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“I gemelli”, poemetto di Giovanni Pascoli: il Narciso tramandato da Pausania

“Io ti ricordo, Narciso, avevi il colore/ della sera, quando le campane/ suonano a morto.” – Pier Paolo Pasolini

 

Eco e Narciso – John William Waterhouse – 1903

Narciso è, di sicuro, uno dei personaggi più affascinanti della mitologia greca, ripreso durante i millenni da poeti, scrittori, pittori, musicisti e psicoanalisti. Esistono due versioni principali del mito, nella più fortunata, Narciso si innamorò di sé stesso guardando il proprio riflesso sull’acqua ed incapace di comprendere che fosse solo la sua immaginazione a creare quell’amore, morì affogando cercando di baciare quel volto bellissimo.

Al posto del suo corpo le Naiadi e le Driadi trovarono l’omonimo fiore Narciso, e si narra che da quel momento gli uomini conobbero questo bellissimo fiore, ma teniamo a mente che il poeta epico Pamphos molti anni prima raccontava di quando Persefone fu rapita da Ade proprio mentre raccoglieva narcisi.

Nella versione latina narrata da OvidioNarciso fu oggetto d’amore della ninfa Eco, che a causa della maledizione di Giunone del poter proferire solo le ultime parole rivolte od udite, cercò di confessare i suoi sentimenti al bel fanciullo, che ovviamente non capendo la ninfa decise di fuggire lontano da lei. La pazzia portò dunque Eco a viaggiare per tutto il Mondo alla ricerca del suo amato Narciso, senza però aver successo, e lasciandosi morire di fame gli Dei ebbero benevolenza di lei trasformandola in punto di morte in una roccia.

Nella seconda variante meno celebre del mito Pausania racconta un Narciso legato ad una misteriosa sorella gemella. Segretamente innamorato di questa, quando ella morì per un incidente di caccia, lui dalla disperazione pensò di vederla riflessa su una fonte e da lì la pazzia lo portò alla morte.

Il poeta italiano Giovanni Pascoli nei “Poemi Conviviali” dedica il poemetto “I Gemelli” a Narciso, traendo ispirazione dalla variante riportata da Pausania.

Giovanni Pascoli

E nella stessa nota di Giovanni Pascoli presente nella seconda edizione dei “Poemi Conviviali” scrive: 
(…) L’unico poema nuovo di questa edizione, “I gemelli,” nasce da un racconto di Pausania (D.G. IX, 31, 8) che dice: “C’è un’altra novella su lui [Narcisso]…: che Narcisso aveva una sorella gemella, come nel rimanente al tutto somigliante di aspetto, così con capellatura uguale, e vestivano vesti simili, e andavano a caccia l’uno con l’altra. E Narciso amò la sorella, e come la fanciulla morì, esso andava alla fonte e capiva bensì che era la propria ombra che vedeva, ma pure così sapendo, aveva un certo sollievo dell’amor suo, come se non credesse di veder l’ombra sua, ma l’immagine della sorella.”. – Questi due gemelli, non giovani ma fanciulli, io ho cambiati tutti due nel “leucoion vernum'”e nel “galanthus nivalis” che si somigliano in verità, ma come un maschietto e una bambina che si somiglino. Sono due fiori del principio di primavera, e della famiglia delle Amarillidee, della quale è pure Narciso.

I gemelli

Che sente il fiore cui la molle forza

di vita svolge i petali del boccio?

Quel che sentiva allora la fanciulla,

che si svolgea dal calice più bianca

e più sottile, il collo così lasso,

che lo piegava l’occhio di sua madre.

La neve già struggeva, ma non tutta:

se ne vedeva qua e là sui monti.

Spuntava l’erba, verdicava il salcio,

e ravvenate ora mescean le polle.

Era sui monti, era a bacìo la neve

ancora: ella si fece anche più bianca

e più sottile: un pianto nella casa

sonò: poi, la fanciulla era sparita.

 

E il suo gemello la richiese al padre

meditabondo. Egli accennò lontano.

E la richiese alla soletta madre,

che gli sorrise, e lacrimò più tanto.

“Sappi: è nel prato asfòdelo… C’è bello…

Lieta, sebbene senza il suo gemello…

No, non è sola, ma tra un fitto sciame…

Un fiore hanno alla sete ed alla fame…

Sì: tu ci andrai… Sì: la vedrai… tra giorni…

Resta con me! s’ora ci vai, non torni!”

Ma il giovinetto andò per prati e boschi,

sempre cercando. Un giorno seguì l’api

a un prato, le ronzanti api ad un fonte.

Nel fonte ritrovò la sua sorella.

 

Narcissus – Caravaggio

Il giovinetto si chinò sul fonte,

e la fanciulla apparve su dal fonte.

Egli era mesto, ed era, anch’ella, mesta.

Ma le sorrise, ed ella gli sorrise.

Aprì la bocca per chiamarla a nome;

subito anch’ella aprì la bocca a un nome.

Ed egli chiese, chi l’avea rapita,

se lieta le era la solinga vita;

ed ella presto rispondea, ma troppo,

ch’ella parlava mentre egli parlava.

Ed egli tacque, ed ella tacque: allora

egli riprese, ma riprese anch’ella.

E il giovinetto non intese, e pianse.

E la fanciulla si confuse, e pianse.

 

Ora una voce chiamò lui: la voce

della sua madre che l’avea smarrito.

“Ci chiama. Vieni con il tuo gemello

dalla tua madre. C’è, con lei, più bello!”

Ella rispose; ma fondea nell’ansia

le sue parole con le sue parole.

“Qui non c’è fiori per il tuo digiuno!

Tu sei nel prato ove non c’è nessuno!”

La madre ancora lo chiamò. Le labbra

chinò… che freddo in quelle dolci labbra!

Le diede un bacio sussurrando, Addio!

ed un gorgoglio udì nell’acqua: Addio!

E il giovinetto s’alzò su dal fonte,

e la fanciulla sparve giù nel fonte.

 

“O madre! O madre! È dove tu m’hai detto!

Ma ella è sola, nel fonte soletto.

Non ho veduto altro che il suo, di capi.

Non ho sentito altro ronzio, che d’api.

Non ha vicine altre compagne care!

Non ha quei fiori per il suo mangiare!

Vieni tu, madre; ella ritornerà!”

“O figlio! O figlio! T’ha deluso un Dio!

Il fior che dissi è il fiore dell’oblio.

E tu non vieni dal fiorito prato

ch’è più lontano del cielo stellato!

A chi ci va, gli è presso, come l’orto;

ma chi ne torna, anche se arriva smorto

a dove dormì, è tuttavia di là!”

 

Metamorfosi di Narciso – Salvador Dalì

Ma il giovinetto le afferrò la mano,

e disse: “O Vieni, se non è lontano!”

E, giunti al prato, si chinò sul fonte,

e la sorella venne su dal fonte.

Ah! ma nel fonte presso il suo sorriso

c’era la madre col suo mesto viso!

“O madre! O madre! Ecco che lei s’attrista

dacché nel grave tuo dolor t’ha vista!”

“O figlio! O figlio! Io sono lì pur quella!

Non hai due madri! E non hai più sorella!”

E turbò l’acqua. E madre e figlia sparve

oscuramente, qua e là, nel gorgo;

fin che, ondeggiando, tremuli, a fior d’acqua

vennero ancora figlio e madre in pianto.

 

Ed egli allora oh! sì, capì. Ma venne

per molti giorni al tralucente lago,

a rivedere in sé la sua sorella

che in lui viveva; ed esso in lei moriva.

Ed era il tempo che il nostro dolore

cadea qual seme, e ne nasceva un fiore:

un fior dal sangue delle nostre vene,

un fior dal pianto delle nostre pene.

Ed egli fu il leucoio, ella il galantho,

il fior campanellino e il bucaneve.

E questo avea tre petali soltanto;

e quello, sei, coi sommoli un po’ verdi.

Candidi entrambi, a capo chino entrambi.

 

Spuntava il croco, il morto per amore

bel giovinetto. E non fu lor compagno.

E non l’AI AI videro del giacinto

dal vento ucciso. Non fioriva ancora.

