“La ragazza che sapeva troppo”: la prima proiezione della retrospettiva dedicata a Mario Bava, Bari

La prima proiezione del 15 luglio 2014 presentata dalla Mediateca Regionale Pugliese di Bari nell’ambito della retrospettiva dedicata al regista Mario Bava è “La ragazza che sapeva troppo” del 1963.

“Gli assassini non leggono libri gialli”

Dopo il sapiente esordio con il gotico “La maschera del Demonio”, Mario Bava, ad appena un anno di distanza, ritorna dietro la macchina da presa, questa volta per girare quello che poi diventerà la pietra miliare del giallo all’italiana.

Fin dalle prime inquadrature il regista intende chiarire, con l’ironia drammatica che diverrà la sua cifra per eccellenza, che questo non sarà il racconto di una favola alla “Roman Holiday”: Nora Davis (Leticia Roman), giovane ventenne americana in viaggio verso Roma per la villeggiatura, è tutta presa da uno dei tanti libri gialli di cui è fedele “divoratrice”: “The Knife”, si legge sulla copertina.

Povera fanciulla: appena arrivata già assiste all’arresto del vicino di volo per una valigia di sigarette allucinogene, che, peraltro, le sono state offerte dall’uomo poco prima di atterrare.

Poco male, questo è niente: perché nella notte piovosa e tempestosa – quasi viene da immaginarsi Bava dietro la macchina da presa sghignazzante che si frega le mani – la gentile ospite romana ha un malore e Nora, spaventata a morte alla vista della vecchina già in  rigor mortis, deve correre ad avvertire Marcello Bassi (il giovane dottore un po’ patinato interpretato da John Saxon), attraversando una Trinità dei Monti deserta e quasi spettrale.

Succederà tutto all’improvviso: il ritmo serrato, conferisce uno dei caratteri essenziali al primo thriller psicologico della storia del cinema.

L’azione, sempre accompagnata da una musica priva di asprezze che si affida all’armonica e incisiva capacità dei violini e delle viole di accrescere la sensazione di sospensione, prosegue senza inciampi: la giovane assiste ad un assassinio, ma è stordita e sviene. Temendo di essere considerata una visionaria, Nora deciderà di scoprire la verità.

L’indagine si muoverà tra momenti di gustosissimo humor, fuori fuoco ansiogeni e liquidi, rumori enfatizzati, inquadrature dal basso che amplificano il senso del misterioso e dell’incerto, particolari di porte chiuse (che ricordano tanto le raccomandazioni del celeberrimo e terribile Barbablù), borotalco e spago, ingressi melodrammatici di personaggi sacrificati dalla sceneggiatura non sempre all’altezza della fotografia livida di Bava, capace di alternare luce e oscurità, in cui le sensazioni e le situazioni sono perfettamente correlate alle luci, e tra tutti gli espedienti narrativi davvero originali le ellissi non colmate, rese possibili grazie alla geniale intuizione di affidare ad elementi abbastanza marginali nella scenografia il compito di mostrare lo scorrere del tempo.

Bava ha davvero influenzato il cinema dei suoi successori: lo stesso Dario Argento, nel suo “L’uccello dalle piume di Cristallo” adotterà molte soluzioni del regista ligure.

Marcello che invita Nora ad ammirare Trinità dei Monti nella luce del mattino mentre esplodono le risa spensierate della gente, il buon Marcello che stringe Nora in stile commedia romantica nella scena finale dalla terrazza del Pincio, sembra anticipare di cinquant’anni buoni la Roma de “La Grande Bellezza” dall’aria limpida e solare, meravigliosa, terribile e dispersiva.

Ed ancora, attraverso personaggi come quello interpretato da Valentina Cortese, Bava sottolinea l’orrore della coscienza umana sconvolta: il mostro è da cercare ancora una volta dentro di noi.

 

Written by Irene Gianeselli

 

http://youtu.be/hdDRdAheY3E

 

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