“Valzer con Bashir”: film documentario sulle colpe dei falangisti e dell’esercito israeliano

Cosa succede quando un regista racconta la verità nuda e cruda sul popolo a cui appartiene?

Dipende dal popolo al quale appartiene ovviamente.

Se sei iraniano puoi essere arrestato con tutta la tua famiglia come è successo il 2 marzo 2010 a Jafar Panahi oppure essere esiliato com’è accaduto a Bahman Ghodabi per il suo film “Gatti Persiani”.

Ma se il regista è israeliano e ha vinto un Golden Globe non può essere arrestato. Ari Folman è nato ad Haifa e ha sempre saputo la differenza fra bene e male, fra queste due forze che dall’inizio della memoria umana si contendono l’uomo.

Nel 2008 con il suo film “Valzer con Bashir” è riuscito a far parlare attraverso l’arte la sua coscienza e l’ha fatto costruendo un documentario sulla prima guerra libanese e sul massacro di Sabra e Shatila del 1982.

Folman opta per il film d’animazione, forse per  attenuare la crudezza delle immagini e dei simboli o forse perché altrimenti il film sarebbe stato di portata maggiore e quindi ci sarebbe stata la possibilità di rischiare la propria vita.

Ma cosa mostra esattamente il regista israeliano in un film d’animazione sulla guerra?

Semplicemente, la verità.

La verità con gli occhi di un soldato, Folman(doppiato dallo stesso regista), che non ricorda i fatti accaduti in Libano. Troppo sangue, troppe ingiustizie, troppi ordini eseguiti senza discutere. Non è mai l’etica a guidare le guerre ma alcune volte persino i soldati non capiscono i perché di assassinii che ne non giovano l’esito.

Il film si apre con una sequenza terrificante: 26 cani che inseguono un uomo, i cani sono neri, grandi, feroci. È il racconto di un sogno che ossessiona un ex soldato amico di Folman. I 26 cani sono esistiti veramente ma non hanno mai inseguito il soldato, sono infatti stati uccisi in Libano dallo stesso soldato ed ora ritornano in sogno pretendendo vendetta.

Folman però non ricorda, è come se qualcuno gli avesse cancellato la memoria, ha voluto dimenticare gli episodi della guerra e tutto ciò che i suoi occhi hanno visto. Rendendosi conto di questo, decide di riprendersi i propri ricordi ad ogni costo. Inizia così ad indagare, a chiedere ai suoi amici ex soldati, a reporter, ad estranei. Ogni parola, ogni racconto è una visione e ciò si presenta come tanti piccoli flash back che illuminano la memoria del protagonista ma rendono più scuro il suo animo.

Arriva così a rivedere le ingiustizie di quel massacro del 16-18 settembre del 1982 di cui si ha paura di parlare ancora oggi.

Sabra e Shatila erano due campi di rifugiati palestinesi nella periferia di Beirut. È stato un vero e proprio massacro di bambini, donne, vecchi, giovani. La popolazione che abitava i due campi non è precisa ma si arriva anche a parlare di 3500 persone.

Nessuno si è salvato. Non è stata una “semplice e veloce” fucilazione. I corpi di bambini, donne, vecchi e giovani sono stati squartati e le varie parti dei corpi lanciate ovunque nelle strade polverose e bagnate di sangue. Una scena horror, da brividi, inumana, raccapricciante, inutile: dicono coloro che hanno visto il campo l’indomani del massacro. Teste di bambini accanto a corpi di giovani donne senza gambe, bambini senza testa ammucchiati tutti insieme, arti rotti da fucilazioni ossessive, violenze contro cadaveri.

Chi è il colpevole?

Sopra i tetti dei soldati israeliani che controllavano il massacro, non intervenivano per fermare i colpevoli, anzi erano una sorta di guardie o divinità armate dei tetti.

Sono stati i falangisti con il benestare dell’esercito israeliano a voler la fine di Sabra e Shatila, campi profughi nei quali non c’erano armi per difendersi dagli attacchi. I morti oscillano, dopo 28 anni non abbiamo ancora una certezza del numero e forse non riusciremo mai ad avere la sicurezza di nulla. I morti oscillano tra i 300 e i 3500, tutto dipende dalla fonte ascoltata.

Nel 2001 la Corte di Cassazione Belga apre un processo su Sabra e Shatila, un processo basato su una legge del 1993 la quale conferiva competenza universale ai tribunali belgi per i crimini di guerra e contro l’umanità. Israele non si dimostrò ragionevole e stranamente Elie Hobeika, ritenuto il responsabile materiale dell’eccidio, dopo aver detto di voler confessare tutto muore a Beirut in un attentato. La Corte di Cassazione chiude l’inchiesta.

Ari Folman, il regista israeliano, attraverso l’arte ha cercato di rappresentare l’accaduto indicando palesemente i colpevoli: i falangisti (milizie cristiane libanesi). Il perché di tutto quest’odio?

Il 14 settembre 1982 il Presidente della Repubblica Bashir Gemayel cadde vittima di un attentato. I falangisti guidati da Elie Hobeika attuarono la propria vendetta due giorni dopo con il sopporto dell’esercito israeliano.

Vendetta o no, rimane comunque un massacro e gli esecutori sono ancora liberi di continuare ognuno la propria guerra personale a discapito di innocenti.

Doppiatori originali del film: Ari Folman, Mickey Leon, Ori Sivan, Yehezkel azarov, Ronny Dayag, Shmuel Frenkel, Dror Harazi, Ron Ben-Yishai.

Durata 90 minuti. La sceneggiatura è stata scritta da Ari Folman. Distribuito da Lucky Red.

 

Written by Alessia Mocci

 

 

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