Erano soli soli; ché la neve

era sui monti, era a bacìo, tuttora.

E qualche alato, ch’ebbe vita umana

già, come loro, già piangea, ma seco,

sommessamente: o dentro sé pensava

quel pianto amaro ch’è poi dolce canto.

I due puri gemelli esili fiori,

fu breve la lor vita anche di fiori.

Amor fu quello prima dell’amore.

Non, forse, amore, ma dolor, sì, era.

Sparvero prima della primavera.

 

Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912) è stato un poeta e accademico italiano, figura emblematica della letteratura italiana di fine Ottocento. Pascoli, nonostante la sua formazione eminentemente positivistica, è insieme a Gabriele D’Annunzio il maggior poeta decadente italiano.

 

 

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Life After Death: l’intervista ad Antigone

L’occhio del cielo getta, proprio ora, un ultimo, implacabile sguardo d’accusa ai resti della Tebe delle Sette Porte. Nel suo decorso verso le montagne l’astro proietta sulla città una luce cremisi, innaturale, malata. Una luce che sembra imbrattare la città di sangue, che ne riporta in vita il massacro passato.

Antigone

Suona come un avvertimento muto, ma eloquente, rivolto a noi, turisti capitati fra le spoglie dell’antica potenza. Intanto la guida continua a snocciolare date e nomi, ma il cielo ci grava sulle spalle con un peso intollerabile, imponendoci un fardello tale che tutti noi siamo sospinti verso una malinconica introspezione. Appena la donna finisce di parlare – e non sono neppure sicura che abbia davvero concluso l’esposizione o se piuttosto si sia accorta del calo di attenzione – corro via. Mi dirigo veloce verso i resti, mossa da qualcosa a cui io stessa fatico a dare un nome.

Un’affinità elettiva inspiegabile mi guida oltre le mura, all’interno di quello che doveva essere il palazzo reale. Nonostante abbia visto le ricostruzioni dell’edificio e studiato a lungo l’elegante compostezza dell’architettura greca, guardandolo non posso che pensare ad un complesso tetro e aridamente estetico, dove le precedenti decorazioni sono state sostituite da festoni barocchi di muschi e licheni.

Non riuscirò mai a comprendere se ciò che successe dopo fu solo frutto del mio animo labile, turbato dalla visione della carcassa di quella che fu una delle più grandi civiltà che abbia mai popolato la Terra. Iniziò come una sorta ronzio, quella nenia tormentata e sofferente, un ϑρῆνος (canto funebre greco), che mi condusse appena fuori dai resti del palazzo, dinnanzi ad una scena che gli anni non cancelleranno mai dalla memoria. Una donna, inginocchiata sulla nuda terra, intonava il canto fra le lacrime, battendosi il petto, disperatamente china su di una tomba inesistente.

Ogni cosa attorno sembrava unirsi all’umore afflitto della donna: cominciava a scendere la notte, e il rombo di tuoni lontani forniva alla canzone una melodia cupa e disperata, mentre volute di morbida foschia ne circondavano la figura, come le ultime esalazioni di uno spirito esausto. Ciò che constatai subito fu che le sue vesti assomigliavano ai severi pepli delle arcaiche κόραι, ma l’identità della donna mi si svelò solo quando, in mezzo ai versi tremanti che ella intonava, identificai un nome tra le parole antiche e sconosciute: Polinice.

Antigone… – mormorai incredula.

Quella alzò i grandi occhi scuri verso il sorriso desolato di una notte senza stelle, che era calata scura sopra le nostre teste, poi lentamente incrociò il mio sguardo, e iniziai a parlare. Life After Death.

 

C. T.:  Antigone, sei vissuta nel mezzo di un mondo etico scisso a metà fra Stato e famiglia, che seguono leggi distanti, se non opposte: la legge degli uomini contro quella degli dei. Gli dei sono però lontani, essi non sanno niente della vita umana, della morte: perché allora scegliesti volontariamente di andare incontro alla tua condanna per seguire un’etica che non ti appartiene? Inoltre Achille – a rappresentanza di tutti i greci – affermò di preferire la più miserabile condizione di vivente, piuttosto che regnare sui morti, nell’assoluto nulla: quindi gli onori funebri non hanno veramente ragione d’essere, se non come mera consolazione per chi rimane. Allora perché, Antigone, perché rischiare tanto?

Antigone

Antigone: Non pensare che mi appartenga un codice etico promulgato da un mortale: la legge dell’uomo è artificiosa e debole. Ciò che mi spinge è qualcosa di più profondo e viscerale, una legge inconsapevole e inespressa, legata agli dei degli Inferi, divinità ombrose a cui solo le madri e le mogli in pena si rivolgono. L’uomo vive all’interno della polis: egli è cittadino, prima ancora che padre o marito. Noi donne, invece, tenute sotto chiave nelle nostre case, non viviamo che in funzione dei nostri affetti, in una società ristretta, la famiglia, che conserva tutta la sua naturale primordialità. Noi siamo plasmate dalla legge degli dei, ovvero dai legami di sangue. Ed è vero che oltre la vita io non mi immagino più nulla, e sì, i rituali funebri sono qualcosa che non hanno senso di per sé, e tuttavia sono essenziali, poiché sottraggono la morte da una dimensione prettamente fisica e naturale e la idealizzano.

 

C. T.: Così scegliesti di seppellire Polinice, esorcizzando il timore ancestrale della decomposizione. E nel tuo ribellarti alla legge umana ti sei opposta anche al destino sociale imposto nella tua condizione di donna: non fu anche contro Creonte come uomo che combattesti?

Antigone: La battaglia fra i sessi è uno scontro innato alla natura umana, che si protrae da secoli, e tuttavia rimane ancora il risolto. L’uomo si fregia del pensiero di Aristotele, che scrive di giudicare la donna “materia di scarto”, al pari di unghie capelli, e perciò vede l’organizzazione dello Stato naturalmente portata verso il patriarcato. E d’altronde anche il più democratico Platone, che nella sua repubblica ideale affranca la donna dalla reclusione casalinga e le accorda pari diritti all’uomo, ci considera essere umani di seconda scelta. Ma io sento scorrere in me un sangue antico, che ancora ricorda un’epoca lontana, quando il Pantheon era dominato dalla Πότνια Θηρῶν, una divinità ben più potente di ogni dio odierno, che sottometteva a suo piacimento la natura e gli uomini. I tempi correnti hanno depotenziato l’immagine della dea: gli artisti ne hanno coperto la nudità procreatrice e i sacerdoti hanno frantumato i suoi attributi suddividendoli fra più dee, che sono solo un pallido riflesso dell’originale. E io, figlia di Giocasta, che si squarciò il ventre col pugnale-il modo più virile di darsi morte- credo in quest’ordine primigenio, che esalta la donna che dà vita, piuttosto che l’uomo che la distrugge.

 

C. T.: Posso vederti e udirti Antigone, ma ho ancora la sensazione di trovarmi di fronte ad un’ombra irreale, uno spettro originato dalla mia testa. Come sfuggisti alla morte? Forse gli dei ti accolsero nel loro Limbo? Vivi nei Campi Elisi dividendoti fra le dolcezze del luogo e i languidi sguardi degli eroi?

Antigone

Antigone: Non fui amata dagli dei tanto da ascendere al loro cospetto, né mi beo dei dolci frutti delle Isole Fortunate. Il pallido guscio di carne che porta il nome di corpo l’ho già abbandonato da tempo, e malgrado ciò il mio δαίμων continua a vagare in mezzo agli uomini, sulla Terra, poiché ancora in vita promisi che la fede nelle mie azioni sarebbe sopravvissuta alla mia fugace esistenza umana. Ho cessato di essere Antigone: quel nome l’ho rinnegato ai margini della mia esistenza, ormai conservo solo il volto dell’Eterno Femminino.

