere una voce così brillante, che si fa paladina dei più elementari diritti d’espressione attraverso intuizioni emerse da avversità cui rivolgersi con filosofia: agli atti pratici, Taxi Teheran è stato girato interamente all’interno di una cabina guidata da un “(neo-)autorizzato”, il regista stesso, riconosciuto da qualcuno o semplicemente etichettato da altri come un idiota che non conosce nemmeno le strade della capitale.

Tutto ciò senza alcuna autorizzazione, e cioè nella speranza (gloriosamente coronata) di non incappare nei controlli della censura. La lampante dimostrazione della veridicità di questa condizione si trova al termine del film, ove non sono presenti i titoli di coda, in assenza del visto degli addetti.

Percorrendo le vie dell’affollata città mediorientale, Panahi mette in risalto tutta la sua pacatezza attoriale, pronta ad accogliere benevolmente, ma senza mai abbandonare il buonsenso e un certo grado d’autorità, clienti dall’estrazione più diversa, eloquentissima testimonianza del variegato paesaggio sociale odierno, trascinantesi dietro paura e rabbia, dolore e speranza, umiltà e propositività.

Ci sono borseggiatori “d’alto borgo” e ladri comuni che arrivano a rapinare persino i conoscenti pur di campare; commercianti di strada che esercitano nella sfera del mercato nero contrabbandando cd musicali con brani di cantanti nazionali e stranieri (la maggior parte dei quali non si udirebbero se non al di là della frontiera), o anche dvd di grandi classici senza tempo (ed ecco aprirsi una significativa parentesi metacinematografica, portata avanti dalla figura della giovane nipote armata di fotocamera, a caccia di un buon soggetto esente da contenuti disdicevoli, e sublimata dall’avvocatessa amante delle rose che ipotizza una pena in nulla dissimile da quella calata sulla persona di Panahi).

Taxi Teheran

Non mancano neppure vecchierelle che vivono in balia delle superstizioni popolari più improbabili, mariti che si gettano senza casco nel caos di un traffico stipato di insidie, immagini di fulminante esemplarità come quella di un poco più che infante con le mani nell’immondizia alla ricerca di tutto quello che possa sostentare l’esistenza di genitori indigenti.

Quella del regista è insomma l’attestazione di come l’arte riesca a covare in sé energie tali da saper tessere equilibrio e innegabile verità in un’unica limpida matassa, cui bastano poche e selettivissime inquadrature per narrare, pur sotto il peso di un’implacabile (in)giustizia, cosa succede nelle zone calde del mondo d’oggi, la cui autenticità viene spesso edulcorata, mascherata o dimentica dai media di tutto il globo.

 

Voto al film

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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Il taccuino del giovane cinefilo

 

 

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