Resoconto della mostra antologica di Anish Kapoor, Lisson Gallery, Londra

Si è appena conclusa il 10 novembre 2012 alla Lisson Gallery di Londra la mostra antologica che la galleria ha dedicato ad Anish Kapoor, indiano naturalizzato inglese, per segnare i trent’anni di collaborazione.

 

Una mostra atipica perché mancano, ad eccezione che in un caso, le opere monumentali e colorate che caratterizzano il lavoro dell’architetto britannico, nonostante che vi siano molti pezzi realizzati di recente. Kapoor continua a creare paesaggi distorti, sfidando la visione dell’audience e le sue percezioni inserendo l’essere umano in ambienti creati artificialmente per metterlo alla prova. L’esibizione punta sulla dualità tra temi terreni e artifici industriali.

Si usano materiali basilari: fango, cemento, pigmenti metallici, per far ragionare i visitatori sulla trasformazione della materia. Ci sono pezzi di cemento coperti di gibboni e buchi, come se – sotto la superficie – ci fosse qualcosa che cerca di farsi strada verso la luce (si vedano “Spittle 2012” e “Untitled 2012”, ma anche “A Ghost’s Endeavor” fatto di resina e polvere di marmo), altri invece che sembrano sgretolarsi (“Erosion” o “Surf”) o semplici macchie per terra (“Dirty Corner” del 2010). Altre opere invece sembrano incunearsi e muoversi sotto forze oscure: è il caso del ciclo “In the Shadow of the Tree and the Knot of the Earth” I e II del 2010, in legno, acciaio, terra e fibre di vetro, dove, su un tavolaccio, la terra si gonfia e cerca di prendere vita, strisciando via, facendosi uncino, lingua, duna, o ribollendo esplodendo, addirittura, in un fungo atomico.

La serie presenta anche tavoli su cui sono scavati buchi e fessure in cui i visitatori sono incoraggiati a spiare. Meravigliosi i quadri “Copper Sky”, “Iron Sky” e “Bronze Sky” del 2012: tele con incollata polvere delle varie materie che danno il titolo alle opere.

Il materiale si è agglomerato in punti diversi, dando un carattere proprio ad ogni tela. Ha affascinato i visitatori, accorsi a frotte per tutto il periodo di apertura dell’esibizione, chiusa lo scorso 10 novembre, la sala in cui erano ospitate delle mezze sfere di fibra di vero: “Shine”, giallo, “Lost”, azzurro, “Innocent blood”, rosso, “Inner beauty”, indaco, “Two Blues”, blu, “Green”, verde, “Hollow”, rosa. Ci si infila il volto, ci si fanno rumori davanti, se ne ricava un vago senso di vertigine, uno studio dell’eco, un gioco di profondità.

L’uso di PVC, cera, plastica, legno, acciaio stanno ad indicare vari stati d’animo e vengono usati da Kapoor con varie finalità ed obiettivi, ovvero, la scelta dei materiali non è affatto secondaria. L’obiettivo è farci capire che gli oggetti non si limitano a riempire lo spazio. Kapoor non ci mostra un nuovo spazio, come alcuni sostengono, ma si limita a suggerirlo. Come se le sue opere fossero un’immagine in negativo di ciò che potrebbe essere, in una concezione quasi freudiana.

La mostra serve a capire come Kapoor è divenuto ciò che è e quali sono i concetti più ancestrali che lo muovono. Ci sono opere minuscole su in tavolo, opere su tela su cui sono incollati minuscoli pigmenti, sculture da tavolo che riproducono paesaggi o richiamano forme e oggetti della natura come le rocce e i coralli, opere su tela, oggetti in calcestruzzo.

Spesso Kapoor usa il readymade, e in particolare una sala dell’esposizione raccoglie solo questi oggetti ed è stata pensata per provocare disagio nell’audience (si tratta di “Anxious”). L’unica opera monumentale è in cortile, di acciaio brumato, e i visitatori ci parlano dentro per sentire l’effetto dell’eco.

Kapoor si è trasferito a Londra all’inizio degli anni Settanta ed è diventato famoso a partire dagli anni Ottanta, soprattutto grazie ai 1000 Names  – gruppi di piccoli oggetti scultorei ricoperti da pigmenti dai colori brillanti – e alle installazioni su grande scala che  “sembrano inghiottire lo spazio, altre volte sembrano collassare su se stesse nel vuoto, o creare un nuovo spazio in bilico tra il lavoro e lo spettatore”. Solitamente, Kapoor crea opere che ci fanno sentire piccoli o accolti o ingoiati.

Ricordano per lo più grandi uteri, o lisci specchi su cui riflettersi e mutare. Questa esposizione, il cui colore dominante era il grigio dell’argilla, era quasi minacciosa. Gli oggetti sembravano per lo più ribellarsi, non essere completi, non avere quell’aria perfetta e lucente che hanno le opere di Kapoor come loro tratto distintivo. A volte, come nel caso di “Past, Present, Future”, sembrano sanguinare, nascondendo un vuoto più grande.

Kapoor ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Turner Prize, nel 1991, il principale premio artistico britannico consegnato annualmente dalla Tate Gallery e ha realizzato il Mittal Orbit, la torre permanente al London Olympic Park.

 

Written by Silvia Tozzi

 

 

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