 

Written by Claudia Tofanelli 

 

 

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Le métier de la critique: relazioni tra la teodicea di Lucio Anneo Seneca e Giuseppe Ungaretti

Seneca è il filosofo stoico più importante dell’antichità, quello che attraverso i dialoghi ha portato a perfezione lo stoicismo greco, inserendolo entro una concezione della vita coerente e coesa, benché si possano rintracciare delle evidenti contraddizioni tra il lusso in cui viveva presso la corte di Nerone e gli ideali di una vita sobria che va pubblicizzando nell’opera.

God -Sistine Chapel - Teodicea

Questo tipo di incoerenza tra reale e ideale è, però, ammessa dalla cultura romana in cui il sapiente deve collaborare col potere anche a rischio di cadere in contraddizione. Ben diversa la filosofia greca socratica, in cui il sapiente è integerrimo nella condotta morale anche a costo di entrare in collisione col potere.

Entrambi i filosofi sono condannati a morte, ma Seneca, prima della condanna, sostiene ed educa l’imperatore Nerone, nel cosiddetto quinquennio felice, e se ne dissocia quando le aberrazioni cui giunge il potere non rientrano più nella sua visione del mondo guidata dal logos (la ragione stoica).

Secondo la concezione senecana, a ciascun uomo è assegnata dalla legge universale una parte di destino (la moira dei Greci) e l’uomo deve nobilmente sopportare quanto la Provvidenza laica ha disposto per lui.

La sofferenza è una legge universale e il compito del sapiente è quello di arginare la sofferenza attraverso la meditazione che lo conduca ad una condizione di equilibrio interiore attraverso la atarassia (assenza di dolore nel l’anima) e l’aponia (assenza di dolore nel corpo).

L’equilibrio non è uno status dato per sempre, ma una tensione ad essere in armonia con le leggi dell’Universo che è guidato, come l’uomo, da una forza provvidenziale razionale.

Ciò che è nel cosmo (che significa ordine) è nell’uomo, e la ragione è immanente all’uomo che si rispecchia nell’Universo. Siccome l’uomo è animale politico lo stoico collabora con il potere per il conseguimento di un ordine, ma può ribellarsi a questo, quando nulla lo soddisfa, fino a darsi la morte.

Celebre è il suicidio di Catone di Utica che stoicamente si diede la morte quando vive tramontato il sogno della Roma Repubblicana.

Lucio Anneo Seneca - Giuseppe Ungaretti

Lo Stoicismo ha condizionato il pensiero di tanta letteratura e filosofia; potremmo definire “stoico” anche Giacomo Leopardi soprattutto nella sua opera “La Ginestra”, quando invita tutti gli uomini a nobilmente sopportare il dolore, stringendosi in una catena umana di condivisione della medesima sorte.

Poeta della ribellione ad oltranza che, però, non ammette il suicidio per il dolore che si procurerebbe ad amici e parenti in questa compartecipazione universale del dolore.

Il dolore di Leopardi è il medesimo di Ungaretti, in quale tra l’altro vive l’umanità lacerata dalla guerra. C’è in Ungaretti una acuta sensibilità verso sofferenza umana che fa a brandelli l’uomo.

Il suo stesso verseggiare franto è espressione di un’anima che con la guerra ha perso la direzione e condivide con tutte le anime del mondo lo stesso patire. Il sentire il compagno morto accanto a sé lo fa sentire partecipe di una legge universale e quindi attaccato alla vita perché la vita stessa è dolore.

La guerra ha lacerato i corpi e le anime degli uomini e si è smarrita la ragione (il sonno della ragione che genera mostri), ma una ragione nel cosmo c’è, come nello stoicismo: l’uomo l’ha violata!

Sicché, nella lirica “I Fiumi”, ripercorrendo le acque in cui si è bagnato, si sente parte dell’Universo e sente di avere ancora molto da comunicare attraverso il suo canto all’Uomo e all’Universo.

In tanto disfacimento bellico ogni tanto si affaccia il “miracolo”, quando il poeta si abbandona nella ricostruzione di un equilibrio interiore condividendo il dolore umano e sentendosi “una docile fibra dell’Universo”.

Questo percorso lo condurrà nell’ultima fase poetica ad una conversione religiosa che non può esserci in Seneca.

 

Written by Giovanna Albi 

 

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Le métier de la critique: Saffo tra antico e moderno, il culto della Morte #3

Come è noto, i Greci avevano una casa per la morte, l’Ade, luogo buio nel quale venivano risucchiate le anime al momento del trapasso.

 

Al tempo di Saffo - John William Godward - Olio su tela - 1904

Fino a Platone nessuno aveva mai parlato di immortalità dell’anima, ma la morte era uno spostamento di dimora e di condizione anche inquietanti.

Tanto è vero che la lingua greca ha creato un perfetto resultativo per questa condizione, téthneca infatti significa “stare morto”, che indica una stato permanente in cui si immagina che si viva in una realtà irreversibile, simile a quella di un fantasma oscuro.

La concezione del tempo non è lineare, come quella nella quale noi viviamo, bensì circolare, un cerchio racchiude l’anima nel suo percorso che lo porta dalla vita alla morte; prima di morire le anime rivedono la vita passata e prevedono il futuro per poi scivolare nel buio.

Potremmo parlare quindi di “pessimismo cosmico” e, non di rado, l’uomo greco si duole dell’esser nato. “Meglio non nascere e veder al più presto la fine della luce” canta il poeta. La concezione leopardiana è stata certamente ispirata da quella greca, la vita è male, dopo giovinezza, malattia, vecchiaia, morte ci attendono. Scivoleremo tutti nell’”orrido abisso“,

Quale consolazione in una dimensione di tal natura?

Chi muore giovane è caro agli dei”, morire in battaglia combattendo in prima linea è un modo per sfuggire al tormento della vita e raggiungere una immortalità nel ricordo. A questo proposito, pensiamo a tutta la retorica spesa intorno ai morti di Maratona, ai Maratonomachi, che si sono guadagnati una memoria perenne e sono diventati per Atene oggetto di propaganda politica.

I maschi quindi si difendono dalla vita combattendo, immolandosi per la patria, alle donne non resta che il tormento di una vita faticosa in cui devono anche piangere le vite spezzate dei propri cari in giovane età.

Sappiamo che prima di Saffo non c’era accesso alla poesia e che anche dopo Saffo poche donne sono poetesse; Saffo è una nobile eccezione e sente, al pari di Leopardi, la condizione di privilegio intellettuale in cui vive, per cui l’essere poeta è l’estrema ratio, l’unico vero motivo che ci trattiene dall’”orrido abisso”, la chance che dà senso ad una vita insensata in cui camminiamo tutti sul ciglio del burrone pronto ad aprirsi sotto i nostri piedi impotenti.

Questo senso di precarietà dell’essere è una percezione netta della cultura greca, che ha anticipato tanta filosofia e poesia occidentale.

L'isola dei morti - Arnold Böcklin - Die Toteninsel

La solitudine, pur nella condivisione, rimane un’ amara verità per i Greci; basti pensare alla nobile sopportazione dell’eroe tragico che combatte da solo tra caos e necessità. Anche Saffo, pur nella condizione eletta in cui vive tra il culto di Afrodite e le belle fanciulle, la notte piange sui cuscini su cui ha consumato l’amore rapito dall’uomo e icasticamente conclude: “Io dormo sola”.

Perché non darsi la morte allora?

La risposta la troviamo alle fine di un celebre frammento incompleto che ci lascia un monito perenne: “… ma tutto bisogna osare”, osare per riportare a sé l’amore perduto attraverso il ricordo poetico, perché la poesia saffica, al pari di quella leopardiana, è soprattutto rimembranza di ciò che è stato o di ciò che poteva essere e non è stato.

La poesia allora richiama in vita quello che parrebbe morto e lo schiera di nuovo in battaglia e ci dà motivo di vita autentica. Sicché, per Saffo, mentre le altre anime si agiteranno nel nero Ade, la sua non conoscerà il buio della morte ma la luce degli onori e della gloria eterna.

Altro elemento precipuo della rivoluzione saffica, da lei in poi i poeti sapranno che non solo morire in battaglia rende eterni, ma soprattutto lo spendersi per una causa comune di consolazione e registrazione di un senso della vita.

La morte allora non fa paura perché si è lasciata una eredità di “amorosi sensi” che nobilita non solo l’anima, ma anche il corpo, mentre le altre maestre di “tiasi” nemici saranno risucchiate nell’Ade con tutta la loro rozzezza, Saffo risplenderà per sempre con la sua nobile postura e il suo amabile incedere, simile a quello della fanciulla amata, Anattoria.

Ella ha innalzato con la sua poesia un monumento perenne, secondo un’immagine che verrà ripresa da Pindaro prima, da Orazio dopo nell’”Exegi monumentum aere perennius“.

Questo l’immenso lascito della poesia saffica, il Memento audere semper per vincere noia e morte.

 

Written by Giovanna Albi

 

 

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SAFFO #1

SAFFO #2

 

 

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Le métier de la critique: Saffo tra antico e moderno, il culto della Natura #2

Se in Omero la natura esiste per intermediazione degli dei che creano cielo e terra, monti e isole, Saffo compie una rivoluzione anche nel rapporto uomo/natura. Potremmo definire Saffo una poetessa sovversiva perché cambia la percezione che l’uomo ha, non solo dell’amore, ma anche della natura.

Saffo

La natura saffica viene infatti attraversata dallo sguardo umano come un’alterità rispetto all’uomo e non come creazione umana né divina, quindi la poetessa si perde nella natura attraverso la contemplazione  e riflette in essa i suoi stati di animo di gioia, entusiasmo o malinconia.

Anticipa dunque la lirica moderna, specie leopardiana e romantica, in cui la natura diventa specchio dei sentimenti umani e assume così una dimensione lirica e universale. Saffo ha rivoluzionato il modo di intendere l’amore, che da una dimensione esteriore è passato ad un vissuto interiore con tutta la gioia e la pena connessa, e, al contempo, ha strutturato con la natura un rapporto intimo e complesso non dissimile da quello che intercorre tra la donna e l’oggetto concupito.

Potremmo dire che Saffo amoreggia con la natura e paragona la stella che più fulgida brilla nel cielo alla sua fanciulla preferita attraverso un processo di antropomorfizzazione che è prodromica alla letteratura ellenistica, in cui la natura vive degli stessi sentimenti dei suoi pastori (Teocrito docet).

Quindi si può dire senza esagerare che Saffo anticipa i tempi preparando l’Ellenismo, la poesia virgiliana e quella leopardiana. Non a caso Leopardi ha dedicato una lirica sublime alla poetessa “L’ultimo canto di Saffo” proiettandole però il suo malessere e la condizione di escluso dal bello della natura, immaginando che la stessa poetessa non trovasse agio nella natura stante la sua proverbiale bruttezza.

Il che non è, perché la donna/poetessa trova nella natura un’interlocutrice privilegiata, in cui chiama la stessa Afrodite come ospite per poter godere insieme degli allettamenti naturali preludio di quelli amorosi, come risulta dal celebre fr.2.

Saffo - Giovanni Duprè 1857-1861

Da Creta vieni a me/ a questo tempio sacro,/ dove si trova un amabile bosco di meli,/ con altari su cui brucia l’incenso/ e l’acqua fresca che mormora/ fra le fronde degli alberi./ Tutto intorno/ è ombreggiato dai roseti./ Dalle foglie che ondeggiano/ scende un sonno carico di magia./ Dolce sospira il vento/ sopra il prato, ricco di fiori primaverili,/ ove pascolano i cavalli./ Qui tu, o Cipride, versa dolcemente/ nelle coppe d’oro/ il nettare colmo di gioia.

Quindi la poetessa non solo chiede l’intervento di Afrodite quando è avvinta da pene d’amore (Ode 1), ma la invita anche a Lesbo dove pare fosse eretto un tempietto in onore della Cipride immerso nella natura verdeggiante e ombreggiata dai roseti. Qui si può osservare, versi alla mano, come per Saffo la natura fosse un’alterità non di derivazione divina, anche se il divino vi viene ospitato.

Il fascino poi della luna che ha incantato poeti di tutti i tempi non può certo lasciare indifferente la poetessa che nel celebre Plenilunio inaugura una tradizione poetica di celebrazione del pianeta.

Gli astri che circondano la graziosa Luna/ di nuovo celano/ la loro immagine splendente/ quando lei risplende piena/ al culmine del suo fulgore.” Fr. 34

Versi cui si è ispirata tutta la tradizione poetica che sarebbe qui fuori luogo ripercorrere fino ad arrivare ai versi leopardiani che rappresentano la più dolce e delicata poesia della tradizione italiana (Alla luna).

Mentre la poetessa è in estasi contemplativa di fronte al fulgore della luna, per il poeta questa è lo spunto per rimembrare e per constatare che nulla è cambiato in un anno dacché ha osservato la luna per l’ultima volta, identiche la tristezza e la malinconia, ma comunque dolce è il rimembrare.

Isola di Lesbo - Saffo

Che versi, che suoni ha prodotto il genio di Recanati anche per ispirazione saffica! Perché Saffo è la più grande poetessa di tutti i tempi e molti sono i suoi tributari.

La luna ritorna nel fr. 168 in cui la poetessa constata con dolore la sua solitudine nella notte, evidentemente rimpiangendo gli incontri d’amore consumati con le fanciulle del “tiaso” che ora sono andate spose secondo la tradizione .

La Luna è tramontata/ e così le Pleiadi./ La notte/ è nel suo cuore./ Il tempo fugge./ E io dormo sola.”

La notte ieri come oggi è la fase della riflessione e del bilancio della vita o della constatazione del proprio status interiore; in quel verso finale incisivo si coglie tutta l’amarezza della poetessa che di fronte al tempus fugit si ritrova sola e abbandonata, ma a soccorrerla interviene sempre la poesia, l’unica vera ragione di vita, quella che, come spiegherò nella prossima puntata della breve rubrica “Saffo tra antico e moderno”, la sottrae alla tirannia del tempo e le assicura una vita luminosa oltre la morte, perché ella ha eretto con il suo poetare un monumento che nulla può scalfire.

 

Written by Giovanna Albi

 

 

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SAFFO #1

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Le métier de la critique: Saffo tra antico e moderno, il culto di Afrodite come garante dell’omosessualità #1

Un abisso divide la Saffo antica dalle interpretazioni moderne. È cosa nota che dalla poetessa Saffo, la prima e la più grande di tutta la cultura occidentale, sono nati il termine “saffico” e “saffismo”, ricondotti ad una dimensione omosessuale.

Isola di Lesbo

Ma, mentre l’omosessualità femminile moderna comporta un riconoscimento di una sessualità femminile che si rispecchia in una sessualità femminile con tutte le giuste e connesse rivendicazioni di una coppia di fatto, questa dimensione era estranea al saffismo antico, in cui prioritario era il riconoscimento di un rapporto educativo/paideutico che non esiste nella nostra realtà contemporanea.

La poetessa Saffo, originaria dell’isola di Lesbo, è stata la fondatrice di una “casa delle serve delle muse” erroneamente chiamato “tiaso” per definizione dello studioso tedesco Wilamowtiz.

Non è assolutamente vero che le donne di Lesbo fossero in maggioranza omosessuali, anzi erano le donne più belle del mondo; andare a Lesbo per un maschio era assistere ad una autentica meraviglia, incontrando donne filiformi, leggiadre, armoniose, danzatrici, flautiste, che spesso avevano ricevuto l’educazione femminile nel collegio di Saffo. Qui conoscevano le arti amatorie e si avviavano a diventare donne nell’accezione più nobile del termine.

L’esperienza omosessuale che si viveva nel collegio di Saffo e nell’Accademia Platonica non è fine a sé stessa, ma va intesa come un tirocinio prodromico alla relazione eterosessuale. All’interno del circolo di Saffo c’era un tempio in onore di Afrodite, la dea di cui la Maestra era sacerdotessa; Afrodite era la mediatrice del rapporto Maestra/educanda, favoriva la relazione anche omosessuale ed era dispensatrice dei “doni d’amore”.

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Afrodite tesseva tra le amanti una rete a fitte maglie, da cui era impossibile fuggire, vigeva la legge della reciprocità del sentimento, per cui non era ammesso che una fanciulla amata non ricambiasse in qualche forma il desiderio amoroso nutrito dalla maestra. Per accedere ai doni di Afrodite bisognava aver compiuto i sedici anni, perché non era ammessa la pedofilia, e relazione omosessuale non era fine a sé stessa, ma era una preparazione al matrimonio.

Per questo motivo le liriche saffiche sono spesso intrise di melanconia per il distacco che sicuramente la separerà dall’amata che dovrà andare sposa. A parte la Maestra, che è comunque sposata e ha una figlia, Cleis, che ama sopra ogni cosa, non è ammesso né per gli uomini né per le donne praticare l’omosessualità in età adulta, pena il discredito e la pubblica infamia (La Commedia di Aristofane docet).

Non bisogna quindi pensare che i Greci non fossero omofobi, lo erano di fatto, e l’omosessualità era vissuto come un rito di transizione. Come a dire, che, conosciuta questa esperienza, ci si era liberati da essa, e si era pronti ad una vita matrimoniale nella quale pur, oggi come ieri, si correva il rischio di non riconoscersi.

Il dramma dell’omosessualità che oggi attanaglia tante persone, nonostante le battaglie per fortuna vinte, non era estraneo al mondo greco e l’omosessuale era spregiato e vilipeso soprattutto se a livello fisico denunciava tratti di evidente effeminatezza. Le classi sociali più basse pagavano lo scotto di tale discriminazione, perché gli aristocratici erano più tutelati iscrivendosi o al “tiaso saffico” o all’’Accademia platonica.

Saffo

Saffo dunque educava le fanciulle a diventare donne attraverso la pratica del telaio, del canto, della danza, della musica, anche se spesso le donne non potevano sfuggire a quel regime di segregazione in casa in cui le relegava la nota misoginia greca. A questo proposito rinvio ai libri illuminanti di Eva Cantarella, da cui si evince come la donna fosse vissuta come un “malanno” nella civiltà greca.

Certo l’atmosfera che si viveva nell’isola di Lesbo non è paragonabile a quella della Grecia continentale. Nonostante le ovvie differenze, lungo era ancora il cammino che portasse la donna greca ad una condizione di libertà, potremmo parlare di “libertà vigilata” in una realtà di fatto fallocentrica.

Il Pantheon greco, che rispecchia ovviamente la realtà sociale greca, mette al centro la figura di Zeus, come dire che l’uomo domina senza dubbio la figura femminile. Saffo quindi si acconciava, suo malgrado, a lasciare le sue fanciulle destinate ad una vita coniugale non sempre felice e talora anche contraria all’orientamento sessuale delle fanciulle, perché ieri, come oggi, c’era una quota non indifferente di omosessualità femminile sommersa.

Di qui le lacrime versate da Saffo sui cuscini sui quali si era consumato l’amore e la saudade che attraversa la sua lirica, il rimpianto e il ricordo struggente e l’inseguimento dell’oggetto concupito che si allontana dalla vista anche proprio quando il desiderio è al culmine. Di qui una sofferenza struggente che porta Saffo a immaginare come un dio lo sposo che le ha rubato la fanciulla, mentr’ella cade in una vera sindrome amorosa che non dà tregua e si sente prossima alla morte. Quindi la necessità di ricorrere al soccorso di Afrodite che la consola, prestandole aiuto e ribadendo la legge della reciprocità in amore.

La poesia, in ogni caso, è l’estrema ratio della condizione saffica, l’ancoraggio sicuro, il luogo della condivisione e della rivoluzione valoriale della Maestra che rivendica il proprio diritto ad amare e a mettere al centro del suo mondo non ciò che viene universalmente riconosciuto bello, ma ciò che piace.

Di qui il significato universale della sua poesia, perché quanto scrive Saffo per le sue fanciulle è estensibile a qualsiasi soggetto innamorato, di qualsiasi sesso e orientamento.

 

Written by Giovanna Albi 

 

 

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Life After Death: l’intervista ad Andromaca

Sono un’archeologa al seguito di Schiliemann, siamo in pieno XIX  secolo, fervono gli studi su Omero. Iliade alla mano accompagno il mio maestro presso le porte Scee, dove scorre il fiume Scamandro, ormai una palude verdastra popolata di ranocchi e falene.

Troia - ricostruzione

Col cuore in subbuglio per l’arditezza dell’impresa mai compiuta prima, immoliamo un’ecatombe di pecore dalle zampe ritorte a Poseidone perché ci permetta di salpare e ci propizi il viaggio, fautori Castore e Polluce. Dopo un viaggio periglioso per mare con venti non sempre favorevoli, arriviamo su zattera presso Troia dalle alte mura e dalle splendide porte a baluardo della città.

Tutto sembra fermo e sospeso nel tempo zero del mito, un’atmosfera rarefatta ci accoglie mentre procediamo a passi sostenuti verso il palazzo del re Priamo ucciso selvaggiamente da Pirro Neottolemo. Un refolo di vento mi accarezza i neri capelli che ho ereditato da quel nonno Gaspare distintosi nelle guerre d’indipendenza.

Mi sento un eroina romantica, titanicamente protesa verso un’avventura che mi esalta nell’anima e nella mente in sublime percezione della città antica. Qui combatterono Achei e Troiani per la riconquista della donna più bella del mondo, effigie dell’eterno femminino incarnato nella figlia di Zeus e Leda, Elena di Sparta, moglie del biondo Menelao.

Qui Andromaca salutò lo sposo gagliardo e valente, Ettore di Troia, figlio di Priamo vegliardo, qui perì il piccolo Astianatte gettato dalle mura per mano del violentissimo Achille,sicché mai risorgesse il popolo troiano. Procedo lacrimosa nel ricordo nelle vite gagliarde di eroi che sono finite sotto queste mura in duplice strage.

Qui il fanciullo Patroclo si scontrò con Ettore e questi con Achille, qui il compianto del popolo troiano per la morte di tante giovani vite strappate alla vita e all’oblio della memoria. Bello era morire combattendo in prima fila! Il battito del mio cuore va a mille, non contengo la forza della passione che mi sospinge senza lena verso la città.

Arrivata alla fonte Climène, vedo un ancella che raccoglie acqua in un’anfora greca, l’aiuto ad assolvere a questa mansione quotidiana, mentre il mio maestro àlacre studia i reperti archeologici, le pietre, i cocci di vasi incontrati per via. Io distolgo lo sguardo da lui, irretita dagli occhi neri della bella ancella dal seno odoroso e dall’alta cintura.

Ettore e Andromaca - Giorgio de Chirico

Inseguendo il suo sguardo, le chiedo di accompagnarmi al palazzo di Priamo, antico re della città. Dritta ella mi conduce mentre portiamo l’ampia anfora in due. Uno scenario favoloso si apre ai miei occhi basiti, il palazzo si presenta ristrutturato nell’antico fulgore, alte mura fanno da baluardo, sette porte scandiscono il ritmo dell’architettura,a guardia di ciascuno delle quali c’è un guerriero in uniforme antica con alti schinieri.

Qui tutto è maestoso, qui tutto rifulge di luce, qui Priamo appare giovane e forte, qui il tempo è fermo al momento dell’alba rosata, qui è tempo di entrare nella reggia costruita su di un’altura prospiciente la città ancora sonnacchiosa.

Vengo condotta nel gineceo, dove si staglia immortale la figura di Andromaca, che tesse al telaio il sudario di Priamo, raccontando le vicende della guerra di Troia.Ho timore ad accostarmi a lei, non so se si tratti di un fantasma o di una dea, tanto appare di luce rarefatta mentre il primo raggio di sole infiltrandosi dalle alte finestre ad ogiva le illumina lo sguardo assorto nel lavoro. Alla fine mi faccio coraggio, avanzo verso di lei che mi scorge nel mio imbarazzo, mi viene incontro, mi prende la mano… io le dico parole per la rubrica Life After Death.

 

G.A.: Andromaca, donna che combatte con gli uomini, sei mortale o sei una dea di quelle che abitano l’Olimpo?

Andromaca: Fui donna mortale tra le più sfortunata sulla nera terra, volevo morire insieme al mio Ettore e a mio fratello Pode, ucciso con lui nel medesimo giorno per mano di Achille, ma una densa nube mi avvolse mentre mi gettavo a corpo morto sulla spada del sanguinario nemico, gli dei mi protessero la vita e io, protetta dallo sguardo degli dei, fui salva. Non così mio figlio Astianatte, scaraventato dalle porte Scee per mano del medesimo Achille: Andai sposa al re dell’Epiro Neottolemo, ma questi mi ripudiò perché non riuscii a dimenticare il mio prode sposo, Ettore. Vita infame la mia, di me sventurata, costretta a perdere gli affetti più cari. Ho trovato la pace andata in sposa ad Eleno, fratello di Ettore, ma quello che tu vedi non è un corpo mortale perché  dei mi assunsero in cielo al terzo giorno di nozze, quando giacevo ancora triste e sconsolata, fedele sposa al mio Ettore, che io invano cercai di trattenere presso il caprifico, dove più debole è la difesa della città di Troia. A compenso di tante disgrazie gli dei, impietositi, mi hanno accolta in Olimpo, e, trascorro sei mesi sulla terra e sei sull’Olimpo, dove aiuto il fanciullo Ganimede a servire il biondo nettare agli dei. Con lui giaccio di notte , ma di giorno preparo l’ambrosia, il nostro è un rapporto clandestino,non sia mai che lo venga a sapere Zeus, di lui perdutamente innamorato, suscitando la gelosia di Era. Vorrei che tu sapessi che non tutto quello che avviene sull’Olimpo è a conoscenza di Zeus, che è stato spodestato da Cerere, dei delle messi e lì oggi vige un matriarcato. Noi donne avviamo rivoluzionato il potere e ribaltato la situazione con la complicità di Era, stanca di subire oltraggi per mano del marito, il più grande impalmatore tra tutti gli dei.

 

Ettore e Andromaca - Addio

G.A.: Una giusta rivoluzione ha avuto compimento, non sia mai detto che gli uomini abusino di noi, così spudoratamente come ha fatto Zeus con Leda, sotto le mentite spoglie di un cigno. Ho l’anno scorso incontrato Elena a Sparta, la quale mi ha raccontato della sua nascita da un uovo di Leda , violentata da Zeus presso un querceto, mentr’ella proprio non voleva. Il suo bianco piumaggio si sporcò e con questo la sua persona di specchiata moralità sposa fedele di Tindaro. Oggi Cerere comanda, la rivoluzione dei sessi ha avuto la meglio sull’onnipotenza del maschio e sul suo narcisismo: Ma dimmi come se la passa Zeus, ora che la sua ostinata pulsione al tradimento l’ha messo in disparte?

Andromaca: Zeus se la passa male, piange depresso, messo all’angolo da Cerere che feconda le donne e rende fertili i campi. Lei è adorata sulla terra, mentr’egli, dacché ha incatenato Prometeo alla rupe facendogli divorare il fegato da un’aquila, è inviso agli umani, che non certo hanno gradito il vaso di Pandora, di quella sciocca fanciulla, la più carina la più cretina(!) che ha diffuso i mali sulla terra: da allora malattia, vecchiaia, morte incatenano gli uomini in un destino di sofferenza in attesa che arrivi la nera Chera a tagliare il filo della vita. Alto si leva però dalla terra il canto in lode di  Cerere, che ha spodestato Zeus che da giusto si era trasformato in un violento tiranno.

 

G.A.: Vedo con orgoglio femminile che sei rimasta fedele al tuo nome e continui a combattere gli uomini che hanno costellato di lutti la tua vita infelice. Solo l’amore per Ettore ti tenne lontana dal complesso di Elettra; ti innamorasti di lui che ti aveva rapita ai fini della procreazione fin dalla prima notte di nozze e non l’uccidesti come fece anche una delle Danaidi andate in spose ai cugini Egizi. Come non innamorarsi del biondo Ettore, ottimo sposo e padre e fratello, e madre , di te che avevi perso tutti gli affetti?

Andromaca: Osservo con vivo piacere che conosci la mia storia personale, per quanto dolorosa. Il cuore mi sobbalza nel petto e si strazia al ricordo dei miei genitori e dei miei fratelli  morti in un sol giorno per mano di Achille nella casa del padre Ezìone a Tebe Ipoplacia . Anch’egli perì trafitto con filo di spada dal medesimo Achille, l’uomo più pazzo che sia arrivato a Troia, irascibile e selvaggio, ma egli non lo spogliò delle armi, ne ebbe rispetto. Peggiore di lui il figlio Neottolemo, che uccise senza pietà mio suocero Priamo, trascinandolo per i capelli nella polvere di Troia. Non ebbe pietà della sua vecchiaia nel rispetto per la sua regalità e per quanto egli piangesse non mosse il suo animo crudele, per cui è passato alla storia del popolo troiano come il più malvagio di tutti gli Achei, di gran lunga peggiore del padre, da tutti temuto. Ah infame è il destino dei vinti!

 

G.A.: Ettore ha vinto e, come dice Foscolo “ vince di mille secoli il silenzio”. Per quanto morto per mano dell’implacabile Achille, resta nei nostri cuori come un vincitore ideale. Forte il suo amore di patria che vinse quello per te e per la sua stessa famiglia.  Lui doveva combattere perché il nome di Troia rifulgesse in eterno, Vinto dalla storia, resta l’eroe che giammai tramonta.

Andromaca

Andromaca: Questo è pur vero, ma la sua morte ci ha gettati tutti nello sconforto, noi donne siamo andate schiave ai crudelissimi Achei per tessere al telaio ed accorrere ai loro letti. Noi schiave, concubine, abbiamo avuto la sorte peggiore di tutte le donne della terra, costrette a giacere in amore coi nostri nemici sognando le dolci carezze dei nostri legittimi sposi: Mai potrò dimenticare il mio Ettore, per quanto anche con secche parole mi abbia invitata a ritornare a casa e a tessere il telaio mentre cercavo di dissuaderlo dall’andare in guerra, verso certa morte. Ancora lo vedo col pennacchio del suo cimiero mentre andava a fronteggiare il più temibile tra i nemici, Achille.

 

Mentre così ella parlava avvertii una strana presenza e vidi due corpi abbracciarsi nella luce rarefatta, avrei voluto vedere di più ma dolce sonno mi colse.

 

Written by Giovanna Albi 

 

 

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Life After Death: l’intervista alla bellissima Elena di Troia

Elena  ha fattezze e origini divine, figlia di Zeus e di Leda, incarna l’eterno femminino, e la non responsabilità riguardo alla sua innata bellezza  non esclude nell’Iliade che su di lei cada una condanna morale per aver insanguinato la Grecia in contesa per restituirla al legittimo marito Menelao, secondo il patto stipulato da Tindaro.

Tante le versioni di questo mito e altrettante le interpretazioni; si sostiene addirittura che i figli l’abbiano ripudiata e bandita a Rodi, dove trovò la morte per  volontà di Polisso, che la fece impiccare perché responsabile di infinite rovine per tutti gli Achei.

Proprio qui a Rodi mi reco alla ricerca della tomba della bella Elena, madre di Ermione di dannunziana memoria, ad onorarla e a chiedere scusa a nome di tutta l’umanità per le  ferite infertegli da una società maschilista che non le ha perdonato la sua bellezza e ha scatenato un’orda di pretendenti alla sua mano che ha messo in ginocchio la Grecia, ma, in primis, lei, la donna amata, cercata, concupita e vilipesa.

Siamo a ridosso del giorno in cui si ricorda la violenza sule donne, il 25 novembre, e chi più di lei può dirci cosa significhi essere amata e perseguitata dal genere maschile, che, come gli esemplari peggiori delle fiere, scatenano contro di lei ormoni e pulsioni e mal digeriscono il fatto di essere abbandonati al punto da decretare per lei la pubblica impiccagione?

È Rodi una ridente e solatia isola greca, e mi inabisserei nel mare d’inverno pur di far venire a galla la verità sul destino di questa donna dibattuta al suo interno, tragicamente coinvolta in un destino assegnatole per mano degli dei; una donna mai ambigua, ma anzi di specchiata moralità, che si trova nolente al centro di un dibattito ( assoluzione o condanna?) Ella, sì, davvero ha subito violenze psicologiche e fisiche (l’impiccagione!) che l’hanno lentamente e inesorabilmente usurata senza mai privarla dell’incantesimo della sua straordinaria bellezza. Forse perché la vera bellezza è quella dell’anima: quella rifulge nel corpo conferendole splendore divino inattaccabile e inviolabile.

Eppure a Rodi, in ginocchio accanto alla sua tomba con le mani congiunte in assorta preghiera, non sento il suono né la luce del suo antico splendore; mi sento persa, sola, desolata, come se fossi lontana dal mio obiettivo principe: parlarle col cuore in mano e farle sentire tutta la mia solidarietà di donna che ha da tempo superato l’invidia per la bellezza altrui e sta lì in silenzio protendendo orecchio e cuore ad ascoltare le sue alate parole. Ma nulla io sento, se non un pugno nello stomaco dolente, per l’impossibilità a comunicare tutto il portato emotivo di questo incontro a lungo accarezzato nella mia fantasia.

Vedo viandanti annoiati che calpestano le erbacce intorno alla tomba, nessun rito, nessuna preghiera: “certo si tratta di un cenotafio – mi dico – Elena non può essere lì tra l’indifferenza di un popolo indolente. Forse devo salire, salire e salire per incontrarla, forse qui trovo in posto infimo rispetto alla sua grandezza” . Come il sacerdote Crise, mi metto in disparte sulla riva del mare sonante, immolo un ecatombe di buoi ad Apollo e così prego: Febo Apollo, arco d’argento che lungi saetta, se mai il mio sacrificio ti è gradito, dimmi, tu dio della’aruspicina, dove posso trovare la mia Elena? La donna cui voglio tributare onori perenni a ricordo delle violenze subite, perché mai più si debba pensare al femminino come ad un oggetto da conquistare con guerre e violenze di tutte le sorti”.  Una nebbia mi avvolge e cado in un torpore simile alla nera morte.

Un boato solleva l’isola tutta e gli indolenti uomini ormai sono  rintanati nelle misere case; un freddo sudore mi attraversa, un fuoco sottile si insinua sotto la pelle, poi cado come corpo morto cade. Tra le braccia di Febo viaggio verso l’alto e io, unica donna vivente mi ritrovo d’incanto sui Campi Elisi, nell’Isola dei Beati e li finalmente rifulge in tutto il suo splendore l’anima di Elena, accanto a quella di Achille ( che coppia!); non molto lontano intravedo Euforione, loro figlio di stupefacente bellezza e di cuore ardito.

A lei mi accosto e le dico sottovoce per la rubrica Life After Death

 

G.A.:  Donna di straordinaria bellezza , vittima dell’iniquo potere del maschio fallocentrico ( so che lei mi capisce!) come mai ti trovi nell’Isola dei Beati?

Elena: Cara solidale sorella, dopo la mia morte e la discesa nel Tartaro, insieme ad Achille fui assunta nei Campi Elisi per i miei meriti, insieme al glorioso Achille, il più grande, più geniale, più folle, più sano di tutti gli eroi della Grecia. Egli, come me, amava intensamente la vita e viveva le sue passioni in modo totalizzante. Amò profondamente Briseide e parimenti Patroclo e, pur sapendo di avere breve vita, mai si sottrasse alla vita stessa e al suo destino. Vivere intensamente, non al lungo, questo gli dei avevano stabilito e lui prese alla lettera quanto le Parche aveva filato. La sua ira funesta si abbatté sul campo acheo non solo per il ratto di Briseide, ma per il sentimento di amore incontaminato e indiscusso che nutriva per tutte le donne, me compresa. Mai mi considerò una sgualdrina o la causa della guerra funesta, difese, ritirandosi in tenda il suo amore per l’elemento muliebre, condannando tutti quei maschi pretendenti alla mia mano da Agapenore ad Odisseo, il suo nemico ideale. A centinaia chiedevano a mio padre Tindaro la mia mano non solo per la mia bellezza, ma soprattutto per la difesa della loro virilità.

G.A.: Cara Elena, come si sente una donna ad essere così desiderata? Prova compiacimento, orgoglio o disgusto?

Elena: La bellezza è anzitutto una qualità dell’anima che si rispecchia nel corpo. Per cui, ovviamente, si rimane inizialmente molto compiaciuti di essere desiderabili, ma, a lunga distanza, ci si accorge che l’unica cosa che conta è l’amore vero e profondo per il proprio partner e che è faticoso dividersi tra molti. L’uomo che ho veramente amato e amo è Achille per le sue peculiarità uniche che lo rendono eccezionale. Egli si spende per amore, non si preserva, per questo si distrugge, diversamente dall’astuto Odisseo che preferisce una lunga vita serena accanto a Penelope, anche a costo di rinunciare a desideri e pulsioni più potenti. Pensi tu forse che non avrebbe voluto giacere con Calypso dai lungi riccioli d’oro? Certo che sì, ma non volle, barattando un amore travolgente per un sentimento in riposo. Il mio Achille non allontana mai lo sguardo da me immolando sull’altare dell’amore la sua stessa essenza divina.

 

G.A.:  Non ho mai dubitato della superiorità di Achille, non solo come guerriero, ma anzitutto come uomo vorace di passioni forti, per questo lo amo immensamente, anche se io mai ho potuto accarezzare il suo sguardo nemmeno da lontano.

Elena: Achille vien qui, ti presento una delle tue tanti adoratrici!”

 

Lui si impone al mio sguardo con la possanza del corpo, l’orgoglio dell’incedere divino, ma poi si piega su di me come fratello, mi bacia pudicamente sulla guancia e il pensiero di lui mi  trascende tutta intera e sono non lontana dal morire. Ma, come dice Saffo, bisogna osare e allora gli porgo l’altra guancia,  e lui a me: “Donna di nobili fattezze, tu sei un essere speciale e non a caso Febo ti ha portato tra noi, poi sceglie il frutto più bello del giardino e a piccoli morsi io assaporo almeno una volta cosa significhi vivere.

Inutile dire che qui nell’Isola dei Beati non c’è colpa e redenzione, qui ci sono solo anime pure, qui la natura dà tutto a piene mani in estrema generosità; qui tutti sono luce pura e io stessa lo divento per qualche secondo, in cui perdo sostanza umana e per una volta, una soltanto, mi sento amica del mondo.

 

Written by Giovanna Albi 

 

http://youtu.be/86ys45FC_7E

 

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L’antico pensiero filosofico greco: l’idealismo di Platone

Mi accingo a trattare in modo divulgativo il pensiero platonico non con quel  distacco emotivo che si chiede al critico letterario o filosofico ma col cuore in subbuglio: so infatti che ardita è l’impresa e che non potrò non commuovermi di fronte a chi ritengo il più alto pensatore di tutti i tempi, lì dove la scienza si incontra con la contemplazione metafisica.

Pur grecofila e platonica, so di non essere partigiana, se moltissimi ritengono Platone la più imperitura pietra miliare della nostra cultura che ha inciso profondamente in tutti gli ambiti del sapere, del pensiero e dell’arte in genere. Tant’è che il grandissimo Alfred North Whitehead ebbe a dire: “tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone”.

Sottoscrivo senza mora alcuna: tutti i filosofi passano per Platone e con lui devono fare i conti, perché Lui ha attraversato lo scibile umano, dalla sapienza alla metafisica all’inconscio collettivo, preconizzatore di Jung, attraverso il didattico e creativo ricorso al mito.

Procedo per ordine, senza velleità esaustive, ma con l’intento di far conoscere i punti chiave del suo pensiero anche ai non addetti ai lavori. Filosofo ateniese del V/IV sec. a C., nacque nel 428, al secolo Aristocle, detto Platone, forse per la larghezza delle sue spalle (praticava infatti il pancrazio) o per l’ampiezza della fronte, indi del pensiero o per lo stile superbo e maestoso o (perché no?) per la vastità del suoi interesse culturali: pittore, poeta, filosofo di altissimo lignaggio, anche familiare.

Profondamente influenzato dai filosofi Eraclìto e Parmenide cercò di superare la dicotomia tra i due pensieri e di conciliare dunque l’Essere col Divenire. Preciso che questo punto è la crux philosophorum di tutto l’occidente, che non riesce ancora oggi a rispondere al quesito relativo all’esistenza dell’Uno e del Molteplice, intorno a cui ruota anche il pensiero nietzchiano dell’ Eterno ritorno. Quesito che diede a Platone momenti di esaltazione di depressione, perché di fatto non si capisce come siamo uguali e sempre diversi; cercò di conciliare dichiarando l’unicità delle Idee e la molteplicità delle loro declinazioni.

Discepolo eletto di Socrate, riteneva che la conoscenza del Bene/Bello assoluto determina la sua realizzazione; c’è quindi dell’ottimismo razionale nel suo pensiero, molto criticato Nietzsche; alla morte del maestro, peregrinò per l’ecumene, fino in Egitto (sarà vero?), ma sostò a lungo in Sicilia, dove ebbe problemi con tiranno Dionigi I^ e tornò ad Atene.

Ebbene, fin dal 395 a.C. si dedicò alla stesura delle sue opere, per lo più in forma dialogica, certo che la cultura orale, riproposta artisticamente nei dialoghi, è di gran lunga superiore a quella scritta (a questo proposito si veda il noto testo di Havelock La cultura orale da Omero a Platone).

Le sue opere sono di fatto politiche, perché nella maggior parte ruotano intorno al maestro Socrate ingiustamente condannato a morte nel 399 a. C, nella fase della cosiddetta seconda democrazia di Atene (ma quale democrazia?). Celebri tutte le opere, di cui tratterò per gruppi, ma tra tutte famosa l’Apologia di Socrate, la prima opera, in cui difende il maestro dall’accusa di empietà e corruzione dei giovinetti. Subito dopo fonda l’Accademia, consacrata al Apollo, dio della divinazione, e alle Muse; si mostra nemico di Isocrate, maestro di retorica, puntando sulla scienza e sul metodo dialettico, molto influenzato dal discepolo Aristotele.

Ecco perché la dottrina platonica è tesa all’insegnamento strutturato in dibattiti poi riproposti nelle opere. Qui un discepolo, Fedro ad esempio, dibatte lungamente mentre il maestro Socrate si limita a poche battute, di assenso o meno. Alternando fasi ateniesi a quelle siciliane, gli a sono attribuite trentasei opere. Morì nel 347 a. C. mentre era a guida dell’Accademia, ereditata dal nipote Speusippo.

Segue…

 

Written by Giovanna Albi 

 

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“Ippolito coronato”, tragedia di Euripide: tanto più tragico quanto più il conflitto è insolubile

Ippolito coronato è una celebre tragedia di Euripide che vinse il primo premio alle Grandi Dionisie del 428 a. C., segno che gli Ateniesi ormai si stavano abituando al nuovo stile tragico euripideo che aveva già dato il meglio di sé nella tragedia Medea, già analizzata.

Come ricorderete, la Medea si piazza al terzo posto, mentre vince Sofocle, non è un caso che Ippolito vinca perché, pur espressione del noto sperimentalismo euripideo, contiene in sé valori tradizionali risalenti addirittura alla civiltà della vergogna omerica, nella cui saga si radicano le origini della cultura greca.

Sicché la tragedia drammaticamente e dinamicamente si muove tra passato e presente, antico e moderno, aretè (virtù) ed eros (amore). Benché la tragedia porti il nome di un uomo, la vera protagonista (cosa usuale nelle tragedie di Euripide) è una donna con tutto il suo carico di sofferenza prodotto da un conflitto insolubile. La tragedia vince proprio per l’alto ingrediente patetico che produce che -come avverte Goethe- è tanto più tragico quanto più il conflitto è insolubile.

Veniamo alla trama. Siamo a Trezene, demo attico; qui vive Teseo, re di Atene, con il figlio Ippolito e la seconda moglie, Fedra. È Ippolito un giovinetto sui generis, non ama le donne e le nozze e rifugge quindi dalle convenzioni sociali. Orgoglioso della propria verginità, è dedito esclusivamente alla caccia e alla dea Artemide. Quindi pecca di hybris (tracotanza) disdegnando il destino che gli  dei decretano per i mortali, si sente simile ad un dio nella sua velleità di portare a perfezione la sua vita attraverso l’attività che gli è più congeniale. Il che solletica la reazione di Afrodite, che decreta di punirlo facendo innamorare di lui la matrigna Fedra, la quale, inconsapevole, cade nella sua rete.

L’amore è per  Greci e per i Latini, da Saffo in poi una sorta di morbo che dilania l’anima, che spazza via le difese dell’Io; così la donna cade gravemente malata ai suoi occhi e a quelli degli altri, sconvolta perché non riesce più a tenere dentro di sé il segreto. Si confida così con la sua nutrice, legandola al giuramento del silenzio; costei però riferisce ad Ippolito, che reagisce come un pazzo furente e rabbioso.

La reazione di Fedra è inevitabile: si dà la morte lasciando però un biglietto in cui accusa il figliastro di violenza sessuale. Teseo invoca l’ira di  Poseidone che prontamente arriva: Ippolito muore schiantato col carro contro le rocce marine. Interviene Artemide ex machina, la quale rivela la verità; Ippolito morente perdona il padre supplice.

Ho riferito la trama in modo semplice, ma in realtà essa offre molti spunti di riflessione, che collegano tra l’altro  Fedra ad Edipo. In comune il tema dell’incesto che si trasferisce da Edipo a Fedra/ Giocasta, perché sappiamo già quanto stia a cuore ad Euripide investigare psicologicamente l’animo femminile.

Comune anche il tema del linguaggio che parlando rivela il destino; questa funzione nell’Edipo re viene affidata all’indovino Tiresia, che attraverso le sue parole svela l’accaduto che non si può tacere; qui a parlare è Fedra, che, scoppiando di passione, non può più trattenersi dal dire, ma dicendo decreta la sua fine. Sappiamo il valore che la parole rivestono per i Greci; essi sono pietre, dette le quali, non si torna indietro: il destino è un tessuto semantico e semiologico.

L’uomo è linguaggio e attraverso questo determina se stesso: di qui parte tutta la ricerca psicoanalitica del linguaggio, che non indago, perché mi allontanerei troppo dal tessuto narrativo della tragedia in oggetto. Da quanto detto però si desume la sorprendente modernità della tragedia che si rivela soprattutto attraverso la figura di Fedra, scossa da forti tensioni che la attraversano fino all’autodistruzione: da una parte la difesa del valore arcaico dell’aretè ( virtù) la fedeltà ai doveri della famiglia, dall’altra la pulsione amorosa incontenibile che Afrodite ha fatto divampare in lei. Pur non responsabile, è totalmente coinvolta nel senso di colpa e il parlarne prima alleggerisce e poi acuisce la sofferenza.

Sofferenza? Che dico? Il tormento incontrollato e funesto! Non responsabilità e colpa convivono in lei e senso profondissimo di vergogna, una vergogna omerica e arcaica che si espande  a tutta la sua famiglia e di qui alle donne di Trezene, il coro,che trasecola e pur sostiene la povera donna in cui si risveglia il ruolo di amante dimenticando quello di madre.

La vergogna e il dolore la consumano e combatte per salvaguardare il klèos, l’onore, anche oltre la morte; di qui l’accusa rivolta ad Ippolito. La tragedia contiene anche un interrogativo molto presente nel mondo greco: la conoscenza del Bene è sufficiente alla sua realizzazione? Come tutti sanno, il razionale Socrate sosteneva di sì, il relativistico Euripide rovescia il principio socratico : la ragione e la conoscenza del Bene nulla possono contro la pulsione irrazionale dell’uomo. Ancora una volta l’uomo, in questo caso la donna, si autodetermina nell’ autodistruzione, esattamente come Medea.

 

Written by Giovanna Albi